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Vian, Boris

7 novembre 2007

L’erba rossa

“L’erba rossa”

Marcos y Marcos, pagg. 152. Euro 11,88 (Trad. Giulia Colace)

Una scrittura, quella di Vian, che dà sempre per scontati alcuni passaggi, così che il lettore deve ripercorrerli da solo in una prova che è, al contempo, una aperta sfida con la quale l’autore gli ricorda che non è stato lui a fargli ficcare il naso nel romanzo, e che se, per avventura, è anche uno scansafatiche, mal l’incolga. È la prima impressione che si prova venendo a contatto con questo narratore che visse i pochi anni della sua esistenza accanto alla musica, l’altro suo grande amore.

Si ha a che fare con quattro personaggi che stanno provando su di una strana macchina a motore che “aveva l’aspetto filiforme di una ragnatela vista da lontano” qualche loro ingegnosa invenzione “per eliminare totalmente le difficoltà risultanti dalla superproduzione di metallo da costruzione per macchine” (ma la funzione di quella macchina, vedrete, sarà tutt’altra): Wolf, il suo aiutante Zaffir Lazzuli, e le rispettive compagne, Lil e Follaprile. C’è anche la sensazione tra loro che “un uomo li seguisse per spiarli.”, la cui presenza va infittendosi a mano a mano che si procede nel racconto. L’ambiente in cui si muovono nell’area del “Quadrato”, dove lavorano, è costituito da un viale di mattoni e dall’erba rossa. Un colore caldo che si ritrova sparso un po’ dovunque nel libro. Tutto si muove come in una proiezione di diapositive, con scatti e pause che ne segnano il ritmo, e sono i non sensi a far scattare molto spesso il passaggio.

In storie come questa di Vian, ha poca importanza rintracciare e identificare una trama, giacché tutto viene lasciato alla spontaneità della immaginazione e gli stessi dialoghi che nascono tra i personaggi subiscono la suggestione dell’estemporaneità. Ciò non impedisce, tuttavia, di caricare di significato gli improvvisi e frenetici paradossi che si susseguono copiosamente, i quali sono portatori, infatti, di un’ironia distruttiva contro tutto ciò che di normale e di ovvio, e di “inutile”, si trova intorno a noi, che ha delusi e stancati i nostri protagonisti, specialmente Wolf e Lazzuli: “Ma che cosa si dovrebbe fare per interessarli di nuovo a qualcosa?” si domandano le loro donne. I personaggi vivono le situazioni che s’inventano, o nelle quali vengono precipitati, alla stregua di automi che non hanno nessuna relazione – se non quella del momento – con le cose e le persone con le quali vengono o sono messi a contatto, in un vuoto che li attanaglia a poco a poco e li annienta. Essi, dunque, risultano facilmente interscambiabili – anche se apparentemente il protagonista principale è Wolf, ma si veda poi l’importante capitolo XXIX – e lo sono indubbiamente le situazioni nelle quali si trovano coinvolti. Di fronte ad irrealtà curiose quali sono quelle che compaiono qui, come il petofane grinzoso, lo uapiti, la usmante – per fare solo qualche esempio – non fa alcuna distinzione chiamarsi Wolf, Lazzuli, Senator De Rossi, Lil o Follaprile. Ciò che conta è l’affermazione della straordinarietà quale rivoluzionario strumento di indagine in cui più utilmente può dispiegarsi la mente per dare un nuovo significato ad un reale la cui normalità si è andata ormai consumando e disintegrando. Così assistiamo a scene come questa: “il piffero impazzì e partì per aria come un razzo tenendosi le orecchie con entrambe le mani”, “sentendosi preso, il garofano ritrovò il suo colore naturale.”, “sotto l’inalatore c’era una grossa farfalla beige, svenuta, inchiodata al tappeto del tavolo”, che sono una specie di preambolo al viaggio immaginifico che Wolf intraprende con la sua macchina misteriosa: “la sua vita si illuminava dinanzi a lui secondo le pulsazioni ondeggianti della memoria”. Anche qui, come in altre storie della letteratura, la memoria resta fondamentale nella trasformazione o reinterpretazione della realtà, e tutto quello che ci appare con sembianze e movimenti nuovi ha le sue radici in ciò che già è stato e vissuto, anche se “è un’altra vita rivissuta con un’altra personalità a risultare in parte da quei ricordi stessi.” Il viaggio sulla strana “macchina d’acciaio” lo conduce, intanto, in un luogo indefinibile ed etereo dove gli incontri che si succedono sono come generati da pensieri e dubbi dell’anima, di cui si desidera liberarsi: “Per fare il punto.” risponderà Wolf al primo che incontra, il vecchio Perla. È una parte, questa, in cui ci si aspetterebbe qualcosa di più dal narratore, come se l’intuìto e innovativo proposito iniziale, attesissimo dal lettore, fosse risultato infine troppo presuntuoso e inafferrabile per durare. Vian si muove meglio, ossia, nella descrizione della sua metaforica realtà, fatta di colori, persone e cose insolite, quasi emanazioni e grida, sussulti, di un desiderio, di un ideale, e addirittura di un sogno impossibile, che si può e vuole raggiungere attraverso una sola magica chiave, quella della scrittura. Nel momento in cui si allaccia al passato (“Da là dentro, si vedono le cose come sono state.”) per una specie di disamina e processo alla vita (rapporto coi genitori, il catechismo, gli studi, l’amore e le donne, gli affetti) finalizzati alla dimenticanza (“So che una volta dentro, mi tornano in mente dei ricordi; ma la macchina è lì per distruggerli immediatamente.”), la sua ispirazione e fantasia innovativa fanno un balzo indietro, come un fuoco d’artificio che abortisce. Occorre ricordare, allora, che sono tempi, i suoi (il romanzo è del 1950), nei quali soffiavano venti di rinnovamento nel linguaggio, e nel teatro soprattutto si moltiplicavano i testi dell’assurdo e degli arrabbiati, e Vian ne subì, ed anche alimentò, il fascino. Il romanzo rimanda marcatamente a quegli anni e la sua felicità espressiva ed immaginifica resta intatta per la maggior parte, anche se oggi è più corretto dire che la parte di denuncia e di protesta, quella arrabbiata ossia, mostra i segni del tempo, e ancora conserva la freschezza iniziale quella invece che si rifà all’assurdo della fantasia più sfrenata ed ossessiva.


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