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LETTERATURA: Arthur Schnitzler: “Signorina Else” (1924)

4 Novembre 2007

di Alfio Squillaci  

[L’ultimo libro di Alfio Squillaci: “Mare Jonio”, Sedizioni, 2007]

Il lettore abituato al narratore onnisciente (“extradiegetico” viene anche definito dai narratologi, ossia quella entità elocutrice che come un dio sta fuori dalla narrazione   ed è perciò in grado di   vedere e riportare   tutto dei protagonisti, anche i loro pensieri) faticherà iniziando la lettura di questa novella a capire cosa stia succedendo e chi dice cosa.

La storia inizia infatti in medias res, senza preamboli descrittivi di impaesamento e con un dialogo reso graficamente senza ” a capo” ma in consecuzione, adottando il corsivo nel riportare le voci altrui e il   tondo quando parla la   protagonista, che è anche la voce narrante.
La narrazione avviene infatti in soggettiva, ossia attraverso la tecnica   dell’adozione del punto di vista della protagonista. Schnitzler ci rappresenta un dramma interiore con grande maestria di artista, piazzando una webcam nella testa di Else e dispiegando il suo dramma da questo straordinario punto di osservazione. Adesso potremmo anche sottilizzare e dire che qui non ci troviamo davanti a un vero e proprio monologo interiore, o a un flusso di coscienza (stream of consciousness) alla Joyce , né tanto meno al semplice discorso indiretto libero, ma a qualcosa di molto simile che tiene dell’una e delle altre tecniche.   Nel 1924 (l’Ulisse è del ’22) , data di uscita di questo stupendo racconto, tale forma stilistica era davvero una delle prime volte che   faceva la sua apparizione nell’arte narrativa occidentale (ricordo tuttavia che l’Odissea è   un racconto quasi tutto condotto dal punto di vista del protagonista).
La tecnica   non è un dato né innocente né trascurabile   nell’arte narrativa. (La mia opinione è che un grande romanziere-narratore è tale quando   contemporaneamente è grande artista, grande narratore   e grande letterato, e questi ultimi due si rivelano essere   coloro che padroneggiano   le forme letterarie e tecniche, che non sono date allo scrittore dalla vocazione in modo sorgivo ed aurorale, ma sono frutto di apprendimento e di lavoro sulla materia oltre che   su se stessi).   La tecnica ci svela non solo la soluzione   adottata dall’artista nel rendere il mondo narrato – e qui occorre dire che si fa fatica a pensare ad un’altra maniera di   rendere la vita interiore della signorina Else tanto questa ci sembra consustanziale al racconto stesso -, ma anche la sua ideologia   artistica,   la sua visione del mondo. La tecnica in quanto forma è il progetto letterario stesso.


Schnitzler era viennese e corrispondeva con Freud, studioso   dell’inconscio è vero, ma fra i primi ad avventurarsi, senza capirci gran che per sua stessa ammissione,   nel mondo psichico delle donne ( e in particolar modo delle fanciulle). E qui di questo parrebbe trattarsi in prima battuta:   della vita psichica di una ragazza della buona borghesia viennese, disvelata con le stesse tecniche di Freud, l’associazione di idee, resa letterariamente attraverso il   racconto scucito, sussultante, talora mimeticamente e drammaticamente sconnnesso. Ma ne siamo proprio sicuri?
L‘incipit della storia coglie Else mentre è in vacanza al Grand Hotel di San Martino di Castrozza, immersa in “preoccupazioni” che vanno dalle vicende sentimentali tra il cugino Paul e la signora sposata Cissy Mohr, le partite a tennis, i dinner e l’osservazione delle abitudini dei villeggianti.   Ecco dunque pervenire una lettera della mamma che in poche parole annuncia il disastro familiare dovuto alla appropriazione indebita da parte del padre, giocatore in borsa, del patrimonio di una minorenne sottoposta alla sua tutela legale. Urgono, per sottrarsi   al baratro, trentamila fiorini da consegnare   entro due giorni. La madre suggerisce alla figlia, ma si ode dietro le sue parole la voce del padre, di chiedere la somma al nobile   mercante d’arte von Dorsday soggiornante nello stesso albergo di Else. La fanciulla capisce di essere caduta in trappola e che le decisioni dei genitori   stringono un crudele giro di vite sulla sua volontà; i genitori   le stanno chiedendo sostanzialmente un atto di prostituzione verso un mercante d’arte, uno che   non fa   niente per niente. E cosa potrà chiedere in cambio un maturo riccastro ad una neurastenica – uso un termine allora di moda –   vergine borghese in vacanza? In questo caso il buon vecchio porco si limita a chiedere alla fanciulla, che con molto coraggio gli avanza l’ardita e sofferta richiesta   di denaro, di poterla vedere nuda per cinque minuti, in una radura nel bosco o nella propria camera d’albergo. Da qui esplode il dramma, vecchio quanto la borghesia, tra i due poteri in competizione: il denaro e il sesso. Come risponderà Else a questa prova di forza?

Che la montagna sia la location, come direbbero i fighetti delle pubbliche relazioni   di oggi, ideale per inscenare malattia o erotismo, è qualcosa che abbiamo appreso sia da Thomas Mann che dal nostro Moravia (che concludeva la sua carriera narrativa là dove era iniziata, in montagna, con un racconto erotico Il vassoio davanti alla porta ambientato nello stesso Trentino in cui si svolge la vicenda della Signorina Else). Ed entrambi gli elementi si   rintracciano in filigrana in questo racconto. Anche se la preoccupazione di Schnitzler non è solo quella di rendere il dramma psichico di Else, sottoposta com’è ad una straordinaria sollecitazione sociale   e dibattuta tra le urgenze della fisicità giovanile – il proprio corpo che tutto potrebbe decidere e risolvere – e le istanze della vita morale e sociale che le repellono,   quanto proprio quella di connettere drammaticamente, nel senso più teatrale del termine,   la relazione tra questo corpo femminile “isterico” (il termine “crisi isterica” che attendo da un momento all’altro appare pronunciato dagli astanti davanti al corpo nudo di Else a pag. 76 della mia edizione) e i diktat   della vita familiare e sociale. E sono più questi   imperativi sociali, e le loro risonanze sul corpo di Else, che in definitiva interessano l’artista piuttosto che un freudismo di genere, che pur c’è e che agisce   soltanto come atmosfera spirituale. La scena del sottofinale (il denudamento di Else) è il risultato di una corruzione morale e sociale degli adulti, non di una perversione, di una “isteria” femminile.   La “corruzione” risiede nella società borghese, nelle sue ipocrisie e crudeltà, nei traffici sessuali di Paul e Cissy ad esempio, non nel corpo di Else. Esso è puro quanto il corpo sociale è infetto.

Un emozionante e indimenticabile capolavoro.


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