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VARIE: Vivere con l’acufene

14 maggio 2016

di Bartolomeo Di Monaco
Ringrazio Massimo Vinardi e l'”Associazione culturale Amici delle seimiglia” che hanno voluto pubblicare questo mio diario a puntate sulla loro rivista “La voce della Freddana”. L’ho pubblico ora qui affinché sia a disposizione di altri lettori. Nella Home, in alto, c’è la possibilità di scaricare il testo in pdf con un semplice clic.

A mia moglie, ai miei figli e ai miei nipoti

VIVERE CON L’ACUFENE

NOTA. Il racconto di questa mia esperienza diretta è rivolto in modo particolare a tutti coloro che, all’apparire dell’acufene, siano colti da una forma di sgomento, se non addirittura di panico, come accadde a me. Ci sono, per fortuna, altri che lo tollerano agevolmente sin dal suo insorgere. Sono i più fortunati, e possono anche non leggermi o leggere solo per curiosità. Quello che posso dire è che queste pagine mi sono costate molta fatica di natura psicologica, specie nei giorni in cui la malattia si manifestava nella sua forma più acuta e devastante. Lavorare con la scrittura (una specie di bisturi in questo caso) dentro il male accentuava in me paura e sgomento nonché il pensiero che forse sarei stato travolto da una patologia tanto mai subdola e cinica da apparire, ai credenti come me, generata addirittura dal demonio.

1 gennaio 2016 (anno bisestile e anno del Giubileo della Misericordia, aperto a Roma l’8 dicembre 2015 da Papa Francesco)

Crearsi subito una via d’uscita.

Fra qualche giorno, il 14 gennaio 2016, compirò 74 anni, e sicuramente mi attenderanno altre prove più impegnative di questa malattia che mi sta flagellando dai primi di dicembre.

Ho esitato a scriverne, ma poi ho pensato che forse mi avrebbe fatto bene, come accade quando con un ferro chirurgico si entri in una piaga e vi si estirpi il male.

In verità uno scrittore della mia terra, Vincenzo Pardini, mi suggerì di farlo, ma lasciai correre poiché temevo di finirne posseduto e ossessionato.

Ora invece, che un po’ di tempo è passato dai giorni peggiori, ho preso coraggio.

La prima volta che l’acufene fece la sua comparsa nella mia vita e iniziò a torturarmi fu 14 anni fa.

Non conoscendo la malattia, allorché essa esplose ne fui terrorizzato e dovetti ricorrere ad un medico che mi aiutò a guarire.

In verità, dall’acufene non si guarisce, se non in forza di un miracolo; però ci si può abituare a sopportarlo.

E così accadde a me, e ormai era perfino diventato un rumore amico che mi teneva addirittura compagnia quando ero solo, intento alle letture, o a scrivere o andavo a letto per dormire.

Ma improvvisamente, ai primi del dicembre 2015, per cause che non saprei dire (forse un abbassamento repentino della temperatura) il rumore si acuì in modo ostinato e continuo.

Quella sera andai a letto dicendo a mia moglie che mi pareva che l’acufene si fosse intensificato, ma presi sonno.

A metà notte, mi alzai per andare in bagno, e avvertii che il rumore era ancora forte come quando ero andato a dormire, ma tornai a coricarmi sperando di riprendere sonno.

Invece no. Il cervello andava, nell’orribile solitudine della notte, a concentrarsi sul rumore, senza che io riuscissi a distrarlo verso altri pensieri.

Chiamai a raccolta tutto il potere della mia fantasia e cominciai a figurarmi un po’ di tutto: le quiete distese del mare, il canto degli uccelli, i miei nipoti intenti alle risate e ai giochi, i miei figli, gli impegni che mi attendevano durante il nuovo giorno che stava per nascere.

Tutto inutile: il cervello si prendeva gioco di me e spazzava via gli sforzi della mia fantasia.

Come se un morbo maligno vi fosse penetrato e mostrasse di essere divenuto il dominatore assoluto, non solo della mia fantasia e dei miei sogni, ma di qualunque altro potere mi appartenesse.

Insomma, la mia vita si stava trasformando in una schiavitù sofferente, nei confronti di una specie di demone che intendeva disintegrarmi fino anche a condurmi alla disperazione e alla follia.

Soprattutto alla follia. Era questa la dannazione che più temevo.

Sono ricorso allo stesso medico di quattordici anni prima e ho iniziato la cura.

È da circa un mese che mi aiuto con vari tipi di medicine, tutte tese a ridurre la percezione del rumore e l’ansia.

Devo ammettere che più che di ansia in senso generale, si tratta più esattamente di paura, di panico.

Il giorno, in qualche modo, riesco a sopportare il rumore (un ronzio che muta continuamente suono), ma quando sta per giungere l’ora che devo andare a dormire mi comincia a possedere – fin quasi a tremarne – una sottile paura.

Temo il momento di entrare in camera e guardo con terrore il letto su cui dovrò giacere.

Mi infilo sotto le coperte (ho preso nel frattempo le medicine) e inizio la mia battaglia in aiuto del mio cervello. Il quale si ostina a concentrarsi sul rumore, mentre io chiamo a soccorrerlo la fantasia.

Una battaglia che spesso perdo.

Succede che a quel punto mi alzo e giro per la stanza cercando un po’ di sollievo andando in su e giù.

Ma la sofferenza è enorme.

La mente sembra diabolicamente trasformata e fattasi mia nemica, volersi divertire addirittura con me ispirandomi il timore che d’ora in poi tutte le mie notti saranno uguali: non solo faticherò a prendere sonno, ma ogni volta che mi alzerò per andare in bagno (alla mia età ci si alza almeno due o tre volte) il demone che vi si è insinuato sarà lì pronto ad iniziare la sua lotta contro di me e contro la mia fantasia.

E mi costringe a pensare che tutti i futuri giorni della mia vita (non solo, dunque, le notti) saranno per me battaglie continue ed estenuanti con esso.

Con il demone, cioè, che si è insinuato nella mia mente.

Ho cominciato a leggere di tutto sulla malattia dell’acufene.

Ho appreso che devo dimenticare la guarigione, poiché la scienza niente ha potuto al riguardo fino ad ora.

Si devono utilizzare strumenti succedanei.

Ho fatto varie prove. Intanto, un paio d’ore prima di andare a dormire assumo qualche goccia di un ansiolitico che combatte anche lo stato di panico, in modo che, quando si avvicina l’ora di coricarmi, possa trascorrere l’attesa con una relativa quiete.

Poi, arrivata l’ora di presentarmi davanti al mio letto di Procuste, assumo tre farmaci prescrittimi, finalizzati ad attutire la sensazione rumorosa, tra cui, di nuovo, alcune gocce di ansiolitico, nella speranza di prolungare il sonno il più possibile, fino a che dovrò alzarmi (causa ipertrofia prostatica) per andare in bagno. In virtù della buona dose assunta di ansiolitico (circa 15 gocce), di solito mi riaddormento abbastanza facilmente.

Ma succede che alcune volte non mi riaddormento. È una sensazione drammatica, che risolvo, e ciò anche quando mi accade all’inizio della nottata, avvalendomi di alcune musiche appropriate.

L’ho introdotte in un piccolo lettore che metto nella tasca del pigiama, collegato all’orecchio malato di acufene mediante un auricolare e l’ascolto di esse mi distrae dal ronzio e mi aiuta a prendere sonno.

Metto il volume della musica allo stesso livello di quello dell’acufene, con il risultato che tale miscellanea, pur non riuscendo a farmi percepire la musica introdotta nel lettore (al di là di qualche sporadico segnale) rende sopportabile l’acufene e facilita il sonno. Si ha sollievo anche applicando l’auricolare all’altro orecchio, quello sano.

Dunque, nei casi estremi, mi sono creato una via d’uscita: quella dell’utilizzo di questa musica, oltre all’aggiunta, ove occorresse, di ulteriori tre o quattro gocce di ansiolitico.

Il fatto di avere una via d’uscita è un aiuto psicologico di notevole rilievo.

Infatti, la dannazione dell’acufene, la sua insidia più subdola, è quella di indurci a credere di trovarci imbrigliati in una rumorosità permanente da cui non ci si può liberare.

È il pericolo che, se non adeguatamente combattuto, potrebbe far uscire di senno.

A questo rimedio appena descritto ho dovuto ricorrere stanotte, fine dell’anno vecchio e inizio del 2016.

Eppure non avevo straviziato, anzi, tutto il contrario.

Vicino alle 22 era venuto a trovarmi il mio figlio minore, Stefano, con la moglie Alina e la mia nipotina più piccola, Alessandra.

Abbiamo mangiato un piccola fetta di dolce, qualche nocciolina, qualche dattero, qualche noce.

Bevuto quasi niente.

In particolare, io sono stato controllatissimo, sapendo che ogni calar del sole, con l’inizio del crepuscolo, rappresenta per me l’avvio di una battaglia, o meglio ancora, di una sfida tra il demone che è entrato nella mia mente e il resto di me che ancora è integro.

Dopo meno di un’ora mia moglie ed io siamo rimasti di nuovo soli e siamo restati a vedere in Tv due bei documentari: uno su Galileo Galilei e l’altro sul re francese Luigi XV.

Quando è arrivato il momento di andarcene a dormire avevo la sensazione di non avvertire nemmeno l’acufene, tanto ero sereno.

Ho preso le medicine e mi sono messo a letto.

Di solito per qualche minuto sto supino con gli occhi chiusi, poi mi giro sul fianco destro, posizione nella quale ho l’impressione di patire una minore intensità dell’acufene (posizione che ho deciso di assumere d’ora in poi, in modo da sfruttare immediatamente il sopravvenire del sonno nella mia postura preferita).

Ho avuto anche la sensazione che, sia quando sto supino che quando sto sul fianco destro, se mi copro l’orecchio dell’acufene con il lenzuolo, il rumore si attutisca.

Ero, perciò, convinto di non avere problemi per prendere sonno.

Ma così non è stato.

Mi sono subito reso conto che ero per affrontare una nottata in cui il demone che era entrato nella mia mente aveva deciso di lanciarmi la sua solita infida e subdola sfida.

Che fare? Non ho perso tempo, questa volta, a combatterlo inutilmente con il ricorrere a sforzi, visioni, immaginazione o fantasia; ho assunto invece altre gocce di ansiolitico e sono andato a prendermi nel vicino cassetto il lettore e ho messo l’auricolare all’orecchio malato.

La musica, a quel livello medio a cui l’ho regolata, ha attutito il rumore e così ho potuto prendere sonno.

Quando durante la notte ho dovuto alzarmi per andare in bagno, al ritorno mi sono riaddormentato senza particolare sforzo.

Dunque: crearsi una via d’uscita è fondamentale poiché l’acufene si presenta quando meno te l’aspetti: è sadico e traditore.

Devo raccontarvi, a questo punto, il mio incontro con Santa Gemma Galgani, la stimmatizzata di Lucca, morta a 25 anni, l’11 aprile 1903.

Da qualche tempo vivevo un periodo molto inquieto della mia fede. Di fronte alle tante aberrazioni e malvagità del mondo, soprattutto quelle che riguardano i bambini, mi domandavo se Dio esistesse o fosse frutto della necessità dell’uomo di avere una divinità a cui ricorrere nei momenti del bisogno, o quando non sappia spiegarsi alcuni fenomeni che gli accadono sotto gli occhi.

Ne parlai con lo stesso scrittore lucchese, che mi onora della sua amicizia, e ben conosciuto dagli esperti di letteratura poiché egli è uno dei narratori italiani più dotati nel racconto.

Fu lui a indicarmi Santa Gemma.

Nel 2003 ricorreva il centenario della sua morte ed ebbe l’incarico di scrivere su di lei. Mi disse che, letto il materiale che gli fu messo a disposizione, ne fu conquistato.

Mi suggerì di recarmi al Santuario e di dotarmi di certi libri (alcuni scritti direttamente dalla Santa, giovane molto umile e senza studi se non quelli minimi elementari del tempo) e, se mi fosse stato possibile, di visitare anche le case che abitò, soprattutto due, quella dell’attuale via Santa Gemma (una volta chiamata via del Biscione), e quella di via del Crocifisso, ossia la Casa Giannini (la pia famiglia che l’ospitò negli ultimi anni della sua vita) che si affaccia proprio davanti alla chiesina della Rosa, dove si possono vedere anche le prime mura romane della città di Lucca, e dove si trova anche lo scranno su cui la Santa soleva sedersi a pregare.

Seguii il suo consiglio, visitai le due case, accompagnato da una guida molto partecipe, in entrambi i casi, della vita di Gemma, ed acquistai vari libri, che ancora sto leggendo.

Chiedevo in quel tempo a Dio un segno che mi confermasse la sua esistenza e non riuscivo a trovarlo.

Con mia moglie parlavamo molto di Dio e del perché certe sventure accadessero e accadano.

Ci domandavamo se Dio avesse creato l’uomo e poi, per nostra colpa, si fosse girato dall’altra parte, disconoscendoci.

Oppure se fosse solo una creazione posticcia e opportunistica dell’uomo.

Non so se le due cose siano legate tra loro, ma sta di fatto che l’acufene si acuì proprio dopo pochi giorni che avevo visitato la Santa e cominciato a leggere i suoi libri, tra cui la sua autobiografia, alla cui scrittura fu obbligata dal suo confessore, nota nel mondo perché fu rubata dal demonio e ritrovata solo dopo vari giorni, scoprendo che molte sue pagine erano rimaste macchiate dalle impronte di quello che Gemma stessa e il suo direttore spirituale Padre Germano – sepolto nello stesso santuario assieme a lei e al suo confessore monsignor Giovanni Volpi, vescovo ausiliare di Lucca – chiamano Chiappino, o anche fra Chiappino o suor Chiappino o “quella cosaccia”, e così via, ossia il diavolo ingannatore.

In questo periodo le letture degli scritti della Santa, cominciate prima del riacutizzarsi dell’acufene, fanno parte delle mie più importanti occupazioni della giornata.

Letture che consiglio a tutti, poiché le sofferenze patite da Gemma per amore di Gesù, del quale desiderava ardentemente rivivere sulla propria pelle la Passione (nelle lettere si firma spesso Gemma di Gesù e anche Gemma di Gesù solo), aiutano a sopportare le nostre.

Ci rendono positivi di fronte ai nostri mali, sia perché ci fanno capire che nel mondo ci sono tante persone che soffrono più di noi, sia perché ci danno la testimonianza di una giovane che non solo le ha patite, ma le domandava continuamente a Dio e a Gesù, poiché solo in questo modo si sentiva contenta della vita che le era stata donata.

Può darsi che nel corso di queste mie annotazioni, qualche volta riporti anche alcune frasi della Santa che mi hanno aiutato a riflettere e a sopportare il dolore e la continua sofferenza e a darmi la speranza altresì che sarei uscito vittorioso dalla sfida a cui mi trovavo di fronte.

Mi sono perfino convinto che la sofferenza – non sembri paradossale – ha un merito ulteriore, quello di scacciare dall’uomo che ne è preso la paura della morte.

Voglio forse dire che la morte diventa un sollievo? No, non è questo, o per lo meno non è solo questo.

Voglio dire invece che la morte si trasforma nella certezza che la nostra vita ha dato qualcosa di sé all’umanità.

La prima volta che sentii parlare dell’acufene fu intorno agli anni Settanta.

Ne era afflitto un amico che abitava a Viareggio. Avevamo pressappoco la stessa età, sulla trentina.

Mi parve una patologia bizzarra. Lui sosteneva di avvertire un fischio all’orecchio e nessuno di noi, accostandosi al suo padiglione auricolare, udiva niente.

Ci spiegò che era proprio così. Lui solo sentiva il rumore e nessuna apparecchiatura medica poteva individuarlo.

Qualche tempo dopo mi disse che il suo datore di lavoro, dopo accertamenti medici, lo aveva messo in pensione con il massimo di anzianità, nel rispetto della legge che, sulla base della certificazione appropriata, lo dichiarava invalido permanente ad ogni tipo di occupazione.

Non ho più saputo nulla di lui, ma l’episodio mi tornò in mente quattordici anni fa, quando anch’io fui colpito dalla stessa malattia e mi torna in mente ora che di nuovo devo tenerle testa.

Ho appreso che nel mondo sono milioni e milioni gli individui che patiscono l’acufene. Alcuni della mia età, e anche alcuni un po’ più giovani, mi dicono di riuscire a tollerarlo e che non hanno provveduto a curarsi.

Ne rimango stupito, sulla base della mia dolorosa esperienza e mi do comunque una risposta, che è questa: essi hanno una mente più elastica e meno puntigliosa di altre (ad esempio la mia), e riescono ad adattarsi immediatamente al rumore o ronzio.

Per chi non riesce ad adattarsi, invece, la strada è quella di resistere e pazientare,  ricorrendo a ogni tipo di opposizione e aiutandosi anche con medicinali e con suoni (come faccio io con la musica) fino a che il cervello non impari ad accettare come normali i nuovi rumori.

So che questo, ossia il risultato di un adattamento del cervello, dovrà per forza accadere, ed infatti a me accadde circa quattordici anni fa, e non ho motivo di dubitare che anche questa volta il cervello mi aiuterà, se trattato con dolcezza e amore, ossia dandogli la quiete e il tempo necessari.

Così, quando mi trovo in solitudine, anche di giorno, e soprattutto la notte, io ci parlo, con il mio cervello, e gli chiedo: Aiutami. Riconosci questo rumore, fallo diventare tuo, fallo diventare un rumore normale come tanti altri con i quali hai fatto dimestichezza sin dalla mia nascita.

Fa’ che io ami anche questa nuova voce, e affinché io possa riuscire ad amarla, amala e accettala prima tu.

Ascoltala, accarezzala: facendo in modo che d’ora in poi sarà per te come il canto di un uccello, come la voce di mia moglie, dei miei figli, dei miei nipoti, della pioggia, del vento, del fruscio degli alberi e delle foglie, come il calpestio dei miei passi, come il sussurro delle mie preghiere.

Chi soffre come me di questa malattia, sappia perciò che – sebbene appaia il contrario – il cervello è suo amico e sta lavorando per guarirlo.

Sono cattolico, un cattolico che stava smarrendo la strada – come ho già scritto – ma questa sofferenza mi ha portato a fare un’altra scoperta fondamentale.

Quando si soffre, la preghiera aiuta.

Santa Gemma ne è un fulgido e limpido esempio.

Non potete immaginare – a meno che non abbiate letto i suoi scritti – quanto questa giovane, morta di tisi, abbia sofferto sin dalla più giovane età.

Di lei è rimasta la memoria della sua sofferenza, ed anche della sua bellezza.

Raccontano che quando scendeva in strada per andare a pregare in chiesa la gente si voltasse a guardarla, i giovani soprattutto, al punto che lei si fece comprare un cappello con il quale riuscì a coprirsi buona parte del viso.

Vestiva di un abito scuro, quasi sempre quello, che ancora è conservato e mostrato al visitatore.

Contrariamente a quanto qualcuno possa pensare, non era monaca, nonostante avesse fatto di tutto per diventarlo.

Nelle sue lettere chiede continuamente al suo direttore spirituale, Padre Germano, di essere rinchiusa in convento.

Ma le fu sempre negato a cagione della sua salute. Avrebbe creato doglianze e problemi continui.

Vieppiù le fu rifiutato il convento allorché cominciarono a manifestarsi le sue estasi (parlava con Gesù, con il suo Angelo Custode e con altri Santi, in presenza spesso della signora Cecilia, appartenente alla famiglia Giannini che l’ospitava), e soprattutto cominciarono a comparire dalla sera di ogni giovedì fino al metà del successivo venerdì le stimmate.

Cecilia Giannini ne era spaventata e ne scriveva a Padre Germano, quando dalla testa, dai piedi, dalle mani, dalla bocca, perfino dagli occhi, le usciva tanto sangue.

Ma Gemma la confortava e le diceva di non spaventarsi poiché lei stava bene, sentendosi tutta unita a Gesù.

La preghiera, per chi è sofferente, fa di questi miracoli, compie di queste meraviglie.

Io vi sto ricorrendo, avendo avuto la fortuna di cominciare a leggere gli scritti di Santa Gemma prima del riacutizzarsi dell’acufene, e così ho potuto sperimentare che leggendo la Santa e immergendomi la sera nella preghiera, tutto ciò mi aiuta a sopportare.

E mi domando: Se Santa Gemma diceva di non patire a fronte di tanta sofferenza, perché non posso farlo anch’io? Non da solo, certo, ma ricorrendo al suo aiuto e all’aiuto, che non può mai mancare, della Madonna.

La Madonna è stata un essere umano, come me e come voi che mi leggete.

Essa è in grado di conoscere, capire e convertire ogni piccolo seme che causa la sofferenza.

Sa che cosa vuol dire patire e quanta disperazione il patire può arrecare soprattutto ai più deboli.

In una lettera scritta a Mons. Volpi nel marzo del 1900 Santa Gemma così scriveva: “Ieri sera pregai Confratel Gabriele, che ottenesse da Gesù la grazia di farmi lasciare stare il giorno dal diavolo; me l’ha subito ottenuto: quello del giorno me lo asserbi per la notte. Poi mi disse anche che mi trattenessi un po’ con la M. (= Madre) dei dolori perché, mi diceva, ‘essa è stata la madre più afflitta di tutte, gode tanto se trova qualche anima che la compatisca. Ha molte grazie da dare, e non sa a chi darle; non trova persona che gliele chieda, non trova nessuni cuori che la supplichino’.”.

La Madonna non rifiuta mai il suo aiuto, come non lo rifiuta Gesù, se gli si rivolge con umiltà e amore. E non lo rifiuta la Santa stimmatizzata lucchese che già in vita offerse quattro anni della sua esistenza affinché altre due persone potessero continuare a vivere.

2 gennaio 2016

I primi giorni lottare e resistere.

Finché non si è guariti, in presenza dell’acufene non ancora tollerato dal cervello, si deve stare come sotto una campana di vetro.

Guai ad avere qualche preoccupazione. Ieri sera, ad esempio, avevo guardato il film western “Frank & Jesse” del 1994, regia di Robert Boris.

Per un errore della casa produttrice del dvd non sono riuscito a togliere i sottotitoli in italiano, pur ascoltando in italiano i dialoghi.

Così mi sono messo a guardare il film fino a che i sottotitoli non hanno cominciato a darmi fastidio.

Ho provato a resistere, ma mi sono subito accorto che si stava alzando il livello dell’acufene, e allora non ho avuto tentennamenti, ho stoppato il film, ho tolto il dvd e sono sceso al piano terra a fare compagnia a mia moglie, che era occupata con il più piccolo dei miei nipoti, Alessandra, che sarebbe rimasta a dormire con noi.

Arrivate le 22 e trenta circa, forse anche un po’ di più, ho assunto cinque gocce di ansiolitico affinché mi lenissero la paura che sempre mi prende a quell’ora, quando, ossia, si avvicina il momento in cui vado a dormire, intorno alla mezzanotte.

Al momento di andare a dormire ho preso regolarmente la mia razione di medicine, comprese altre gocce di ansiolitico.

Come ho passato la notte? Bene, in più ho fatto la conoscenza di un aggeggio per bambini, grazie al fatto che la mia nipotina Alessandra dormiva con noi: sua mamma, Alina, sapendo che la notte ogni tanto si sveglia, ci ha lasciato un apparecchio, che si trova in commercio, il quale aiuta a riprendere sonno.

È un apparecchio semplice, ma ingegnoso; è dotato di vari pulsanti che mettono in movimento vari tipi di musica, selezionata esclusivamente in funzione del sonno.

C’è anche un pulsante che, se azionato, illumina sul soffitto immagini colorate (ad esempio pesci) che si muovono con una tranquilla lentezza.

La durata tanto della musica quanto delle immagini (pulsante, questo, facoltativo, ossia che si può anche non mettere in funzione) può essere anch’essa selezionata e parte da un minimo di 15 minuti.

Quando mia moglie ha messo l’apparecchio in movimento, ho sentito che faceva bene anche a me.

Le musiche erano rilassanti e allontanavano la mia attenzione dall’acufene. Però non è la strada della guarigione che preferisco.

Certamente, essa può rappresentare un’altra via di uscita, e fa comodo psicologicamente sapere che se ne può disporre, allo stesso modo che fa comodo psicologicamente sapere che abbiamo pronto qualche cd contenente musica per dormire o un piccolo lettore musicale da applicare con un auricolare all’orecchio per nascondere l’acufene.

La strada invece che di gran lunga preferisco, e forse anche la più difficile, è quella che già ho descritto, ossia abituare il cervello ai rumori variegati dell’acufene, in modo da assimilarli e farli propri, non più respingendoli come se fossero un nemico. Infatti il risultato che se ne ricava al termine di un tale percorso è una completa autonomia e indipendenza da qualsiasi accessorio, costretti come saremmo a portarcelo sempre con noi.

Se le porte della mente si apriranno ai rumori dell’acufene, se li faranno entrare come rumori riconosciuti e accettati, la battaglia è vinta, e l’acufene o non lo avvertiremo più (risultato massimo) o esso sarà solo un rumore che ci terrà compagnia, come ci tiene compagnia la musica quando l’ascoltiamo.

Un rumore fastidioso, insomma, che, grazie alla collaborazione amica del cervello, si trasformerà in una nuova musica.

Ricordate quella dodecafonica?

Quando apparve la prima volta molti non riuscivano a sopportarla, diversa com’era da quella classica.

Poi è divenuta anch’essa musica classica e i suoi estimatori si sono moltiplicati.

Si può dire che, quando avvertiamo, soprattutto nei momenti di silenzio, l’acufene, dobbiamo sforzarci di pensare sempre in positivo, ossia che positivo è ciò che sta accadendo.

Che cosa significa?

Significa che dobbiamo pensare che in quei momenti per noi dolorosi l’acufene sta inviando i suoi segnali nuovi e distorti al nostro cervello il quale, a difesa, sta mettendo a punto la sua elaborazione per accettarli come suoni appartenenti al nostro corpo, quindi suoni che egli dovrà quanto prima conoscere, educare e proteggere.

3 gennaio 2016

Presto s’innesta un processo positivo.

Non vi nascondo che i primi giorni di dicembre sono stati durissimi.

Il rumore sconosciuto al cervello crea immediatamente una situazione di panico, soprattutto – come spesso accade – se esso si manifesta di notte.

La scienza medica non riesce ancora, nonostante gli studi, ad individuarne la causa specifica e quindi non sa come porvi rimedio per sconfiggerlo.

Ci si alza repentinamente dal letto (se accade quando siamo a dormire) e ci si mette le mani sul viso come quando si fa un gesto disperato.

Si comincia a camminare in su è giù per la stanza sperando che un qualche ignoto movimento scacci il rumore.

Se abbiamo accanto una persona, essa ci diventa psicologicamente una risorsa a cui appigliarsi.

Ci si dispera ed essa ci ascolta (magari spaventata), ma il fatto che ci ascolti è sufficiente a farci capire che non siamo soli.

Se, al contrario, siamo soli, allora vi do questo consiglio, mettete subito della musica in circolazione nella stanza.

Essa vi nasconderà il rumore sconosciuto e vi aiuterà a prendere sonno.

Quando vi sveglierete, sia che abbiate avuto compagnia, sia che siate rimasti soli, attraverserete dei momenti di paura, fino quasi a tremare; avvertirete che siete vicini a farlo, a battere i denti, ma tutto ciò non accadrà.

Se necessario, ricorrete subito ad un ansiolitico: vi calmerà e insinuerà in voi il convincimento che state facendo la conoscenza con un suono nuovo che nasce dentro di voi, ma che in qualche modo – dopo il primo momento di paura – potete controllare.

Comincia ad innestarsi, così, un processo positivo che vi condurrà a poco a poco a scoprire che il cervello ha sì avuto paura di questo rumore, ma ora lo sta studiando per trasformarlo in uno dei tanti suoni familiari che nascono intorno a voi e anche dentro di voi.

Non è escluso che durante i primi passi di questo percorso vi prendano all’improvviso, del tutto inattesi, dei momenti di sconforto.

Sono sempre passeggeri. Basta resistere quel poco tempo in cui compaiono, e poi il percorso positivo riprende il suo movimento.

In questi giorni ho appreso una notizia meravigliosa.

Alcuni ricercatori hanno scoperto la causa di una malattia devastante, come la SLA, che inesorabilmente paralizza a poco a poco il corpo umano.

La scoperta dovrebbe aiutare – così hanno scritto – a combattere e a vincere anche l’Alzheimer e il morbo di Parkinson, malattie, pure queste, umilianti e devastanti.

Spero che qualche gruppo di ricercatori stia per arrivare ad un risultato analogo a riguardo dell’acufene.

La scoperta di una cura che lo sconfigga del tutto sarebbe una delle più clamorose del secolo.

Sono un centinaio di milioni gli individui che ne sono afflitti e – come ho già scritto – alcuni riescono a sopportare senza troppi accorgimenti; altri, al contrario, ne soffrono fino a contrarne una vera e propria invalidità, così come accadde a quel mio conoscente viareggino, di cui continuo a ricordare – a distanza di così tanti anni – il volto e il nome.

Questo tempo verrà, ne sono certo.

Intanto, possiamo, oltre che attenderlo con fiducia, ricorrere all’amore e alla fede che nutriamo verso noi stessi e alla certezza che il cervello non è nostro nemico, bensì un amico carissimo.

Una precauzione da prendere, in aggiunta a questi pensieri positivi, è quella – l’ho già scritto – di vivere come sotto una campana di vetro.

Che significa? Significa che si devono evitare tutte quelle situazioni di preoccupazione e di nervosismo che s’innestano o già si sono innestate nella nostra vita.

Meglio semplificare e rendere più umile la nostra esistenza, piuttosto che ostinarsi a vivere in modo complesso e complicato.

Se ci sono pendenze aperte, chiudiamole o abbandoniamole.

Se ne abbiamo la possibilità, adoperiamoci di vivere in armonia con i nostri cari e in loro presenza. Anche guardare insieme la Tv è una medicina che facilita il percorso positivo. Soprattutto la sera quando andiamo incontro alle ben più temibili ore della notte.

Andare a dormire avvolti da una atmosfera di serenità ci aiuta a prendere sonno.

Nel sonno l’acufene diventa buono: non ci assilla e ci concede una piacevole tregua.

Nonostante quanto abbia appena finito di scrivere, purtroppo stanotte ho subìto una piccola sconfitta, e mi sto dicendo che non devo prendermela.

In fin dei conti è appena un mese che ho iniziato la cura farmacologica e non posso pretendere la guarigione.

Gli ostacoli, che magari si riducono di numero e si depotenziano, ancora ci sono e si presentano quando meno te l’aspetti.

Sono andato a dormire tranquillo.

Da poco trascorse le 22,30, avevo assunto cinque gocce di ansiolitico affinché mi aiutassero a sconfiggere la paura della notte, che – come ho già scritto – a quell’ora comincia a farsi sentire, con percezioni di piccola intensità, brevi, fulminee.

Subito mi sono quietato.

Sono sceso al piano di sotto per stare un po’ alla Tv con mia moglie, ma l’ho trovata che stava preparandosi per la notte.

Così l’ho attesa e insieme siamo saliti al piano di sopra dove si trova la nostra camera, ho preso le altre medicine, e ci siamo coricati.

Mi sono subito sdraiato sul lato destro, coprendo, come ormai è mia abitudine, l’orecchio sinistro, quello dell’acufene, con il lenzuolo.

Ho chiesto a mia moglie di starmi vicino (la sua presenza mi irrora un po’ di tranquillità) e così non ho faticato ad addormentarmi.

Verso le tre e mezzo del mattino sono andato in bagno e al ritorno non ho avuto problemi a riaddormentarmi.

Alle sei, passate da poco, son dovuto tornare in bagno. Ricordo che stavo sognando. Un mio cugino era avvocato (in realtà nella sua vita reale ha fatto il professore di scuola) e diceva al suo cliente che, avendo perso la causa in primo grado, era inutile ricorrere in appello, poiché sarebbero state riconfermate le motivazioni della prima condanna.

Si trattava di una questione al limite dell’irrazionale e del ridicolo: il cliente di mio cugino aveva acquistato una proprietà terriera, i cui venditori erano molti (forse gli eredi del defunto proprietario) e, dopo qualche anno, si era scoperto, su denuncia di uno degli eredi, che nel contratto mancava la sua firma e dunque egli reclamava di non aver venduto la sua parte, della quale richiedeva la restituzione.

È a questo punto che mi sono alzato per andare in bagno.

Al ritorno mi sono di nuovo sdraiato sul fianco destro, ho percepito l’arrivo del sonno, ero contento, ma mi sono accorto che il tocco magico con cui questo sovrano della notte entra in noi e ci regala l’oblio e la pace non arrivava.

Ho provato a ritornare al sogno che avevo lasciato.

Mi sono immaginato le insistenze del cliente affinché mio cugino cambiasse opinione e decidesse di accettare il ricorso in appello, mi sono adagiato nel sogno vagheggiando che tutto si svolgesse in un mondo fatato, come su di una nuvola bianca e soffice dove i toni della conversazione avevano suoni quieti e quasi musicali.

Ma niente; il tocco della bacchetta magica non arrivava nemmeno a sfiorarmi.

Allora ho deciso di non insistere più, poiché ciò sarebbe stato controproducente e avrebbe sottoposto la mia mente ad uno sforzo negativo, deleterio per me.

Mi sono alzato, ho aperto il cassetto del comodino, ho preso il piccolo lettore musicale e mi sono applicato all’orecchio malato l’auricolare per ascoltare quella musica che ero riuscito a fatica a mettere insieme (una vera e propria compilation, preziosa per me più di una montagna d’oro), con la quale – per una sorte di miracolo – riesco a coprire l’acufene e a dare ristoro alla mente. Nel giro di pochi minuti mi sono addormentato.

Svegliatomi al mattino, dopo qualche ora di sonno in più, mi sono sentito addosso un po’ di malinconia a causa della piccola sconfitta patita.

È il prezzo che ogni tanto dovrò pagare, me ne farò una ragione.

Dovrò abituarmi a convivere con momentanee sconfitte.

Dovrò mettere in atto una speciale resilienza, ossia una speciale capacità di affrontare in maniera positiva gli eventi drammatici che mi procura l’acufene, e riorganizzare la mia vita adattandola quanto meglio sarà possibile alle nuove difficoltà.

Rendendomi conto, ad esempio, che è inevitabile che il cervello, continuamente impegnato a lottare contro il mio nemico (e avrà – ne sono certo – la meglio), qualche volta riceva il pugno del rivale in pieno viso. Succedeva e succede ancora oggi ai migliori campioni di pugilato.

Quante volte accadeva a Cassius Clay! Ma alla fine del combattimento, a vincere era sempre lui.

Aiutare il cervello nel suo lavoro contro l’acufene.

 

Il cervello ci è amico ma lo si deve anche aiutare.

Immaginate che il cervello sia come una fortezza assediata dall’acufene nei suoi molteplici suoni, i quali, come tanti soldati, sono muniti di scale e torri di guerra predisposte per assaltare le sue alte e possenti mura. Il cervello ha disposto lungo tutto il percorso del suo camminamento molti combattenti schierati a difendere le sue mura e a combattere e morire. Il cervello al suo interno non ha traditori. I nemici vengono sempre da fuori.

Immaginate, ora, che sia in corso l’assalto nemico, come sta accadendo a me, e i militi spronati dall’acufene all’attacco senza risparmio di energie stiano ormai sotto le mura e agiscano avvalendosi delle alte torri di guerra e delle lunghe scale con le quali sono per scavalcare le mura, immaginate questo e immaginate anche che ad un tratto si senta suonare la tromba della carica di una cavalleria che già si vede profilarsi all’orizzonte e che corre in soccorso dell’assediato, sorprende il nemico, ormai certo della vittoria, e lo costringe alla fuga. Il cervello ne trae sollievo nonché il convincimento di una propria invulnerabilità difficile da penetrare. Tutte le sue forze rinvigoriscono  e si centuplicano, mentre quelle del nemico sciamano e si infiacchiscono, colpite dal sentore amaro della sconfitta. Ebbene, ho pensato, è nei momenti di crisi come quelli che mi attanagliano con il sopraggiungere della sera e infine della notte, che io devo sforzarmi ogni volta di trovare il modo di organizzare una cavalleria soccorritrice che le somigli. Già faccio qualcosa di simile quando metto la musica miracolosa del mio lettore. Però, attenzione, utilizzo uno strumento ausiliario. Allora mi sono domandato: C’è un modo di arrivare allo stesso risultato facendone a meno? Un modo c’è, mi sono risposto, ed è quello di abituare il cervello a credere che ciò che sta ascoltando, ossia i ronzii dell’acufene, sono i suoni del mio lettore. Ossia convincerlo che il mio acufene è la cavalleria che viene in suo soccorso. Lo sto ingannando? Sì e no. Ma mi convinco di no poiché, in realtà, lo sto aiutando con il rendere meno ispida e più rassicurante la lotta che il cervello sta conducendo per difendermi. Il cervello, ossia, interpreterà quei suoni come gli squilli della tromba che annuncia l’arrivo della cavalleria soccorritrice. So, tuttavia, che non sarà un’impresa facile. E soprattutto che occorrerà molto tempo.

Oggi ho avuto a pranzo alcuni familiari. Siamo stati bene. La loro compagnia e il loro affetto entravano in me come un medicamento lenitivo. Si sono trattenuti alcune ore. Attualmente mia moglie ed io siamo soli. La sera sta calando e so che comincia per me il periodo più temibile della giornata. Sono solo, al piano di sopra e sto scrivendo queste righe. Ora lascerò per scendere al piano di sotto e stare accanto a mia moglie. Guarderemo qualche documentario di storia o di arte, che tanto piacciono a lei. Stare insieme, avere una persona accanto che so che mi ama, mi aiuta molto. Poi arriverà la lunga notte, e resterò solo a combattere contro gli assalti del mio nemico. Prima di coricarmi, mi aiuto con la preghiera. Avevo perso l’abitudine di pregare. La mia fede si stava estinguendo. Ora sta riprendendo la forza di un tempo, soprattutto di quando ero giovane. Come era solito fare Santa Gemma, invoco l’aiuto del mio Angelo Custode, poi quello della Madonna e della stessa Santa lucchese. Chiedo loro di intercedere presso Gesù e presso Dio affinché mi guariscano. Mentre prego, a volte mi turba il pensiero di essere un egoista. Ci sono tanti che soffrono più di me e avrebbero loro sì la necessità di essere soccorsi e guariti. Se è vero che la sofferenza scaccia da noi la paura della morte, la quale prende le sembianze di una agognata liberatrice, è anche vero che la sofferenza ci rende egoisti. Si pensa a guarire dai nostri piccoli mali e non si pensa affatto a chi sta soffrendo molto più di noi. Leggendo gli scritti di Santa Gemma mi sono reso conto, attraverso le sue inenarrabili pene, di quanto un essere umano possa arrivare a soffrire. Eppure Santa Gemma alla domanda di Gesù: Vuoi soffrire ancora? rispondeva sempre che voleva soffrire di più per vivere interamente la Passione di Nostro Signore.

Se qualcuno mi dicesse che questa mia riscoperta della Fede è una specie di atto vile o di superstizione nei confronti della vita, non saprei che rispondere. Potrebbe anche consistere, il mio presunto atto vile, nel fatto che ricorro alla divinità alla stessa maniera degli antichi quando non sapevano darsi certe risposte o trovare le soluzioni ai fenomeni che accadevano intorno a loro. Posso dare, però, questa risposta certa: la preghiera mi è ora indispensabile e l’esistenza di Dio, della Madonna e dei Santi si è attorcigliata intorno alla mia persona come i rami di una pianta che ha posto le sue radici nella mia anima.

Aiutami, Signore, a guarire.

4 gennaio 2016

Una bella notizia. Ho passato una serata e una nottata senza guai. Non so se siano, questi, segnali di un percorso di guarigione che si sta avviando. Può anche essere che lo scriverne qui, in questa specie di confessione in certo qual modo privata e insieme pubblica, stia rivelandosi una ulteriore medicina che si è alleata a me per aiutarmi a vincere la sfida. Ho una novità da segnalare. Ieri sera, visto che a pranzo avevo mangiato abbastanza (sono sempre stato di buon appetito, salvo però in questi ultimi mesi, in verità), decisi di non cenare, ma, per fare compagnia a mia moglie, bevvi una camomilla, restando un po’ a chiacchierare con lei. Andato davanti al televisore per vedermi un film, non avvertii alcun segnale di paura o di malinconia, che sempre precede l’arrivo di uno stato di panico, anche quando quest’ultimo non si è ancora deciso a dispiegarsi del tutto. Pur trovandomi in stato di tranquillità, intorno alle 22,30, assunsi, come faccio da qualche giorno, cinque o sei gocce di ansiolitico. La tranquillità si mantenne e non apparve nessun segno di paura a mano a mano che si avvicinava l’ora di andare a letto. Finito di vedere il mio film, sono sceso al piano terra e mi sono seduto sulla poltrona accanto a mia moglie e insieme abbiamo guardato un documentario sulla storia della schiavitù (un quadro piuttosto terrificante di ingiustizie e crudeltà). Giunta la mezzanotte ci siamo decisi a salire al piano di sopra per andare a letto. Sono passato dal bagno, ho assunto le mie solite medicine, tra le quali, ovviamente, altre dieci gocce di ansiolitico, e ci siamo coricati. Io sul solito fianco destro. Ho combattuto un po’ prima di addormentarmi, ma non molto. Una curiosità:  mi si presentavano alla mente le immagini che avevo evocato ieri a riguardo del cervello che ha intorno a sé, a proteggerlo, le alte mura di una fortificazione ed è assalito dai nemici. Ho associato, allora, queste immagini ai vari film di cui dispongo nella mia videoteca, che rievocano avvenimenti storici come quelli, ad esempio, vissuti da Fort Alamo, o da Fort Apache, in cui per la verità i due fortilizi caddero in mano al nemico, ma ciò non contava nel mio dormiveglia. Contavano invece le immagini del nemico che cercava di entrare e dell’assediato che si batteva strenuamente per resistere. La resistenza dell’assedio è stato il fattore determinante che ha prevalso nel mio dormiveglia e così il sonno è venuto da me, ha battuto il colpetto della sua bacchetta magica e io sono finito nel suo mondo rassicurante e ristoratore. Fino alle sei e un quarto circa del mattino. Un record. Sono andato in bagno, sono tornato a coricarmi, e senza alcun sforzo ho ripreso a dormire. Quando mi sono svegliato per alzarmi, ho detto a mia moglie che avevo trascorso una nottata simile a quelle che trascorrevo prima della malattia, facendola contenta. Lo merita, visto che la mia malattia in molti modi la colpisce e rattrista. L’ho perfino baciata e accarezzata, ringraziandola di quanto sta facendo per me. La sua comprensione e la sua compagnia sono medicine molto importanti, al pari di quelle che mi ha prescritto il medico. Mi recherò presto per un controllo da lui, insieme con mia moglie e mia figlia maggiore, Elena (che è farmacista), alla quale devo molto per la sua assistenza. Ma devo molto  anche all’altra figlia Claudia, che non manca mai di farmi avere a casa mia i suoi due figli Fabio e Sara, che tanto leniscono la mia pena con la loro vivacità e la loro allegria, e tanto devo a mio figlio Stefano, che è medico anestesista, e a sua moglie Alina, che vengono spesso a trovarci, lasciandoci molte volte la loro figlia Alessandra, dell’età di poco meno di due anni, che è pure lei vivace simpaticissima. Quasi tutti i giorni ho a pranzo, oltre a Elena, il mio nipote più grande, Lorenzo, di sedici anni e mezzo, della cui compagnia sentirei molto la mancanza, essendomi abituato ad averlo accanto a me seduto alla tavola, e con il quale parlo di cose da grandi, al contrario di ciò che posso fare con gli altri tre nipoti.

Che cosa mi aspetto, dopo una notte così bella? Tremo nel timore che non si ripeta. Non mi aspettavo l’arrivo di un tale timore. Ma ci si deve fare i conti; fa parte della malattia e forse dello stesso processo di guarigione. Quindi metto in conto di avere altre ricadute, altre battaglie, altre sfide da affrontare con il mio nemico. Però credo di avere acquisito un vantaggio nei suoi confronti, quello di sapere, non solo che posso vincerlo (poiché il mio cervello lo vincerà definitivamente), ma che, almeno una volta, l’ho già vinto. Non potete immaginare che cosa ciò significhi per un malato che è rimasto traumatizzato dall’acufene. È con questo spirito nuovo – con la consapevolezza, cioè, di avere, nel mio sacco di regali che mi sono messo sulle spalle, un nuovo talismano da far fruttare a mio favore – che guarderò in faccia il mio nemico e gli cercherò sul volto le rughe della sua delusione.

Amore è anche sentire che si ha bisogno l’uno dell’altro.

Le malattie da panico, quale è il panico prodotto dall’acufene, accrescono l’amore nei confronti di chi ci è vicino. L’amore ha tanti volti, tutti radiosi e luccicanti. Cercare di definire l’amore è come cercare di definire Dio. Non si arriverebbe mai alla fine. Mancherebbe sempre qualcosa. Sento di volere ancora più bene a mia moglie e ai miei familiari per la loro vicinanza che mi dà conforto e calore. Mia moglie soprattutto, che vive le ore della sua giornata accanto a me. È vero che ha intorno i cari nipoti, e questo è un bene che allevia la sua giornata, ma è anche vero che quando i nipoti se ne vanno restiamo soltanto lei ed io. Se ci si sente compresi nel momento del bisogno, se ci si sente aiutati, tutto ciò vale più di un bacio e di un abbraccio. È una partecipazione la cui intensità è difficilmente misurabile. Tale pensiero mi fa immaginare l’immensità. Gli spazi infiniti del cielo. Oltre l’azzurro a cui l’occhio può arrivare. Una piacevole sensazione che ci mischia con esso, che ci fa viaggiare – in questo caso me con mia moglie -, laddove la comune leggerezza, la comune lievità, sono più dolci della stessa atmosfera – o qualunque altra cosa essa sia – che ci avvolge.

5 gennaio 2016

 

La fantasia aiuta

Non solo la fantasia aiuta, ma anche la scrittura, poiché riuscire a fermare l’immagine o la scena creata dalla fantasia offre l’occasione di preservarla integralmente, assai più di un affresco che con il tempo perde la vividezza dei suoi colori.

Mi sta accadendo che pure stanotte sono riuscito ad addormentarmi facilmente accompagnandomi con le immagini e i movimenti creati dalla mia fantasia. Ricordate? Si tratta della fortezza assediata dai nemici, con l’arrivo salvifico della cavalleria, annunciata da squilli di tromba. Da questa scena, in modo insospettatamente autonomo, la mia mente è passata ad un’altra scena che ho già descritto, quella in cui mia moglie ed io, tenendoci per mano, voliamo nello spazio infinito, in una situazione di solitudine gioiosa e serena. Il tenerci per mano è il punto di arrivo della scena creata da Michelangelo nella celebre Cappella Sistina, ove, tra i tanti affreschi, vi è quello superbo di Dio che sta per toccare con il suo dito proteso il corpo dell’uomo per insufflargli la vita.

Come mai queste immagini mi appaiono e mi stanno aiutando? Forse che il cervello ha tra le sue difese più pugnaci proprio quella che apparirebbe come la più delicata e fragile, ossia la fantasia, ovvero una specie di quella Venere uscita dal mare eternata dal Botticelli?

Un aiuto significativo, comunque, viene sempre dalla farmacologia e dunque dai medicinali che assumo pochi minuti prima di coricarmi. Infatti, è importante che il cervello sia avvolto dalle spire del sonno quanto prima, ossia che il sonno cominci a fasciarlo, e forse anche a stordirlo, non appena ci si corichi. Il farmaco riduce i tempi della contesa e aiuta la fantasia, facilitata dall’ammorbidimento della ragione, ad uscire dal suo nido e a manifestarsi in tutte le sue meraviglie, come accade ad un pennello nelle mani di un eccellente artista.

Ormai con lo scendere della sera mi sono abituato a predisporre le mie difese in modo da facilitare ogni tentativo che il cervello pone in atto per aiutarmi a vincere contro l’acufene. Da qualche giorno non ceno più con una minestrina in brodo. L’ho sostituita con un infuso di erbe e di fiori, più spesso con una camomilla. L’infuso dà il via all’operazione difesa della notte, preparandomi a quella calma che spiana la strada al sonno. Non so per quanto tempo dovrò portare avanti questa tattica guerriera, che già mi sta gratificando di risultati benefici e inaspettati. Forse sarà lo stesso cervello a darmi il segnale che ormai d’ora in poi esso potrà fare tutto da solo e non avrà più bisogno del mio aiuto. Mi dirà che ha assimilato il rumore e lo ha trasformato in un suono familiare verso il quale non ha più bisogno di mostrarsi sospettoso o addirittura infuriato. Mi dirà che esso non è più un intruso dal quale devo essere difeso, bensì un nuovo compagno. Ma anche se ciò non accadesse e avessi bisogno di celebrare questa specie di sacro rituale per il resto della mia vita, composto da precauzioni, attenzioni e medicine, lo farò, se il risultato continuerà a darmi sollievo come è accaduto in questi giorni. Non dimentico mai, inoltre, di chiedere aiuto a Gesù, alla Madonna e a Santa Gemma sia quando mi corico la sera, sia quando mi alzo al mattino, momento in cui sempre li ringrazio per avermi fatto trascorrere una buona nottata. Devo confessare che quando mi alzo al mattino avverto, non so per quale ragione, una punta di malinconia, appena appena, proprio come una puntura di spillo. Si ripete di quando in quando nel corso della prima ora. L’ho già scritto: sto vivendo sotto una campana di vetro o, se preferite, avvolto in un batuffolo di cotone. Avverto di non essere ancora l’uomo integro qual ero prima dell’inasprirsi dell’acufene, che ero riuscito a dominare per almeno quattordici anni.

Ma all’incontrario di quel tempo, quando non lo conoscevo, e ne fui per alcune settimane tramortito, ora ne ho voluto scrivere, non solo per offrire la mia esperienza a quanti si trovassero a vivere lo stesso mio trauma, ma anche come utilità a me stesso, nel caso dovessi avere una terza, e perché no?, una quarta ricaduta (sono anziano e penso che una quinta non mi capiterà, a Dio piacendo). Rileggendo queste pagine, saprò subito il percorso da intraprendere e non mi farò cogliere dalla paura. Per prima cosa, correrò subito ai ripari immediati che ho descritto all’inizio, i cui strumenti sono come pepite d’oro che conserverò gelosamente.

Ancora devo vincere un po’ di paura che ogni tanto mi prende, anche quando ho iniziato al tramonto il mio rituale con le medicine. Al momento uso il metodo di pensare che il rituale proseguirà con il farmaco successivo, e poi con gli ultimi che mi aiuteranno a prendere sonno. Spesso, grazie a questo metodo, la paura se ne va in tutta fretta e mi lascia in pace.

Ieri sera, mia moglie ed io abbiamo guardato in Tv il documentario sugli albori della civiltà. Sono rimasto affascinato dal fatto che ben millequattrocento anni prima di Omero fu scritto il primo poema di cui l’uomo è venuto a conoscenza, il poema di Gilgameš. Vedere le immagini delle tavolette d’argilla ritrovate con sopra impressa una scrittura cuneiforme così complicata, e pensare a come l’uomo abbia sempre ricercato il modo di comunicare con gli altri, esalta questo fenomeno ancora tutto da studiare che è la creazione universale, in cui l’uomo rappresenta solo una minutissima particella. La nostra civiltà è nata nella Mesopotamia e dintorni, aiutata dallo scorrere di due fiumi che dovrebbero essere oggetto di continuo pellegrinaggio, il Tigri e l’Eufrate. È là che Occidente e Oriente hanno le loro più importanti radici.

Sono passate da poco le 23. Ho appena finito di vedere un film western con Randolph Scott, un attore dei primi anni Cinquanta del secolo scorso, “La banda dei dieci”,  del 1954, regia di Bruce Humberstone. Ora scendo al piano terra dove mia moglie sta guardando la Tv. Mi siederò accanto a lei in attesa di fare mezzanotte, poi andremo a dormire. Stare vicino a mia moglie e guardare con lei la Tv in quest’ultima ora che ho ancora a disposizione prima di inoltrarmi nella notte, mi rasserena, mi dà un po’ sicurezza in più.

6 gennaio 2016 (giorno dell’Epifania)

Stanotte è andata così e così. Ieri sera avevo nella mia faretra alcune frecce in più da scagliare contro il nemico. A casa di mio figlio Stefano, intorno alle 19,45 ho assistito all’arrivo della Befana che recava doni alla mia nipotina Alessandra, che compirà due anni il prossimo febbraio. Di Befane, ne sono arrivate due, una delle quali con un naso lungo e curvilineo che le arrivava fin sotto il mento. Alessandra, prima si è messa a correre loro incontro, poi quando si è accorta della loro bruttezza ha fatto qualche passo indietro e ha cominciato a piangere. Non per molto però. Appena ha visto che deponevano sul pavimento tanti regali per lei, è tornata ad avvicinarsi, e se proprio non rideva, si vedeva che era contenta.

Ma stanotte, ad una delle mie levate per andare in bagno, ho iniziato a faticare per riprendere sonno. Potevo alzarmi per assumere qualche goccia di ansiolitico, ma non ho voluto farlo. Avvertivo che stavo per giungere al momento del panico, ma testardamente ho cercato di resistere, ho cercato di non farmi avvolgere da esso, nella cui spirale mi sarei perduto. Mi sono detto che quella prova era tempo che dovevo sostenerla, e ce l’ho fatta, grazie a Dio.

Per la verità, mi ero addormentato bene: con la scena di quella specie di Fort Alamo che è diventato il mio cervello, e la folta schiera di nemici che l’acufene aveva lanciato all’assalto con scale e torri. Ma la cavalleria non veniva in mio soccorso. Neppure è comparsa la scena in cui mia moglie ed io voliamo, tenendoci per mano, negli spazi siderali. Al suo posto è comparso davanti a me un essere con fattezze umane, ma come fosse fatto di vapore bianco, o di nebbia. Mi guardava stando immobile, ed anch’io lo guardavo. Non ci siamo detti niente, ma avvertivo che era venuto per aiutarmi a prendere sonno. Ho già scritto che tutte le sere prego anche il mio Angelo Custode. La Chiesa cattolica ci insegna che ciascuno di noi, credente o non credente, ne ha uno che Dio gli ha messo a disposizione, pronto ad aiutarlo. Santa Gemma scrive spesso dei colloqui che ha con il suo Angelo Custode: “Mi dice tante volte l’Angelo, il Giovedì sera poco prima di patire, che per mezzo dei patimenti posso divenire simile a Gesù, dimostrargli il mio amore e assicurarmi quello di Gesù.” (lettera a Padre Germano del 23 febbraio 1901). È noto che, iniziata la corrispondenza epistolare con Padre Germano, ad un certo punto gli scrive di non sapere come fare a sostenere la spesa dei francobolli, non avendo più quattrini. Allora comincia ad apparirgli l’Angelo Custode di Padre Germano, il quale prende in consegna a Lucca la lettera scritta da Gemma e la recapita presso Tarquinia al direttore spirituale della Santa, appunto Padre Germano. Il quale resta incredulo di ciò che gli scrive Santa Gemma, talché prega la signora Cecilia Giannini (famiglia presso cui ha vissuto gli ultimi anni della sua vita) di fare un esperimento (e lo farà ripetere altre volte), ossia di togliere la lettera di Gemma dal cassetto dove soleva deporla in attesa che l’Angelo venisse a ritirarla, e la nascondesse in un posto segreto. Così Cecilia ubbidì a Padre Germano e lo fece più volte, ma quando andava a cercare la lettera nel posto dove l’aveva nascosta, essa non c’era più. E il Padre Germano le confermava di averla ricevuta, riportando, a dimostrazione, le parole con cui la lettera iniziava. Esiste, dunque, l’Angelo Custode che sta accanto a ciascuno di noi? Il modo in cui sono avvenuti i riscontri suggeriti da Padre Germano farebbe pensare di sì. Ed anch’io comincio a crederci.

7 gennaio 2016

Tornato dal bagno, da poco trascorse le cinque, non riuscivo a riprendere sonno. Il livello dell’acufene si era alzato. Andato a letto, mi ero addormentato abbastanza bene, e presto. Bisogna che scriva: “abbastanza bene”, poiché chi è afflitto dall’acufene, non del tutto ancora vinto, deve condurre sempre una piccola battaglia prima di addormentarsi. Ma quanto più egli ha spianato la strada al sonno, anche attraverso l’uso dei farmaci prescritti, più è facile addormentarsi: si sta pensando, si sta immaginando, si sta sognando, ed infine il sonno ci anestetizza all’improvviso e quando ci si risveglia siamo già al mattino (questa è la fortuna di chi sta bene in salute) oppure siamo a metà della notte, o poco più, come è successo a me, dovendo recarmi al bagno. Tornato a letto, mi sono messo sul fianco destro e tutto pareva andare per il meglio, le volute del sonno mi avvolgevano ed io mi sentivo come concupito da una specie di estasi benefica. Invece, il sonno non mi penetrava. Ho avvertito il pericolo di una forzatura che stavo compiendo contro di esso. Ho avvertito anche che nel cervello si era come indebolita una difesa attraverso la quale poteva infiltrarsi la paura. Questa volta, al contrario dell’altra notte, non dovevo rischiare che si aprisse la breccia o sarei stato perduto. Così non ho avuto indugi. Ho subito rinunciato a qualsiasi forma di resistenza, intuendo che sarebbe stata nociva; sono andato in bagno e ho assunto alcune gocce di ansiolitico, poi, rientrato in camera, mi sono messo all’orecchio malato l’auricolare, agganciato al lettore di musica. Mi sono presto addormentato, svegliandomi verso le ore nove e trenta. Questa è la via d’uscita che a me, ancora una volta, è stata utile, almeno finora, e che consiglio – come ho già scritto all’inizio – a tutti coloro che soffrono di questo male ed hanno difficoltà a sopportarlo.

In mattinata ho portato mia moglie a visitare il Santuario dedicato a Santa Gemma Galgani, e ho fatto benedire da padre Marco un ritratto a colori della Santa (che abbiamo appeso nella nostra camera), e ho fatto benedire anche noi, essendomi di conforto pensare che la Santa, che tanto ha sofferto su questa Terra, voglia con il suo aiuto testimoniarmi di una vita ultraterrena, verso la quale non devo più opporre resistenza. È come se mi dicesse, da quando leggo i suoi scritti: Dio esiste, Gesù esiste, ha patito per noi e ci vuole bene. Affida loro il tuo spirito, il tuo cuore e la tua mente. Nessuno che si affidi al loro amore è mai stato respinto.

Mi sono venute in mente, a conforto, le parole che l’evangelista Giovanni scrive nel prologo del suo vangelo:

“Dio nessuno l’ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato.
”

 

 

8 gennaio 2016

La malattia dell’acufene ha alti e bassi, bisogna saperlo per non cadere nell’illusione di essere guariti e poi, all’improvviso e di nuovo, sprofondare in una crisi parossistica. Stanotte, ad esempio, ho dormito benissimo. I miei rialzi notturni non hanno avuto inconvenienti. Ho pensato che ciò potesse essere dipeso dal quadro con l’effige di Santa Gemma che ieri ho appeso alla parete di camera (prima tenevo sul comodino una sua immaginetta). Anche questo particolare può aver contribuito a farmi trascorrere una notte serena. Ma so di non dovermi illudere. Solo il cervello sa quali sono e dove sono collocate le sue ferite. L’aiuto che possiamo offrirgli è importante, ma non è escluso che alcune ferite a noi ignote non beneficino del nostro aiuto, e il cervello deve fare tutto da solo. Però, non dimentico mai che il cervello è destinato a vincere. La sua resistenza agli attacchi che da qualunque parte gli scaglia l’acufene è risoluta e fiera. Fra sei giorni, il 14 gennaio, compirò settantaquattro anni. Qualcuno potrà dire che per me, essendo in pensione, è facile studiare un percorso che sia d’ausilio alle difese del cervello. Sono, in pratica, padrone delle mie ore e dei miei minuti. Posso stabilire con esattezza i tempi in cui agire. Ma un giovane, che non ha la mia stessa libertà? Ebbene ho scoperto che un aiuto alla mente, nel momento in cui ci si avvicina al sonno, è anche quello di pensare alle cose da fare l’indomani. L’anziano è quasi privo di impegni. Il giovane ne è pieno, poiché così esige la sua età. Il giovane è sempre proiettato verso il domani. L’anziano, lo dico in linea generale, vi ha meno interesse. Pensare a ciò che si deve fare l’indomani distrae la mente dall’acufene, e il sonno la coglie proprio nel momento in cui è tutta protesa verso il domani. Tanto per l’anziano quanto per il giovane, il giorno, invece, crea meno problemi, grazie ai rumori esterni del mondo, che contribuiscono a nascondere l’acufene. Ma anche nel caso del giorno, il giovane è più favorito, poiché ha sempre qualche impegno da assolvere. Dunque, se l’acufene coglie un giovane, non si sgomenti. La sua mente, non solo è più elastica e più forte di quella di un anziano, ma ha altro a cui pensare rispetto all’acufene. Per un giovane l’acufene può ridursi alla punzecchiatura di un insetto: la si avverte lì per lì, poi subito il cervello la trascura per altri pensieri.  L’anziano, invece, lo sente continuamente, e non riesce a distrarre il cervello. Ha bisogno di crearsi un percorso curativo costituito da medicine e da comportamenti ausiliari. Da quando patisco l’acufene (e avverto già sintomi di miglioramento) ho cambiato molte delle mie abitudini. Durante il giorno evito di recarmi ad incontri, convegni, appuntamenti collettivi di varia natura, allo scopo di eludere emozioni e di trovarmi coinvolto in discussioni. La sera, quando cala il buio, cominciò la mia lunga preparazione alla notte. È la fase più delicata, quella che io vivo come sotto una campana di vetro. Se dovessi avere una discussione, ad esempio, intorno alle ore 23, il sonno sarebbe del tutto compromesso. Si avvierebbe una fase di nervosismo, di corsi e ricorsi intorno alla discussione o alla lite e non ne uscirei più fuori fino all’alba. Dovrei forse assumere una dose eccessiva di ansiolitico, ciò che non voglio fare.

9 gennaio 2016

Dio esiste? I Santi esistono? Esistono gli Angeli?

Ieri sera sono andato dal medico insieme con mia moglie e mia figlia Elena, allo scopo di controllare con lui se le piccole varianti che mi ero permesso di eseguire sulla sua prescrizione fossero condivise. Dopo avermi ascoltato, ha apportato qualche piccolo ritocco. Vedrò nei prossimi giorni se ne ricaverò un ulteriore sollievo. Devo dire che il mio acufene si è abbastanza ridotto di intensità, ma soprattutto il cervello comincia ad abituarsi al suo rumore. Quando mi corico, riesco a pensare ad altro, mentre prima mi concentravo sull’acufene. Così il sonno mi prende in uno stato, non più di paura, ma di sufficiente tranquillità.

Come ho già scritto, ho preso l’abitudine di pregare, appena sono sotto le coperte: prego recitando in silenzio il Padre Nostro, l’Ave Maria, il Gloria, e l’Angelo Custode, poi chiedo alla Madonna e a Santa Gemma di intercedere presso il Signore affinché mi guarisca. Trovo conforto nelle commoventi parole che la Santa lucchese scrisse a Padre Germano il 16 aprile 1901: “O quanto mi sarebbe cara un’agonia dolorosa, procurata nell’amare e nel piacere a Gesù!”. Che testimonianza di Fede!

L’immagine che mi accompagna in queste ultime sere, quando aspetto che il sonno mi sorprenda, è quella che ho già descritto: una persona avvolta come da una nebbia o da batuffoli di cotone si presenta davanti alla fortezza allestita dal mio cervello. Questa immagine è dolce e a poco a poco si scioglie nel sonno che mi sorprende e mi acquieta. La paura della notte sta allentando la sua presa su di me. Quando mi corico sul fianco destro, prima di spegnare la luce, ho davanti a me l’immagine che ho fatto benedire di Santa Gemma. Non so spiegarmelo, ma saperla lì, che sta con me tutta la notte, mi dà sicurezza e quiete.

Tanti di coloro che forse leggeranno queste righe, sorrideranno. Non è difficile che chi è colpito da una malattia si rivolga alla Fede, diranno. Scrissi tanto tempo fa un racconto, “Vladek”, pubblicato e illustrato da una rivista religiosa (“L’Amico”, n. 4. Luglio – Agosto 2001), in cui rappresentavo questa situazione. Vladek era un uomo forte che considerava debole chi ricorreva alla Fede, e dunque a Dio. Il racconto ha una amara conclusione per Vladek.

Esiste Dio? Esistono i Santi? Esistono gli Angeli? A queste domande so rispondere solo in un modo, e già ne parlai nel mio “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”, ossia che nei momenti in cui ho avuto più bisogno, qualcosa o qualcuno è venuto in mio soccorso. È la prova che Dio esiste? È la prova che esistono i Santi? Che esistono gli Angeli? Non sono in grado di dare, come risposta personale, che la mia minima e povera testimonianza espressa in quel libro. Santa Gemma, nella sua lettera indirizzata il 22 maggio 1901 a Padre Germano, scriveva: “Glielo dico chiaro: quel che desidero e voglio, non lo so neppure io… Cerco e non trovo, ma poi non so che cerco… amo poco, vorrei amare tanto di più il mio… Sento di amare, ma chi amo non lo intendo, non lo capisco… Ma nella mia tanta ignoranza, sento che vi è un Bene immenso, un bene grande. È Gesù…”.

12 gennaio 2016

Stanotte ho avuto una ricaduta. Sono andato a letto molto serenamente. Addirittura, insieme con mia moglie, avevo guardato alla Tv un documentario su Santa Caterina da Siena, vissuta nel XIV secolo. Il suo misticismo ha molto in comune con quello di Santa Gemma: estasi, visioni, patimenti fisici, stimmate, insoddisfazioni congiunte al desiderio di patire di più. I mistici hanno molte somiglianze tra loro. Mi sono coricato, sentivo mia moglie vicino a me, che mi confortava poggiando, come fa dall’inizio della malattia, la sua mano sul mio fianco. Quel tocco è come una medicina, e forse di più. Vi è una trasmissione interiore di vicinanza e di partecipazione spirituale che mi rasserena. E invece, l’avvicinarsi del sonno tardava, lo sentivo sfiorare la mente e subito allontanarsene. Le ultime notti, invece, lo percepivo avvicinarsi e avvolgermi con dolcezza, pietà e amore. Un leggero sudore ha cominciato a formarsi sul mio viso e poi sul mio corpo: il segnale che si stava avvicinando il panico, il demone che se ne sta acquattato, pronto a sfruttare ogni istante di debolezza. Basta un pertugio e ci si infila compiaciuto di poter fare del male. Ho cercato di adunare ogni mio mezzo spirituale e fantasioso per aiutare il cervello a vincere il demone. Sentivo che mi sforzavo, e soprattutto che mi sforzavo inutilmente, forse aiutando addirittura, in questo modo, il nemico a prevalere. Così, come già mi era accaduto di fare, sono ricorso alla difesa estrema. Ho applicato all’orecchio malato l’auricolare e ho dato il via alla compilation musicale contenuta nel mio piccolo lettore. Sono riuscito a prendere sonno, ma mi è tornata la paura, che stavo gradatamente sconfiggendo.

È una dura ascesa quella che devo affrontare. Ogni tanto lo scarpone scivola sul pietrisco o su una roccia che si frantuma e a malapena riesco a non precipitare. Trovato un punto di appoggio, devo accingermi a risalire, tutto preso, però, dal timore di incontrare di nuovo gli stessi ostacoli, pronti ad insidiarmi. Il pensiero che stanotte ha occupato la mia mente e che mi ha inferto un duro colpo che non sono riuscito ad evitare, entrando per un pertugio dentro la fortezza del mio cervello e minacciando di far cadere tutto il muro, è stato quello che il ronzio all’orecchio mi sarebbe durato per tutta la vita. Forse avrei imparato a conviverci, come già mi è successo in questi ultimi quattordici anni, ma esso non mi avrebbe lasciato mai!

Farà in tempo la scienza ad aiutare i sofferenti di acufene? Riuscirà a far scomparire del tutto il rumore? Ah, come vorrei sentire nel chiuso della mia stanza, e di notte, il silenzio quale occasione di riposo della mia anima. Invece il silenzio è per me, da anni, uno sconosciuto. I mistici vogliono incontrare Gesù. Lo voglio anch’io, ma ciò che da troppi anni mi manca è il silenzio.

Oggi, nella lettera di Santa Gemma, indirizzata a Padre Germano, che chiama “babbo mio”, ho trovato un po’ di consolazione quando la Santa scrive (è il 12 giugno 1901): “Le anime fortunate, babbo mio, è in Cielo soltanto che Gesù le fa felici.”.

Influisce nell’affrontare la malattia l’essere credenti o il non esserlo?

Il lettore si sarà accorto che le mie note si vanno arricchendo, almeno per il momento, di accenti legati alla mia condizione spirituale di cattolico. Questa condizione mi è di aiuto. Ma il mio intento è quello di essere di ausilio a tutti, di mettere, cioè, la mia esperienza con questa subdola e cinica malattia dell’acufene a disposizione di altri malcapitati come me.

Se da una parte l’impiego dei medicinali vale per credenti e non credenti e i loro componenti agiscono sul cervello a prescindere dalle convinzioni religiose, può fare la differenza a favore del credente la speranza di un intervento ultraterreno che possa arrivare là dove il farmaco trova i suoi limiti. L’intensità del convincimento religioso congiuntamente alla speranza di un intervento sovrannaturale alimentano un circolo di pensiero positivo che è di giovamento nel processo di guarigione. Anche se, come nel mio caso, le ricadute, ogni volta che avvengono, mettono in circolazione, soprattutto intorno alla fortezza creata dal cervello, dei tossici aggiuntivi pei quali occorre al più presto trovare nuove forze per eliminarli. È una continua ricerca di risorse all’interno di noi, uno scavare quasi ossessivo, come con il piccone il cercatore d’oro di una vecchia miniera.

Il non credente è privo di questo tipo di pensiero positivo, e la sua risorsa sta nella immaginazione e nella fantasia, le quali, non aggiungendosi alla Fede, devono disporre di una maggiore potenza di pervasività e di convincimento nei confronti della mente. Mentre il credente a spalleggiare la sua lotta ha come alleati il credo religioso e la completa donazione di se stesso alla Fede, il non credente deve battersi con le sole sue forze.

In entrambi i casi, ci si trova comunque ad affrontare una dura battaglia, la cui vittoria è certa quanto più non sottovalutiamo il nemico. L’acufene, infatti, aspetta che ci si sieda a tavola e si stappi una bottiglia di spumante con attorno i nostri cari e avendo il cuore colmo di gioia, per sferrarci uno di suoi pericolosi manrovesci.

Al non credente dico come credente che le nostre esperienze, tutte le esperienze di chi soffre questa infame malattia, vanno radunate insieme per creare attorno a noi quel calore di solidarietà e di fratellanza con il quale si può sconfiggere il nemico sul suo campo di battaglia: quello orribile della solitudine di cui ci circonda la notte. Questa solitudine va sconfitta con un pensiero colmo di quella solidarietà, di quella fratellanza, di quella vicinanza le quali ci trasmettono il calore della consapevolezza che non siamo i soli a patire questa specie di demone e che in tanti letti del mondo molti di noi combattono la stessa battaglia. Siamo combattenti di uno stesso esercito schierato a difendere la nostra umanità contro un nemico che sa che il solo modo migliore per vincerci è quello di farci sentire soli. Se il demonio esiste su questa terra, è certo che nella sua faretra ricca di frecce, ne ha una speciale, avvelenata, che sa penetrare in noi in profondità: la freccia subdola, esile ma ficcante, dell’acufene.

13 gennaio 2016

Una nottata serena, come non mi sarei aspettato visto ciò che mi era accaduto la notte prima. Ho messo in atto un nuovo accorgimento, questo: una volta coricato devo astenermi da qualsiasi sforzo della mente, compreso quello che riguarda la recita in silenzio delle preghiere. Le ho recitate prima; poi, una volta andato sotto le coperte, mi sono abbandonato in attesa del sonno. Continuo a notare un sollievo se sull’orecchio malato tengo, a coprirlo, un lembo di lenzuolo.

In realtà, sto sperimentando anche un altro accorgimento, al quale avevo già fatto un piccolo accenno. Questo: finché si è sofferenti a causa dell’acufene, dobbiamo abituarci a non pensare troppo lontano nel futuro che ci attende. Al massimo, dovremmo abituarci a immaginare ciò che faremo il giorno dopo. Una prospettiva che vada oltre le ventiquattro ore può risvegliare in noi il pensiero nefasto che dovremo sempre vivere, per i tanti o pochi giorni che ancora ci restano, in compagnia dell’acufene, e un tale pensiero rafforza il nostro subdolo nemico e indebolisce le nostre difese. Non dobbiamo mai dimenticare che il cervello sta lottando per noi, è nostro amico, ma un aiuto anche da parte nostra, in qualunque modo riusciamo a darglielo, lo incoraggia e lo rafforza.

 

 

14 gennaio 2016

Oggi compio 74 anni. È tutto il giorno che piove. Ieri era un giornata di pieno sole, si avvertiva il profumo della primavera. Quest’acqua giova alle piante che ho fatto traferire da un posto all’altro del mio frutteto il 12 gennaio scorso. Con la pioggia, la pianta ha più possibilità di superare il trauma del trasloco. In primavera vedrò se l’operazione è andata a segno. Le ho fatte trasferire poiché nel punto in cui si trovavano erano un po’ soffocate dalle piante vicine. Così, con la bella stagione, avranno più spazio e l’agio di espandere la loro crescita e i loro rami. Almeno lo spero, pur sapendo che il rischio di un fallimento è ragguardevole.

Amo molto le piante. Nelle mie passeggiate tanto nel frutteto quanto nell’albereta e nel giardino, dove ho uno spazio dedicato a varie qualità di prunus, qualche volta mi ritrovo a parlare con loro. Le sento vicine a me, come esseri umani. Vive come me. C’è un platano, nell’albereta, che, quando lo piantai, era poco più alto di me. Dovreste vederlo ora; svetta su tutte le altre piante dell’albereta, dove, per fare un paragone, ho anche un ippocastano (anzi più di uno), un ontano (un olmo bellissimo fu abbattuto da un fulmine), due acacie (una dal fiore bianco, l’altra dal fiore rosso), la quercia, il carpino, ed altri ancora, i quali sono tutti alberi che arrivano ad altezze vertiginose. Ma il platano è un re, e li supera tutti[1].

Ho la sensazione che il nuovo riposizionamento dei medicinali, concordato con il medico, mi abbia fatto bene. Da qualche giorno il ronzio all’orecchio si è attenuato di più. L’attenuazione dell’acufene è un fattore determinante per la guarigione. Ho già detto che, nel caso dell’acufene, quando scrivo di guarigione, uso un termine impreciso, poiché dall’acufene non si guarisce (né medicinali né protesi possono farlo). Ci farà guarire soltanto qualche nuova scoperta scientifica che consentirà di eliminarlo del tutto. Però l’attenuazione del rumore aiuta molto il cervello. Facilita il suo sforzo per arrivare alla assimilazione di esso e ridurlo così ad una percezione non più straordinaria, ma normale e consueta, al pari dei tanti rumori che giungono dall’esterno dell’orecchio. Anche stanotte ho dormito bene. Se dovesse continuare così, potrei vincere la paura che ancora mi possiede nel momento in cui mi corico. Non è poco. Comunque sto in guardia, e preparato alle ricadute, che ormai so che sono sempre in agguato. Sì, l’acufene è diabolico, subdolo, cinico.

Leggevo stamani di quella lettera scritta da Santa Gemma e giunta a destinazione nelle mani di Padre Germano con busta non affrancata, e dunque, come si crede, portata dall’Angelo, e di un’altra lettera simile a questa, ma non identica, che Cecilia Giannini, secondo le raccomandazioni di Padre Germano, aveva consegnato nelle mani di Mons. Volpi per constatare che davvero fosse l’Angelo a portare le lettere a Padre Germano. Ebbene, quando la lettera scritta da Santa Gemma il 15 giugno 1901 giunse a Padre Germano in busta non affrancata, la signora Cecilia, andando a far visita a Mons. Volpi, seppe da costui che la lettera era sempre in suo possesso e che nessun Angelo era mai venuto a ritirarla. Così la mostrò alla donna, che ne rimase scioccata. L’interpretazione che è stata data al fatto (la lettera in mano a Monsignore aveva un contenuto più ampio di quella ricevuta da Padre Germano) è quella che il demonio aveva teso una trappola a danno di Santa Gemma, facendo credere al suo confessore, Mons. Volpi, che la storia delle lettere spedite a Padre Germano attraverso l’intervento dell’Angelo fosse tutta un’invenzione della Santa lucchese.

Scrivo questo poiché a volte mi sorprendo a considerare l’acufene come una trappola insidiosa che il demonio tende al nostro cervello, e dunque all’essere umano. Che è una ragione in più riservata ai credenti per resistergli anche con la preghiera.

15 gennaio 2016

Nottata sufficientemente buona. Ho avuto qualche problema al rientro dal bagno intorno alle quattro e mezzo. Mi sono coricato ma la mente si era incaponita nel mandarmi questo messaggio: Avrai l’acufene per tutta la vita. Questo ronzio non ti lascerà mai.

È, questo, il pensiero che più mi fa male. Se mi prende durante il giorno, è facile scacciarlo, ma di notte le cose si complicano. Non hai nessuno ad aiutarti: solo le tue forze, o meglio la forza del tuo cervello. Stavo per cedere e mettermi l’auricolare della musica all’orecchio malato. Avevo deciso, come ho già scritto, di non lottare troppo quando mi accadono di queste paure per non indebolire la mente e procurarmi con una inutile cocciutaggine un nuovo choc di impotenza. Ma, proprio quando stavo per arrendermi, il sonno è piombato su di me e ha posto fine alla scontro. Difficile capire perché accadono all’improvviso tali mancanze di difesa. Ieri sera, dopo aver visto un film della mia collezione video, sono sceso al piano terra a far compagnia a mia moglie (in realtà cerco la sua compagnia poiché essa mi aiuta nella malattia). Stava guardando il film “In una notte di chiaro di luna” di Lina Wertmüller, del 1989. Questo film parla dell’Aids e di un uomo che è sieropositivo, il quale si batte per sconfiggerlo. Ci sono frasi drammatiche in cui egli dichiara la propria impotenza a vincere il virus che è penetrato dentro di lui e che non gli consente più una vita normale. Dice pressappoco: Un virus forse proveniente da una scimmia mi ha ridotto in questo stato di impotenza. È uno smarrimento che coglie anche chi è malato di acufene. Non si tratta in questo caso di un virus, ma di un processo degenerativo che ha colpito una o più parti dell’orecchio e che ancora la scienza non è riuscita ad individuare, arrestare e vincere.

Mi sono domandato se può essere stato questo film a crearmi il piccolo disturbo notturno. Tutte le volte che ho incontrato amici in preda a momenti di depressione, ho sempre consigliato loro di guardare film allegri, specialmente quelli che hanno come protagonista il grande ed inimitabile Totò. Ho sempre sostenuto che sono una medicina efficace quanto e forse più del farmaco antidepressivo. Ma a mia moglie accade spesso di guardare film tristi, e così li guardo anch’io per stare con lei.

Da più di un mese mi trovo a guardare in Tv quella parte della mia collezione dvd dedicata ai film western. Ne possiedo molti, alcuni famosissimi, altri meno. Ma il genere mi piace e dunque non ne salto uno, anche perché in questo modo controllo se i miei dvd non siano stati danneggiati dal tempo.

Sono però sollecitato a interrogarmi su quanto accadutomi stanotte dal ricordo che una crisi peggiore di questa l’avevo avuta il 12, ed ero dovuto ricorrere all’auricolare nonostante che, prima di andare a dormire, avessi guardato, insieme con mia moglie, un documentario di grande edificazione spirituale sulla vita di  Santa Caterina da Siena. Dunque qualcosa di diverso se non addirittura di contrario al film drammatico della Wertmüller. Da che è causato allora questo fastidioso inconveniente?

18 gennaio 2016

Ieri sera, verso le ore 23, ho avvertito qualche leggero brivido di paura (più attenuato in verità rispetto al passato), a mano a mano che si avvicinava l’ora di coricarmi. Temevo un brutta nottata. Invece ho dormito come queste ultime notti, ossia bene. Il mio primo sonno dura dalle tre alle quattro ore. Poi c’è il secondo sonno che fa seguito al mio ritorno dalla minzione notturna. Verso le 8 del mattino comincio a svegliarmi, e mi ritrovo in uno stato piacevole di dormiveglia. Per alzarmi aspetto sempre le 9.

Per avere ulteriori informazioni sui progressi scientifici a riguardo dell’acufene, avevo preso appunto per le ore 11 di stamani con un centro specializzato in strumenti acustici e ho avuto la conferma che non ci sono apparecchi che coprano il rumore la notte. Solo di giorno è possibile la copertura, ossia il mascheramento. Ma per chi soffre di acufene, il problema è la notte, quando si è immersi nel silenzio. Ho avuto conferma che il sistema da me usato nei casi estremi, ossia quello del lettore musicale da applicare all’orecchio, è giusto. Se il malato dorme da solo, può anche utilizzare apparecchi che sono in vendita presso tali centri acustici, i quali diffondono nell’ambiente (una camera, ad esempio) suoni esterni di vario tipo (anche riproducenti i diversi rumori presenti in natura). Questi suoni, non dando fastidio a nessun altro, quando appunto dormiamo da soli, rappresentano una soluzione rassicurante e si prende sonno in poco tempo. Se dormiamo con un partner (la moglie, ad esempio) a cui il suono può disturbare il sonno, allora vi è la necessità – come accade a me – di utilizzare un auricolare, regolando il volume in modo da non essere percepita, la musica, dal partner.

Il fatto che ieri sera mi è tornata, seppure in forma ridotta, un po’ di paura nel momento in cui si stava avvicinando l’ora di coricarmi, e il fatto che poi ho dormito come le precedenti due notti, ossia senza troppa difficoltà, hanno avuto, almeno al momento, un risultato psicologicamente interessante. Che è questo: anche se mi prende un po’ di paura, grazie alla distribuzione che mi sono data dei farmaci, posso ugualmente essere in grado di dormire in modo soddisfacente. Non è poca cosa, in una battaglia che è tutta, o in prevalenza, psicologica.

21 gennaio 2016

Ho imparato ad includere tra le mie preghiere quella al mio Angelo Custode. In passato, avevo dimenticato che la religione cattolica alla quale appartengo gli attribuisce molta importanza. In questo tempo in cui mi trovo a battagliare con l’acufene mi conforta immaginare, come insegna Santa Gemma, che l’Angelo, assegnatomi da Gesù, cammini al mio fianco e mi aiuti a guarire.

A proposito di Santa Gemma, in una delle sue lettere (così affascinanti anche per i numerosi lucchesismi che vi si rintracciano), e precisamente nella lettera del 5 ottobre 1901, ho trovato una frase che, nelle condizioni di smarrimento in cui mi ha fatto precipitare l’acufene, mi ha molto colpito; questa: “Gesù, ogni volta che mi sono rivolta a te, è cessato sempre in me l’interno affanno. La tua grandezza, Signore, è senza termine; la tua bontà è senza difetto.”.

Il culmine delle mie preghiere è sempre Gesù. Anche quando mi rivolgo alla Madonna, la invoco di chiedere a Gesù la mia guarigione. È solo Gesù il figlio di Dio, Uno e Trino.

Tornando all’acufene, pur continuando gli alti e bassi, avverto il miglioramento. Ho notato che, contrariamente a quanto supponevo, il tempo atmosferico, sia esso bello o sia esso brutto, non influisce sul rumore. Infatti, è accaduto che in una giornata di sole, quasi primaverile, l’intensità dell’acufene è aumentata, mentre, in occasione di una giornata di pioggia, l’abbia avvertito più leggero e morbido. Segnali di progresso sono dati dal fatto che si è alleggerita la paura di coricarmi, e ciò perché in occasione dei miei rialzi notturni per andare in bagno, al ritorno non ho avuto difficoltà a riaddormentarmi. Sono piccoli episodi ma non insignificanti, visto che, come ho già scritto, si inseriscono positivamente, dal punto di vista psicologico, nel processo di guarigione.

Contrariamente ai primi tempi, ora non ho bisogno di appoggiarmi a particolari immagini per prendere sonno. Se c’è un’immagine che ancora mi aiuta è quella di trovarmi con mia moglie, uniti per mano, a volare nello spazio azzurro, sopra bianche nuvole. Mi ci appoggio, ma in realtà il sonno arriva presto a lambirmi e scioglie ogni cosa. È bello avvertire la sensazione di questo scioglimento. Somiglia all’anestetico che i medici ci fanno assumere prima di un intervento chirurgico. Sei lì che parli o sogni e improvvisamente ti annulli in un’assenza che è quanto di più difficile vi sia a descriversi, poiché nessun altro dei nostri sensi riesce a percepirla.

Da qualche giorno, le mie alzate notturne sono aumentate. Da una o due sono diventate, stanotte e quella precedente, almeno quattro. Non so spiegarmene la ragione. Forse è l’assunzione serale, a cena, della camomilla? Dovrò indagare. Per fortuna che quando torno a letto, riesco a riprendere sonno con facilità. Altrimenti sarebbe un dramma.

 

 

23 gennaio 2016

Sono due sere che ho tolto la camomilla. Ho constatato che riesco lo stesso ad arrivare sereno alle 22,30 circa, quando devo assumere la prima dose di medicinali. Segno di un miglioramento incoraggiante. Ciò dovrebbe facilitarmi, altresì, a risolvere il problema dei troppi rialzi notturni per andare in bagno. Infatti, sebbene la sera, ed in ogni caso ogni volta che mi alzo di notte, attenda un po’ di tempo per svuotare la vescica, qualcosa rimane sempre e mi costringe agli scomodi risvegli. Il fatto è che, giunti ad un certa età, si soffre quasi tutti di ipertrofia prostatica e la soluzione definitiva del problema è impossibile. Comunque, nonostante i consigli contrari secondo i quali bere tanto fa bene all’organismo, ho deciso di limitarmi nel bere sin da dopo il primo pomeriggio con esclusione totale nelle ore più tarde. Risultato? Mi alzo una sola volta la notte o al massimo due volte. Splendido.

Sono, queste, semplici indicazioni di miglioramento, ma so bene che è troppo presto per trarre una qualche conclusione. Il ronzio, peraltro, attutitosi, consente al mio cervello di distrarsi da esso più facilmente. Ora, quando mi trovo in un ambiente pervaso dal silenzio, il cervello torna sì a concentrarsi sul rumore, ma il fatto che la sua intensità è diminuita, lo induce a non arroccarsi, cioè a soprassedere e a pensare ad altro. Buon segno anche questo.

 

 

26 gennaio 2016

Ieri sera su Facebook e su Twitter, attraverso l’organizzazione Change.org, ho lanciato questa petizione: “Come altre milioni di persone nel mondo soffro di acufene, ossia del fastidioso ronzio alle orecchie che rende la vita insopportabile e le notti, in cui il rumore è più percettibile, un inferno. La scienza  al momento ha fatto qualche passo avanti, ma il risultato raggiunto è quello di rendere l’acufene più sopportabile. Tanti riescono infatti a sopportarlo, grazie a trattamenti e a farmaci vari, ma per altri resta  un tormento anche se il ronzio è attutito. L’University of Michigan Medical School è forse la più avanzata nella ricerca di una soluzione, ma la petizione vuole chiedere non solo  di continuare ma anche di approfondire la ricerca fino ad arrivare alla sconfitta definitiva dell’acufene, ossia alla sua scomparsa totale, in modo da liberare anche i più deboli da questo disturbo  che danneggia la qualità della vita.”.

Guardando stamattina sui due network, mi pare che la petizione non interessi a nessuno. L’esigenza di invitare i ricercatori a porsi come principale obiettivo quello della eliminazione definitiva del rumore è stata dettata da questo ragionamento: Ci sono persone più forti che hanno una soglia di tollerabilità più alta e persone più deboli nei confronti delle quali anche un ronzio flebile inquieta la mente, la quale, sollecitata dal rumore, mette subito in atto le sue difese, ma ciò non toglie che la persona sia indotta a domandarsi se sia sopportabile che questo rumore lo perseguiti per l’avvenire, in tutti i minuti, in tutte le ore, in tutti i giorni, fino alla morte.  È un pensiero che innesta una catena viziosa nella quale si rischia di rimanere impigliati.

27 gennaio 2016 (giorno della Memoria)

I progressi ci sono. L’acufene è tollerabile. Ci sono dei momenti nella giornata in cui il rumore si intensifica, ma ho imparato a confortarmi con il pensiero che quel momento non dura molto. Ciò mi aiuta a sopportarlo. Ed infatti dopo qualche minuto esso si attenua, come se un poco si sciogliesse. Quanto vorrei, però, che la scienza arrivasse ad ottenere che un tale scioglimento fosse definitivo e dell’acufene non rimanesse traccia come accade alla neve sciolta ed asciugata dal sole.

Devo ammettere che ancora non ho sconfitto del tutto quel poco di paura che mi è rimasta e che compare all’improvviso, soprattutto nella tarda sera, ma anche in qualche punto del giorno. Credo che si tratti dei resti dello choc che ebbi in quel giorno dei primi di dicembre. Sono ferite lente a rimarginarsi. La notte riposo bene. Ormai sono giorni che quando ritorno dal bagno mi riaddormento senza difficoltà. Non assumo liquidi a partire dal dopopranzo e la sera mi limito ad una cena leggerissima accompagnata da un poco di vino.

Intorno alle 22,30, se mi assale la paura, si intensifica l’acufene. Mi ci sto abituando.

Ad ogni modo devo trovare il modo affinché questa paura scompaia così da non rendere le ultime ore della mia serata faticose e tristi. Può darsi che sarà il trascorrere del tempo a guarirmene.

Un consiglio che do in seguito alla mia esperienza di questi giorni: quando si va a dormire (almeno per me è così) è necessario che la temperatura della camera non sia calda, ma appena tiepida, in modo da invogliare a stare sotto le coperte. Ciò concilia il sonno in maniera del tutto naturale, e lo concilia anche allorché si fa ritorno dal bagno. Il fresco della camera contrapposto al calduccio che sappiamo di trovare sotto le coperte, ci induce a coricarci in fretta e furia, senza altre distrazioni, per godere al più presto del calore che vi si nasconde.

Quando 14 anni fa feci la mia conoscenza con l’acufene, per riuscire a leggere senza distrarmi mettevo un orologio da cucina appeso alla maniglia della finestra a cui ero vicino. A quel tempo la finestra dava sulla mia amata pineta oggi diventata una pruneta graziosa, poiché i vecchi pini, divenuti troppo alti, rappresentavano un pericolo quando il vento soffiava forte. Si agitavano e si piegavano come se fossero degli elastici e incutevano paura, potendo precipitare sulla strada o sulla mia casa. Così mia moglie ed io decidemmo di abbatterli e di sostituirli con varie specie di prunus, che stanno diventando molto belli ed in primavera esplodono in sgargianti colori. La loro fioritura dura da primavera ad estate compiuta, e qualcuna continua anche fino all’inizio dell’inverno.

Questa volta, invece, cerco di leggere senza l’aiuto del toc-toc dell’orologio. Il fastidio del ronzio c’è ma dopo così tanti giorni mi ci vado abituando. Continuo a leggere le lettere di Santa Gemma. Ogni tanto Santa Gemma scrive degli assalti avuti dal demonio e anche delle trappole che questi le tende. Padre Germano la mette sempre in guardia, anche quando la Santa gli parla di Gesù: Stai attenta che non sia uno scherzo del demonio, le scrive dal convento di Corneto in quel di Tarquinia. Il demone è capace di tutto, e soprattutto è un sottile e furbo ingannatore.

In una lettera che la Santa scrive al suo confessore, Mons. Volpi (Agosto-Settembre 1900), così descrive il diavolo: “Ieri notte passai al solito una brutta nottata: il diavolo mi venne davanti come un uomo grosso grosso e lungo lungo, e mi picchiò tutta la notte”.

Continuo anche a pregare e ho fatto di Santa Gemma la mia protettrice presso Dio. Come ho già scritto, San Giovanni ci dice che nessuno ha mai visto Dio. Abbiamo visto Gesù, suo figlio, però mai Dio. Può essere che questo mondo sia un inganno del demonio? Ma se esiste il demonio, esiste Dio. Dio e il demonio. Il bene e il male. Una lotta che risale alle origini del mondo e che non avrà mai fine. Gli uomini, inconsapevolmente o meno, la patiscono. Perfino l’acufene può essere uno scherzo del demonio. Non può venire da Dio, come da Dio non possono venire le cattiverie e i patimenti del mondo.

Ho chiesto a Santa Gemma il massimo di aiuto, quello della guarigione completa. La sto mettendo ingiustamente ed egoisticamente alla prova? Non so che dire. È il peccato di chi si sente debole e avverte di non avere la forza per sopportare e resistere. Santa Gemma ha sofferto molto, pene di ogni specie. Perfino sangue dagli occhi. Una capacità di soffrire che esalta la sua grandezza e la sua santità.

28 gennaio 2016

Torniamo all’esistenza di Dio. Nessuno lo ha mai visto, dice l’evangelista Giovanni. Ma a parte i segni sparsi nella natura e decifrati da alcuni scienziati (mi viene in mente il nostro valente Antonino Zichichi, tanto vituperato da alcuni colleghi, tra i quali l’italiano Piergiorgio Odifreddi, ma soprattutto mi viene in mente Einstein che sostiene che tutto del creato conduce all’”idea di Dio”) e a parte quanto raccontano i mistici, gli uomini normali come me quale rapporto con Dio possono instaurare, affinché credano in Lui, al di là della tradizione nazionale e familiare, ma per convinzione propria? Devo immaginare che persone interessate a una tale conoscenza ve ne siano sparse nel mondo, mescolate all’interno delle varie religioni monoteistiche.

E quale è la mia esperienza personale? Ho già ricordato (ne parlo anche nel mio libro, cui tengo molto, “Cencio Ognissanti e la rivoluzione impossibile”) di avere ricevuto nel tempo vari segni di una presenza indefinita che da qualche parte mi ha assistito nei momenti più difficili. Credere in Dio, crederci convintamente, come avviene ai Santi, non è facile, anzi è difficilissimo. Proprio perché, stando all’evangelista, nessuno ha mai visto Dio. Nemmeno Mosè quando salì sul Monte Oreb e vide il roveto ardente, o quando salì sul Monte Sinai per ricevere le Tavole della Legge, ossia i Dieci Comandamenti.

Oggi so dare solo questa risposta: mia moglie ed io, prima – di fronte ai mali del mondo – parlavamo spesso dell’esistenza o meno di Dio. Ora, quando mia moglie vuole tornare sull’argomento apprendendo certe notizie dall’esterno, la prego di non parlarne più con me. Le dico che sto mutando e che ho bisogno di lasciare crescere Dio dentro di me, poiché probabilmente Dio è entrato in silenzio nella mia anima ed io devo fare di tutto per ascoltare la sua voce.

1 febbraio 2016

Da oggi inizia quella che vorrei chiamare la mia convalescenza. La fase acuta dell’acufene è trascorsa e ormai da circa una settimana il ronzio si è stabilizzato ad un livello sopportabile. Devo ancora riuscire a giacere nel letto sull’altro fianco, quello sinistro, quello, cioè, che mi costringe a tenere l’orecchio malato a contatto con il cuscino. In questo caso il ronzio si intensifica, anche se non di molto, ma mi rende più difficile prendere sonno.

 Conclusioni

 

Da questa esperienza traggo l’insegnamento che l’acufene può sorprenderti e ritornare in forma acuta anche dopo molto anni. Da esso non si guarisce, e ho imparato a considerare incerta la sua affidabilità. Può scatenarsi a suo piacimento.

Però, quanto ho patito in questi neanche due mesi (e forse patirò ancora) mi ha insegnato che se dovesse ripetersi un evento simile, non dovrò farmi sorprendere. Non dovrò arrivare, ossia, a subire uno choc, come mi è accaduto questa volta, bensì armarmi di pazienza, di coraggio e affidarmi tanto alla scienza quanto alla Fede. Ma, soprattutto, non rinunciare mai alla speranza.

[1] Purtroppo è stato abbattuto dal vento nell’agosto del 2017.

 


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart