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LETTERATURA: Virginia Woolf: “Mrs Dalloway” (1925)

21 ottobre 2007

di Bartolomeo Di Monaco

[Per le altre sue letture scorrere qui]

(Trad. Pier Francesco Paolini)

L’opera precede di due anni Gita al Faro e rappresenta il momento in cui l’autrice prende possesso definitivamente della sua scrittura quale strumento di indagine di una interiorità che solo per mezzo di essa può essere esplorata: “Ora posso scrivere, e scrivere e scrivere”.

Sappiamo che la storia si distenderà lungo l’arco di una sola giornata, una giornata di giugno, ed avrà per protagonista una “donna affascinante”, Clarissa Dalloway, cinquantenne uscita da una malattia che l’ha resa “molto pallida”, “una figuretta sottile sottile; un visetto ridicolo, col naso a becco d’uccello”; “quasi canuta”. Deve dare una festa nella sua casa ed è impegnata nei preparativi.
Il romanzo raccoglie ininterrotti monologhi della protagonista, la quale, ovunque vada, ovunque si posi il suo sguardo, mostra quanto il pensiero mai si arresti un solo istante, accompagnato dal silenzioso rumore che produce la vita dentro di noi. La mente, al pari di un nastro impressionabile, tutto osserva, tutto registra, tutto assimila. Una sola giornata è più che sufficiente a mostrarne l’ampia e complessa trama, quasi una orribilità che, se da una parte esalta la nostra partecipazione alla vita, dall’altra ne sottolinea l’intera nostra schiavitù. Ci si può anche domandare se la Woolf, nel mentre si adoperi ad illuminare i recessi più oscuri dell’individuo, desideri allo stesso tempo dimostrare l’intangibilità della macchina umana che, attraverso la totale libertà del pensiero, rivela per ciò stesso la mostruosità di un movimento ininterrotto che non ci consentirà mai di percepire la bellezza del vuoto e del nulla, almeno fino a che siamo in vita, ossia fino al momento della morte.
La scena dell’auto su cui siede nascosto da una tendina un passeggero misterioso, la gente che la osserva incuriosita, Septimus e la moglie di origine italiana Lucrezia sono osservati dalla signora Dalloway con i sensi, ma si animano e vivono, ossia esistono, grazie al movimento incessante della sua mente.
In questo modo, l’autrice riesce a rendere l’idea di una diversa e più consistente densità dell’esistenza, ed anche, a un tempo, la sua spaventosa irriducibilità al silenzio e al nulla. Si prova un senso di vertigine al contatto con la forza e l’ostinazione di un pensiero che, scavalcando la singolarità di un’anima, va a rigenerare, come alimentato da un ignoto magnetismo, l’universale che unisce tra loro gli uomini. Ciascuno dei quali è allo stesso tempo causa ed effetto della vita degli altri. Clarissa, ossia, dà il via ad un movimento inarrestabile del pensiero che contagia gli altri e produce una specie di effetto domino, meglio ancora: una contaminazione che lo moltiplica in un prolungamento delle diversità destinate a unirsi e a durare all’infinito.
Ci sono momenti in cui la continuità sembra voler perfino forzare i confini dello stesso romanzo, allorché, nel pensare Clarissa morbosamente all’amica Sally Seton, noi intravediamo il ponte che, scavalcando Gita al faro del 1927, unirà questo libro all’altro, Orlando, del 1928.
Allo stesso modo, l’acqua vi ha un potere d’attrazione così forte che noi dovremo prepararci allo sviluppo tortuoso e complesso che un tale potere avrà nel romanzo del 1927: “Più non temere, dice il cuore, fear no more, dice il cuore, affidando il suo fardello al mare, che sospira collettivamente per tutti i dolori, e si rinnova, ricomincia, raccoglie, lascia cadere. E il corpo ascolta da sé solo il ronzio dell’ape, l’onda che si frange, il cane che abbaia, lontano, abbaia abbaia.”
La scrittura della Woolf si modella al pensiero. Qui è Peter Walsh, innamorato respinto di Clarissa, che sta pensando: “si chiese, chissà che, andandole a far visita a quell’ora, non le avesse dato noia; e fu d’un tratto sopraffatto dalla vergogna, perché si era comportato da scemo; aveva pianto; si era mostrato emotivo; le aveva raccontato ogni cosa, al solito, al solito.”, dove con quel “al solito, al solito” traspare anche il convincimento di quanto il pensiero sia solo parzialmente trasferibile nella scrittura. Una compiutezza ed una velocità di cui l’autrice, che su di esso si misura, ha contezza. Si ha la precisa sensazione di una sfida in atto che la Woolf intende raccogliere per innalzare il potere della scrittura verso una soglia nuova mai sfiorata da alcuno. Non solo il pensiero ma le particelle minute della realtà, come ad esempio il suono del Big Ben, il rumore del vento, il crepitio delle foglie secche, il silenzio e così via, si intersecano con l’anima dell’individuo, inseguendola poi nelle sue proiezioni esterne in modo tale da creare un solo minimo comune denominatore, sul quale la scrittura si distende per cercare di esprimerla nella sua rinnovata e complessa articolazione. Pur nella riconoscibile difficoltà a conseguire un così alto risultato, la Woolf assume un tale impianto come il solo possibile per un narratore, il solo, ossia, che possa riempirsi del significato dell’esistenza: “Come se dentro il suo  cervello, da mano estranea, fili venissero tirati, imposte aperte e chiuse, e lui, pur non avendo nulla a che farci, tuttavia stava all’imbocco di sconfinati viali per i quali, volendo, poteva incamminarsi.” Chi avverte tali sensazioni è ancora Peter Walsh, che si rivela un personaggio complementare a quello di Clarissa, come se soltanto attraverso una operazione di congiungimento, l’autrice consentisse al lettore di raccogliere lo spirito della sua opera. Del resto non a caso troviamo scritto: “Avevan sempre avuto quello strano potere di comunicare tra loro senza parole.”; “Entravano e uscivano l’uno dalla mente dell’altra senza alcuno sforzo.”
L’anziana bambinaia di Regent’s Park, la ragazza che attraversa Piccadilly, l’aeroplano che sfreccia nel cielo, Septimus e sua moglie Lucrezia seduti sulla panchina, le madri che allattano i figli, la vecchia  che con una mano poggiata sul fianco canta un’antica canzone, i pazzi condotti fuori a prendere aria o a divertire la folla, la vecchia dirimpettaia affacciata alla finestra, e così via, sono trasparenze illuminate e rese vive per un istante dal pensiero. Il pensiero si muove simile ad un vento che percuote la fissità senza vita, per animarla e darle dimensione e spazio nel tempo eterno: “Nulla esiste all’esterno di noi tranne gli stati d’animo.” Tutto ciò fa della scrittura della Woolf una scrittura allegorica e visionaria, i cui processi formativi sono radicati nella parte più nascosta del pensiero, come germi pullulanti di una densità che deve essere sprigionata e liberarsi. Una scrittura che ha nei fantasmi che atterriscono e smarriscono Septimus il suo più puntuale riferimento. È un processo che non conosce requie, attraversa vertiginose sollecitazioni il cui significato ci compenetra con la stessa forza e la stessa suggestione del mistero. Si leggerà, quasi al termine del romanzo: “questa è la verità sulla nostra anima, sul nostro io, che come un pesce abita gli abissi del mare e vagola nell’oscurità, fra cespugli di alghe gigantesche, per plaghe screziate dal sole e poi di nuovo dentro il tenebrore, freddo, profondo, inscrutabile; d’un tratto però affiora alla superficie e guizza e si diporta fra le onde marezzate dal vento”.

Gita al faro non avrà più questa vertigine, che la Woolf sembra scaricare con insolita veemenza in questo romanzo, quasi che la scoperta improvvisa di una follia insita nella natura umana, la inducesse a rappresentarla intersecando tra loro le anime di tutti i suoi personaggi, tanto i maggiori quanto i minori, per ricavarne l’unica visione possibile, quella della impossibilità di essere unicamente se stessi, bensì parte di una complicata catena di pensieri che affollano e aggrediscono, invisibili come tanti virus, le apparenze convenzionali degli uomini e delle cose. Ne deriva un raffronto non esplicito, ma conseguente, tra l’armonia del creato e il tumulto pervasivo che dentro tale armonia innesta la presenza dell’uomo. Un contrasto che è la causa, ad esempio, della infelicità e della mania suicida di Septimus: “Egli aveva commesso un crimine nefando, era stato condannato a morte dalla natura umana.” Alla quale mania non può certo rimediare la convenzionalità di un cosiddetto luminare della medicina al quale Septimus si è affidato, Sir William Bradshaw, intento ad accumulare soldi a spese dei più deboli, e contro il quale la Woolf esercita tutta la sua caustica ironia. Il romanzo ne è compenetrato ogni qualvolta ci si trovi di fronte all’ordinario che smascheri l’uomo quale strumento di una bramosia viziosa, ipocrita e moralmente repellente: “Sir William li aveva delusi! Non era una brava persona.” O quando la pomposità borghese mostri tutta la sua inconsistenza: si veda il pranzo a Casa di Lady Bruton, presenti Richard Dalloway e Hugh Whitbread. Visionarietà e ironia si rivelano così, e sempre di più, quali elementi portanti della storia. Anche se, ad esempio, noi troviamo del “violento rancore” in Miss Doris Kilman (l’insegnante di storia di Elisabeth), che riversa sulla signora Dalloway e sulla classe sociale alla quale appartiene, e la cui sfortuna e la cui solitudine finemente tratteggiate dalla Woolf sono il segno  di una pesante iniquità con la quale si devono fare i conti.
Si noti come la giornata che vede la signora Dalloway intenta a preparare la sua festa si sia ramificata nei mille rivoli che l’umanità riversa per le strade di una Londra che non è più se stessa ma simbolo di un più vasto orizzonte davanti al quale tutti ci incontriamo nei perversi meccanismi di un pensiero che va “Tagliando e lacerando, smozzicando e sminuzzando, dividendo e suddividendo” la nostra personalità. Giacché è nell’ampio spettro della nostra osservazione, riflettendo sugli altri, inserendoli nel nostro pensiero, mescolandoli con esso, che noi compiamo una singolare riappropriazione, la quale assurdamente non ci appartiene, uscendo essa dal nostro ambito per realizzarsi cosmicamente altrove. Sembra che il suono del Big Ben, e quello degli altri orologi della città, come, ad esempio, quello appeso sopra il negozio di Oxford Street della Ditta Rigby e Lowndes, o quello che “sempre batteva i suoi rintocchi due minuti dopo Big Ben”, servano a scandire ogni singolo passaggio di una tale disarticolazione e della successiva necessità di una tale misteriosa e trascendente ricongiunzione.
Il romanzo della Woolf sembra suggerirci una follia, uno smarrimento, una indecifrabilità di cui non potremo mai liberarci se non decidendo di andare a raggiungere quell’unico punto al di là del nostro destino ove tutto, ricomponendosi, assume la certezza della conoscenza e della verità. Septimus, il poetastro folle, che vive in una dimensione irreale, ne è l’emblema: “gridava a gran voce di conoscere la verità!”; “Non voleva morire. La vita è bella. Il sole riscalda. Ma gli esseri umani…”

La festa di Mrs Dalloway può essere letta come il tentativo di dare una risposta possibile alla vita, uno sforzo per ritrovarne il senso (le feste per lei “Sono un’offerta”), ma anche la sottolineatura di una impalpabilità che non può che trasformarsi in fuga e in delirio: “Si tratta di un’offerta – ma a chi?”; “nessuno al mondo verrà mai a sapere quanto lei amasse tutte queste cose; e quanto, in ogni istante…”
C’è un momento in cui questo meccanismo e questa finalità escono allo scoperto. Peter Walsh sta rievocando mentalmente una gita in omnibus fatta con Clarissa per Londra. Ricorda che Clarissa diceva di sentirsi presente ovunque, nelle persone e nelle cose. Ed allora riflette: “per conoscere chiunque è necessario strologare tutti quelli che completano una data persona; e anche i luoghi. Strane affinità ella aveva con persone cui non aveva mai rivolto la parola, una donna qualsiasi che s’incontra per strada, un uomo che sta dietro a un bancone – perfino gli alberi, o i fienili. Si andava così a parare in una teoria trascendentale che, unita al suo terrore della morte, a lei consentiva di credere, o dir di credere (nonostante tutto il suo scetticismo) che, dal momento che le nostre «apparizioni», cioè la parte di noi che compare, sono così fugaci, momentanee, in confronto all’altra parte, la parte che di noi non si vede e che invece si effonde e diffonde, potrebbe essere proprio quest’ultima a sopravvivere (la parte invisibile) e venir recuperata in qualche modo, attaccata a questa o a quell’altra persona, o magari presente in certi luoghi, dopo la nostra morte. Forse… può darsi.”
È proprio Peter Walsh, non a caso, il quale ci ha tenuto compagnia forse più ancora di Clarissa, l’innamorato respinto ma capace di un contatto invisibile e reciproco con la donna, è proprio lui che ci spalanca le porte di casa Dalloway, mentre gli invitati stanno arrivando e la festa sta per cominciare: “Straordinario, come Peter riuscisse a ridurla uno straccio – così – per il semplice fatto di essere venuto e di starsene là in un angolo.” Tutto ciò ci induce a riconoscere che il romanzo è anche la storia di un grande amore che non ha saputo crescere, maturare ed imporsi.
Gli invitati salgono la scalinata, sono annunciati da Mr Wilkins, inappuntabile nel compiere il suo dovere, e vengono accolti, prima di mescolarsi agli altri ospiti, dalla signora Dalloway. I pensieri e gli sguardi continuano ad intrecciarsi, pettegolezzi e ricordi brulicano nel grande salone, scivolano come serpenti tra i variegati colori degli abiti delle dame, e la Woolf, causticamente divertita, ci fa scorrere sotto gli occhi un’aristocrazia e una borghesia  che con il loro vacuo splendore denunciano malinconicamente una vitalità prossima a morire. Come se sotto le luci dei lampadari, anziché la vita, tanto desiderata e attesa, si fosse presentata la morte: “Oh! pensò Clarissa, nel bel mezzo della mia festa… ecco la morte, pensò.” Lei soltanto la percepisce. Sir William, il famoso medico, arrivando alla festa, ha confidato al marito di Clarissa che un suo giovane paziente si è suicidato (si tratta di Septimus) e da quel momento Clarissa avverte che la morte è entrata anche lei nella sua casa. Non può fare a meno di pensare ad essa: “La morte è un tentativo di comunicare, allorquando si avverte l’impossibilità di raggiungere quel centro, quella meta che, misticamente ci elude: ciò che è intimo diviene separato; l’estasi si dilegua; si è soli. Nella morte c’è allora un amplesso.” Ad essa ora aspira: “Sentì di somigliargli, in qualche modo – a quel giovane suicida. Era contenta che lo avesse fatto. Che avesse gettato via la vita, mentre loro seguitavano a vivere.” Clarissa avverte, dunque, il fascino di una giovinezza che, con la morte, non sarà più contaminata dal dolore del vivere. Come non pensare, allora, a quanto di questo fascino affidato al suo personaggio sia ritornato a lei, alla Woolf, con maggior forza e suggestione.


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Bart