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Zena, Remigio

7 novembre 2007

La bocca del lupo

“La bocca del lupo”

Baldini & Castoldi, pagg. 256. Euro 8,40

L’avvio del romanzo è al modo di una conversazione che si è già cominciata e le parole son subito calde e sciolte in un linguaggio usato, di tutti i giorni cioè, arricchito di motti e sapienze popolari. Se si pensa che la storia è stata scritta alla fine dell’Ottocento, non si può negare che Zena ha saputo trarre dal linguaggio verista il meglio che sa resistere all’usura del tempo: “lasciandole sulle braccia una corba di figliuoli tutti piccoli”, “stanco frusto”, “una palanca che è una palanca” sono i primi biglietti da visita – ma se ne potrebbero raccogliere tanti altri da farne un libro a sé – di una prosa viva, radicata, ancora presente tra noi. Persona colta, lo Zena non ha mancato la scelta di uno stile che subito sa penetrare all’interno dell’ambiente e come una sonda suggerne e tramandarne tutti gli umori. Bricicca (Francisca Carbone), la “bisagnina” (erbivendola: ha un banco di verdura all’angolo della sua casa, e di fronte c’è la bottega della sua rivale, la Bardiglia), è una donna che nella vita ha dovuto arrangiarsi. Ha sulle spalle la disgrazia di un marito e dell’unico figlio maschio morti e finirà in galera per aver gestito un lotto clandestino (“seminario”). La storia riguarda il tempo che precede la sua entrata nel carcere di Sant’Andrea e sappiamo dalle prime righe d’avvio che uscirà anzitempo per una grazia del re e altre poche righe nel finale ci diranno del suo destino negli anni successivi alla scarcerazione.

Tornando alla sua storia, deve badare a due figlie: Angela, già da marito, e Marinetta (Maria), “una giovinotta da darle la parte dritta”, capricciosa e viziata dalla famiglia: “le bolliva nel sangue l’invidia, la smania del lusso e dei divertimenti, e se non poteva sfogarla, ci lasciava le ossa”, e vivono in un quartiere poverissimo di Genova, la Pece Greca. Questi alcuni passaggi rapidi che ritraggono le due figliole: Angela: “le faceva torto il naso troppo lungo, voltato in giù verso il mento, come il becco delle civette”; Marinetta: “Un pellame bianco come la calcina vergine e liscio come il raso”. Ha anche un’altra figlia, che vive a Manassola presso la suocera, e quasi del tutto dimenticata, Battistina, che, giudiziosa e triste per quella sua condizione di figlia lontana – un po’ sfortunata Cenerentola e un po’ Fanny Robin di “Via dalla pazza folla” di Thomas Hardy, con il celebre sbaglio delle chiese – tuttavia s’ingegna a mandare qualche suo risparmio alla madre. Pure nella figura della sorella Angela, per quel suo destino tribolato, si adombra quella di Tess, dell’altro capolavoro hardiano.

Si parla, a proposito dello stile di Zena, dell’influsso verghiano, e certamente è presente – nella lezione contenutistica dei “vinti” semmai, giacché per l’altra che riguarda la forma, il Manzoni viene alla mente assai di più – ma non è da mettere nell’angolo quello dei toscani, appunto, il cui modo di scrivere è senz’altro tenuto ad esempio, al di là delle espressioni e delle diverse parole dialettali (“butirro” per burro, “pelottone” per plotone, “rubalizio” per ruberia, “arrancato” per strappato, “regalando” per gareggiando, “ragionarla” per persuaderla, “scagno” per ufficio, e così via) che ne marcano la distinzione. Dopo il Manzoni, un altro dei primi che mi viene in mente, che più gli somiglia per la coloritura e varietà del linguaggio, è il mio conterraneo Idelfonso Nieri coi suoi “Cento racconti popolari lucchesi”, che cominciarono ad apparire nel 1891, negli stessi anni cioè; e altresì Collodi, le cui atmosfere sparse nel “Pinocchio” si respirano anche qui, ad esempio nel teatro e il suo direttore che incontriamo all’inizio: “il signor Davide in persona, il direttore della compagnia, aveva ordinato così e così doveva essere!”, o nel Tribunale dove la Bricicca viene giudicata: “quelle tre macchie d’inchiostro lassù sul trono, più nere del tabarro del diavolo, che si chiamavano giudici”. Del resto, ci sono appena dieci anni di distanza tra il romanzo che narra le avventure del celebre burattino, che nasce il 7 luglio 1881, e questo di Zena, anch’esso, peraltro, uscito prima a puntate su di una piccola rivista letteraria a partire dal febbraio 1892, ma già nel 1883 aveva visto la luce “La figlia della Bricicca”, i cui capitoli confluiranno nel romanzo più importante. Il linguaggio è perciò ricco di espressioni molto colorite e felici: “col becco in aria”, “aveva fatto toccare il telegrafo”, “s’era ficcata nelle corna che sua madre”, “taglierini al sugo per cominciare il fuoco”, “cavallo piú, cavallo meno, trentanove e trentadieci”, “se le lavava con lo sputo”, “mettere il sonaglio al gatto”, “gliele avrebbe levate col sugo di frassino”, “il sacco non si stringeva mai”, “li mandava tutti a farsi scrivere”, “era stato soldato e freddo agli occhi non ne pativa”, per fare solo i primi esempi. Simili espressioni diventano a mano a mano il sale e il pregio del suo raccontare, ossia la speciale sonda fatta di parole di cui si è parlato: basti per tutti l’attacco, in questo senso esemplare, del capitolo X. A poco a poco non ci sarà difficile familiarizzare con esse, e sintonizzarci sulla loro lunghezza d’onda vorrà dire percepire in più quel piacere contagioso del narratore che prende gusto, e anche si compiace della sua storia e della sua scrittura: non a torto, visto che il libro non mostra affatto i suoi anni. Non vi si trovano, nemmeno a cercarli col lanternino (quei pochi son più pensieri espressi a voce alta dagli stessi personaggi), spunti moralistici diretti – che invece sono nel Manzoni e in altri di quel secolo -, di riflessione e di ammonimento, i quali nascono invece, non dichiarati, dallo stesso uso del linguaggio: popolare, disincantato, ma ricco di saggezza. Il fatto che nel così breve volgere del romanzo, molti sono i richiami che vengono in mente di altre letture, perfino quella, per Marinetta, sia pure in scala assai ridotta, di “Nanà” del francese Zola, dimostra quanto sia ricca la sensibilità di Zena, che dalla scrittura estremamente semplificata ha saputo trarre lezioni ampie, complesse e raffinate. Personaggi come la Bardiglia, ostentatrice e invidiosa, e la Pellegra, questuante e pettegola più sì che no, che poi si brucia i soldi al gioco, come del resto la stessa vedova in cerca di marito, Bricicca, rutilante perfino nella disgrazia (“trinciava e squartava a fette l’universo!” pensa di lei la Bardiglia), le figlie Marinetta, Angela e Battistina, il signor Costante, astuto imbroglione, la chiacchierata “alla barba e sotto il naso del marito” Rapallina, le due acide sorelle Testette, l’irruento capitan Ramò, il bellimbusto Pollino, l’ingenuo Camillo e il manzoniano avvocato Raibetta (ma anche la coppia, quando si formerà, di Bricicca e Pellegra: “cosa volete che facesse lei senza Pellegra? E Pellegra come avrebbe fatto a vivere senza la Bricicca…”, ricordano un po’ quella di Agnese e Perpetua; così i tumulti in cui viene coinvolto Pollino rammemorano quelli di Milano, di cui viene incolpato Renzo Tramaglino: per sottolineare che i richiami, a dargli retta, son davvero molti e tutti tentatori) sono in realtà figure che appartengono a molte letterature, e la Bricicca – ma non solo lei, per la verità – è così vivace da richiamare alla memoria personaggi della nostra migliore novellistica, dal Boccaccio fino addirittura al Machiavelli delle commedie. L’abilità di Zena è di averle tutte calate insieme nello spaccato di una Genova ottocentesca e popolare che resta davvero straordinaria e indimenticabile. L’intrigo smaliziato e complice della storia non manca, ed è sempre condito con la miglior salsa dallo scrittore, ed anche quando ci si incammina sulla strada della lezione del Verga, ossia verso l’approdo triste e sventurato dei vinti – che si cacciano da sé nella bocca del lupo – noi la percorriamo col sapore in bocca di una scrittura sapida e divertita che ci ha stupiti.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart