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Viani, Lorenzo

7 novembre 2007

Angi√≤, uomo d’acqua

“Angi√≤, uomo d’acqua”

Rizzoli, 1982, pagg. 152

Viareggio ha una parlata tutta sua, un po’ scanzonata, e non intelligibile se uno non √® nato l√¨. Tra Lucca e Viareggio si pratica una specie di sfott√≤, per cui i Viareggini mettono in risalto l’avarizia dei Lucchesi, e negli spettacoli popolari che si tengono, ad esempio, nell’estate, in pineta, le varie compagnie che si alternano sul palco gareggiano a dirne di pi√Ļ grosse in modo da far scompisciare il pubblico che, sapendo di che si tratta, vi accorre sempre numeroso. I Lucchesi sono un po’ pi√Ļ riservati e si limitano a dire che i Viareggini lavorano quattro mesi l’anno, quelli ossia della stagione balneare e, nei mesi restanti, bruciano tutto il guadagno, beati, come le cicale, del non far niente.

Quanto il Lucchese √® parsimonioso e prudente, un po’ conservatore, tanto il Viareggino √® azzardoso e geniale. Carrara, poi, che le √® vicina, a un tiro di schioppo, le ha passato, in pi√Ļ, una fiatata d’aria anarchica, sicch√© i Viareggini si accendono facilmente e sono sempre pronti a fare una qualche rivoluzione.

Viani è proprio così, figlio spiccicato della sua terra. Lo è stato nella vita, nelle pitture, nei romanzi. Al principio della passeggiata sul molo, così piena di folla in estate, quel busto che si vede, che tutti osserva, è il suo, che i Viareggini vollero a perenne ricordo.

Quando, nel 1928, usc√¨ “Angi√≤, uomo d’acqua”, Viani aveva gi√† pubblicato: “Ceccardo”, del 1922; “Ubriachi”, del 1923; “Parigi”, del 1925; “I v√†geri”, del 1927. Seguiranno: “Il Bava”, del 1932; “Storie di umili titani”, del 1935; e, postume (Viani mor√¨ nel 1936, a 54 anni): “Barba e capelli”, del 1939; “Gente di Versilia”, del 1946; “La polla nel pantano”, del 1955 (Pea morir√† tre anni dopo l’uscita di questo romanzo, nel 1958).

Già i titoli la dicono lunga sulla materia ispiratrice del suoi lavori, ed anche del suo stile legato così strettamente alla gente della sua terra.

Questo √® l’incipit di “Angi√≤, uomo d’acqua”, assai significativo di che cosa andremo a leggere: “Il ¬ęDedalo¬Ľ era la terza volta che assommava la prua di sotto l’onde che, frangendosi sul taglia mare, sommergevano la coverta. Il barco, soprafatto dal gravame delle acque, rimaneva incantato sulla procella. I tuoni stritolavano sulle murate, i lampi tramutavano in fuoco i velacci e il sartiame, il piovasco tagliava la faccia ai naviganti e pareva gli forasse i panni incerati. I marinari, colle mani polpe, si tenevano alle caviglie confitte sulla murata per non essere travolti dai vortici spaventosi.”

Siamo intorno alla met√† dell’Ottocento. Il nano Angi√≤ (realmente esistito con il nome di Angelo Bertuccelli, “alto da terra cinque palmi e sette dita”), il quale √® a bordo della nave come marinaio, promette a Dio che, se questa volta si salva, non s’imbarcher√† mai pi√Ļ. Cos√¨, finita la tempesta – si trovava “al largo delle spiagge di Calabria” – va dal capitano e gli manifesta la sua intenzione. Se sei destinato ad affogare – gli dice il capitano – puoi anche morire dentro una pozzanghera. Ma lo lascia sbarcare, cos√¨ “Angi√≤ insacc√≤ i panni, si pose sul capo la magnosa, larga come uno scudo di tartaruga, calz√≤ le spardiglie, s’infil√≤ il r√†gane. La massima del capitano gli aveva per√≤ sconturbato il sangue.” Questo √® Viani, ma il lettore non si deve spaventare, perch√© il romanzo offre, al termine, un “glossarietto” che aiuter√† a districarsi tra le parole.

Focoso di carattere, Angi√≤ squadrava ognuno come se dovesse aggredirlo da un momento all’altro; piccolo di statura, per√≤, era oggetto di scherni da parte della “ragazzaglia”. Reagiva tirando fuori il coltello “catalano”, ma i ragazzi a quella vista fuggivano; allora: “gitt√≤ il coltello in terra, con tutta la sua forza, e ve lo immerse fino al manico, s’aggomitol√≤ intorno all’arma e pianse dirotte lacrime.” Suoi amici sono Abbriccafame, Mangiasanti, Occhialetto, Sciamana, Giudizio, Naso a Peperone, Gioasse, Baldoria, Rincucch√©, e insieme formano la “compagnia dei trascurati”, ossia un gruppo di persone di cui la gente si prende gioco. Presto Angi√≤ “si dann√≤ carne e ossa; oltraggiava i Santi, il paradiso, si arrovellava contro le divinit√† e mand√≤ anche delle maledizioni alle anime dei poveri genitori: – Perch√© m’avete ingenerato, Dio vi maledica!” Come vicini di casa ha certi pescatori (“navarchi”), “stangoni d’uomini sopra il metro e ottanta, con delle stiame di braccia e di gambe che a spaccarle ci sarebbe uscita una catasta.”

Si ha la sensazione, leggendo Viani, di trovarci nella Darsena di Viareggio a discorrere di cose di mare, con il linguaggio proprio dei navarchi. Pochi hanno fatto uso del parlare popolare, cos√¨ assoluto ed invasivo, imbastendo una storia che vive e si anima di esso. Quando Angi√≤ si decide a sfare il giuramento e ad attrezzare una piccola barca, promette di non spingersi “pi√Ļ in l√† di un uomo d’acqua.”, facendo sorridere i compagni, che accennano appena – per paura – che se lui intende riferirsi ad un uomo della sua statura, a ben poca distanza potr√† inoltrarsi sul mare. Ma non ardiscono dire di pi√Ļ, giacch√© chi ha cominciato a parlare “non pot√© finire che il nano, spennando coda e cresta e raspando la sabbia colle gambe come un galletto marzuolo, gli and√≤ sotto il viso e gli url√≤: – Se il termine di misura fosse alto come te, lo scorcerei a coltellate.” Il padre del nano, uomo di mare anche lui, era soprannominato, quand’era in vita, “Scannato” e alla moglie che aveva avuto solo aborti, aveva minacciato di rispedirla a casa sua, se non gli avesse dato un maschio. Allorch√©, di ritorno da una navigazione, vide la creatura in fasce, disse solo: “√ą tutto l√¨?” e and√≤ a rintanarsi all’osteria. Viani ci narra la storia di questo marinaio sbertucciato da tutti, ma orgoglioso e ribelle, mai sottomesso, sebbene non abbia avuto la fortuna dalla sua parte. “Da bimbo il nano fu colto dalla quartana, dalla migliara e dal mal maligno e gli usc√¨ sotto un pomodoro infiammato, a cagione di ci√≤ lo tenevano sempre seduto sopra un paiolo capovolto e lo ungevano con l’unto che rimane nel culo delle padelle.” La sua crescita si accompagna ai nomignoli che pi√Ļ gli assomigliano e che la gente gli affibbiava non appena lo scorgeva per strada. Cos√¨ fu chiamato “Lebbra”, poi “Salacchino”, “Beo di fogna”, “Giulebbe”, “Cassandra”, “Sgomento”, “Zottino”, “Fegatino”, “Beduino”, “Tappo di barila”, “Gramignolo”, “Tappo di botte”; il padre lo chiam√≤ “Gerusalemme in coccorone”. Ne ebbe via via altri. Per questo soprannome avuto dal padre, gli rinfacci√≤: “me le lego tutte al dito, e quando hai la bocca in terra invece di darti una mano ti ci inghiozzo.” Non riusciva a crescere e a diciassette anni era sempre nano, che invece di alzare la statura, “sfianc√≤; il collo divenne doppio, le spalle si tarchiarono e anzich√© sviluppato sembrava si fosse rincagnito verso la terra.” Dunque, un essere umano perseguitato dal destino, il quale si compiace di infierire su di lui, che per√≤ non si piega, e accumula un odio che non nasconde, ma corre ed esplode in tutta la sua persona. Ci racconta, Viani, che “Avvenne che s’intabacc√≤ d’amore al suo paese con una ragazza che pareva tolta di sugli altari”. La notte le fa la serenata, accompagnandosi con la chitarra, ma la finestra della ragazza resta chiusa. I nottambuli gli girano intorno e si burlano maliziosamente di lui. Ci metto io una buona parola, Angi√≤, devi avere costanza, gli dicono, prendendolo in giro. Ma fin√¨ che la giovane and√≤ in sposa ad un altro e Angi√≤ prese la via del mare, girando il mondo. Poi, “Il giuramento, a Dio, lo restitu√¨ alla terra e ne seppe la perfidia e la magagna.” Fello, un gigante, “l’uomo pi√Ļ alto del paese” diventa suo amico. √ą un uomo “buono e temerario”, a cui piace scherzare, soprattutto coi ragazzi, ma “se il mare rompeva al largo travolgendo uomini e barche, e la gente domandava aiuto, era lui il primo che si buttava a picco dall’ultima gettata del molo e faceva come il delfino arco sull’onde che la testa l’ingavonava al fondo. Era sempre Fello che, come il cane mastino, riportava a riva stretta tra i denti la cima della salvazione.”

Quando Fello, detto anche “Marzocco”, loda la muscolatura di Angi√≤, e lui, tutto tronfio, la esibisce con fierezza, il nano d√† all’amico questa risposta: “Mi sentirei di strozzare il Drago. Vedi, se ne avessi qui un requesto, sarei capace di far piovere sul paese m√†cine di molino e camallarle come pennecchi di stoppa.” “Ferrone” sar√† un altro dei suoi nomignoli, come pure “Dragomanno”, “Spacca-porte di ferro”, “leone”, “lupo”. Molte delle parole usate da Viani sono scomparse tra il popolo; solo i pi√Ļ anziani le ricordano. L’opera acquista cos√¨ un valore immenso, aperta ad ogni studio, un deposito di ricchezza straordinaria da far spalancare gli occhi di stupore ad un novello Aladino. Il romanzo, che, come si √® detto, si rif√† ad una figura veramente esistita, racconta una storia di esseri umani afflitti dalla sfortuna come se ne leggono tante, anche oggi; ma raramente troviamo la storia incorporata in un linguaggio che la permea tutta. La vera storia √® quella del linguaggio, e sulle parole prendono forma i personaggi, manifesti nella loro intimit√† grazie proprio a quelle antiche parole. Viani era pi√Ļ che consapevole che la sua scelta, cos√¨ insolita nelle patrie lettere, avesse questo preciso significato e una tale conseguenza sui suoi personaggi. Del resto, anche nella pittura ebbe una originalit√† assoluta, essendo i suoi dipinti distinguibili subito, all’impronta, tra mille.

Angi√≤ continua a scansare la gente; solo con Fello si trova a suo agio, anzi se ne sente il tutore, essendo il gigante un uomo buono ed ingenuo. Dagli altri cerca di tenersi alla larga, temendone gli sberleffi. Ogni volta che ne scorge qualcuno da lontano (i funai, i ragazzi), si nasconde, ma quelli riescono sempre a scoprirlo e si divertono a irriderlo. Una volta che scorse sulla riva del mare un gruppo di ragazzi, entr√≤ in acqua tutto vestito e avanz√≤ fin tanto che non gli arriv√≤ fino al collo, poi “si pieg√≤ sulle ginocchia e immerse il capo sott’acqua e dur√≤ il tuffo fino a che non gli scoppi√≤ il sangue dagli orecchi che fece levare sulla superficie tante piccole bollicine laccate. Quando non ne pot√© pi√Ļ, lento come un palombaro, messe fuori la voltata del cranio, gli orecchi e quando assomm√≤ la bocca dette una soffiata d’acqua come un pesce mostruoso. Una matta risata strepit√≤ dalla riva.” La sua condizione di perseguitato affiora spesso nel suo lamento rivolto a Dio: “Ma un Dio per me non c’√® su nei Cieli?” Allorch√© si trova in compagnia di Fello, ogni tanto cita i versi della “Gerusalemme Liberata” del Tasso, “che sapeva a memoria”. Sono i suoi momenti pi√Ļ spensierati, quando la poesia – lui e Fello seduti davanti al mare – lo avvolge e lo conduce in un mondo lontano. Racconta a Fello l’avventura dei ragazzi, e gli rivela che l’essere stato per tutto quel tempo in acqua (“ero stato a molle come uno stoccafisso per tre quarti d’ora”) gli aveva procurato un ronzio agli orecchi, “come intronati da tufa marina e ho la testa indalocchita, tal che se la tragitto di qua e di l√† mi par imbozzita d’acqua.” Il consiglio che, in risposta, gli d√† Fello non √® che una pratica che si faceva anche ai tempi della mia infanzia, e forse si fa ancora oggi. Anche a me, e a tanti altri ragazzi, capitava di avere intronati e imbozziti gli orecchi a seguito del bagno che facevamo nel fiume Serchio. Come si riusciva a risolvere il fastidio e chiamar fuori l’acqua dagli orecchi? Proprio come Fello suggerisce di fare a Angi√≤: “Se prendi due ghiaie di fiume pulimentate dal corso perenne dell’acqua di monte e te le porti all’altezza degli orecchi e insieme le fratti, susciti un suono come d’acqua corrente che ti muove quelle stagnanti nel capo.” “Ricordami tutto alla foce del Magra”, gli risponde il nano. Altre volte diventa una furia e pare ammattire, come nel momento in cui incontra sulla spiaggia carri di contadini, trainati da bovi, che si presentano a raccogliere i rimasugli (la “straccatura”) che il mare ha trascinato a riva. Guai a loro! “La straccatura √® per diritto sancito della gente che √® stata a repentaglio coll’Oceano.” Li scaccia, tirando fuori il coltello catalano e “attorcin√≤ con una mano la frogia di un bue e di√© una strappata: la bestia avvinc√≤ il collo, mugg√¨, rincul√≤, il timone sgrugn√≤ la bestia aggiogata al carro dietro e tutte le carra si percossero insieme come i vagoni di un treno dopo il cozzo di una macchina. Le bestie s’alzarono sulle zampe, fecero ritrecino della sabbia, spolverandola intorno. Fremiti d’ira trascorsero in tutte le membra e le cervici fecero le corna al cielo.” Immagine bellissima, che conserva il fascino del suo tempo, proprio grazie alla parola. Come lo conservano questi altri nomi: Giovanni di Meacco, Drea di Peporo, Angi√≤ di Traicche, Giand√≤ di Maf√Ļ, Togno di Calempore, Luigi di Giuraddondiana, Marzo di Baucca. Che sono persone, “capoccia della Migliarina”, che si son fatte l’idea che il nano, che aveva “navigato sulle spiagge delle Calabrie”, fosse venuto in possesso di un “libro fatato”, con il quale poteva mandare sortilegi nefasti a chiunque, leggendo “il tomo all’ora che le civette sfalcano dalla frappa dei lecci al tetto delle case”. Perci√≤, si mettono in testa di privarlo di quel libro. Scopriranno che, in realt√†, non √® altro che il “Portolano”, una raccolta di proverbi per i marinai: “Quando torni dal mare bacia la terra e vatti a lavare.”, “Monte Cristo incappucciato/stai nel porto ben legato”, e cos√¨ via; nonch√©, allo stesso tempo, un diario che Angi√≤ ha tenuto durante le sue molte navigazioni, sul quale ha perfino annotato i soprannomi “uditi navigando l’Oceano”, che sono numerosi e significativi. Basti citarne alcuni, dopo quelli dei marinai versiliesi che abbiamo gi√† indicato: Trebesto, Caccar√®, l’Assassino, Balloccioro, Pattana, Cicciottoro, il Diaule, Pitoro, Bettelemme, Lo Sproccoso, Sbucchiapini, Masticabrodo. Vi annota perfino i “nomi di cane portati in navigazione”: uno di questi si chiama Mangiadebiti. Come si vede, il nano Angi√≤ non √® soltanto un tipo ombroso e violento, bens√¨ anche un attento osservatore della realt√†. Sa perfino dipingere; non solo, ma quando, con Fello, va a trovare il pastore Sirizio, spesso viene richiesto di raccontare qualche sua favola o qualche sua storia di mare. Angi√≤ non si tira indietro ed √® un buon raccontatore. Narra di un naufragio e i superstiti, il brigante Salardo e il Gatto Mammone, riescono a salvarsi raggiungendo a nuoto un’isola dove comandano i topi, la “famosa” Isola dei Topi. Qui nasce una guerra tra le due parti. Il nano ne √® preso: “Tale era l’enfasi che aveva colto il nano che, nella narrazione, egli prendeva ora le muovenze del gatto, ora quelle titaniche di Salardo e saltava ora verso Fello ora verso Sirizio e gli occhi gli friggevano nel sangue.”

La paura di dover morire in mare continua, per√≤, ad ossessionare Angi√≤. Un giorno che si trova sulla barca con Fello, presso la foce del Magra, li sorprende un tempesta. Fello lo vede tremare e deve fargli coraggio. Quando tutto √® passato, Angi√≤ confessa all’amico: “lui l√¨ mi chiama a s√© con quegli urli, e lui l√¨, quando ha detto ha scritto.” L’espressione “lui l√¨”, abbreviata anche in “lull√¨”, √® tipica della terra di Lucchesia. Non √®, invece, tipica dei marinai Viareggini la paura del mare. Il navigare, l’hanno nel sangue, e mettono in conto tutti i rischi, compresa la morte. Mario Tobino ne parla spesso, specialmente nei due libri: “L’angelo del Liponard e altri racconti di mare” e “Sulla spiaggia e di l√† dal molo”, in cui ricorda, fra l’altro, proprio Viani (“Lorenzo nacque da un pastore della Lucchesia”, e rammemora con dispiacere il periodo in cui da anarchico si avvicin√≤ al fascismo) e anche Pea, “scrittore versiliese scoppiettante di ammicchi e allusioni” che, sempre un vulcano di idee, aveva preso a Viareggio il Politeama, “un baraccone di legno, una pagoda, panciuta e ridanciana balena tramutatasi in teatro” e vi teneva spettacoli. Angi√≤ √® un po’ fuori da questa tradizione, anche se nel carattere √® viareggino spaccato. Le parole del capitano del “Dedalo”: se era destino che perisse affogato, ci√≤ poteva succedergli anche “in un bozzo di strada”, non solo non lo hanno pi√Ļ abbandonato, ma tornano a farsi sentire con una frequenza sempre pi√Ļ ravvicinata. √ą con questa paura che ora deve fare i conti. Dunque, il mare √® diventato per lui il mostro che sta in agguato, pronto a ghermirlo. Ha perso per Angi√≤ tutto il suo mito e il suo fascino: “Vile”, lo chiama. La sua paura aumenta il suo odio verso il mare e nello stesso tempo lo incita e lo lusinga ad una sfida: “Fuori s’udiva l’implacabile nemico”. Sa che il mare ce l’ha con lui per quel giuramento, ma Angi√≤ gli grida: “Se ho fatto il giuramento l’ho fatto a Dio medesimo che ti cre√≤ il terzo giorno, al padrone del mondo. Mio e tuo!” Il dramma del nano √® ora tutto scritto. Ne dobbiamo solo seguire gli sviluppi e la impari lotta. Ci domandiamo: il mare pu√≤ perdonare ad un marinaio che lo abbandona per paura di morire tra i suoi flutti? “Il mio sterminio √® stato deciso”, pensa tristemente Angi√≤. Che se la prende anche con Fello, colpevole di condurlo in luoghi in cui √® esposto agli sberleffi degli altri, come quella volta che andarono di notte a pescare le “anguille cieche”, al molo di Viareggio (“le cee”). Cos√¨ ogni tanto inveisce duramente contro il compagno, minacciandolo di botte, pur essendo Fello un gigante: “pare pieno di semola, le gambe gli fan cilecca e il capo taneo. Ha un mannello di stoppa sulle spalle e par che sollevi la terra. Tra tre giorni √® spedito agli eterni riposi. √ą pien di vento e forandolo sfiata e si acciuccigna come una vessica di porco.” Infine “si spai√≤ da Fello” e per un po’ di tempo i due non si salutano neppure. Sembra che tutto il mondo ce l’abbia con Angi√≤, e che lui, a ricambio, ce l’abbia col mondo con un accanimento e una rabbia maggiori: “son dieci anni che io bevo alla tazza del veleno.” Sospetta di tutti e di tutto un po’ come Gesualdo Motta, il protagonista di “Mastro don Gesualdo” di Verga. Dunque: un vinto anche lui?

Quando incontra sulla spiaggia un pittore malridotto e fiaccato dalla sventura, prende le sue difese e l’aiuta. Il pittore ama il mare: “Soltanto il mare mi consola col suo canto.” Ma Angi√≤, di rimando: “lui l√¨ √® il peggiore nemico dell’uman genere.”, e allorch√© il pittore gli confida che vuole dipingere il naufragio del Dedalo e il miracolo dello scampato pericolo da parte di Angi√≤, il nano ne √® entusiasta, fino a che non vede il dipinto e scopre che il pittore lo ha raffigurato sotto la forma di “un uccello in croccia” (ossia, sul trespolo); allora va su tutte le furie e impone allo sventurato di non tornare mai pi√Ļ sulla spiaggia, poich√©, come gli aveva gi√† detto la prima volta che lo vide dipingere di fronte al mare: “dovete sapere che siete in terreno che per diritto sancito √® di spettanza dei vecchi naviganti dell’Oceano.” Scaccia anche un nano e un nero gigantesco che fanno parte di una compagnia ambulante, trovati a passeggiare di notte sulla spiaggia. Ma non si accontenta di spadroneggiare. Compra alcune scatole di fiammiferi e ne fa una poltiglia fosforescente che si spalma sul viso, cos√¨ che, uscito di notte, spaventa la gente, che crede si sia in presenza del demonio: “Nel bujo pesto la testa di Angi√≤ cominci√≤ a rilucere di bagliori fosforescenti che la aureolavano, sotto l’ombra verde dei cipressi pareva una gigantesca lucciola.” I paesani si serrano tutti in casa spaventati e pregano; e Angi√≤, acceso di furore e di cattiveria (“quel che mi fa friggere nell’ira non √® l’allegria schietta e giovevole, ma √® lo sbeffo”), libera e sevizia il bestiame, entrando nelle stalle: “Il demonio aveva straziato le bestie, tagliato gli orecchi ai ciuchi, reciso le froge ai buoi, scalciate le code ai cavalli, risegolate le zampe alle pecore, incicciato i maiali, strozzate le galline, smusati i conigli, accorate le scrofe.” Quella notte Angi√≤ dorm√¨ placidamente come non gli succedeva da tempo e sogn√≤ che molti paesani, spaventati da quella singolare apparizione, si erano suicidati nei modi pi√Ļ bizzarri: “appiccati con capello di donna a un cornocchio di granoturco”; “una dozzina, fatto un baston pontuto, l’aveva confitto nei solchi, poi eran saliti sui pioppi pi√Ļ alti e ci s’eran buttati sopra a picco a bocca aperta e il bastone aculeato gli era entrato davanti e gli usciva di dietro.”; “Le donne, riscaldati i forni, c’entravan dentro con una mela tra i denti e ci uscivano scheletrite colla mela cotta e l’andavano a mangiare davanti ai mariti impalati a quel modo.” Gli fa compagnia nel sonno un corvo parlante. Conan Doyle (nell’interpretazione che del suo romanzo: “L’avventura degli omini danzanti” ha dato, nel 1944, Roy William Neill con il film: “Sherlock Holmes e l’artiglio scarlatto”), Hieronymus Bosch e Edgar Allan Poe sono presenti dal momento del mascheramento fosforescente fino all’epilogo del sogno.

Ancora il mare: “Eppure mi vuol biasciare, ciancicare, ciccare, rivoltarmi a su’ piacimento gi√Ļ tra ‚Äėl limo e poi risputarmi qui tra la su’ bava. Mi vuol far compatire tra i trascurati il giorno che mi troveranno gonfio come un boddone, straccato tra le ceppe dei ginepri.” √ą una lotta, una sfida, che hanno del disumano e del tragico, come in “Moby Dick”.

Prima che la sfida entri nel vivo, Viani ci fa allontanare dal mare in direzione della montagna, dove la miseria pi√Ļ nera affligge quelle popolazioni: “Nei casolari delle Pizzorne, su quelli inerpicati sullo schienale della grande Pania e da tutti i monti che avvallano tra chiostre sonanti d’acque, la gente raccolta intorno ai focolari ascolta lo scoppiett√¨o della scorza di pino e la romba del vento che porta di forra in forra ululi umani e bramiti di bestie randagie. I vegliatori si stringono uno tocca l’altro, si addossano alla parete bollente come quella di un forno e la brace tinge i lor volti di carminio e l’ombre son calde di fuliggine. Corrono i tempi della carestia.” La voce di Viani si √® fatta drammaticamente possente, come nella tragedia greca, o nel canto di Omero. La natura, dunque, √® ora pronta ad accogliere la sfida tra il mare, “potenza arcana”, ed un uomo generato sgraziato ma indomito. Angi√≤ sale in barca in “Un’alba armoniosa come un novilunio.”, “L’acque eran tanto limpide che si scorgevano i fondali, i remi ribollivano argento.” Ma non appena esce dal molo, ecco che il mare lo sente, si agita, solleva il gozzo e ad Angi√≤ “il cuore gli s’emp√¨ di commozione”. Sa che √® giunto il momento: “Il mare sollevato oltre i poggi empiva del suo orrore sonante le d√†rsene, il bosco sconvolto, ritorto, squassato ne dilatava lo strepito con la sua romba piena di gemiti.” Sar√† Fello, arrampicatosi sul faro nel tentativo di aiutare Angi√≤ a salvarsi, ad assistere all’ultima, titanica e definitiva, sconfitta del vecchio amico.


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8 Comments

  1. Comment by Paolo — 29 novembre 2008 @ 20:15

    Ho un’edizione del libro, Vallecchi del 1955.
    Per me è un capolavoro.
    Della storia di Angiò rimasi colpito che ero ancora un ragazzino, vedendone una versione televisiva. saprebbe qualcuno rintracciarla??
    Paolo – Milano

  2. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 29 novembre 2008 @ 21:58

    Io non sono in grado, purtroppo, non avendola mai vista, ahim√©. Non so se qualche lettore…

    Occorrerebbe fare ricerche presso la cineteca RAI. Ma la RAI potrebbe chiedere un prezzo per tale ricerca.

  3. Comment by Giacomo — 29 dicembre 2008 @ 15:30

    Libro stupendo e bella recensione. Grande Lorenzo Viani

  4. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 29 dicembre 2008 @ 18:14

    Grazie, Giacomo.

  5. Comment by romualdo — 10 ottobre 2009 @ 22:18

    anche in pelleria se ricordo bene c era uno che aveva lo stesso carattere di angio
    faceva il calzolaio, aveva il coltello facile. mi sembra avesdse un figlio di nome rossano….
    forse sono solo ricordi di un vecchio malinconico.
    ciao
    romualdo

  6. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 10 ottobre 2009 @ 23:01

    C’era un Rossano, Romualdo, ma non riesco a raffigurarlo. Non ricordo per√≤ se il padre facesse il calzolaio. Il calzolaio per antonomasia di Pelleria era il Martinelli, che faceva anche le scarpe alla Lucchese. Piacere di averti incontrato qui sulla mia rivista. Ciao.

  7. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 18 maggio 2011 @ 17:25

    Ricevo dal Dott. Zanetti questa comunicazione, che pubblico volentieri.

    Alla Cortese e Gentile attenzione del Sig. Bartolomeo Di Monaco 
     
     
    Ho esaminato puntigliosamente le due pagine in cui viene menzionato il volume “I dispiaceri del signor Pr√≤togeo“,ne ho accennato via e-mail al Dott. Paolo Fornaciari del Centro “Lorenzo Viani” di Viareggio,trattasi del secondo volume di cui “Gente di Versilia” avrebbe dovuto essere provvisto e che per un accordo avvenuto tra Carlo Cordi√® e la casa editrice di Enrico Vallecchi non venne mai immesso in commercio pur essendo gi√† disponibile in formato di libro,le riporto integralmente la “Nota editoriale” da cui ho attinto l’informazione e nella veste identica che occupa le pp.23-24 in
     
    Lorenzo Viani “Gente di Versilia” Ed.Maria Pacini Fazzi 1999 p.97

     
    Ecco le due pagine:
     
    Nota editoriale
     
    Nell’edizione Vallecchi (Firenze,1946) non √® menzionato il nome del curatore del volumetto, presumibilmente Carlo Cordi√®, gi√† curatore di scritti inediti di Viani per la stessa Casa Editrice Vallecchi (in particolare erano gi√† usciti per sua cura Il cipresso e la vite e Il nano e la statua nera; lo stesso Cordi√© non √® chiarissimo in merito (cfr. Note sugli “inediti” di L.V.: problemi di metodo e osservazioni di critica del testo, in in “Ausonia“, luglio-agosto 1952, pp.51-63, e Viani, in “Cultura e Scuola“,1984, n.89 (XXIII), pp.18-28). Sottolineando le difficolt√† legate agli inediti del Viani per lo stato disastroso dell’archivio “diviso tra gli eredi e saccheggiato da mercanti” che hanno “smembrato e venduto foglio per foglio centinaia di taccuini” (Viani, p.22) il Cordi√© ricorda di avere curato la pubblicazione dei due volumi di inediti sopra menzionati,ambedue del ’43. Riguardo a Gente di Versilia egli afferma: “anticipato da un fascicolo con tal titolo nel 1946, non venne completato per ragioni contingenti dalla seconda parte I dispiaceri del signor Protog√®o, gi√† pronti a uscire in fascicolo fin dal predetto 1946 (ivi)“. In una nota bibliografica conclusiva aggiunge questa precisazione “Sono usciti a nostra cura dal Vallecchi nel 1943 gli inediti Il cipresso e la vite 8al n. XIII) e Il nano e la statua nera (al n.XIV) e, nel 1946 (ad anticipazione del n.XV), Gente di Versilia con ill. dell’A.,ma senza nome di curatore, nella coll. ‘Girasole’ “(ivi,pp.27-28). N√© la bibliografia di R. Frattarolo (in E.Francia, R. Cortopassi, Lorenzo Viani, Firenze, Vallecchi,1955, n√© quella di G.Pitt√®ri, Lorenzo Viani, Milano ,Mursia 1978, offrivano ulteriori chiarimenti in merito; in quest’ultimo studio si trovano semmai confronti fra testi inediti e non in particolare Pitt√®ri istituisce raccordi tematici, vicini in qualche caso a veri e propri calchi tra queste opere: Incontro con la mamma dei cani, racconto della silloge Il figlio del pastore, dove compare il personaggio Giulio di Canale che poi,con molto maggiore spazio, si trova in Grassi e magri sul “Ponte di sasso” in Gente di Versilia; San Biagio protettore della gola, della stessa raccolta ha molti punti di contatto con Pellegrinaggio di golosi. Infine alcuni passi de Il “Bava” si ritrovano in Serpe celeste sotto pioggia di fuoco (G.Pitt√®ri, L.V., cit.p. 48). Da queste informazioni si dedurrebbe dunquela liceit√† di considerare Gente di Versilia una raccolta pensata e assemblata dall’autore ,di registrare il suo raccordo con un’altra raccolt√† inedita (I dispiaceri del Signor Pr√≤togeo) ed infine dedurre la presenza di Cordi√© come curatore “occulto” anche di questa pubblicazione “provvisoria”. Gente di Versilia non figura nel PIano dell’ “Opera Omnia” di Lorenzo Viani previsto in sedici volumi presso l’editore Baroni di Viareggio e riportato in L. Viani, Barba e capelli, Introduzione di M. Ciccutto, Iconografia di E. Dei ,Viareggio, Baroni 1995, p.3

     
    Ancora saluti 
     
    Dott. Francesco Zanetti
     
     

  8. Comment by Bartolomeo Di Monaco — 18 maggio 2011 @ 20:05

    Ancora dal Dott. Zanetti.

    Alla Cortese e Gentile Attenzione del Si. Bartolomeo di Monaco
     
    Avendole inviato la comunicazione in breve tempo, non ho avuto il tempo di caricarle il commento,come da sua richiesta: i copiosi¬†lasciti¬†di Lorenzo Viani¬†sono ubicati presso la¬†Fondazione “Primo Conti” di Fiesole che li¬†detiene in tre fondi,¬†il Centro “Lorenzo Viani” di Viareggio e gli eredi a Roma: l’intricatezza¬†implicita del reperimento del volume¬†“I dispiaceri del Signor Protogeo”¬†che completa “Gente Versilia” e ci tengo a precisare √® un testo vero e proprio solo non distribuito in commercio per un accordo¬†dell’editore e del curatore, √® che rinvia ad archivi che devono essere perfezionati.¬†Ho avuto modo di sentire telefonicamente¬†il disponibilissimo¬†Dott. Paolo Fornaciari,che √® il responsabile del Centro “Lorenzo Viani” di Viareggio, mi ha comunicato¬†l’e-mail di riferimento per¬†inoltrargli la mia segnalazione che lei ha caricato come commento: sono certo che presto mi informeranno¬†in proposito sempre tramite e-mail, si tratterebbe di un nuovo testo¬†da potere leggere di questo prosatore¬†valente.¬†
     
    Ancora saluti
     
    Dott. F. Z.       

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Invito tutti a non inviarmi pi√Ļ libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso pi√Ļ accontentare nessuno. Cos√¨ pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart