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Walser, Robert

7 novembre 2007

Jakob von Gunten  

“Jakob von Gunten”

(trad. Emilio Castellani)

Non conoscevo questo autore, non ne avevo mai sentito parlare fino a poco tempo fa. Ho appreso, così, che nacque in Svizzera nel 1878 e vi morì nel 1956, rinchiuso volontariamente in un ospedale psichiatrico. Quei pochi dati di cui dispongo mi informano che, pur ammirato da celebrità quali Kafka, Musil e Benjamin, non gli arrise mai il successo di pubblico, ragion per cui nel 1933 – quando già si trovava rinchiuso in ospedale dal 1929 – abbandonò la letteratura, all’età di 54 anni. Aveva scritto molti racconti e tre romanzi autobiografici, a distanza di un anno l’uno dall’altro: “I fratelli Tanner” (1907; “L’assistente” (1908); e “Jakob von Gunten” (1909).

La storia ha un io narrante, Jakob, appunto, rinchiuso nell’Istituto Benjamenta dove si ha il compito di inculcare ai giovani allievi (prima che affrontino la vita al servizio degli altri) alcune qualità ritenute importanti: la pazienza e l’ubbidienza, ma anche la perseveranza e la capacità di attesa (rilevante quest’ultima: “Non puoi credere che felicità, che grandezza ci sia nell’aspirazione, insomma nell’attesa.”) È un istituto speciale, giacché, confessa il protagonista: “Da quando mi trovo qui all’Istituto Benjamenta, sono già riuscito a diventarmi enigmatico.” E più avanti: “qui ci si abitua all’idea di qualcosa di difficile e di oscuro che si avvicini.” E ancora: “la mia cara insegnante pareva decisa a svelarmi un mondo che finora mi era stato nascosto.” E infatti già da queste pagine iniziali si avverte un’atmosfera di incertezza e di incredulità di fronte alle prime osservazioni che annotiamo, una specie di mondo a parte, quasi sospeso, irreale, deformato, in cui stiamo per inoltrarci, che ha regole e misure diverse dalle nostre, ma che appaiono non estranee comunque a noi, come se fossero state nascoste da tanto tempo (da sempre?) ed ora, grazie al sortilegio di una scrittura che sa vedere, scavare e raccogliere, esse si presentano, rivelandoci che ci sono, sempre pronte a produrre l’incredibile, lo stupefacente, l’assurdo, e soprattutto il nulla. Lo scopriamo a poco a poco, con gli occhi tesi, sbarrati per la meraviglia. Per tutto il cammino ci accompagnerà l’ironia del narratore, che è il bisturi con il quale osserva, analizza e inquieta. Ciò che ne esce, infatti – sia quando osserva i suoi compagni e gli adulti che gli stanno intorno (ad esempio i signori Benjamenta, fratello e sorella), sia quando posa lo sguardo sulle cose, perfino quelle inanimate – è una specie di resurrezione dell’ignoto, che ci colloca tutti in quell’altrove uniforme e pigro – capace però di riempire il vuoto del nulla – che solo altre regole e altre misure rivelano a noi. Uno spiraglio per possedere la chiave di lettura giusta di questo romanzo, possiamo trovarla – almeno io l’ho trovata – in quel capitolo (i capitoli non sono numerati e possono considerarsi anche paragrafi) che non riporto per intero a causa della sua lunghezza, e che comincia con queste parole: “Spesso vado fuori, per la strada, e lì mi sembra di vivere in una favola che ha del tumultuoso.” L’intero capitolo è interessante proprio sotto questo profilo. Lasciatemi riportarne questa piccola parte: “Tutto sembra addormentato, anche le carrozze, i cavalli, le ruote, i rumori. E la gente guarda come se non capisse. Le case, alte che sembran crollare, si direbbe che sognino.” E in un altro capitolo: “Sento quant’è scarso il mio interesse per ciò che si chiama mondo, e come invece mi appare grande e affascinante quello che, nel più profondo silenzio, chiamo mondo io.” Chi ha scelto di sottoporsi al trattamento praticato all’Istituto Benjamenta entra in collisione con la realtà ordinaria, di cui soffre “la durezza” e “la spietatezza” a causa di una sensibilità nuova che non sempre si riesce a sopportare. Non è una facile lettura, dunque, giacché produce i suoi effetti direttamente sul nostro inconscio; quelle che noi avvertiamo come ridicole stranezze sono i raggi x che Walser adopera per compiacersi della sua scoperta. Occorre una follia che ci pervada per superare questi ignoti confini, e una capacità virtuosa di narrare ciò che si nasconde nel buio più nero, che è contemporaneamente l’ordinarietà e il nulla. La descrizione, giocosa e divertita, dell’amico Kraus, ad esempio, che è una descrizione a specchio del condiscepolo e dello stesso io narrante, mette in evidenza, più scopertamente che altrove, questa ricerca insolita di una diversa fisionomia nascosta e follemente assurda, che va oltre i limiti conosciuti e ne fa intravedere, non solo l’esistenza, ma anche il significato, che è quello di un’alterità che ci appartiene, grazie alla quale si possono scoprire i segreti di un ingranaggio visibile solo a pochi, sorgente di atti, comportamenti, pensieri, sentimenti e quant’altro non riusciamo a spiegare con il metro della nostra normalità. Una specie di controcanto di ciò che abbiamo sempre creduto di essere e di conoscere. Di uno dei suoi compagni, Hans, dice: “È come se vi venisse incontro la terra stessa, crepe e pieghe della terra, quando ci si assorbe nella contemplazione di questo ragazzo.” E più avanti, quando descrive il direttore Benjamenta: “E proprio per questo, per decifrare qualcosa di tutti questi misteri, lo provoco, cercando di strappargli qualche rilievo imprudente.” E ancora: “quando un allievo dell’Istituto Benjamenta non sa di fare il suo dovere, è allora che lo fa.” In questo indicibile processo verso una nuova conoscenza, un nuovo modo di osservare e riflettere, ha parte fondamentale una lenta frantumazione delle peculiarità di ciascuno, che conduce all’obiettivo più ambito: l’appiattimento nella normalità: “sono diventato qualcosa di completamente diverso, sono diventato un uomo comune.” Allorché avremo terminato di leggere questo libro, in cui – non a caso – ha gran parte anche il sogno, troveremo la conferma di quanto già intuivamo sin dalle prime pagine, e cioè che non saremmo riusciti a captare tutte le rivelazioni che stanno annidate tra le righe. Voglio citare un capitolo che dà proprio questa sensazione: comincia con questa frase: “Se fossi ricco, nemmeno per sogno farei il giro del mondo.” A me ha dato l’impressione, in mezzo a quelle parole e situazioni semplici, elementari, di racchiudere paradossi, “stravaganze”, e significati che non sono riuscito ad intendere del tutto. Insomma, si intuisce un nulla brulicante, animato, che appartiene al nostro essere vivi (si veda come andrà delineandosi a poco a poco la figura di Kraus, ad esempio), cui non è assolutamente facile giungere senza una disciplina severa che ci trasformi e ci avvicini a quella sensazione, a quell’odore di morte (“Allora la vita è spenta, e il sogno a cui si dà il nome di vita umana cambia di direzione”), di annientamento irreversibile, di spaesamento, di enigma come dice l’autore, che ci pervade nel momento in cui si sprofonda nella nostra alterità. In conclusione, ci troviamo tra le mani un libro che si mostra leggero e divertente in superficie (un diario della permanenza del narrante in quel collegio, con una serie di piacevoli ritratti), quasi un divertimento e un virtuosismo dell’ironia, poi ci si accorge che quell’occhio indagatore che non risparmia niente e nessuno è puntato anche su di noi e ci fa paura, ci dà smarrimento, angoscia, rivela ed acuisce un sentimento d’impotenza e di solitudine: “Un simile alunno non è altro che un bello zero tondo tondo.” È il risultato a cui tende l’insegnamento dell’Istituto Benjamenta, il cui corpo docente è costituito da individui che “non esistono affatto, o sono ancora addormentati, oppure sembrano aver dimenticato la loro professione.” Il finale, che non svelo per lasciare al lettore il piacere di scoprirlo da sé, non è che il naturale sbocco di una conoscenza che fa piazza pulita di ciò che era prima, e si avventura nel nulla a cui si dovranno dare nuove forme e nuovi significati per poterci convivere. Un rischio da correre: “E se io andrò in pezzi e in malora, che cosa si romperà, che cosa si perderà? Uno zero. Io, come singolo individuo, sono uno zero.” Ce n’è di che riflettere! Un libro di non facile lettura, come ho già detto, la cui prosa mi ha ricordato la poesia – che sembra provenire da un’altra esistenza – di Dino Campana.


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Bart