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Zola, Émile

7 novembre 2007

La disfatta
Thérèse Raquin
Il ventre di Parigi
L’ammazzatoio
Nanà
Germinal
La bestia umana

“La disfatta”

(Trad. Luisa Collodi)

È il XIX volume del ciclo dei Rougon-Macquart. Ad esso farà seguito un anno dopo, il 1893, l’ultimo: “Il dottor Pascal”.

Siamo di fronte ad uno dei più grandi narratori di tutti i tempi, ed uno dei miei pochi preferiti. In una lettera inviata al redattore capo della rivista “Le Bien Public” e ivi pubblicata il 5 gennaio 1878, Émile Zola, di madre francese e di padre veneziano, scrive: “Io desidero soltanto una cosa: che una volta per tutte si dimostri che i romanzi che ho pubblicato da ormai quasi nove anni fanno parte di un vasto insieme, il cui piano è stato stabilito con precisione all’inizio, e che, per conseguenza, pur giudicando ogni romanzo come un’opera a sé stante, chi legge deve tener conto del posto armonico che occupa in quell’insieme. In tal modo, si potrà pronunciare sulla mia opera con maggiore equità e completezza.” Quando Zola spediva questa lettera aveva pubblicato già nove romanzi dei venti che completeranno il ciclo, ed è davvero sorprendente apprendere, dallo schema che allega alla lettera, che tutti i personaggi che prenderanno parte alla storia sono già disegnati con le loro qualità, i loro difetti e le loro ambizioni.

Siamo al tempo di Napoleone III, nell’estate del 1870. È in corso la guerra tra la Francia e la Prussia di Bismarck. Ci troviamo nell’accampamento francese. Questo è il bell’incipit: “L’accampamento era a due chilometri da Mulhouse, verso il Reno, in mezzo alla fertile pianura. All’ultima luce di quella sera d’agosto, sotto il cielo plumbeo, attraversato da pesanti nuvoloni, erano state piantate le tende, e i fasci di armi luccicavano, allineati a intervalli regolari sulla linea del fronte. Con i fucili carichi, le sentinelle li sorvegliavano, immobili, fissando in lontananza, laggiù, le nebbie violacee dell’orizzonte, che salivano dal grande fiume.” Tra i 12.000 soldati del 7° corpo d’armata, si trova anche il caporale Jean Macquart, di trentanove anni, “un ragazzone serio e posato”, vedovo e fratello più piccolo di quella Gervaise, che è la splendida protagonista de “L’Ammazzatoio”, del 1877 (volume VII) e di Lisa, la maggiore (“seria, bellissima quando sorrideva. Il suo maggior fascino derivava dalla grazia estrema con cui concedeva i rari sorrisi”), protagonista de “Il ventre di Parigi”, del 1873 (volume III).

Siamo appena all’inizio e l’autore sin da quelle prime scene dell’accampamento prepara, nelle conversazioni tra alcuni soldati, gli intrecci della storia. Se la protagonista sarà la guerra, con tutte le sue nefandezze e iniquità, e in particolare la disfatta di cui si avverte il respiro nell’aria, non si può dire che il modo in cui Zola sviluppa la tessitura della sua storia sia di minore interesse. Egli non fa altro che creare un punto circolare (in questo caso l’accampamento) in cui si innestano i piccoli germogli che daranno vita a mano a mano a percorsi diversi. Fatta questa prima operazione, toccherà, così, all’autore la scelta dei modi e dei tempi, ma nella più assoluta sicurezza di un complessivo cammino che sarà compiuto fino in fondo.

La guerra contro la Prussia non sta andando bene, c’è già stata la batosta di Wissembourg, “I generali, poi, erano per la maggior parte mediocri, rosi dalle reciproche rivalità, alcuni di una stupefacente ignoranza. Alla loro testa l’imperatore, malato ed esitante, che veniva ingannato e s’ingannava, nella spaventosa avventura in cui gettava alla cieca l’esercito, senza una seria preparazione, simile ad una mandria stordita e sbandata, condotta al macello.” Giungono notizie di altre sconfitte, come quella a FrÅ“chwiller: “Per due ore i ruscelli sono stati rossi di sangue…” C’è stupore tra i soldati, incredulità, smarrimento. Quando suona la ritirata, si scatena una gran confusione (“un furioso ‘si salvi chi può!'”); Jean perde di vista la sua compagnia, il 106°, e rimane solo con i suoi uomini. Tra questi, Maurice Levasseur – nipote di un eroe della Grande Armata -, “arruolatisi volontario, dopo una serie di grossi errori, dovuti ad una vita di dissipazione, a un carattere debole ed esaltato. Aveva sciupato denaro nel gioco e con le donne, commettendo infinite sciocchezze a Parigi, dove era andato a terminare gli studi di legge. La famiglia si era dissanguata per fare di lui un vero signore.” Ha un carattere ribelle e poco incline alla disciplina. Con Jean, suo superiore, ha più di uno scontro. Non sopporta quella ritirata che lo sta trasformando in “una bestia di quella mandria sbandata, che seminava gli uomini per le strade.” Sono lontani i giorni, scanditi dall’euforia e dalla certezza della vittoria, in cui per le strade di Parigi la gente gridava “A Berlino! A Berlino!”, che, ricordate?, sono le parole con cui si chiude il romanzo “Nanà”, del 1880. L’autore segue passo passo la ritirata, registrando gli umori dei soldati, il loro pessimismo, la delusione e l’amarezza. È un esercito allo sbando che, nell’attraversare paesi e villaggi, diffonde nell’aria il contagio della sconfitta. Pur non lasciandoceli ancora vedere, Zola riesce a farci sentire il fiato dei prussiani che si avvicinano, che incalzano il nemico con la forza e la tracotanza di una vittoria certa e vicina: “Tutti avevano l’impressione di sentire crescere il rombo dell’invasione, quel sordo muggito di fiume straripante, che ora, ad ogni nuovo villaggio, si gonfiava di altro spavento, in mezzo ai clamori e ai lamenti.” Non è difficile trovare in queste pagine i ricordi di un’altra grande ritirata, quella di Napoleone Bonaparte in fuga dalla Russia. Zola sembra, con le sue descrizioni, volerla deliberatamente richiamare, mettendo sotto gli occhi del lettore le conseguenze nefaste di una volontà di potenza non sostenuta da una preparazione e da una strategia militare adeguate, bensì: “dalla stupidaggine dei capi.”

Il panico che assale la popolazione dei vari villaggi al passare dell’esercito francese allo sbando, è reso con grande efficacia e fa un po’ da pendant alla paura e al caos che anni prima avevano assalito Mosca nell’imminenza dell’arrivo di Napoleone, così magistralmente descritti da Tolstoj in “Guerra e pace”, del 1863-1869.

Il caporale Jean (“un contadino mal dirozzato, è vero, ma comunque una brava persona”) e il soldato semplice Maurice (“biondo, piuttosto minuto, con fronte molto ampia, naso e mento piccoli, volto sottile, occhi grigi e dolci, a volte un po’ folli.”) sono gli occhi attraverso cui, alternativamente, Zola osserva la guerra e i suoi risvolti psicologici: “i soldati, dopo FrÅ“chwiller, non salutavano più neppure il maresciallo Mac-Mahon.” E ancora: “erano state distribuite a tutti gli ufficiali carte della Germania, mentre nessuno di loro, certamente, possedeva una carta della Francia.” In seguito si servirà dello sguardo di altri personaggi, come Weiss, cognato di Maurice, Delaherche, il suo padrone, nella proprietà del quale sarà issato un ospedale da campo, e di Silvine Morange, la donna amata da Honoré Fouchard, cugino di Maurice.

L’autore lancia, così, il suo j’accuse: “La Francia non era preparata alla guerra”. Come nel caso Dreyfuss, Zola non ha peli sulla lingua, il suo impegno civile trova spesso nei suoi romanzi un’eco ancora più definitiva. “La disfatta” è una impietosa analisi della leggerezza e della inconsistenza della politica e delle gerarchie militari, colpevoli di aver fatto subire alla Francia un’umiliazione bruciante: “Il debole schermo dei sette corpi francesi, disseminati da Metz a Strasburgo, era stato sfondato dalle tre armate tedesche come da possenti cunei.”; “ora si capiva con chiarezza che la disfatta, nonostante tutto, era fatale, come la legge delle forze che reggono il mondo.”

Se Zola condanna i capi, ha sempre parole di lode per i soldati, di cui descriverà puntigliosamente gli atti di eroismo. Una notte, uscito dalla sua tenda non potendo prendere sonno, Maurice pensa che: “Quella marcia su Verdun era una marcia verso la morte, e la accettava con rassegnazione forte e serena, dato che bisognava morire.”

Il realismo esigente, pignolo ed ossessivo con cui Zola segue la marcia dei soldati ha più il connotato della denuncia documentaria piuttosto che quello letterario, pur notevole. L’accanimento nel descrivere ogni gesto, ogni piccolo movimento imprime nei singoli uomini, tanto nella gioia quanto nel dolore, la tragica conseguenza della incapacità di chi ha voluto una guerra perduta in partenza: “Lapoulle, di tanto in tanto, con una spallata, si rimetteva a posto lo zaino.” e ancora, molto più avanti: “vide il cadavere di un artigliere scendere lentamente a filo d’acqua… Fu trattenuto un momento da un ciuffo d’erba, poi girò su se stesso, e ripartì.”; delle carrette stanno raccogliendo i morti lungo le strade di Bazeilles, distrutta dai prussiani: “Quando i tre carri si misero in moto, traballando nelle pozzanghere, una mano livida che pendeva fuori, strusciando contro una ruota, si consumò a poco a poco, fino all’osso.” I rari momenti di allegria e di spensieratezza della truppa renderanno ancora più drammatico l’esito della disfatta, sia materiale che morale: Lapoulle “non si lamentava, anzi rideva, ascoltando una canzone con cui Loubet, il tenore della squadra, alleviava la lunghezza del cammino.”

È il romanzo, questo, in cui la forza del naturalismo zoliano emerge con maggior forza e determinazione: “tornarono dopo una mezz’ora, carichi di un costato di bue ancora sanguinante, e di un fascio di legna. Sotto una quercia erano state abbattute e fatte a pezzi tre bestie della mandria che seguiva la divisione.”

In mezzo al caos e allo smarrimento, alle fatiche e alle delusioni, quella lunga marcia feconda un’amicizia che sembrava impossibile tra Jean e Maurice. Quest’ultimo si accorge via via che dietro la rozza apparenza del contadino, Jean nasconde un cuore d’oro ed una esperienza preziosa, messa sempre al servizio dei compagni. Così un giorno, curato da Jean per una piaga al calcagno, con le lacrime agli occhi gli confessa: “Sei proprio una brava persona, tu… Grazie, amico mio.”

Non è, “La disfatta”, un romanzo facile a scriversi, come si accorgerà il lettore. Solo le speciali qualità narrative dell’autore e la sua preparazione, con la raccolta di abbondante materiale documentario e di numerose testimonianze, hanno reso possibile la ricostruzione puntigliosa di una vicenda di guerra, quella franco-prussiana del 1870-1871, che ci appassionerà, proprio in virtù di una particolare sapienza narrativa.

A fronte della sofferenza dei soldati, invece l’imperatore Napoleone III, alla testa dell’esercito, pare non farsi mancare nulla. Quando Maurice si trova accampato vicino al paese natio, Chesne, riceve da Jean il consiglio di andare a riposarsi da qualche conoscente, per trovare sollievo al suo calcagno, la cui piaga stentava a guarire. Giunto al paese, si dirige verso la casa del notaio, figlio di Madame Desroches che lo aveva spesso coccolato da bambino, ma lo ferma a tempo la moglie del farmacista, Madame Combette, che lo avverte che nella casa del notaio ha preso alloggio nientemeno che l’imperatore: “Ah, mio caro ragazzo! Se sapeste cosa è venuto fuori, da quel bagaglio! Vasellame d’argento, bottiglie di vino pregiato, ceste di provviste, bellissima biancheria… Di tutto, insomma! Hanno scaricato per due ore, senza fermarsi un momento. Mi domando dove sia stata ficcata tutta quella roba, perché la casa non è grande… Guardate! Guardate! Hanno acceso un gran fuoco in cucina!” All’interno, infatti, è stata allestita “una specie di fornace, su cui si arrostiva e bolliva il pranzo di un imperatore.” Nella strada sosta una folla di curiosi che contempla lo spettacolo a bocca aperta: “I vecchi non ricordavano di aver visto, al Lion d’Argent, nemmeno in occasione dei più sontuosi festini, tanti fornelli accesi e tanto cibo messo a cuocere in una sola volta.” Ma l’imperatore è malato, soffre di un tumore alla prostata (“Pare che abbia una malattia terribile, che lo fa gridare in quel modo. Quando c’è gente si trattiene, ma quando è solo, è una cosa più forte della sua volontà: grida e si lamenta in modo tale, che vi si drizzano i capelli in testa.”), e di tutto quel ben di Dio, mangia solo “due bocconi, respinse il piatto con un cenno della mano. Aveva pranzato. Un’espressione di sofferenza, sopportata in segreto, rendeva terreo il pallido volto.” A dar man bassa al pranzo ci pensano, in un’altra stanza, gli scudieri, gli aiutanti di campo, i ciambellani, “con grandi scoppi di voci.” Napoleone III, succube per di più dell’imperatrice, l’aristocratica, cinica e bella spagnola Eugenia di Montijo, è, così, la figura tragica e simbolica di quella guerra, in cui, a Sedan, il 2 settembre 1870, sarà sconfitto e fatto prigioniero: “la finestra d’angolo, nella casa del notaio, era ancora illuminata, e l’ombra dell’imperatore, a intervalli regolari, vi si stagliava nettamente, in un cupo profilo.”; ancora: “quel malato, che l’insonnia teneva in piedi, con un angoscioso bisogno di movimento, nonostante la sofferenza, e con le orecchie rintronate dal frastuono di quei cavalli e di quei soldati, che mandava alla morte.” Zola ritrae, dunque, le ultime immagini di Napoleone III a pochi giorni dalla fine del suo impero: “l’imperatore, che non comandava più, attendeva soltanto il compiersi del proprio destino.” Esiliato prima in Germania, infatti, raggiungerà poi l’imperatrice a Kent, in Inghilterra, dove morirà il 9 gennaio 1873.

Si tratta del crollo di uno degli imperi più sfarzosi e invidiati d’Europa. Di questa disfatta Zola non esita a attribuire la responsabilità, oltre che ai comandanti militari – sempre indecisi tra “marce e contromarce” delle truppe, le quali, stanche, affamate e demoralizzate “si volevano sedere sugli zaini, nel fango di quell’altipiano zuppo d’acqua, e aspettare la morte lì, sotto la pioggia. Protestavano, insultavano i comandanti” – in particolare alla imperatrice Eugenia, alla quale attribuisce questo pensiero malvagio, indirizzato all’imperatore: “Muori da eroe sui mucchi di cadaveri del tuo popolo, suscita in tutto il mondo commozione e ammirazione, se vuoi che si perdoni tuo figlio!”; e si domanda Zola: “l’imperatrice si era augurata la morte del padre perché regnasse il figlio?” Mandava, ossia, un esercito “incontro a una carneficina, per la salvezza di una dinastia!” Salvezza che non ci sarà, come ci dice la Storia.

L’allegria, il buon umore, quel po’ di ottimismo, se ne sono andati definitivamente: “Il misero esercito cominciava a salire il suo calvario.” Zola riesce, come già si accennato, a mantenere viva e presente la forza nemica, senza mai introdurla in scena completamente. In punta di penna annota che sono state effettuate delle incursioni, che i terribili ulani hanno incendiato i villaggi, e ora stanno fiancheggiando in silenzio la truppa in attesa del momento propizio per lanciare l’assalto, ma la sua attenzione resta ferma sull’esercito francese che, nel bene e nel male, domina la pagina, simile però a un gigante via via sempre più ferito, meglio ancora simile al toro nell’arena, portato prima all’agonia e infine alla morte: “I soldati, a poco a poco, si innervosivano, sentendosi avvolgere, a distanza, nelle maglie di un’invisibile rete.”; “si sentiva il nemico avvicinarsi da ogni parte, come si sente arrivare il temporale, prima ancora che si mostri all’orizzonte.”

Lo si è già detto, è il romanzo che vede nascere una amicizia, quella tra il caporale Jean e il soldato Maurice. A mano a mano che la disfatta si avvicina, essa si erge sulla sventura a simbolo di quella “fraternità dei primi giorni del mondo, l’amicizia che prescinde dalle differenze di cultura e di classe”. Maurice è sfinito, vorrebbe che fosse abbandonato e lasciato solo a morire, ma Jean si prende cura di lui, lo sostiene con il suo braccio, gli offre il suo già scarso cibo, lo scuote, lo incoraggia e per Maurice “in quell’estrema miseria, con la morte di fronte, era un conforto delizioso sentire che un essere umano lo amava e si prendeva cura di lui.” Succederà che la stessa cosa farà più tardi Maurice nei confronti di Jean ferito.

Pare che Zola si sia proposto di mettere una scintilla di luce dentro il buio di una immane tragedia e abbia scelto, per fare questo, l’amicizia, messa alla prova davanti agli orrori della guerra: “Siamo stati venduti: lo sanno tutti!” grida un soldato. Zola lancia un altro segnale significativo: è quello di un contadino che “tranquillamente” continua a lavorare nei campi, nonostante vicino echeggino i colpi dei cannoni. Lo farà più di una volta, come vedremo.

Proseguendo nel romanzo, non si può non rimanere stupiti dalla eccellenza di una scrittura che riesce a rendere costantemente ogni particolare (si pensi alla descrizione del lavoro dei barellieri nel V capitolo della seconda parte, oppure alle modalità di carica del cannone, sempre nello stesso capitolo), in una vicenda che, mentre ci appare compatta con il suo massiccio movimento di uomini e mezzi, con le ansie, le paure, le delusioni, le fatiche, le minime e feroci speranze, nello stesso tempo sa introdurre il nostro sguardo negli accampamenti, nelle tende, mostrarci i fuochi accesi sulle rive dei fiumi, renderci partecipi delle lunghe e snervanti marce (“A ogni passo qualcuno si accasciava sul marciapiede, stramazzava sulla porta di una casa, e rimaneva lì, addormentato, come morto.”), farci respirare le incertezze, le indecisioni, le incapacità, farci sentire il fiato del nemico (“le formiche nere”; “il nero formicaio umano”), onnipresente e pronto all’agguato. Non ricordo di aver mai letto pagine di guerra così vivibili e vissute dal lettore. Nemmeno in Tolstoj, nemmeno in Hugo. Si ha la sensazione di una vastità in cui nulla dei particolari va disperso, come in un quadro di Brughel il vecchio: “Sotto il peso della cavalleria e dell’artiglieria, che sfilavano fin dalla mattina, le chiatte di sostegno alle tavole del ponte erano affondate a poco a poco, e il tavolato era immerso per qualche centimetro nell’acqua. Ora passavano i corazzieri, a due a due, in una fila ininterrotta, che usciva dall’ombra di una delle sponde per rientrare nell’ombra dell’altra. Il ponte non si vedeva più, sembrava che gli uomini camminassero su quell’acqua violentemente illuminata, su cui danzava un incendio. I cavalli nitrivano, con le criniere arruffate, le zampe rigide, e avanzavano pieni di terrore su quel terreno instabile, che si sentivano sfuggire sotto gli zoccoli. Dritti sulle staffe, tirando le redini, passavano i corazzieri, drappeggiati nei grandi mantelli bianchi, e si vedevano soltanto i loro elmi, accesi di riflessi rossi. Sembravano cavalieri fantasma, che andassero verso una guerra di tenebre, con capigliature di fiamma.”

Ci si sta ritirando verso Sedan: “una Sedan livida, una Sedan d’incubo e di lutto si delineava all’orizzonte, contro l’immenso e cupo sipario delle foreste.”

Il colpo di cannone sparato all’improvviso dai prussiani dà inizio alla seconda parte e a quella che sarà la battaglia definitiva di Sedan (“armata di cannoni fuori uso, senza munizioni e senza viveri.”), che segnerà la sconfitta dei francesi e la cattura di Napoleone III, ossia la fine dell’impero. Weiss, il cognato di Maurice, ovvero il marito della sorella gemella Henriette, tanto delicata e fragile che “quando passava, sembrava che nell’aria passasse una carezza.”, così come aveva intuito, all’inizio del romanzo, la sconfitta, lui che non aveva alcuna esperienza militare essendo stato esentato a causa dei “suoi grandi occhi da miope”, così ora, “pieno di buon senso”, capiva la manovra a tenaglia dei prussiani, grazie alla quale essi avrebbero stritolato proprio a Sedan, che si trovava “come in mezzo ad una fossa”, l’esercito francese. Ciò che non erano stati in grado di prevedere i comandanti, lo intuiva, ossia, un borghese qualunque, addirittura riformato. Zola, dunque, affida alla figura di Weiss la sua tagliente e irata denuncia contro l’incapacità dei generali a guidare la guerra, in cima a tutti il maresciallo Patrice de Mac-Mahon. È anche il momento in cui l’autore si ferma a descrivere alcuni episodi di morte, provocati dal nemico. Un soldato, “colpito al cuore, stramazzava sul dorso. Le gambe ebbero una breve convulsione, la faccia rimase giovane e tranquilla.”; “sulla soglia, giaceva Françoise, di traverso, con le reni spezzate e la testa fracassata, un relitto umano coperto di sangue, spaventoso.”; “un vecchio contadino, che si ostinava a far rientrare il cavallo nella scuderia, colpito in fronte da una palla, fu proiettato fino in mezzo alla strada.”; “All’angolo di ogni strada stramazzavano soldati; i morti, alcuni ammucchiati, altri isolati, formavano macchie scure, spruzzate di sangue.” Più avanti troveremo: “Proprio in quel momento una scheggia di granata fracassò la testa di un soldato, in prima fila. Non si sentì neppure un grido: un getto di sangue e di cervello, e fu tutto.”; “Una scheggia portò via il calcagno sinistro a un furiere della compagnia, che, in un accesso di improvvisa follia, si mise a gridare di dolore.”; “Fu così che il sergente Sapin incontrò la morte che attendeva. Si voltò, e vide arrivare la granata quando non aveva più il tempo di evitarla.” Ci saranno altre occasioni come queste, ad esempio allorché infurierà la terribile battaglia dell’altopiano di Illy: “Un grande cavallo nero col ventre squarciato cercava di rialzarsi, ma aveva le zampe anteriori impigliate nelle proprie viscere.” Zola, ossia, non vuole tacerci gli orrori della guerra, accrescendo con ciò la colpevolezza dei generali, e proprio mentre il pacifico Weiss, con i suoi occhiali e il grosso cappotto, è trasformato dall’autore in una specie di eroe nazionale (e non sarà il solo, vedrete): “Rapidamente sostituì gli occhiali a molla con quelli a stanghetta, e il grosso borghese incappottato, dalla rotonda faccia bonaria trasfigurata dalla collera, comico, e insieme superbo di eroismo, si mise a sparare sui bavaresi apparsi in fondo alla strada.”; “Per lui, ormai, non esisteva che la sua rabbia, l’inestinguibile voglia di battersi, all’idea che lo straniero entrasse in casa sua, si sedesse sulla sua sedia, bevesse il suo vino.” Allo stesso modo in cui le isolate e tristi apparizioni del colonnello de Vineuil sembrano elevarsi a simbolo di una Francia coraggiosa, seppure umiliata: “Alzando la testa, Maurice vide, a pochi passi di distanza, il colonnello de Vineuil sul suo grande cavallo: l’uomo e l’animale erano immobili, come se fossero di pietra. Guardando il nemico, il colonnello aspettava, sotto le pallottole.” In una precedente scena, così aveva descritto la sua apparizione: “Maurice fu colpito dalla vista del colonnello de Vineuil, apparso all’improvviso ad un crocicchio, altissimo e pallidissimo, simile ad una statua della disperazione, immobile sul cavallo, che tremava nel freddo del mattino, con le froge dilatate, rivolto verso il cannone lontano.” La sua morte, sul finire del romanzo, sarà avvolta dalla stessa solitudine e dalla stessa malinconia. A rendere ancora più tragico il destino dei francesi, Zola fa un ravvicinato raffronto tra Napoleone III, malaticcio e imbellettato al fine di nascondere alla truppa il suo pallore (“lo pettinavano, lo agghindavano, e gli mettevano una pomata sulla faccia”, si leggerà più avanti), e il re prussiano Guglielmo I che assisteva alla battaglia “dalle sette, al riparo da ogni pericolo, dominando la valle della Meuse, la sconfinata estensione del campo di battaglia. L’immenso piano in rilievo andava da una parte all’altra dell’orizzonte, e lui, in piedi in cima alla collina, lo guardava come da un trono, da un gigantesco palco di gala.”; “Tutte quelle terre gli appartenevano, vi poteva far manovrare, a suo piacere, i duecentocinquantamila uomini e gli ottocento cannoni delle sue armate, abbracciando, con un solo sguardo, la loro marcia conquistatrice.”

I soldati comunque non vedono l’ora di battersi, di farla finita. È da troppo tempo che fuggono il nemico, si sono ridotti che paiono scheletri, fantasmi, e non ne possono più delle bugie dei comandanti: “Ci raccontavano che Bismarck era stato fatto prigioniero, e che un’intera armata era stata scaraventata in una cava di pietra…” e di nuovo quella terribile accusa: “Siamo stati venduti… Lo sanno tutti.”

Attraverso lo scontento, la voglia di ribellione e l’ira che serpeggiano tra i soldati, Zola si leva qualche sassolino dalle scarpe: uno di loro, Chouteau dice agli altri: “Ma è più che chiaro, Dio mio! Si sanno perfino le cifre… Mac-Mahon ha avuto tre milioni, e gli altri generali un milione a testa, per portarci qui… Si sono messi d’accordo a Parigi, la primavera scorsa, e stanotte hanno tirato un po’ di razzi, per far capire che era tutto pronto, e che ci potevano venire a prendere.” Naturalmente è scontato per i soldati che sia stato Otto von Bismarck a corromperli: “Tornavano, fatalmente, le accuse di tradimento. Ducrot e Wimpffen volevano guadagnare i tre milioni di Bismarck, proprio come Mac-Mahon.” Dopo il ferimento di Mac-Mahon, “a cui una scheggia di granata aveva quasi completamente portato via la natica sinistra”, il comando era passato, infatti, prima, per la durata di appena due ore, a Auguste-Alexandre Ducrot, poi definitivamente a Emmanuel Félix de Wimpffen, richiamato apposta dall’Algeria, dopo le prime sconfitte dei francesi.

La tragedia della guerra viene magistralmente resa, oltre che con la precisa descrizione delle varie battaglie, dall’opera di assistenza ai feriti prodigata negli ospedali da campo. In particolare, resta drammatica la visione dei corpi martoriati e sottoposti ai drastici e febbrili interventi del chirurgo, il maggiore Bouroche: “Si vedevano fianchi sanguinanti per spaventose lacerazioni, grovigli di viscere sotto la pelle squarciata, dorsi maciullati, che torcevano il corpo in frenetiche convulsioni, polmoni trapassati da parte a parte, alcuni con un foro così piccolo che non sanguinava neppure, altri aperti da larghe piaghe, da cui la vita scorreva via in un rosso fiume di sangue. Le emorragie, interne, poi, fulminavano gli uomini, rendendoli da un momento all’altro deliranti e neri. Più di tutto avevano sofferto le teste: mascelle fracassate, sanguinose poltiglie di denti e di lingua, orbite sfondate, con gli occhi usciti a metà, crani aperti, da cui si scorgeva il cervello.”

Come quel contadino intento ad arare la sua terra, incurante dei colpi di cannone, anche questa volta, allorché Napoleone III, atterrito da quella grande carneficina di soldati, fa consegnare al re di Prussia la lettera della capitolazione dell’esercito francese, allo stesso modo la natura continua il suo corso, indifferente: “gli incendi di Bazeilles, i massacri di Illy, le angosce di Sedan, non impedivano all’impassibile natura di essere bella, in quel sereno tramonto di una luminosa giornata.”

Una natura che è qualcosa di più ampio e di più profondo rispetto a ciò che cade sotto i nostri sensi, se è vero che un’intera foresta di alberi perfino secolari (è la foresta della Garenne) stramazza al suolo sotto la furia delle cannonate del nemico. Lì dentro stanno alberi e uomini (troveremo scritto nella terza parte, quando Silvine e Prosper vanno in cerca di Honoré: “C’erano anche cadaveri di soldati, caduti fraternamente insieme agli alberi.”) uniti dallo stesso disastro prodotto dalla guerra, dalla stessa disfatta: “Due uomini furono uccisi, colpiti di schiena e di fronte. Davanti a Maurice una quercia secolare a cui una granata aveva colpito il tronco piombò a terra con la tragica maestà di un eroe, schiantando tutto all’intorno.” E subito dopo, un altro faggio colossale “si spezzò e rovinò come le capriate di una cattedrale.” Nella “massacrata” foresta, nel “bosco del terrore”, è un fuggi fuggi alla ricerca di un riparo che non c’è: “Altri, con le membra crivellate, colpiti a morte, parlavano e correvano ancora per molti metri, prima di stramazzare con un’improvvisa convulsione.”

La guerra, in questo romanzo di Zola, non nasconde la sua follia, e tutta la riversa sugli uomini, ossia su coloro in grado di provocarla, con una estensione tragica nei confronti di ciò che vive intorno a lei, non solo uomini, dunque, ma anche animali, cose, alberi. La guerra quale peggior furia che possa scatenarsi sulla Terra ha in Zola il suo impietoso e stoico cantore: “Maurice e Jean scorsero uno zuavo con le viscere squarciate, che gridava ininterrottamente, come un animale sgozzato. Più lontano, un altro era in fiamme: la cintura blu bruciava, il fuoco gli ardeva la barba, e, immobilizzato dalle reni spezzate, piangeva a calde lacrime. Un capitano, col braccio sinistro staccato, e il fianco destro trapassato fino alla coscia, si trascinava sui gomiti, implorando il colpo di grazia, con voce acuta e supplichevole, agghiacciante.” Al di là delle colpe dei comandanti, con questa messe quasi ininterrotta di descrizioni dolorose, Zola pare voler indicare a tutti noi che non si può amare la guerra, perché essa è una scomposizione orribile dell’uomo, una frantumazione dell’anima, un rimescolamento insidioso dell’ordine, del significato e dello stesso fine dell’universo. Ma la si può fuggire? È descrivendo la morte del tenente Rochas, indomabile ottimista e sicuro della vittoria (“con lui finiva una leggenda”), che ci arriva la risposta dell’autore: “Visse ancora un momento, con gli occhi spalancati, vedendo forse salire all’orizzonte l’immagine vera della guerra, atroce lotta per la vita che bisogna accettare con cuore rassegnato, come una legge.” È un concetto duro, cinico, che Zola, nello stesso tempo in cui ci mostra le terribili conseguenze della guerra, non vuole nasconderci. Tuttavia, l’autore torna a sottolineare: “Il tempo era bellissimo, il cielo appariva di un magnifico azzurro.” Anche più avanti, nella terza parte, quando si ripresenta la visione della foresta della Garenne, disseminata di cadaveri e di alberi sventrati dalle cannonate prussiane, Zola ci ripropone, a confronto e monito, l’immagine quieta di una natura rimasta intatta dagli orrori della guerra: “Ad un tratto, in una piccola vallata, lo spettacolo tremendo cessò. La battaglia doveva essere passata altrove, senza toccare quella deliziosa conca erbosa. Nessun albero era stato abbattuto, nessuna ferita aveva sanguinato sul muschio. Un ruscello scorreva tra le lenticchie d’acqua, il sentiero che lo fiancheggiava era ombreggiato da maestosi faggi. Da quella freschezza di acque vive, da quel fremere silenzioso di erbe spirava un incanto sottile, una meravigliosa pace.” Questo ricorrente motivo sarà, alla fine, uno dei messaggi più espliciti del romanzo.

Così appare, al contrario, la cittadina di Sedan, stipata all’inverosimile, dietro le sue mura, da una folla innumerevole di fuggiaschi: “Le strade e le piazze erano gremite, stracolme, zeppe a tal punto di uomini, di cavalli, di cannoni, che quella massa compatta sembrava esservi stata cacciata con la forza, a colpi di un maglio gigantesco. Sui bastioni bivaccavano i reggimenti che si erano ritirati in buon ordine, i relitti di tutti i corpi, i fuggiaschi di tutte le armi. La città era stata sommersa da una turba brulicante, una ressa, un fiotto denso, compatto, in cui non si potevano più muovere né braccia né gambe.” E più avanti: “La città era diventata una vera e propria cloaca, dove da tre giorni si ammucchiavano gli escrementi di centomila uomini.” A Sedan si sono rifugiati anche Jean e Maurice, che porta con sé la sorella Henriette, cui hanno ucciso Weiss, il marito. Le porte della città vengono chiuse: “I prussiani erano a meno di cento metri”.

Il generale Wimpffen si è appena recato al quartiere generale prussiano per negoziare la resa.

Napoleone III è costretto all’esilio. Se ne va dentro una carrozza verso Bouillon, accolto da mormorii e fischi.

I soldati asserragliati in città vengono fatti prigionieri e deportati nella penisola di Iges, in attesa di essere trasferiti in Germania. Tra loro Jean e Maurice. Vi resteranno nove giorni. Il caldo e la fame mietono nuove vittime: “ne cadevano di debolezza a centinaia, sotto l’ardore del sole.” I cavalli (Zola non manca mai di osservarli, sia quando sono in battaglia che in occasioni come questa) galoppano in branco, senza una meta, come impazziti per la fame: “I loro nitriti erano così agghiaccianti, così spaventosi, che sembravano ruggiti di belve.” Nonostante la proibizione di ucciderli per procurarsi cibo, di notte Jean e gli uomini superstiti della sua squadra vedono un cavallo disteso a terra, fiaccato dalla fame e decidono di ucciderlo. Zola ne descrive il bestiale modo: prima si cerca con una pietra di fracassargli il cranio, poi con un coltello, che ha “la lama non più lunga di un dito”, gli viene aperta e frugata la gola in cerca dell’arteria: “Per morire gli ci vollero quasi cinque minuti. I grandi occhi spalancati, pieni di tristezza e di spavento, fissavano gli uomini che aspettavano impazientemente la sua morte. Poi si oscurarono e si spensero.” Annota ancora Zola: “Il carnaio divenne spaventoso, simile alla furibonda fretta, tra sangue e visceri sparsi, di lupi feroci che frugano con i denti aguzzi la carcassa di una preda.” Quel luogo era stato denominato, non a caso, “Campo della Miseria”. La guerra, infatti, sembra ammonire l’autore con la minuziosa descrizione di un tale atto selvaggio, non finisce di produrre i suoi effetti disastrosi con l’ultimo colpo di cannone, ma lascia segni che si trascineranno nel tempo. Non si è più uguali a prima, una volta che ci siamo lasciati vincere dai peggiori istinti. Per un pezzo di pane uno dei soldati di Jean, Lapoulle, ucciderà un compagno, Pache.

Allorché, verso la fine, Silvine farà sgozzare davanti ai suoi occhi e a quelli del figlio (il piccolo Charlot) il marito Goliath, una spia alsaziana, l’autore scrive: “Ah, la guerra, l’abominevole guerra, che aveva trasformato tutta quella povera gente in belve, seminando odi incredibili: il figlio, spruzzato dal sangue del padre, sarebbe cresciuto perpetuando l’odio di razza, nell’esecrazione della famiglia paterna che forse un giorno sarebbe andato a sterminare! Erano veramente sei scellerati da cui sarebbero spuntate messi spaventevoli!”

C’è un punto – nel corso di questa orribile prigionia – in cui Zola sembra intuire quella che nel secolo successivo sarà la grande tragedia del nazismo, ed è quando Henriette, alla ricerca del fratello Maurice, incontra il cugino Gunther, “capitano della guardia prussiana” e gli chiede di aiutarla. Gunther si rifiuta e Zola scrive, nel mentre Henriette si allontana: “Gli ordini erano formali: Gunther parlava della volontà tedesca come di una religione. Lasciandolo aveva avuto la netta sensazione che il cugino si credesse investito, in Francia, di un ruolo di giustiziere, con l’intolleranza e l’alterigia del nemico ereditario, cresciuto nell’odio della razza che finalmente era autorizzato a punire.” Sul finire, sempre a proposito dell’atteggiamento assunto da Gunther, l’autore riferirà la convinzione di quest’ultimo che: “Ancora una volta i Germani salvavano il mondo”.

L’amicizia tra Jean e Maurice sembra sempre più consolidarsi. Siamo quasi alla fine del romanzo e abbiamo assistito, in quella lunga tragedia della guerra e della prigionia, a comportamenti tra i due improntati al rispetto e all’aiuto reciproco, che Zola chiama: “carità fraterna”. Il romanzo si conferma, dunque, anche come la storia di una amicizia esemplare nata in una situazione tanto tragica com’è quella di una guerra. Zola vi insiste a tal punto che sembra volerci suggerire che, infine, è proprio questo il tema emergente del suo romanzo. Esso scivola fuori dalla guerra così prepotentemente, come da un guscio, da indurci a crederlo. Ci dice la verità? Fate attenzione: Jean è stato ferito ad una gamba, rischia l’amputazione. Maurice non se la sente di attendere la guarigione dell’amico, che durerà forse dei mesi, giacché gli cresce dentro la smania, mai sopita, di prendersi una rivincita per quella disfatta che ha umiliato la Francia. La sorella lo supplica di non partire, ma inutilmente. Parigi è ancora una città aperta, là ci sono speranze di riprendere la lotta contro i prussiani. Così parte, e proprio nel momento dell’addio, allorché Maurice saluta Jean, Zola si domanda: “Possono mai dividersi, due cuori, quando il dono di se stessi li ha fusi l’uno nell’altro?” Anche l’autore, dunque, attende che l’amicizia, addirittura, in questo caso, una amicizia davvero speciale, nata da tanti pericoli corsi insieme e da “settimane di dolorosa ed eroica vita in comune”, sia messa alla prova fino in fondo, nei momenti ancora più disperati, forse, che attendono i due protagonisti: “il bacio di quell’ora era tremante dell’angoscia dell’addio. Si sarebbero rivisti, un giorno, e come, in quali circostanze di dolore o di gioia?” Condannati ormai definitivamente i comandanti francesi, colpevoli della disfatta, l’autore riesce a far esplodere un tema psicologicamente assai fondamentale, legato alla passione politica e al patriottismo, un tema che sta per innestarsi sul tronco di un’amicizia la cui forza è ancora tutta da misurare, nonostante che Maurice, nel congedarsi dalla sorella Henriette, pronunci parole molto significative: “Ti affido mio fratello… Abbi cura di lui: amalo come lo amo io!”

Zola, inoltre, fa qualcosa di più: fa nascere “una tenera simpatia”, “una grande tenerezza”, tra Henriette e Jean, quasi a rafforzare il legame di amicizia che lega quest’ultimo a Maurice. Il quale ora si trova a Parigi, dove si respira un’aria pesante, a causa delle continue sconfitte militari, finché il 3 settembre (siamo sempre nel 1870) il popolo si riversa per le strade della capitale al grido “Abdicazione! Abdicazione!” Il giorno successivo è “la fine di un mondo, il Secondo Impero travolto nel crollo dei suoi vizi e delle sue colpe, tutto il popolo per le strade, un torrente di mezzo milione di uomini che riempiva place de la Concorde, sotto il luminoso sole di quella bella domenica”. Ancora il raffronto con la natura, a far da contrasto alle beghe degli uomini.

Nasce la Repubblica, che sarà seguita dalla Comune. L’imperatrice reggente lascia in gran fretta il Louvre, passando attraverso una porticina, “vestita di nero, accompagnata da un’amica, tutte e due tremanti” e “Quello stesso giorno Napoleone III lasciava la locanda di Bouillon dove aveva trascorso la prima notte d’esilio, in cammino verso Wilhelmshoehe.”

Parigi deve fare i conti, però, con l’assedio dei prussiani, che l’hanno stretta in una morsa di ferro, trasformandola in una “gigantesca prigione di due milioni di viventi, da cui proveniva un silenzio di morte.”

Maurice è là, pronto a combattere, ancora presente in lui un barlume di speranza. Di fronte ai tentennamenti della nuova repubblica guidata da Jules Favre, egli comincia ad abbracciare le idee dei nuovi rivoluzionari, “che erano certi di vincere”: “Era disposto ad accettare tutto: la distruzione, lo sterminio piuttosto che cedere un soldo del patrimonio, un pollice della terra di Francia!” Vedrete più avanti che questo passaggio, che altro non è che la maturazione di un sentimento già presente in nuce in Maurice, sarà importante, e non affatto retorico, nella teoria di quell’amicizia tra Maurice e Jean, che Zola si è proposto di mettere alla prova. Intanto si apre una frattura anche tra l’esercito e il popolo parigino: “Mentre le truppe, scoraggiate, sentendo l’approssimarsi della fine, domandavano la pace, la popolazione reclamava ancora la sortita in massa, la sortita torrenziale, in cui tutto il popolo, insieme alle donne e ai bambini, si sarebbe precipitato sui prussiani, come un fiume in piena, che straripando spazza via tutto.” Maurice sente che il popolo ha ragione, vuole schierarsi dalla sua parte e lasciare il suo reggimento, “con un odio crescente contro il mestiere di soldato che lo teneva al riparo del Mont-Valérien, ozioso e inutile.”

Quando viene negoziato l’armistizio, la rabbia di Maurice raggiunge il colmo e “Alla fine di febbraio si decise a disertare.” Siamo nei primi mesi del 1871. Il 26 febbraio scoppia la rivolta che porterà, il 18 marzo, alla nascita della Comune e alla fuga di coloro che avevano trattato la pace nel tentativo di riportare al governo la monarchia. Proprio quella sera stessa, dopo tanto tempo, Maurice incontra Jean, che si trova a Parigi, di nuovo arruolato nell’esercito con “i galloni di caporale”. La folla sta per disarmare lui e la sua squadra, quando Maurice, riconoscendolo, si fa avanti per sottrarlo alla sua furia. È talmente felice di averlo ritrovato e sicuro della loro amicizia che gli domanda, non dubitando della risposta: “Tu resti con noi, non è vero?”. Ma, continua Zola: “Il volto di Jean espresse una profonda sorpresa.” Si è parlato delle atrocità della guerra, si è parlato del tradimento dei generali, si è parlato della frattura tra il popolo e i suoi governanti, ma ora è arrivato il momento della prova attesa da Zola. La forza e il valore dell’amicizia. Saranno travolti anch’essi, come è stato travolto tutto il resto? Quell’amicizia è ora l’unica risorsa, la sola energia che possa illuminare la Francia umiliata. Forse, la prova più alta. Risponde Jean: “Sei tu che dovresti venire con noi.” Allora, “Con un gesto di rabbia Maurice gli lasciò le mani.” Si consuma la separazione, anche se “erano fratelli, uniti tra loro da un solido legame”, sottolinea l’autore, che continua: “ma emozionati e felici di quell’incontro.” Nello scontro che subito si accende tra i rivoluzionari e l’esercito, al cui comando è tornato il maresciallo Mac-Mahon (una vera e propria guerra civile), i prussiani stanno a guardare: “le armate tedesche erano ancora presenti, da Saint-Denis a Charenton, e assistevano allo spettacolo del disfacimento di un popolo!”

Attraverso l’esasperazione e l’esaltazione di Maurice, Zola crea pagine molto intense in cui il sogno di una Francia migliore dà alla Comune, pur con le sue debolezze e le sue contraddizioni (“I gruppi delle assemblee rivoluzionarie si sterminavano a vicenda per salvare la patria.”) le stigmate di una follia necessaria: “la gigantesca città in cenere, solo tizzoni fumanti sulle sponde del fiume, la piaga risanata dal fuoco, una catastrofe senza nome, senza precedenti, da cui sarebbe uscito un popolo nuovo.”

Sotto i colpi dell’esercito, la Comune ha però i giorni contati. La popolazione, ormai stanca e delusa, comincia a prenderne le distanze: “Sotto lo splendente sole del magnifico mese di maggio”. Sarà proprio un passante a segnalare alle truppe che assediano la città, non lontane più di cinquanta metri, che la porta Saint-Cloud è rimasta incustodita. Attraverso di essa, entreranno in città la sera del 21 maggio 1871, “una domenica”, precisa Zola. Nel fuggi fuggi che seguirà nei giorni successivi, alla fine Maurice resterà solo, “sdraiato tra due sacchi di terra pensando unicamente a sparare, a sparare”. E lì che lo troverà Jean. Non diremo il seguito per non togliere al lettore il piacere di scoprirlo da sé, ma ci limitiamo a dire che l’amicizia, se proprio non muore, viene irrisa e sconfitta dalla guerra. Il prezzo da pagare, infatti, sarà troppo alto, anche se non tale da distruggere la speranza. Stupende le pagine che descrivono Parigi di notte, messa in fiamme dai comunardi: “il calore era così intenso che bruciava loro i peli del volto.”; “le fiamme salivano talmente in alto che spegnevano le stelle.” A noi lettori sembrerà di intravedere tra quelle fiamme, nel ritmo incalzante assunto dalla narrazione, con cui l’autore sottolinea la furiosa rappresaglia dei vincitori, i volti eccitati, tristi, di Maurice, di Jean, di Henriette.

 “Thérèse Raquin”(Trad. Maurizio Grasso)

È considerato da taluni (si veda il Dizionario dei capolavori della UTET) il primo vero romanzo del ciclo dei Rougon-Macquart – prima ancora de “La fortuna dei Rougon” -, pubblicato a Parigi nel 1867, ma apparso in precedenza con il titolo Un matrimonio d’amore come novella nel Figaro del 24 dicembre 1866, e sotto forma di romanzo in L’Artiste fra l’agosto e l’ottobre 1867. La protagonista che dà il titolo al romanzo ha sposato un essere insignificante, Camille Raquin, un cugino ottuso ed egoista, la cui vecchia madre, paralitica, gestisce un negozio di mercerie nel buio passaggio del Pont-Neuf. Conosciuto Laurent, un bell’uomo dal fisico vigoroso, e pittore squattrinato se ne innamora, e d’accordo decidono di uccidere Camille. Il delitto viene consumato, mentre tutti e tre sono in barca. Ma la scomparsa del marito crea rimorsi e paure negli amanti, che cominciano a vederlo dappertutto: negli occhi di un gatto, negli sguardi consapevoli della vecchia madre, sotto le lenzuola mentre fanno l’amore, nella ferita che Camille ha inferto coi suoi denti sul collo di Laurent. Con quell’omicidio anche il loro amore si è spento. Ciascuno dei due comincerà a pensare che solo uccidendo l’altro potrà ritrovare un po’ di pace. E alla fine, scoprendosi vicendevolmente, finiranno con l’uccidersi bevendo una porzione di veleno. “Caddero uno sull’altro, folgorati, trovando finalmente nella morte una consolazione.” Dirà Zola nella prefazione alla seconda edizione del 1868: “In Thérèse Raquin ho voluto studiare dei temperamenti e non dei caratteri”.” E ancora: “Thérèse e Laurent sono animali con sembianze umane, niente di più.” I cadaveri resteranno tutta la notte e fino alla tarda mattinata del giorno successivo stesi sul pavimento, e “la signora Raquin, rigida e muta, li contemplò ai suoi piedi, non potendo saziare i suoi occhi, schiacciandoli con i suoi sguardi implacabili”. La cupa ambientazione in una Parigi, qui oscura e miserabile, la desolazione dei protagonisti e la scrittura così precisa e penetrante di Zola, fanno di questa opera un capolavoro.

“Il ventre di Parigi”(Trad. Luisa Collodi)

Per concepire un ciclo come quello dei Rougon-Macquart, che si comporrà via via di romanzi tutti vigorosi e sensibili, occorre avere una dote innata ed una ricchezza interiore singolare. Solo la morte stroncherà l’attività prolifica di questo grande scrittore, che, tra i pochi, riposa, non a caso, nel Panthéon di Parigi, dove fu trasferito nel 1908 dal piccolo cimitero di Montmartre. Mi sono accostato tardi a questo autore che la mia memoria collegava all’affaire Dreyfuss, ma non ai suoi romanzi. Quando lessi nel settembre del 1998 Thérése Raquin, provai attrazione e ammirazione nei confronti di un artista capace, insieme solo con pochi altri, di insegnarci a scrivere. Il ventre di Parigi, che desidero qui segnalare, è un brulicante ritratto della vita delle Halles, ossia dei mercati generali di Parigi, così com’era organizzata nella seconda metà dell’Ottocento. Vi si muove una fauna umana variegata di personaggi popolari indimenticabili, come ad esempio la bella normanna Louise e Sarriette, due pescivendole, che incontriamo nel secondo capitolo. Il libro si apre con pagine dedicate alla descrizione dei carri carichi di mercanzia che prima dell’alba dalle campagne si muovono verso Parigi. Si avverte il movimento, la confusione, il frastuono dell’arrivo, il disordine e la fretta nello scaricare la mercanzia, l’avvicinarsi dell’alba, quando tutto deve essere pronto per servire i clienti che si svegliano in città. Zola ci abituerà a queste descrizioni collettive, che rendono l’anima della Parigi proletaria e lo vedremo in altri suoi libri. Il suo stile è asciutto, teso a decifrare con esattezza la realtà. Le sue descrizioni hanno la precisione di un Canaletto. Delle Halles fa palpitare le merci esposte, dando ad esse i colori e le luminosità del vero. Nel capitolo quarto tratteggia i sotterranei delle Halles e pare anche a noi di trovarci in compagnia dei personaggi Marjolin e la bella Lisa, sotto le strade di Parigi. Quando si fa visita, nelle nostre escursioni turistiche, a quel quartiere, oggi del tutto trasformato, chi ha letto Zola, ha una ricchezza, un prezioso regalo in più, da donare agli amici.

“L’ammazzatoio”(Trad. Luisa Collodi)

In questo libro, in alcune parti finali, sfugge al grande scrittore il controllo del sentimento e vi sono accenti romantici che non mi aspettavo. Come nel XII capitolo, quando la sfortunata protagonista Gervaise viene presa da una profonda disperazione. Ma lo stile che innalza il libro al livello di capolavoro resta incontaminato: la misura vi detta legge. Anche qui Zola rende immortali scorci di una Parigi che gli deve molto della sua popolarità nel mondo. La descrizione del lavatoio dove si recano le lavandaie e dove si intrecciano liti e pettegolezzi ne è un esempio. È l’apertura del libro. Memorabile è anche, nel VI capitolo, la descrizione della fabbrica dei chiodi dove lavora il bel Goujet, qui è titanica la sfida tra il giovane ed un compagno di lavoro, per forgiare un enorme chiodo, davanti ai begli occhi di Gervaise. Parigi sotto la neve, con Gervaise che gira disperata nella notte per prostituirsi nella speranza di alleviare così i morsi della fame, è una pennellata che fa dimenticare, nel XII capitolo, i piccoli cedimenti del cuore. Con Zola, le miserie e le sofferenze del proletariato acquistano dignità e s’innalzano a protesta universale di uno sfruttamento dell’uomo, che ancora oggi, sebbene attenuato, permane.

“Nanà”(Trad. Luisa Collodi)

Le radici di questo personaggio si trovano nella piccola Nanà, figlia di Gervaise Macquart e di Coupeau, che ne L’ammazzatoio fugge di casa, per sottrarsi allo squallore di una vita che pare ormai senza alcuna speranza. Le qualità dello scrittore Zola qui sono tutte espresse al massimo grado, e sebbene la materia che tratta avrebbe potuto offrirgli l’occasione di qualche cedimento romantico, Zola domina il sentimento e ci regala ancora una volta uno straordinario personaggio e una incancellabile Parigi. Abbiamo già notato come le aperture dei suoi libri sono spesso dedicate ad immortalare scorci di Parigi. Nanà si apre con la descrizione del piccolo Théatre des Variétés, che a poco a poco, tra le basse luci, si riempie di personaggi, accorsi ad ammirare la bella soubrette, di cui un po’ tutti sono innamorati. Nel capitolo settimo, Zola si sofferma sulla sua stupenda creatura e la descrive mentre si ammira allo specchio, sotto gli sguardi di un corteggiatore. Ancora un pezzo di bravura, inimitabile. Come nel capitolo undicesimo la corsa dei cavalli a Longchamp nel Bois de Boulogne: “Quella domenica, sotto un cielo gonfio dei primi temporali di giugno”, così si apre il memorabile capitolo.

Alcune frasi che mi hanno colpito, riprodotte nella traduzione di Luisa Collodi: “orgogliosa di potersi metter nuda ogni momento e davanti a chiunque senza dover arrossire.”; a proposito del sesso di Nanà: “Lei, aveva un’altra cosa, una piccola sciocchezza di cui si rideva, un po’ della sua nudità delicata, e con quel nonnulla, vergognoso ma tanto potente, la cui forza sollevava il mondo, da sola, senza operai, senza macchine inventate dagli ingegneri, aveva sconvolto Parigi e costruito quel patrimonio sul sonno di cadaveri.”; “Si dà la colpa alle donne, mentre sono gli uomini che esigono certe cose…”.

“Germinal”(Trad. L. G. Tenconi)

È il romanzo epico di Zola. Tutto si svolge nel periodo ristretto di pochi mesi. A Montsou, un piccolo villaggio di minatori situato nel Nord della Francia, arriva Stefano Lantier, il fratellastro di Nanà, con le sue idee di voler cambiare il mondo. Entrato come operaio nella miniera, insofferente delle disumane condizioni di lavoro dei minatori, li conduce allo sciopero: due mesi e mezzo di dura lotta, la cui narrazione tragica e coinvolgente costituisce il nucleo della storia, fino al sabotaggio perpetrato dal rivoluzionario e scontroso Suvarin, che porterà alla catastrofe nella miniera. Come il suo arrivo solitario aveva aperto il libro, così la sua solitaria partenza ne costituisce la chiusura, e sebbene lo sciopero sia fallito, in Stefano resta la speranza di una prossima rivoluzione, quella che, meglio organizzata, riuscirà a portare giustizia. Il romanzo ci fa incontrare all’inizio, nel capitolo 2, la famiglia Maheu, nel momento in cui si sveglia, ancora notte, per recarsi alla miniera. È un capitolo di rara bellezza, come i successivi 3, 4 e 5 in cui con grande suggestione ed efficacia viene minuziosamente osservato il lavoro nei neri e terribili cunicoli della miniera. È in queste pagine che facciamo la conoscenza di Caterina, una figurina esile ma tenace, di cui Stefano subito s’innamora, ma che finisce invece, dopo uno stupro, nelle braccia del violento Gran Chaval. Caterina morirà nel disastro della miniera, vanamente aiutata da Stefano. Ancora una volta Zola ci mostra un’umanità sofferente e umiliata, un’umanità il cui riscatto, ci fa intendere, non potrà non arrivare un giorno: i borghesi di Montsou capivano “che la rivoluzione sarebbe continuata a rinascere senza tregua, domani stesso, forse”. Figure straordinarie sono quelle della Maheude, della giovane Mouquette, di Alzira, la sorella deforme di Caterina, che accudisce alla casa come una persona grande, e che morirà di stenti durante lo sciopero, e anche il fratello di lei, l’irrequieto Gianlino.

Alcune frasi che ho annotate nella traduzione di L. G. Tenconi: “Quando le ragazze dicono di no, è perché preferiscono per la prima volta essere prese con la violenza”; “l’unico bene sulla terra era di non esistere, e se pur si esisteva, d’essere albero, d’essere pietra, meno, meno ancora, d’essere il granellino di sabbia che non sanguina sotto il tallone che lo calpesta.”; “Andata che se ne sia la speranza, se ne va anche il piacere di vivere”; “se con l’uomo giustizia non era possibile, l’uomo doveva essere soppresso. Avrebbero dovuto aver luogo tanti massacri quante società marce esistevano, e ciò fino allo sterminio dell’ultimo essere”; “una folla che muore di fame non ha nessuna forza”.

Dell’operaio Maheu, Zola dice una sola volta l’altro suo nome: Ognissanti (parte terza, capitolo 4); questa coincidenza con il mio Cencio Ognissanti mi ha colmato di gioia, poiché non conoscevo il romanzo di Zola, quando nel 1995 mi accingevo a scrivere il mio.

“La bestia umana”(trad. Luisa Collodi)

Grandmorin è un uomo potente, ma vizioso. Ha sedotto Louisette (poi morta di febbre), la ragazza del pregiudicato Cabuche, che di mestiere fa il cavapietre, ed anche Séverine, quando era tenuta presso di lui come una figlia. Ora Séverine è sposa del vicecapostazione Roubaud. Grandmorin viene trovato ucciso lungo i binari della ferrovia. Jacques Lantier, che si trovava lì nel suo vagabondare di uomo ossessionato da fobie, ha visto confusamente il momento in cui, nello scompartimento del treno, che passava veloce davanti a lui, veniva commesso il delitto. Le indagini vedono sospettati Cabuche e i coniugi Roubaud. Il giudice ambizioso Denizet, che conduce le indagini è consigliato dal superiore, segretario generale del Ministero della Giustizia, Camy-Lamotte, ad archiviare il caso, per non creare scandalo. Sospetta che siano i Roubaud i responsabili, ma è stato affascinato dalla bellezza di Séverine, la quale, intanto, cerca di portare dalla sua parte Jacques Lantier con l’arte della sua seduzione: Non l’amava affatto, non ci pensava neppure. Cercava soltanto di fare di lui una cosa sua, per non doverlo più temere. I due finiscono con l’innamorarsi, mentre il marito di Séverine si dà al gioco e si carica di debiti. Flore, la sorella di Louisette, è gelosa di Sèverine, è invaghita di Jacques, e non può tollerare l’amore tra i due. Accecata dal rancore, farà deragliare il treno su cui viaggiano Jacques e Séverine. Ma i due amanti sopravvivono, e così Flore si ucciderà. Morirà anche Séverine, uccisa da Jacques in un momento di raptus, ma di quell’omicidio saranno incolpati Roubaud e Cabuche. Nella lite che scoppierà tra Jacques e il suo fuochista Pecqueux, moriranno entrambi cadendo dal treno, che continuerà la sua folle corsa senza più guida, facendo presagire grandi sventure. Termina infatti qui, il romanzo, in cui è il treno protagonista delle pagine migliori. Nel cap. VII efficace e suggestiva la corsa del treno da Le Havre a Parigi, guidato da Jacques in mezzo ad una tormenta di neve. Così nel cap. X il disastro ferroviario provocato da Flore e, nell’ultimo, la folle corsa del treno, rimasto senza guida, verso la morte.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart