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Zuccoli, Luciano

4 maggio 2019

Le cose più grandi di lui

Le cose più grandi di lui, 1922

(Luciano Zuccoli, ossia Luciano von Ingenheim).
Di madre italiana, di cui assunse in arte il cognome, e di padre tedesco, Zuccoli fu scrittore di successo e quello che qui si esamina è considerato uno dei suoi romanzi migliori.

Il conte Percy Sthanhope, “sulla trentina (…) capelli biondi, colorito acceso, occhi azzurri scintillanti sotto le palpebre socchiuse, giusta statura ed elastica.”, giunge da Londra a Roma per rivedere un suo amico, Andrea Astori, e quando arriva alla sua casa apprende dal fratello Giorgio, quattordicenne, che è morto da quattro anni, e precisamente due mesi dopo aver fatto rientro in patria.

Giorgio si ricorda che il fratello gli aveva spesso parlato di Percy: “È un demonio che mi ha abbacinato; le azioni più stravaganti, più pazze, più disoneste, gli sembrano facili e ordinarie, e a furia di parlartene come di roba d’ogni giorno, finisce col persuaderti che il nero è bianco e la tenebra è la luce.”.

Seguiremo le vicende di Giorgio, a partire dai suoi otto anni, ed esse s’intrecceranno con quelle del fratello Andrea, ma soprattutto con il destino di una fanciulla, Ada, la quale avrà un forte impatto sulla sua vita.

Sin da piccolo Giorgio è abbastanza trascurato in famiglia, dove Andrea, di nove anni più grande, è il più amato. È su Andrea, considerato intelligente e brillante, che il severo padre, Silverio, “ricco e avveduto” industriale, conta di più. La madre Matilde, tutta intenta a governare la casa, è un po’ succube del marito, che “troneggiava”.

Matilde aveva voluto lei le nozze con Silverio; sua madre Appia Turchesi era contraria, poiché ambiva a ben altro per la figlia e Silverio non era che un ciabattino, possedendo un calzaturificio. Ma Silverio, sfruttando anche le risorse della dote matrimoniale, era stato fortunato negli affari ed era diventato in poco tempo molto ricco.

Appia, la madre di Matilde, si godeva la vita, essendo ancora una donna piacente, e sprezzava quella condotta in casa della figlia, dove “respirava un’aria crassa di borghesia, che le rivoltava lo stomaco.”; la figlia Matilde era diventata “tonda come una quaglia.”. Ma quando nasce Giorgio torna a frequentare la famiglia, poiché il piccolo, più che a lei, come dicevano, somigliava al bisnonno suo padre.

Il bambino cresce “malato di sogni”, con una immaginazione “irrefrenabile”: “s’appollaiava sul suo sgabello alto e rimaneva assorto a crogiolarsi i sogni.”.

Ci troviamo di fronte a una scrittura di impronta classica, ma distaccata, quasi rigida, tuttavia piacevolmente articolata, tale da potersi meglio sciogliere nel corso della narrazione. Ci trasporta in una nostalgica atmosfera di segno ancora ottocentesco, nonostante si sia ai primi del Novecento e per le strade, oltre alle carrozze, circolino già le prime automobili.

Giorgio si distrae con i giochi e non bada seriamente a studiare, al contrario di Andrea, che, frequentando ormai il liceo, passa molte ore sui libri, infastidito però dal chiasso del fratellino proveniente dalla cameretta confinante.

Sono due caratteri a contrasto. Spesso Andrea, che ha già in testa le femminucce e assedia spesso la ventenne domestica Lucia, invade la cameretta di Giorgio e lo rimprovera, a volte con veri e propri ceffoni, del fastidio che gli reca giocando, anziché dedicarsi allo studio.

Giorgio, in principio, è una specie di Gian Burrasca (“Il giornalino di Gian Burrasca”, di Vamba – Luigi Bertelli -, è del 1907 -1912): nella sua innocenza c’è della monelleria, come accade a tanti ragazzi, e non manca di guardarsi intorno con curiosità. Soprattutto la madre Matilde e la nonna Appia, che lo adora e vorrebbe che lo mandassero spesso a farle visita, ne fanno le spese, assediate dalle sue domande e dalle sue fantasie: “Donna Appia riposava serenamente quei suoi ultimi anni; Giorgio ignorava serenamente quei suoi primi anni.”.

Quando il padre fa cenno che avrebbe voluto avere una bambina, Giorgio, che si è recato pure lui ad accompagnare il fratello alla stazione,  si mette ad osservarne una che si trova nello scompartimento dove Andrea si è accomodato, il quale, diciassettenne, dopo aver conseguito il diploma va all’estero per una vacanza di un anno, e anche per imparare il francese e l’inglese. Ne resta affascinato: “Che sorriso! Che dolcezza, che mitezza, che bontà tra quelle labbra e in quegli occhi!”.

Nasce la sorellina Giuliana e in famiglia si fa festa. Giorgio comincia a frequentare delle amiche che lo invitano a casa loro. Con una di queste, Leonia Cavalli, che ha una vasca in giardino con dentro i pesci rossi, si diverte a catturarli e a ucciderli.  Leonia ha addirittura istruito il suo cane Perdicca, un terranuova,  a fare altrettanto: “Perdicca abbaiò forte; poi, saltato l’orlo della vasca senza esitare, entrò nell’acqua, cercò sul fondo, rincorse un gruppo di pesci che guizzavano velocissimi verso un arco di tufo; ne afferrò uno, assai bello, tondo e dorato con macchie nere; e balzò fuori, tenendolo vivo tra i denti senza trafiggerlo.”. Domanda Leonia a Giorgio: “Lo facciamo uccidere da Perdicca? Una zampata e basta: lo sfracella!”; e Giorgio risponde: “No; lasciamolo così.”. E attendono che il pesce si contorca, sussulti e muoia. Andato via il cane, continuano il gioco terribile: “s’aiutarono a sciabordare nella vasca e a levarne i pesci; l’uno li lasciava a terra per vederli saltellar sul fianco; l’altra li sbatteva sul marmo.”.

Un po’ meraviglia questa descrizione spietata, ma occorre riflettere sulla natura dei bambini e dei ragazzi che porta in sé, in quell’età ancora acerba, gli impulsi di una crudeltà istintiva. Giorgio avverte, comunque, che non è un bel gioco, ma non va oltre: “Ora basta. Non è mica bello ciò che facciamo. Che colpa avevano per morire.”; ma entrambi si preoccupano subito che quello rimanga un gioco solo per loro due, altrimenti, coinvolgendo altri compagni, i pesci nella vasca sarebbero presto finiti.

Giorgio infittisce e frequenta le amicizie e impara a conoscere che le ragazzine sono permalose e soggette alle bizze e al pettegolezzo: “Ora capiva che veramente tra bambini e bambine c’è una bella differenza.”. Leonia, che ha sui dodici anni, non fa altro che pensare al suo matrimonio, vorrebbe sposare Andrea, ma la coetanea Ada Zampieri, “le cui gambe nude avevano uno splendore di bianco e di rosa che le facevano quasi trasparenti”, insinua a Giorgio che potrebbe voler sposare anche lui, e gli dice: “Non ti sei accorto che è sciocca? Sciocca e cattiva! Ti farà diventar cattivo anche te!”.

Il mondo bambinesco si allarga intorno a Giorgio e disegna una realtà tutto sommato innocente, in cui tuttavia si introducono i primi germi di una sensibilità più egoistica e discriminante. Leonia e Ada si contendono Giorgio che entrambe vorrebbero invitare alla loro festa. L’ho già invitato io, dice Leonia. No, Giorgio viene da me, risponde Ada: “La mia mamma inviterà la mamma di Giorgio per giovedì, e Giorgio verrà da me…”.

L’autore indaga quel mondo e cerca di renderne le sfumature: “Quei due visini freschi esprimevano senza rughe, senza contrazioni, nella sola luce dello sguardo, la gelosia, l’amor proprio, l’ira; ma esprimevano con tale sincerità priva di cerimonie, che i sentimenti eran più visibili e decisi di un gesto.”.

Lucia, la giovane domestica, si diverte a vedere che le bambine fanno la corte a Giorgio. Quando se ne saranno andate, lo avverte: “Se vai da Ada, ricordati che è povera; non ha una bella casa come la tua o un bel giardino come Leonia. È povera, e non può ricevere con lusso.”.

Giorgio se ne rende conto quando con la mamma va a casa di Ada; lui sapeva che i poveri sono i mendicanti che incontrava per strada e “ai quali dava l’elemosina”, ma “ignorava la povertà mascherata, dolorosa, che non può scendere nella strada e non può confessare”. La scopre in casa di Ada: “L’unico lusso della casa era una nettezza spinta fino alla mania, in cui si sentiva una specie di orgoglio a non cadere in basso.”.

Matilde, la madre di Giorgio, ha comunicato alla mamma di Ada, Maria, che il marito Paolo, ingegnere disoccupato, sarà assunto da Silverio e assegnato ad uno dei suoi stabilimenti. Dice Ada a Giorgio: “Non sai quel che significa! Per noi è la vita… Tu sei ricco e non capisci! Nessuno può capire se non si prova…”. Ada piange per la commozione e Giorgio si meraviglia: “Tu piangi quando sei contenta?”. Non solo gli occhi, ma anche il cuore si stanno aprendo a Giorgio sul mondo e sulla vita. Una scoperta graduale, ma, nella sua apparente semplicità, ficcante, pervasiva, tale da lasciare il segno.

Congedandosi dalla casa di Ada, questa gli sorride, e allora Giorgio “Uscendo, pensò al sorriso di Ada, a quel sorriso delle bambine, delle donne, ch’egli aveva notato per la prima volta la sera che partiva Andrea, alla stazione.”.

Il romanzo comincia a darsi una stabilità che acquista consistenza a mano a mano che si procede.

Il mondo dei bambini va perdendo la sua autonomia, e forse anche stravaganza, per dischiudere i primi percorsi di collegamento con il mondo degli adulti, e quindi con la vita.

Un giorno, all’improvviso, proprio quando il padre Silverio si era deciso a raggiungerlo a Londra, insospettito da certi misteriosi eventi commerciali, e gliel’aveva comunicato per telegrafo, Andrea fa ritorno a casa, meravigliando tutti. Ha combinato dei pasticci ed ora è tornato a chiedere aiuto al padre, ma ha trovato una accoglienza piuttosto tiepida e ha perso la sicurezza originaria: “v’eran centinaia di sterline da trovare al più presto, prima che si scoprisse qualche cosa di peggio.”. Un che di dickensiano fa capolino: “Tra una ventina di giorni, alla fin d’anno, o ai primi del nuovo, si sarebbero scoperti gli imbrogli ond’egli aveva seminato la sua strada.”. Tutto a causa delle donne e del gioco. Addirittura all’estero, nel mondo galante che frequentava, si era fatto conoscere come il marchese Astori, dandosi arbitrariamente un titolo nobiliare.

Si confida con Giorgio, di cui ha scoperto l’affetto che gode in famiglia, e gli chiede di intervenire in suo aiuto: ha contratto un debito enorme, di millecinquecento sterline, e non sa come restituirle. Fra poco lo scandalo scoppierebbe, se non trova la forza di confessare tutto al padre. Non ne ha il coraggio e conta su Giorgio, il quale viene a scoprire così un insospettato segmento tragico della vita, un po’ come avviene a David Copperfield, il celebre personaggio del romanzo omonimo di Charles Dickens.

Veniamo a sapere finalmente qualcosa di più sul personaggio che avvia la storia, quel conte Percy Stanhope che si è presentato a casa degli Astori ed ha saputo da Giorgio che il fratello Andrea è morto. È un nobile “andato in malora, conosciuto a Londra con il nome di Grog, “perché beve.”; “È un demonio che mi ha abbacinato”. Sono le prime parole di un ritratto che Giorgio ci ha già disegnato allorché Percy si è presentato per la prima volta davanti a lui.

I tempi dell’inizio e quelli della rievocazione si stanno, quindi, congiungendo ed ora percorreremo il segmento che ci condurrà alla morte di Andrea, fino ad arrivare successivamente agli avvenimenti che seguiranno l’arrivo di Percy a Roma.

È anche un momento in cui la vita di Giorgio, tutta immersa fino ad allora nella infanzia, nel gioco e nella sprovvedutezza, subirà una svolta, la cui spinta è rappresentata anche dalle confessioni a lui fatte dal fratello, il quale cerca il suo aiuto per avere il perdono del padre, che al momento ignora tutto. (L’amica di Giorgio, Ada, gli dirà: “Non dobbiamo occuparci di queste cose, che sono più grandi di noi”).

Un perdono difficile da ottenere, poiché in un colloquio con il padre, Andrea si rende conto che uno dei suoi principi inossidabili è quello dell’onestà. Come avrebbe potuto comprenderlo? Andrea vive momenti terribili: “Da quel giorno cominciò a vivere una vita di sofferenze silenziose, che gli serrava il cuore.”; “Proprio in quei giorni, tra Natale e Capo d’anno, suo padre aveva denunziato e fatto arrestare un impiegato per appropriazione di mille lire. Era uno dei vecchi, con dodici anni di servizio.”.

Quando Andrea è convocato dal padre, il quale ha scoperto i suoi imbrogli, si uccide con un colpo di pistola. Ha diciannove anni.

Giorgio, che ne ha dieci, passa subitamente e dolorosamente dalla puerizia (“La sua infanzia era morta quel giorno, con la morte di Andrea.”) alla consapevolezza: “Vide Andrea sul letto; il volto coperto di sangue; i guanciali, la rimboccatura del lenzuolo, rossi d’un rosso vivo.”, e si sente responsabile della sua morte per avergli negato il suo aiuto. Neppure il padre si aspettava la tragedia: “rovesciato nella poltrona quasi gli avessero appioppato un gran colpo di mazza sul cranio, si strappava il solino per non soffocare e mandava fuori un gemito lungo che sembrava l’ululo di una bestia.”; “Silverio era come pazzo. Gironzolava da una stanza all’altra chiamando Andrea e accusandosi di averlo ucciso.”.

Gli Astori si sono da poco trasferiti in un nuovo palazzo, ma non è facile allontanare il dramma che li ha colpiti: la madre, Matilde, “impietrita, faceva ciò che le dicevano, a guisa di un automa.”.

Giorgio attraversa tragicamente questa esperienza; si arrovella, si sforza di capire; è entrato in una realtà nuova che non conosce e che gli si presenta come inevitabile: “era stato preso da un turbine di cose più grandi di lui, la morte, il suicidio, il terrore, quando non aveva tanta forza da sostenerne l’urto; s’arrabattava per capire e non poteva.”. La sua amica Ada cerca di riportarlo ai giochi della sua età, ma Giorgio ogni tanto si assenta con il pensiero e ricorda il fratello. Ormai non è più quello di prima; un passaggio è avvenuto, e per giunta doloroso, e indietro non si torna.

L’autore mette in risalto la naturale resistenza di un bambino ad abbandonare le gioie della sua infanzia; vi è una sottile schermaglia tra le forze misteriose della vita destinate a succedersi l’una dopo l’altra e la parte forse più bella e innocente che si sta vivendo. La si vorrebbe trattenere, si vorrebbe non andare oltre; ci prende la paura; il futuro sembra più grande di noi. Ma il passaggio è inevitabile. Pensando all’amica Ada, che i familiari vogliono che stia sempre accanto a lui, si domanda: “Perché gliel’avevan messa accanto con l’incarico di non lasciarlo pensare a ciò che voleva? Perché non doveva egli parlare d’Andrea e della morte di lui?”; “Egli era stato preso dalle cose più grandi lui: egli aveva veduto morire Andrea.”; “Io non sono Giorgio. Giorgio non c’è più!”; “Dove sei, dove sei, Andrea?… Chi ti ha fatto morire?…”.

Giorgio racconta al padre che Andrea aveva chiesto il suo aiuto per ottenerne il perdono, e lui aveva rifiutato per paura. Il padre, che ha fatto disegnare un ritratto di Andrea, messo in salotto, ne è colpito.

Si sta addossando sull’infanzia di Giorgio un peso strabocchevole e ci si domanda come possa reggerlo.

In più, accade che Paolo Zampieri, il padre di Ada, la quale ora ha quindici anni, si mette in testa, per certe sue ambizioni commerciali, di far sposare la figlia al ricco e sfaccendato Maurizio Creffa che, di anni, ne ha ventisei. Con il denaro di quest’ultimo vorrebbe aprire uno stabilimento e fare concorrenza a Silverio, il suo padrone e benefattore.

A far le spese di questa situazione è, dunque, anche Ada che, seppure di due anni più grande, si sente molto legata a Giorgio.

Giorgio e Ada stanno crescendo insieme, si formano a poco a poco nella morsa di una realtà che mai è accondiscendente e consolatrice. Ada “Era un po’ dimagrita; gli occhi le parevan più grandi; la coglieva qualche notte l’insonnia. Giorgio che la vedeva ora meno sovente, poteva notar di volta in volta quell’affinarsi della giovinetta che si allunga a guisa d’un fiore verso la luce e che una ventata brusca può spezzare.”.

Anche Percy Stahhope, che ha circa trent’anni, fa la corte a Ada, ma non dura molto. Giorgio lo osserva e non gli pare quel demonio di cui aveva parlato Andrea: “non faceva male a una mosca; sempre gaio e sempre squisitamente educato, con un poco di scetticismo nelle vene e molta indulgenza per sé e per gli altri”. Sarà Percy a svelargli che Ada è innamorata di lui. Siamo amici sin da bambini, precisa Giorgio, ma Percy gli conferma la sua osservazione.

Ada cresce con la voglia di diventare donna; Giorgio, invece, non vorrebbe staccarsi dal mondo della sua infanzia, anche se non riesce a fermare i mutamenti. Tra i due passano sottili differenze legate alle loro diverse nature, e l’autore le fa notare con garbo delicato.

Il padre di Ada, Paolo Zampieri, roso dalle proprie ambizioni, è ancora in cerca di un buon partito per la figlia, in modo da poter disporre del denaro di cui ha bisogno.

Ada è sballottata da un destino ad un altro e non sa come reagire; ma riflette che Giorgio ha due anni meno di lei e dunque non può sposarla. Giorgio non s’accorge del mutamento, e le strade dei due cominciano a prendere direzioni diverse. C’è un conte russo, Nicola Scerbejew (“Aveva occhi azzurri, ma di sguardo freddo e penetrante.”), che si sta avvicinando a Ada, e lei ne è lusingata. La sua amica Leonia, la superba e antipatica Leonia, divenuta però una bellissima fanciulla, ha sposato da poco un principe russo, e ora la chiamano principessa. Ada è povera e potrebbe diventare nobile e ricca. Quando Giorgio si rende conto di ciò che sta accadendo intorno a lui ha solo una reazione: “Ada apparteneva a Giorgio.”.

Percy Stanhope lo incoraggia a non rinunciare. L’amore per Ada divampa senza argini nel cuore di Giorgio: “ciò che gli batteva dentro così pazzamente era l’amore per Ada”. Ma in Ada “Non tanto il tempo quanto le nuove felici venture, quanto il mutarsi della sua anima da bambina in giovinetta, avevano cancellati i ricordi più teneri del passato.”.

Ancora una volta Giorgio ha a che fare con cose più grandi di lui: “soffriva molto perché Ada doveva sposare un conte russo.”.

La nonna di Giorgio, Appia (“Donna Appia”), dice a Ada: “Ti sei data con la tua anima da bambina, ti sei ritolta con la tua anima da donna: senza volere.”.

Percy Stanhope è per tornare a Londra e, stando vicino a Giorgio, ha avuto modo di osservarlo: “era disperato della propria adolescenza, di quel suo corpo giovinetto dalla pelle liscia come raso, che maturava con una lentezza mortale. (…) La sua anima stava più innanzi di tutto questo, imprigionata stupidamente nella sua parvenza fisica; e sorgeva da tale contrasto fra l’età e il pensiero, fra il sentimento e gli obblighi, un grande male che lo divorava.”.

Percy, il vecchio amico di Andrea, creduto un avventuriero, in realtà non si è rivelato come ci si aspettava. Il suo passaggio per Roma è stato abbastanza silenzioso e, anzi, se Giorgio ha avuto un qualche conforto, ciò lo si deve al lord inglese.

Il succedersi degli avvenimenti e il conto in sospeso tra Giorgio e Ada concorrono a dare alla storia un ritmo incalzante, che l’autore destreggia con abilità, non mancando di sottolinearne i sottili risvolti psicologici, i quali mettono in risalto un’Ada avviata a diventare donna e un Giorgio ancora ragazzo. Ada lo sta osservando, chiusa nella carrozza con il fidanzato Nicola: “Giorgio usciva dal libraio, il solito fascio di libri sotto l’ascella sinistra, il grande atlante sotto la destra, e tornava a casa, così come tornava a casa una volta stringendo fra le braccia la gelatiera.”.

Ma Ada muore. In un incidente stradale, mentre guida l’automobile di Leonia. La notizia piomba con tutta la sua terribilità in casa Astori.

Dopo i funerali, inizia un periodo terribile per Giorgio. Pensando ad Ada, riflette: “le cose più belle si disfanno, le anime più pure spariscono, e la vita è una groviglia di cui non si intende nulla.”. Non sopravvivrà al dolore. Gli amici diranno: “Era un’anima delicata che non poteva stare quaggiù.”. Il professor Fallena, il medico che lo aveva preso in cura (s’indeboliva di giorno in giorno), aveva concluso: “Non possiamo lottare: molte cose più grandi di lui lo hanno ucciso!”.


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Invito tutti a non inviarmi più libri in lettura. Per mancanza di tempo, e dall'11 novembre 2013 anche di salute, non posso più accontentare nessuno. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Chiedo scusa.
Bart