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Vinci, Simona

7 novembre 2007

Brother and sister
Come prima delle madri
In tutti i sensi come l’amore
Dei bambini non si sa niente

“Brother and sister”

Si apre con un’atmosfera di attesa questo breve romanzo della Vinci. I primi personaggi, Mat, Billo (Francesco) e Cate, si muovono nella penombra. Non sappiamo lì per lì come sono fatti. Anch’essi ombre scure. Fuori, c’è un lampione dal globo giallo che un po’ riverbera la luce in uno spicchio della stanza e, a contrasto, fuori c’è la luna piena. Cominciano a parlare. Mat è il più vivace, è sui quattordici anni; Cate, la primogenita, di tre anni più grande, con gli occhi verdi, dice che non vuol finire in un orfanotrofio. Nemmeno i fratelli dovranno andarci, soprattutto Billo, il più piccolo di sei anni. Mat ha l’atteggiamento di un ragazzo già esperto della vita. Maneggia un fucile, con il quale, affacciato alla finestra, è pronto a difendersi se verranno a prelevarli.

Ancora una volta la Vinci rivolge il suo sguardo al mondo sfortunato dell’adolescenza. Lo fa con la consueta lucidità e con grande partecipazione e poesia. Con la complicità del buio, in quella notte interminabile, essi crescono, il loro diniego a poco a poco prende atto della vita, il funesto passato si allontana e lascia il posto alla luce della speranza; diventano nei gesti e nelle parole degli adulti; specialmente Cate, la femmina, la donna, si muove presto con la dolcezza e la sensibilità di una madre. La Vinci ha scelto paragrafi brevi e intensi, che scandiscono un trascorrere lento del tempo, una lenta fioritura verso la vita. Nei frequenti silenzi, odono i rumori della notte che sta calando. La loro casa è isolata dalle altre e avvertono che: “Il bosco là fuori è una materia viva che respira”; “Di giorno, questo bosco sembra disabitato.” Ricordano le notti in cui udivano “un grido agghiacciante”, segnali di lotte tra bestie selvatiche, presenze paurose come quella del gufo, che anche ora, là fuori, ha attraversato il rettangolo della finestra e si è andato a posare su di un ramo. Da lì, sembra fissare “con i suoi immensi occhi gialli” quelli verdi di Cate. Quando accadevano queste cose, il papà chiudeva porte e finestre e restava accanto a loro a narrare una storia. Anche ora c’è bisogno che qualcuno narri una storia. Mat lo chiede a Cate, che racconta una fiaba dei Fratelli Grimm, di un fratello e di una sorella che sono fuggiti dalla matrigna cattiva e ora si sono rifugiati nel bosco, ma noi avvertiamo che essi stessi stanno vivendo una storia impregnata degli stessi odori. Sono rimasti orfani, dopo la morte della mamma, di cui il giorno dopo saranno celebrati i funerali. Il papà se n’era andato qualche tempo prima. È la notte della loro vita, quella che stanno trascorrendo. Escono di casa, fuori il buio è intenso, pauroso; entrano nel bosco, come i due bambini della fiaba, che Cate continua a raccontare, un poco alla volta. Pensano di non aver paura, ed invece saranno terrorizzati dall’ignoto. È la notte, dunque, coi suoi silenzi e i suoi rumori così diversi da quelli del giorno, la grande protagonista del romanzo. Li avvolge e li accoglie come il bozzolo in cui si maturano una crescita e la vita.

In questo racconto, così semplice e tuttavia intenso e ricco di significati, il filo rosso della grande sensibilità di questa autrice, che già abbiamo incontrato nei suoi precedenti romanzi, si mostra in tutta la sua dolorosa, sofferente, tenera e coinvolgente umanità.

“Come prima delle madri”

Simona Vinci è una giovane narratrice che ha fatto molto discutere di sé, per il linguaggio crudo che adopera nel raccontarci le sue storie; quasi mai ci si è soffermati sulla sostanza dei suoi racconti che ella, nel presentare in una specie di stupito disvelamento la crudezza dei nostri tempi, non manca mai di nutrire con l’amore della sua specialissima sensibilità e anche, più di una volta, con la sua poesia. Tutto ciò avviene in questo libro in maniera stavolta inequivocabile per tutti, e non nascondo che mi fa piacere trovare conferma di ciò che avevo colto nelle sue prime e già notevoli prove narrative, di cui questa tuttavia diviene oggi la maggiore, magnifica e superba.

Non è un caso che l’autrice riporti all’inizio una bella frase di Elsa Morante, dalla quale estrae il titolo. Infatti, allo sguardo del lettore appare subito un mondo certamente sospeso da qualche parte, ma non ancora qui sulla Terra, senza suoni, in cui compaiono e scompaiono esseri che sembrano ombre: Elide, Irina, Fosca, Nina. Tutto può essere realtà o sogno: difficile distinguere (ancor meglio si vedrà nell’avvio del capitolo ventiduesimo della prima parte – il libro è diviso in tre parti – con la ragazza Nina che in piena notte, con la neve dappertutto, va ad aiutare i partigiani, e più avanti col capanno vicino al fiume e il diario di Irina). In questa irreale sospensione, nascosto, in disparte, c’è il cadavere di un uomo dal cranio fracassato, e con un dente d’oro. Anche la madre del ragazzo è morta, con il corpo “vestito di fango verde”. Una morte metaforica, vedrete, al contrario di quella dell’uomo. Poi il ragazzo, Pietro, vede comparire ad un tratto accanto a sé, in un letto collocato al suo fianco, all’interno di un collegio di adolescenti, Mattia. È vero che ha la febbre, ma la memoria sta muovendosi dentro di lui e tesse ricordi, immagini, sparse e disperse, finché un solo pensiero a poco a poco prende possesso della sua coscienza: il sentimento della morte. “Non è morto ma di certo sta per morire”. Il ricordo continuo di Irina sarà lì a ribadire sempre in lui questo sentimento, a cui non sarà disgiunta neppure la madre.

Eccoci penetrati nel mondo strano e straordinario in cui la Vinci desidera trascinarci per farci incontrare una verità nuova, che schizza fuori dall’intimo che sta in noi e si sparge dappertutto in mille frammenti e rifrazioni.

Un odore di nausea, di prigione, di delirio e di morte viene dal collegio dove il ragazzo è stato rinchiuso, nonostante che la madre gli abbia sempre detto di volergli bene. Disciplina severa, rituali irritanti a cui deve sottostare, rendono la sua sensibilità guardinga e diffidente. Prende atto del mutamento: “Ora è in un’altra vita.” E prende atto che tutto ciò che lo riguarda deve affrontarlo da solo: “nessuno è venuto a riprenderlo”. Aspetta che sua madre venga a trovarlo, ma nessuno si fa vivo, e quando verrà “lo sfiora, ma non l’abbraccia.” E quando l’abbraccia: “Un abbraccio che dura una frazione di secondo, mezzo respiro.” Si delinea già una crescita alla ricerca di una liberazione e affermazione della propria personalità, a dispetto di ciò che lo circonda, che non potrà mai mitigare la sua solitudine. Si avverte una scintilla, appena un barlume di ricordo, di “Jane Eyre” in queste prime descrizioni, dove la rigidità degli educatori contrasta coi teneri sentimenti di un adolescente, che tutto si aspettava dalla vita fuorché di non essere corrisposto con altrettanta dolcezza. E presto “L’incredulità sparisce.” Tuttavia il mondo che è dentro di sé lo accompagna sempre, e sono le pagine scritte in corsivo tra un capitolo e l’altro a raffigurarlo, pagine di bella poesia (come accadeva nel romanzo di esordio “Dei bambini non si sa niente”), grazie alle quali Pietro è un essere umano che somiglia a tutti noi, ricco quanto noi, la cui crescita, analizzata così minutamente, è anche la crescita di ognuno di noi, che ci troviamo ad osservarlo al di qua delle mura del collegio, liberi e senza confini come lo è sempre l’uomo, anche quando sembra costretto dentro ambiti angusti e forzati: lo è perché dentro la carne scorre “il fiume” che sempre va oltre e ci collega all’infinito e all’universale. Il fiume e l’acqua avranno un significato catartico e di rifugio in questo romanzo.

Così noi leggiamo il libro senza abbandonare mai la speranza: mica cosa da poco allorché ci troviamo immersi in pagine di crudezza tali che ci indurrebbero al disprezzo dell’uomo. Ma c’è il fiume, per fortuna, impresso nella nostra memoria – c’è l’acqua nella quale correva ad immergersi la sua Irina, l’amica malata – ed anche se trascina con sé cadaveri di sconfitti, esso non rinuncia a scorrere, e noi sappiamo che prima o poi tutto questo dovrà finire e quelle acque finalmente non porteranno più sofferenza e dolore, ma refrigerio e bellezza.

Lo stile è secco, quasi telegrafico, aiutato in questo dall’uso prolungato del tempo presente che finirà per ipotecare il ritmo di tutto il libro, ma la vicenda non è mai forzata, si infigge nitida nella nostra mente, e bene rende l’atmosfera di ricerca, di ansia, di smarrimento del tredicenne Pietro, che confronta la dolcezza e la poesia che sono dentro di sé con le crudeltà che appartengono agli altri, pur simili a lui, e così diversi. I suoi occhi si fermano a scrutare per capire, ad osservare per scegliere. Nella sua fuga dal collegio, una notte, non aiuterà una ragazzina ebrea ricercata dai soldati che la spediranno nei campi di concentramento. Conoscerà anche questo dolore, e che la guerra non è affatto un racconto dello zio Bruno, o quella cosa divertente che faceva da ragazzo coi compagni. Il collegio viene chiuso a causa proprio della guerra. Essa c’è, si vede. E anche a casa sua ci sono i segni della guerra. Nessuno pare contento del suo ritorno. La madre Tea non spiccica una parola, si rifugia nell’alcool e nella droga, il padre è contento se va fuori di casa per lavoro. La madre è allegra e ride soltanto quando viene a trovarla un soldato tedesco, Kurt, che ha “i denti marci e il naso da uccello” e una “giacca oliva gonfia di medaglie e mostrine sul petto.” Pietro (“il ragazzo” come lo chiama spesso l’autrice) non trova l’amore, ecco, che pure avverte dentro di sé, e che offriva, genuino ed incantato, ad Irina, che ora non c’è più: Irina, più grande di lui di tre anni, amica, sorella e sposa. L’uscita forzata dal collegio pare far esplodere la sua innocenza, pur guardinga, e tuttavia attratta dalla stranezza delle cose che avvengono all’esterno, delle quali sembra rendersi conto soltanto ora: “La natura si mangia i residui. E dimentica quello che è accaduto” e anche: “Gli eventi sono i millenni che avanzano.” Scopre che c’è un amore diverso da quello che nutriva per Irina, fatto di carne e di sensi, che gli si para davanti improvviso, violento, per mano di Nina, una compagna, una vera intrepida eroina, che attraversa i boschi, sale sulla collina per aiutare i partigiani (“La Nina fa paura anche lei”). E c’è l’amore malato tra Kurt e sua madre e forse altri uomini. Tea resterà comunque una figura fondamentale, pur con la sua negatività (ma quanto, significativamente, è smarrita, dolce e tenera la sua storia di giovane ragazza, rispetto alla donna adulta!), nella crescita di Pietro, come a dire che una madre non può mai cessare di esserlo nel cuore di un figlio, il quale in qualche modo ripercorre, scopre, intuisce perfino la sua vita. E impara a scegliere anche da lei, dai suoi errori. Al contrario, il padre qui resta un personaggio pavido, assente.

Gli si svela così un mondo che fermenta e palpita senza alcuna regola o comprensione delle nostre regole, libero e perverso, immane, che esige rassegnazione, nonché l’umiliazione e il sacrificio della nostra impotenza di fronte ad esso: “Si addormenta e sogna una massa d’acqua enorme che investe tutto quello che incontra e lo inghiotte e lo seppellisce”.

Il disvelamento andrà oltre la sua stessa vita, e Irina ne è ancora una volta la chiave: è grazie a lei che tutto l’altro mondo che lo ha preceduto a poco a poco prende forma, all’improvviso, senza attendere nessuna chiamata, e ancora sono fughe e desideri di libertà e di conoscenza quelli che gli si manifestano, come se il mondo avesse al suo centro una spirale vischiosa, un sordido avvitamento che cerca di allacciarci tutti quanti e l’impresa ardua, coraggiosa, inevitabile, che prende a pulsare dentro di noi e ci sfida è la fuga, la ricerca di altro e altrove.

L’uomo trovato cadavere, ricordate?, con il dente d’oro che Pietro nasconde nel collegio dentro una scatoletta?, era anche lui un uomo in fuga, e in fuga era pure Tea prima che il ragazzo nascesse, e non a caso l’autrice quando parla di lei nella seconda parte del libro, allo stesso modo che aveva usato per Pietro, la chiamerà spesso “ragazza”. Come se il tempo, che pure trascorre, fosse in realtà sempre il medesimo, così da rendere altrettanto medesima anche la vita. Non sarà difficile al lettore trovare legami di somiglianza – ora che quel cadavere riannoderà in un crescendo avvincente tutti i fili di una tessitura movimentata – tra i personaggi di questa storia, che ci racconta della gioia, del dolore, della giovinezza, della vecchiaia, della morte, della nascita, della guerra, della paura (anche Tea ha paura di Leòn e poi di Kurt, e poi di Irina, come Pietro ha avuto paura di Nina) come fossero, e sono e saranno, avvenimenti unici, sempre quelli – come quella, da sempre, è la neve o la nebbia o il ghiaccio, che ricopre e uniforma ogni cosa -, i quali percorrono con la velocità della luce, rendendo l’ieri uguale all’oggi e al domani, i tempi della nostra lunga esistenza.

E tutto questo accade affinché Pietro, dentro un paesaggio di montagna selvaggio, brullo, imprigionato dalla neve, dalla nebbia, dal ghiaccio, faccia, finalmente uomo, la sua scelta definitiva.

“In tutti i sensi come l’amore”

Un’auto con sopra madre e figlia, ancora bambina, attraversa la Maremma per andare al mare, tra mucche e cavalli liberi di muoversi in quello spazio così speciale, selvaggio, intatto, della Toscana. La bimba ha la passione delle conchiglie, ma non è una collezionista come potrebbe sembrare, il piacere lo trova nel raccoglierle, poi le mette in una busta di plastica gialla e le dimentica. La madre pensa a lei, mentre guida: mia figlia fa sempre le cose che io desidererei fare, una frazione di secondo dopo che le ho pensate. E qualche riga più sotto: Come se fosse un prolungamento di me, della mia vita sempre a metà. E ancora: Mia figlia fa, dove io ho sempre soltanto pensato. Sono i due personaggi senza nome che animano il primo dei tredici racconti contenuti nel libro. Vi si intuiscono le prime avvisaglie di una raccolta di storie di intimità e turbamenti, di insicurezze e di aspirazioni. La scrittura è asciutta, graffiante, i periodi spesso sono brevi come lampi, e ritroviamo quell’attenzione e quella sensibilità che abbiamo conosciute nell’autrice al suo esordio. Sono racconti delle piccole, minute cose che entrano dentro di noi e si trasformano in amore; gli occhi e l’anima sono gli strumenti di questo passaggio tra la solitudine malinconica che si annida sempre nei nostri pensieri, e l’amore, un amore speciale, questo, che non ha oggetto, e perciò è una vertigine. Come la fede. Chi ha mai visto il volto di Dio? Da un balcone, da un letto di ospedale, ovunque, c’è un personaggio senza nome (le rare volte che ne ha uno, non conta, è irrilevante) che osserva i dettagli dell’esistenza, li raccoglie dentro di sé, li trasforma. Un personaggio a cui non è importante dare un nome, perché ciascuno di noi entra ed esce dal quel corpo come se fosse il suo stampo, e quando ne è uscito, dentro di sé si mettono a pulsare gli ingranaggi dimenticati dell’esistenza. Dice il giovane ammalato nel racconto intitolato Da solo: ho avuto la certezza che quella scena, da qualche parte dentro di me c’era sempre stata. Intorno ai protagonisti si avverte la desolazione della solitudine e dell’abbandono: lo stesso amore, amore in tutti i sensi, anche quello che chiamiamo passionale, qui è freddo, non emana bagliori, non crea rapporti umani, non sconfigge: dà solo la vertigine di un vuoto che non riusciamo a colmare mai: Ho visto tutte le cose da un diverso punto di osservazione, ho interpretato i segnali del mondo con un mio codice. Allo stesso modo, gli altri hanno interpretato me in modi sempre diversi e molto lontani da quello che sono davvero. Hanno provato paura, repulsione, pietà, tenerezza. In Notturno il sesso diventa noia, desta non passione, ma pietà: Quando guardo il sesso di un uomo, non posso provare disprezzo o rancore, riesco a sentire soltanto compassione.

L’autrice, lo sentiamo bene, è presente in tutti i suoi protagonisti; le parole che mette loro in bocca sono le sue. La percezione di ciò che accade intorno, l’osservazione così minuta ed esatta, vera, delle cose e dei sentimenti, le appartengono. Siano uomini o donne, sono sempre lei. È una scrittrice che ha nel suo profondo e intenso, ed anche sofferto, modo di sentire, la peculiare sua inimitabilità. Ecco: la sofferenza. È presente dappertutto nel libro. Il percorso di ogni storia la incontra: a volte si riesce a passare, a volte se ne rimane avvolti come in una ragnatela.

Sebbene i racconti abbiano svolgimento e conclusioni autonome, presto ci accorgiamo che li uniscono anche talune cose, talune ricorrenti immagini ed oggetti, come se l’autrice avesse voluto chiosare la loro intercambiabilità, o anche il nascere uno dentro l’altro: il cortile, la macchina fotografica, la malattia, le stoviglie, l’ospedale, il mare, la casa, la cucina, un aereo.

Il suo occhio indagatore, che agisce e distingue come una radiografia e rende straordinari, nel senso proprio di fuori della normalità, i fatti che accadono, possiamo dire di trovarlo descritto perfettamente nel racconto intitolato Carne: Il mio primo sguardo, invece, era stato diverso, aveva toccato un luogo segreto e spaventoso. Avevo visto quei volti come sarebbero stati dopo: dalla carne avevo visto emergere lo scheletro, netto e rigido come una maschera di ferro.

Si ha l’impressione che ogni racconto ci conduca al nulla. Sono storie colme di cose, di oggetti e di sensazioni, le pagine brulicano di movimento, ma quando si giunge alla conclusione, qualcosa di straordinario accade, che ci sorprende e genera smarrimento. Sentiamo vicino a noi il fiato gelido del nulla, ed una paura ci prende, non improvvisa, ma che viene da lontano, una paura che abbiamo cominciato a respirare, senza accorgercene, già all’inizio della storia, una paura legata allo stupore, allo scoperta di ciò che di impalpabile vive dentro e intorno a noi, apparentemente inanimato, una specie di sospensione che produce, genera, ancora una volta, solitudine, disperazione, il vuoto e la malia del nulla. In uno dei racconti, Notturno, si legge: Ognuno di loro si rivolge a una me diversa che non è più da nessuna parte.

Notturno, Carne, Fuga con bambina, In viaggio con le scarpe rosse sono quattro storie che hanno momenti di crudeltà che possono suscitare paura, repulsione. Sono quelli che ci ricollegano più direttamente al primo libro: Dei bambini non si sa niente; anzi, il terzo è proprio una storia di bambini che ha un filo diretto con il libro di esordio. Leggendoli, ci resta addosso lo stesso stupore, la stessa meraviglia di scoprire il nascosto che abita in noi, l’imprevedibile, che paiono avere una misteriosa relazione con l’amore e, attraverso di esso, con il nulla.

Questo è un libro non facile, di una densità che può aprire voragini al nostro interno. Ed è la conferma di una scrittrice che, al di là di certe situazioni che possono dividere i lettori, trova nei suoi occhi indagatori e nel suo particolare sentire la capacità di far emergere le oscurità che si nascondono dentro e intorno a noi.

“Dei bambini non si sa niente”

Il romanzo, che si svolge in un piccolo paese dell’Emilia: Granarolo, si apre con un’immagine di solitudine. Martina, davanti ad un campo di granturco, sta cantando, in attesa degli amici che sa che non verranno più. C’è molta poesia in questa scena triste, che trasuda anche nella scrittura e la poesia (sottolineo: la poesia) ricomparirà spesso come un leit-motiv per tutto il romanzo. Conosciamo già le caratteristiche dei personaggi principali: Martina, triste e riflessiva, contemplatrice: ha dieci anni; Luca, un po’ più grande, è una specie di dormiglione sfaticato: ha quattordici anni; Matteo, si allena continuamente per una gara che non si sa quale sia: anche lui ha dieci anni, come Martina, come Greta, che ha il sorriso sempre uguale; Mirko, il più grande, ha le qualità di un capo, e intorno a lui aleggia un’aria di mistero: ha quindici anni. Tre di essi sono bambini, dunque, di dieci anni, che prima si ritrovavano insieme a giocare con gli altri due più grandicelli sul grande spiazzo, davanti al campo di granturco. Con loro altri bambini del luogo o che provenivano dai paesi vicini.

Il lettore impara a conoscere i cinque protagonisti da dentro, attraverso i loro pensieri, i loro occhi. E già ci rendiamo conto che, aldilà dei giochi infantili e dei corpi ancora acerbi, questi bambini sono grandi: vedono, osservano, sentono, pensano da grandi. E ci accorgiamo anche che c’è in mezzo a loro, anzi dentro di loro, e li osserva, un altro personaggio non meno importante: l’autrice. È la sua presenza che dà la dimensione alla storia: questi bambini appartengono, sono incollati, all’anima della narratrice, non sono osservati, non sono distanti, ma nascono dal suo grembo. E cominciano a crescere, fanno le loro prime esperienze pruriginose; c’è un capannone che è stato attrezzato da Mirko proprio per questo, e lì vi passano, come una ventata fresca, tante emozioni legate a quell’età che non è mai ferma, e si arricchisce continuamente, senza distinzioni tra bene e male: Questo era un posto a parte, diverso, con leggi proprie. Un posto dove lo sguardo dei padri e delle madri, la loro autorità e anche il loro amore, non entravano. Si aprono squarci in cui questi bambini, questi ragazzi, e soprattutto Martina e Greta, s’interrogano, ricordano. Quelle sensazioni che avvertivano nelle loro parti intime, quelle immagini, quelle posizioni un po’ curiose delle loro amiche, assunte anche sui banchi di scuola, che cosa volevano dire? È il meccanismo della conoscenza che si mette in moto attraverso la curiosità e la scoperta, un gioco, forse, anche questo, ma diverso, con una carica dentro, un’attrazione che dava i brividi, faceva sentire freddo dentro le ossa. Vengono descritte le prime esperienze sessuali, e siamo colpiti dalla naturalezza con la quale la materia è trattata, e le pagine ci scorrono davanti senza turbarci. Non c’è la ricerca dello scandalo o del sensazionalismo nell’autrice. La sua è la determinazione di chi vuole rappresentare il mondo dei bambini senza infingimenti, un mondo che conosce e sa che deve far conoscere a tutti, anche a coloro che forse hanno dimenticato o sono stati esclusi. Tutte le volte era la stessa cosa. La sensazione di novità, seguita da quella stranezza, si ripeteva ad ogni nuovo gesto, a ogni cosa che imparavano in quei giorni.

Leggendo ci accorgiamo (e ricordiamo, anche) che non è un mondo inventato, non è il frutto di una fantasia morbosa, questa storia, e uomini e donne, tutti ci riconosciamo in talune di quelle azioni che ora vediamo compiute da quei ragazzi, ma che sono state nostre, sono appartenute anche a noi a quella stessa età, e sono le azioni, le esperienze che ci hanno fatto crescere, ci hanno condotto ad essere così come oggi siamo diventati. C’è una specie di occhio infallibile, minuzioso, anche spietato a volte, della narratrice, alla quale non sfuggono i particolari, le sfumature del sentimento. Le scoperte si aprono a poco a poco attraverso sensazioni e pensieri che ci parevano solo nostri, segreti, e ci sentiamo meravigliati di cogliere una sensibilità e una attenzione così indagatrici e vere. Sono passaggi (se non proprio tutti) che ciascuno di noi ha attraversato, e magari può succedere che solo ora, da adulti, troviamo la possibilità, l’occasione, di riflettere e capire. Ecco una delle frasi più significative, bella perché leggera e profonda ad un tempo; perché non è legata soltanto alle esperienze di quella età, ma ci accompagna per il resto della vita, come un filo tenue ma resistente che ci tiene uniti per sempre alla nostra infanzia, anche se non ce ne accorgiamo: Erano un sacco di cose che se ne andavano in quei momenti, e un sacco che si aggiungevano, arrivando da chissà dove. Emozioni dure e dirette come pugni in faccia, cose che non si scordano, prive di dolcezza e comunque da far piangere a ripensarci. Erano cose che li separavano e li univano in un secondo. Come quasi tutte le cose che a questo mondo si fanno insieme con gli altri.

C’è dentro anche la “prima volta” di Martina, e di Greta, e di Luca, e quei momenti sono descritti con amore. Non c’è compiacimento, non ne vediamo traccia in tutto il romanzo, bensì tenerezza, amore. Ci piace questa storia: vi troviamo, quali fantasmi che camminano tra le pagine, tra le righe, la verità e la poesia della vita.

Fino a che la parte più nera, più brutale di essa non si appropria a poco a poco, passo dopo passo, di uno di loro, e ciò che costituiva per tutti un motivo di esaltazione innocente, di gioco, si trasforma in turbamento, in sorpresa, in disperazione. Sono le pagine finali della storia, queste, che possono apparire eccessive, ma noi sappiamo bene che i fatti narrati accadono davvero da qualche parte, e sono quelle che ci colpiscono come un pugno nello stomaco e ci fanno maledire di essere diventati grandi così, incapaci di conservare dentro di noi le emozioni dolci, tenere, carezzevoli, di quell’età fantastica.

Un libro ben scritto, ben condotto, che resterà come un ritratto delicato e impietoso ad un tempo, di ciò che siamo stati oggi, e non saremo più – per taluni dei fatti narrati c’è da augurarselo – domani.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart