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Vittorini, Elio

7 novembre 2007

Conversazione in Sicilia
Uomini e no

“Conversazione in Sicilia”

Bur, pagg. 360. Euro 8,50

“Io ero, quell’inverno, in preda ad astratti furori” e “ma mi agitavo dentro di me per astratti furori”, sono le frasi che danno l’abbrivo alla scrittura, e si collocano, mosse da una cocente delusione (“un genere umano perduto”), in un desiderio di astrazione che ricerca come esito finale e liberatorio l’assoluto del nulla: “quieto nella mia non speranza.” Per il protagonista del romanzo di Vittorini, Silvestro Ferrauto, che di mestiere fa il tipografo, il percorso obbligato è il ritorno alla Sicilia della sua infanzia. Una inaspettata lettera del padre Costantino, offre l’occasione di una scelta che altrimenti non sarebbe stata compiuta, come a dire che il caso o le circostanze, uomini e cose, insomma, non ci abbandonano mai e lo stesso cammino verso il nulla, o anche verso, chissà, una riscoperta e una redenzione, non è mai solitario, come si è portati a credere. Le rovine causate dalla guerra e dal fascismo fanno da sfondo tormentato a questa storia. Sono esse che producono nel personaggio quegli astratti furori da cui si è tentati di uscire con “la fuga nel” o “la conquista del” nulla, i quali traggono dalla realtà gli umori nascosti, talché parole e gesti escono dalla normalità per apparire marcati da una esaltazione (ma sarebbe meglio, in questo caso, parlare di disperazione) che li trasforma in simboli. La scrittura si muove e si fa strada come un vomere che tracci il solco; nello scavo si frantuma tutta l’arsura del dolore, e ciò che viene rivoltato porta i segni di un’afflizione non ancora estinta. È l’avvio di un lento tragitto di sofferenza per una umanità perduta, timoroso, il protagonista, di scoprire che lo sia sempre stata: “l’umanità era nata per delinquere.”, come sente dire dai due poliziotti, “Coi Baffi” e “Senza Baffi”, che sono sul suo stesso treno che lo sta riportando in Sicilia. Finché la scrittura diventa un canto, un lamento, come nelle tragedie antiche, e quel lento intendere che il protagonista esercita in più di una occasione (come, ad esempio, capire lo scopo e il significato della sua stessa partenza, addirittura) non è altro che un intendere letterario, ossia lo strumento specifico cui l’autore si affida affinché il suo personaggio non si limiti a captare soltanto la realtà, ma a scavarla (con iterazioni insistite che cominciano a rinvigorirsi a partire dal capitolo VI) e a comprenderla. La Sicilia, con la sua “campagna vuota, curva, veloce e uguale di brulla roccia lungo il mare”, ne esce sacrificata come simbolo della disperazione e della rinuncia, fino a quell’ossessione di morte che, secondo Vittorini, scorre nel sangue dei suoi infelici abitanti. La scrittura assurge ben presto a protagonista e, posta così, come Vittorini fa a quel modo, in bocca ai suoi siciliani, evoca la forza e la resistenza di una terra antica in cui gli sconvolgimenti millenari che si sono succeduti e sovrapposti gli uni agli altri non hanno fatto altro che mescolare rassegnazione a rassegnazione, scontento a scontento: “Non proviamo più soddisfazione a compiere il nostro dovere, i nostri doveri… Compierli ci è indifferente. Restiamo male lo stesso. E io credo che sia proprio per questo… Perché sono doveri troppo vecchi, troppo vecchi e divenuti troppo facili, senza più significato per la coscienza…”

Quando arriva nel paese di sua madre, il paese dove è nato e cresciuto fino all’età di quindici anni, sperso tra le alte montagne sopra Siracusa, finalmente prende coscienza che non si tratta che dell’inizio di un viaggio: “Questo era il più importante nell’essere là: non aver finito il mio viaggio; anzi, forse, averlo appena cominciato; perché così, almeno, io sentivo”. Se con quel treno abbiamo attraversato la Sicilia del dolore e della rassegnazione, e forse anche della sconfitta, ad un tratto (“lo trovavo improvviso, esserci, come improvviso ci si ritrova in un punto della memoria”), messo piede a terra, l’isola diventa, proprio grazie a Vittorini, la Sicilia della conoscenza e del possibile riscatto. Siamo in presenza di uno spartiacque fra il prima e il dopo, fra l’inconsapevolezza e la presa di coscienza: “l’acquisito nella mia coscienza di quel punto del mondo dove mi trovavo”. Che è la penetrazione, attraverso i ricordi, nelle viscere stesse del tempo, che qui è quello dell’infanzia, il quale, come in una “quarta dimensione”, si trasferisce, si ripete e permane incorrotto nel presente. Davanti a sua madre, penserà: “Era questo, mia madre; il ricordo di quella che era stata quindici anni prima”; non solo: “e anche l’aringa era questo, il ricordo e l’in più di ora. E questo era ogni cosa, il ricordo e l’in più di ora”. L’effetto principale di una tale ritrovata consapevolezza è il suo riflesso sul passato, e sullo stesso viaggio che lo ha portato lì, al suo paese natale, e tutto ambirebbe a farsi reale e vero. Dirà verso la fine, nel capitolo XXVIII: “Avevo viaggiato, dalla mia quiete nella non speranza, ed ero in viaggio ancora, e il viaggio era anche conversazione, era presente, passato, memoria e fantasia, non vita per me, eppur movimento”. Il primo dialogo con la madre ha il sapore di una scarnificazione tesa a recuperare il passato nel presente. Ad ogni domanda stupefatta di Silvestro, il suo ricordo, dopo aver preso forma nel passato, si fa, con la risposta confermativa della madre, presente, “ossia due volte reale”, a ritrovare, cioè, nel presente la stessa immagine, le stesse azioni e le stesse parole del passato. Una specie di eternità affidata alla memoria e ai sortilegi del tempo, come succede quando nei ricordi della madre, che si chiama Concezione, si sovrappongono e si mescolano, unificandosi, il marito e il padre di lei, e nella memoria di Silvestro il nonno e il Gran Lombardo conosciuto in treno. Il significato di questo fondamentale dialogo sta proprio qui, nell’indicibile sortilegio che è racchiuso nell’eterno tempo della nostra esistenza, e poco vale annotare l’improbabilità di alcuni scambi tra Silvestro e la madre, giacché sono, pur essi, collocati in una dimensione “quarta” che non ha più una funzione meramente narrativa, bensì quella ben più rilevante di trasformare le parole in strumenti di indagine e di conoscenza. La stessa madre ne esce come sorgente trasfigurata, quando, nel bellissimo capitolo XVIII, essa assurge ad una femminilità universale e l’incontro con il figlio va ormai configurandosi in una epifania nella quale si concentrano e si compendiano il valore e il significato del viaggio. Si noti, infatti, il minimo spazio in cui riescono a muoversi gli ampi simboli del romanzo. Siamo stati su di un treno, su di un traghetto, su di una corriera, ed infine in questa povera casa sperduta sui monti, e tutto, gli incontri avuti, il paesaggio, le parole scambiate, sono povere e minime cose, che la scrittura innalza dopo averne cesellato gli umori, fissati nella nostra umanità da sempre.

Una Sicilia, dunque, traslata nella memoria in una metafora che la rende meno sanguigna di quella che poteva essere e eguale a molti altri luoghi del mondo (ma non meno vera, tuttavia), giacché abbiamo a che fare con un viaggio della mente, dentro la quale rivivono e si incontrano e si scontrano cose e idee che il tempo ha velato, proprio come sono velati (nascosti nell’ombra e addirittura “invisibili”) gli ambienti e le persone che Silvestro incontra nel giro che intraprende per le case buie con sua madre, che “ogni volta diceva il contrario della volta prima.”, e che si guadagna da vivere facendo iniezioni contro la malaria e la tisi, diffusissime in quegli anni di miseria. Una dichiarazione esplicita e significativa, la si ha in occasione del racconto che la madre rende al figlio del suo adulterio, e il protagonista dirà: “Io ora l’ascoltavo da un altro punto della terra”. Ma anche, poco più avanti, quando guarda ed è guardato da un ammalato: “Né io vidi il colore dei suoi occhi, vidi in essi soltanto il genere umano ch’essi erano.”

Chi abbia letto altri autori del Sud (Ignazio Silone, ad esempio), e soprattutto narratori siciliani, per non parlare di Verga, si rende conto che qui il contatto con la realtà è davvero mediato dalla memoria e dalla poesia del ricordo (e dalla poesia del silenzio, vorrei aggiungere, che si avverte incombente sempre, e fors’anche della solitudine), così che le donne che sotto un filo di luce “prendevano chiocciole una alla volta, succhiavano. Erano donne giovani e anziane, vestite di scuro, e quando avevano succhiato buttavano il guscio di nuovo nel secchio” fanno parte di una visione e di un tempo e di un luogo non più solo nostri. Lo stesso Silvestro, così esibito dalla madre nel suo giro tra le case del paese, in realtà è qualcosa di più che un figlio esibito; l’ansia e l’interesse coi quali tutti domandano di lui (“Lo sapevo che avresti portato tuo figlio!”) ne fa l’allegoria di un’aspettativa non ancora del tutto manifesta (assiste a tutte le iniezioni praticate dalla madre, anche quando si tratta di donne, le quali, dopo le prime resistenze, accettano la sua presenza: “Immagino che ne ha viste più appetitose di me”), ma che si attende di vedere presto tradotta in un miracolo. Anche talune forzature sulle donne (capitolo XXIII) e sulla terribile fame che grava presso le famiglie più sfortunate (capitolo XXVI) si devono ascrivere ad un processo traslativo sempre in movimento nella narrazione, che lo porterà ad affermare: “Uccidete un uomo; egli sarà più uomo.” ed anche: “Non è, la fame, tutto il dolore del mondo diventato fame?”.

La sofferenza è ciò che lo muove e lo colpisce, dunque, nel suo viaggio e ben presto risveglierà in lui l’immagine di una infanzia nella quale potrebbe stare racchiusa la felicità dell’uomo e si lamenterà del “perché davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre, per l’uomo.”, al punto che il viaggio comincia a delinearsi e a definirsi nella sconfortante delusione che l’uomo integro e vero lo si può, oggi, trovare soltanto dentro la più profonda e assoluta sofferenza. Le stesse velleità dell’arrotino Calogero e i sogni dell'”uomo” Ezechiele sfumano fuori del tempo in una rappresentazione che si appropria più del fiabesco che del reale (e c’è molto di Palazzeschi e del suo “Il codice di Perelà” in questo, la cui influenza – che non mi pare da nessun altro registrata – si accentua ancor di più nel corso dell’ultima parte del romanzo, pur mettendo in conto tutto il lavorio a cui Vittorini si sottopose nel 1941 per far superare alla sua storia i rigori della censura fascista); e nel momento in cui Silvestro non sale più con la madre per assistere ad altre iniezioni, si avverte che la simbologia finora incontrata subisce un’accelerazione improvvisa, e nell’attraversamento della strada che Silvestro fa attratto dall’aquilone, noi possiamo leggere il passaggio dentro una dimensione “quarta” assai più marcata e “conciliabolo di spiriti”; e la serie di incontri e di presenze (Calogero, Ezechiele, l'”omone” Porfirio, il “nano” Colombo, gli uomini immalinconiti che bevono e cantano seduti sulla panca, la discesa al cimitero e l’incontro con il fratello Liborio morto in guerra) a cui partecipa, proprio nella parte di mondo di là dalla strada, dà voce a quella disperata “non speranza” (“il sole non si era levato, non si sarebbe più levato”) che assilla sin dall’avvio il protagonista. A distanza di tanti anni (e pur considerato, come si è già detto, che taluni simboli nacquero per sfuggire alla censura fascista) questo è diventato oggi, a mio avviso, il percorso attuale e universale (non trovarsi mai più nella condizione di essere “uno che soffre per il dolore del mondo offeso.”) di una storia che si è andata allontanando sempre di più dal reale per avvicinarsi ad una scrittura composta di segni dentro cui può esserci, anzi c’è, una valenza liberatoria (“Cesari non scritti. Macbeth non scritti.”) che tocca a ciascuno di noi riconoscere e conquistare.

“Uomini e no”

Tra i tanti libri che sono stati ambientati durante la guerra partigiana, questo è uno dei più dirompenti ed originali. Lo raccomando, poiché, impregnato dall’esperienza della narrativa americana che Vittorini con altri stava facendo in quegli anni, è un testo che spicca per una volontà innovatrice che si trasmette ancora oggi al lettore, e che resta attuale. Lo stile essenziale, rastremato, illumina figure indelebili, come quella di Giulay, che fa la sua straordinaria comparsa nel capitolo LXXIII. Nei capitoli in corsivo, si trasforma in diafana, incantata e dolce la figura di Berta. Nel capitolo XXXVIII, Vittorini si domanda, stupito, da dove nasca il coraggio per affrontare la guerra partigiana in uomini semplici e buoni: “Questi uomini non avevano niente che li costringesse… Perché, se non erano terribili, uccidevano? Perché, se erano semplici, se erano pacifici, lottavano? Degna di nota nel capitolo L la scena dei soldati tedeschi che giocano mentre viene compilata la lista dei prigionieri da mandare alla fucilazione.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart