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CINEMA: “I cento passi” di Marco Tullio Giordana

26 Ottobre 2008

di Francesco Improta

Proiezione per gli studenti liceali di Ventimiglia, Maggio 2000  

Prima di parlare del film che vedremo oggi mi sembra doverosa una premessa; un film, qualsiasi film, non è né deve essere un’occasione per parlare d’altro ma è un testo, in sé compiuto e definito, che si avvale di un linguaggio specifico ed in quanto tale va analizzato. Purtroppo la scuola non offre gli strumenti critici indispensabili per decodificare il linguaggio cinematografico e gli studenti, pertanto, si avvicinano al cinema in maniera scorretta ed approssimativa, soprattutto in una zona come la nostra dove le sale cinematografiche sono rare e scarsamente funzionali, ne consegue che si parli esclusivamente del contenuto o degli strabilianti effetti speciali, quasi il film fosse un semplice contenitore o un baraccone da fiera come nei primi anni della sua storia ormai secolare. Tuttavia ci sono film che, per il loro impegno politico e sociale, meritano un’attenzione particolare ed un approccio anche solo tematico come il film che vedremo oggi. Girato nel 2000 da Marco Tullio Giordana, indagatore dei misteri italiani, autore non a caso di “Pasolini: un delitto italiano“, I cento passi si collega ai film di denuncia e d’impegno socio-politico degli anni settanta, per in ­tenderci quelli firmati da Elio Petri, Damiano Damiani e soprattutto Francesco Rosi al quale rimanda un’esplicita citazione di “Le mani sulla città“. Cito a caso: “Il giorno della civetta“, “A ciascuno il suo“, “Toto modo“, tutti e tre liberamente ispirati a tre romanzi di Leonardo Sciascia, e anche “Confessione di un commissario ad un procuratore della repubblica“, “Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto”, “La sfida”, “Salvatore Giuliano”, “Il caso Mattei”, “Lucky Luciano“. Il film s’ispira ad un fatto di cronaca avvenuto 22 anni fa e più precisamente la notte tra l’otto e il nove Maggio del 1978, quando sulla strada ferrata in prossimità di Cinisi, un paese del palermitano, fu trovato morto un giovane trentenne Giuseppe Impastato, saltato in aria in seguito allo scoppio di una carica di tritolo. Il giovane aveva cercato, nella sua breve vita, di com ­battere la cultura del silenzio e dell’omertà, la logica della sopraf ­fazione vigente nella Sicilia di quel periodo e non solo, attraverso una radio locale AUT ed alcuni programmi musicali satirici e graffianti ed aveva pagato il suo ardire con la morte. Il delitto, perpetrato dalla mafia, era stato con ­trabbandato come suicidio per le complicità e le connivenze esistenti tra le cosche mafiose e la classe politica, in una zona dove gli appalti di opere tanto faraoniche quanto inutili o scarsamente funzionali (la superstrada per Cinisi o l’aeroporto di Punta Raisi) venivano affidati tutti alle famiglie mafiose. Il delitto nei fatti passò sotto silenzio per la con ­comitanza con un evento non dico più grave o più drammatico ma di maggiore risonanza il ritrovamento del corpo dell’onorevole Aldo Moro nel bagagliaio di una Renault cinque in una strada di Roma, ed è a tutto oggi rimasto impunito, anche se si conosce benissimo il nome del man ­dante. Il film, però, non è solo un atto d’accusa nei confronti della mafia ma anche e soprattutto un inno alla contestazione, all’energia della disubbidienza, tema quest’ultimo affrontato da Giordana in “La caduta degli angeli ribelli“e presente anche nella produzione di P.P.Pasolini, si pensi alla sua tragedia più famosa e riuscita “Affabu ­lazione“, rivisitazione in chiave mo ­derna del mito di Crono, incentrata sulla mancanza di conflittualità nelle famiglie borghesi degli anni settanta. Pasolini è, senza dubbio alcuno, un punto di rife ­ri ­mento costante per M.T. Giordana, non è un caso che quando la madre di Peppino Impastato va a trovare il figlio che, in seguito a un litigio con il padre, legato o quanto meno troppo remissivo nei con ­fronti della mafia, viveva in un garage si sente la bellissima poesia di Pasolini dedicata alla Madre. Né va dimenticato che in questo film, affiora un altro motivo delle polemiche pasoliniane la contrapposizione tra pro ­gresso e sviluppo. Il tema della contestazione è sviluppato in termini certamente poetici, (Cfr. “Il postino“) non è un caso che il protagonista si riprometta di cogliere la bellezza che è nelle cose come unico gesto ve ­ramente rivoluzionario, e non poteva essere diversamente poiché fin da piccolo Giuseppe Impastato rimaneva incantato dinanzi alla bellezza struggente dei versi di L’Infinito del Leopardi. A li ­vello specificamente filmico si rilevano alcune sbavature: una troppo rigi ­da contrapposizione tra Male e Bene (film, quindi, eccessivamente paradigmatico) e una forma oscillante tra il documentario e la fiction che non sempre risulta convincente. Nel complesso, comunque, si tratta di un film di grande spessore civile e morale nonché di un’occa ­sione di dibattito e di riflessione.


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1 commento

  1. Commento by Lorenzo — 20 Novembre 2008 @ 23:02

    Inoltre non manca un ben costruito e particolareggiato sfondo storico-sociale, molti dettagli che rievocano quegli anni passano rapidamente sulla pellicola. Cinisi,un paesino dell’Italia meridionale,che in quegli anni probabilmente non aveva nemmeno sentito l’eco della leggendaria “Summer of love”, si ritrova in un giorno d’estate alcuni turisti hippie nudi a fare il bagno in spiaggia come segno di protesta; i ragazzi impegnati nella lotta alla mafia che affiancavano Peppino sono trascinati da questo movimento internazionale catapultato nel luogo più inappropriato per potersi esprimere e farsi capire. Peppino lo sa e si dissocia. La protesta si presenta come una semplice goliardata mal vista dall’intero paese; Peppino sa che Cinisi ha bisogno di un’altro tipo di lotta, si concentra sulla gente battendosi per provare a vincere l’omertà e sicuramente non era nei suoi propositi di farlo mettendo dei fiori nelle lupare. una_vita_d@libero.it

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