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CINEMA: “Ribelli per caso“ di Vincenzo Terracciano

8 Maggio 2008

 di Francesco Improta

Con il suo secondo lungometraggio Vincenzo Terracciano non solo conferma quanto di buono aveva fatto vedere in “Per tutto il tempo che ci resta“, ma va oltre dimo ­strando, in maniera inequivocabile, la sua padronanza del mezzo cinematografico e la non comune capacità di dirigere gli attori, inserendoli in una rappresentazione corale senza per questo privarli della loro individualità. Il nuovo film di Terracciano, a dispetto del titolo, banale e certamente non nuovo (mi vengono in mente “Turista per caso“; “Un eroe per caso“, “Omicida per caso” ed altri ancora), in un panorama grigio ed uniforme – qual è quello del cinema attuale non solo italiano – è una piacevolissima sorpresa, un’interessante novità che lascia ben sperare sul futuro del nostro cinema, sempre che i produttori dimostrino maggior coraggio e siano disposti ad allentare i cordoni della borsa.
Il film è ambientato in un ospedale malandato nella periferia di Napoli, meglio ancora in una stanza di quest’ospedale (la 104), disadorna e sporca, dove s’in ­contrano e si scontrano, prima di solidarizzare definitivamente, sei poveri diavoli, appartenenti a fasce sociali diverse, ma accomunati tutti dalla paura, dalla sofferenza, più morale che fisica, dall’angoscia della quotidianità, fatta di cibi precotti ed in ­sapori, di atteggiamenti indifferenti o sgarbati da parte di un personale pres ­sap ­pochista e scarsamente qualificato e soprattutto dalla mancanza di risposte alle loro legittime e pressanti domande sulla propria condizione di salute. Tutto ciò potrebbe far pensare ad un film sulla malasanità ma non è così. Come in “Per tutto il tempo che ci resta” la denuncia della difficoltà di amministrare la giustizia in Italia e della connivenza tra alcuni magistrati e la criminalità organizzata era marginale rispetto al tema dell’amicizia così il nuovo film di Terracciano poco o nulla concede alla cronaca di un sistema sanitario disastrato, proponendosi, fin dall’inizio, come un apologo, decisamente grottesco, sulla vita e sulla dignità dell’esistenza che appare sempre di più un’utopia in un mondo in cui tutto viene mercificato o, comunque, reificato.  
Questi uomini della stanza 104, del tutto ignorati, considerati semplici cavie o, peggio ancora, sgabelli per arrivare ai posti di potere (cattedre universitarie o di ­rezione di ospedali), decidono, dopo un ulteriore episodio di violenza psicologica da parte del primario nei confronti del più docile e rassegnato dei degenti, il professore, di organizzare, in barba ai regolamenti e alle loro stesse condizioni di salute, una cena luculliana per protestare, per sentirsi vivi almeno una volta e per ritrovare, attraverso l’esercizio del cerimoniale che sovrintende qualsiasi “festa”, il piacere di vivere. In realtà il gesto dei degenti assume ben altre valenze e significazioni, è un modo, e il più allegro possibile, di riappropriarsi delle proprie capacità decisionali, di tornare ad essere protagonisti, di poter scegliere, di recuperare una propria au ­tonomia in un mondo dove siamo, quasi sempre, eterodiretti. Non è un caso che la decisione venga presa nel ripostiglio dell’ospedale, che con le sue sedie ammassate e sgangherate, le suppellettili logore e scrostate, le reti arrugginite diventa un luogo emblematico, denso di significati, una metafora non solo dell’ospedale ma della vita stessa, ed è in questo luogo che i malati, apparentemente in sintonia con l’ambiente, in quanto fantocci gettati in un angolo perché logori ed inutili, “congiurano contro il burattinaio” ed è sempre qui che Adriano, il più lucido di tutti, alla fine del film si scontrerà verbalmente con il primario in una resa dei conti alquanto didascalica ma di grande impatto emotivo. Adriano (Antonio Catania) forse è il protagonista, sempre che in un film corale esista un protagonista, certamente è “il maestro di cerimonia” e, in ogni modo, il primo personaggio ad entrare in scena, ripreso dalla m.d.p, prima frontalmente e poi di schiena, sul bordo del suo letto, in una camera spoglia e disadorna. Ha lo sguardo fisso nel vuoto e sembra schiacciato dal peso delle preoccupazioni di una vita irrimediabilmente franata, alle sue spalle la moglie, premurosa ma fredda, prepara una valigia con alcuni effetti personali. E’ questo il prologo di un viaggio senza ritorno, di un’odissea umana e sentimentale che lo porterà a fare i conti con se stesso, con ciò che era e con ciò che non era riuscito a diventare. Porta gelosamente chiuso in sé un segreto, del quale all’esterno non trapela alcun indizio, se non fosse per il volume “Il cinema di Hollywood“, che campeggia sul comodino accanto al suo letto e dietro il quale nasconde, isolandosi dagli altri compagni di sventura, tristezza, paura e rimpianti. Ancora giovanissimo, mentre prestava servizio come cameriere in un albergo di Sorrento, aveva conosciuto il leggendario John Ford, reso ancora più mitico dalla benda sull’occhio, ed era stato invitato ad Hollywood per intraprendere la carriera d’attore; in quella calda notte d’estate si erano schiusi per il giovane Adriano nuovi orizzonti ma egli non aveva mai avuto il coraggio d’inseguire i suoi sogni e si era limitato a vagheggiarli, a coltivarli con il rimpianto e la nostalgia, e quei sogni gli avevano fatto compagnia e gli avevano impedito probabili delusioni. “Ribelli per caso“, come abbiamo già anticipato, è un film corale e Adriano si muove in perfetta sintonia con gli altri personaggi, con i quali intreccia, su ritmi ora andanti ora allegri, una deliziosa pantomima fino alla notte del trambusto, quando l’azione assume i caratteri della danza buffa e grottesca. E’ una pagina da antologia che rivela l’amore di Terracciano per lo spettacolo tout-court e la sua capacità autoriale – oserei dire anche se il termine non è di suo gradimento – nell’attraversare e rivisitare tutti i generi cinematografici dalla commedia al dramma, dalla satira al western, dalla denuncia sociale alla slapstik, in maniera originale ed efficace. Su tutto ciò l’ironia dell’autore e la bravura magistrale degli attori, qui più che mai sapientemente diretti. La scena inizia in punta di piedi, con i toni della cospirazione, sfiora la comicità nel dialogo tra il professore (Giovanni Esposito) ed un malato di un’altra stanza, al quale viene negato l’accesso in cucina, rasenta la tragedia quando Maria, l’infermiera, sta per scoprire tutto, devia verso la poesia nel bagno, dove il professore s’improvvisa seduttore e declama una poesia di Emily Dyckinson ad una Maria, incredula e arrendevole (Gea Martire) per poi decollare durante il pranzo vero e proprio, enfatizzato meglio ancora “santificato” da Franco Javarone che ad ogni boccone, letale per la sua salute, innalza peani ed espressioni paradisiache, “illuminandosi d’immenso”. Il momento, comunque, di massima tensione coincide con l’arrivo del commissario, uno straordinario Gianni Ferreri, in conflitto perenne con la moglie sul modo di educare e di curare i figli, e degli agenti che cercano di espugnare “la roccaforte” in cui erano rinchiusi a mangiare i malati, mentre il primario del reparto (gastroenterologia) (Antonio Petrocelli) e il direttore della clinica (Venantino Venantini) si rinfacciano colpe e responsabilità ed una folla di malati si accalca nel corridoio incuriosita, dapprima come semplice spettatrice e poi decisamente schierata in favore dei ribelli. I ritmi si fanno sempre più serrati, vertiginosi; la macchina da presa danza intorno ai personaggi, scivolando sui corpi, sui volti nel tentativo di cogliere gesti, espressioni, semplici contrazioni e riesce a catturare anche un momento di struggente tenerezza, quando il professore più disarmato che mai si avvicina alla porta, dietro la quale c’è Maria e bisbiglia, con un filo di voce, di essere stato sempre sincero; poi, mentre la tensione continua a lievitare fino a tracimare, i malati si scatenano in un mambo sfrenato che assume valore liberatorio e apotropaico.

A qualche critico che aveva ricordato “La grande abbuffata” lo stesso Terracciano aveva giustamente fatto notare che il film di Ferreri era una sinfonia di morte mentre “Ribelli per caso” è un inno alla vita, ma non bisogna dimenticare che il registro di fondo del film è il grottesco di cui appunto Ferreri è stato maestro insuperabile ed, infatti, la scena clou del film mi ha ricordato, per molti versi, un film minore di Ferreri ma non per questo meno significativo “Non toccate la donna bianca”, senza contare che il tema del cibo è una costante nel cinema di Ferreri come in quello di Chabrol, regista altrettanto caro a Terracciano che si è formato sul cinema francese della nouvelle vague. La scena, comunque, della cena è più vicina a quella di “Viridiana” di Bunuel che a quella della “Grande abbuffata”.
In conclusione -anche se sono convinto di tornare sul film al più presto- mi pare doveroso sottolineare la penuria di mezzi e di fondi con cui il film è stato girato, quasi tutto in interni e per di più in spazi ridottissimi, per cui far muovere la m.d.p. nei pur riuscitissimi piani-sequenza è stata un’impresa “epica” ed il merito è tutto del giovane Terracciano che dopo un’esperienza del genere credo che non possa spaventarsi più di nulla. Congratulazioni Vincenzo, hai vinto la scommessa più difficile il consiglio che ti do, comunque, è quello di sostituire il titolo “Ribelli per caso”, che penalizza notevolmente il film, con “La notte dei desideri”, più suggestivo ed evocativo, che non solo si presta a molteplici interpretazioni, risultando tra l’altro più accattivante, ma viene pronunciata dal professore nel momento di massima tensione, prima dello scatenato mambo cui si abbandonano i malati della stanza 104. A tal proposito vorrei ricordare che il ballo conclusivo, cui partecipano quasi tutti i ricoverati, almeno quelli che rientrano nell’inquadratura, ripresa in totale (bellissimo il movimento in avanti della m.d.p. che finisce con l’inghiottire tutti i personaggi che incontra e successivamente va a prelevare, quasi materialmente, il primario da una stanza e lo trascina, con un carrello a precedere, dinanzi all’ormai famigerata stanza 104), è completamente diverso dal mambo precedente ed acquista un sapore consolatorio, serve a “snellire” l’azione ed il pathos, dopo che le diagnosi si sono rivelate, nella stragrande maggioranza dei casi, vere e proprie condanne; rappresenta anche un barlume di speranza; questi uomini hanno lottato perché “la malattia -come dice Adriano- abbia finalmente un senso e non solo un decorso”, non è un caso che, sulle note di una popolare canzone (…), tutto sembri alleggerirsi e la scena, in prevalenza buia, diventi più luminosa.    
   
Titolo Originale: RIBELLI PER CASO
Regia:  Vincenzo Terracciano
Interpreti:  Renato Scarpa, Franco Javarone, Giovanni Esposito, Antonio Catania
Durata:  h 1.34
Nazionalità:  Italia 2001
Genere:  commedia                                                                                      


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6 Comments

  1. Pingback by Blog Cinema » CINEMA: “Ribelli per caso“ di Vincenzo Terracciano — 8 Maggio 2008 @ 07:59

    […] Alice in Wonderland: […]

  2. Commento by giuseppe — 30 Agosto 2010 @ 10:36

    bellissimo film, visto “per caso”, bellissima recensione, ma a proposito di quando si dice ” …   sulle note di una popolare canzone (…), tutto sembri alleggerirsi e la scena, in prevalenza buia, diventi più luminosa … ”  posso sapere quale é questa canzone?

  3. Commento by Francesco Improta — 30 Agosto 2010 @ 14:58

    Più che un commento è una risposta, doverosa, a Giuseppe che si è espresso in termini lusinghieri e sul film di Vincenzo Terracciano e sulla mia recensione.  La canzone, con cui il film si conclude è Save the last dance for me di Doc Pomus e Mort Shuman, portata al successo da diversi cantanti; in Italia (Lascia l’ultimo ballo per me) è stata cantata dai Rokes e persino dal grandissimo e indimenticabile Lucio Battisti.
    Prima di chiudere, un consiglio: se l’è piaciuto Ribelli per caso dovrebbe vedere l’ultimo film di Terracciano Tris di donne e abiti nuziali, impreziosito, tra le altre cose, dalla superba interpretazione di Sergio Castellitto.

  4. Commento by Amerigo — 17 Marzo 2011 @ 17:26

    Salve anche io,per caso,mi sono imbattuto oggi pomeriggio  in questo film di Terracciano,Bravo il regista,bravi gli interpreti,ottima la trama.La scena dell’incontro tra Adriano e J.Ford è girata in una delle sale,precisamente quella dell’ingresso,del “Paradiso sul Mare” di Anzio.Edificio nato come “casa da gioco” e utilizzato per le riprese di tantissimi film.Mi piacerebbe sapere come Terracciano o chi per lui arrivano a questa location perchè da tantissimi anni sto elencando tutti i film girati ,scene ovviamente,ad Anzio e Nettuno.Grazie.

  5. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 18 Marzo 2011 @ 13:50

    Girerò la tua domanda, Americo, all’autore dell’articolo.

  6. Commento by Francesco Improta — 18 Marzo 2011 @ 14:35

    Il regista de film, Vincenzo Terracciano, da me contattato telefonicamente, mi ha confermato che l’incontro tra J. Ford e Adriano, protagonista del film Ribelli per caso, avviene a Sorrento, ma che la location dove è stata girata la scena è quella indicata da Amerigo. La scelta del Paradiso del mare è stata dettata dalla necessità di disporre di un ambiente un po’ retrò, vicino al mare, anche perché originariamente si pensava a una scena girata sulla spiaggia. Mi auguro, comunque, che Vincenzo Terracciano, attualmente impegnato nella preparazione di un film in due puntate per la televisione, trovi il tempo per rispondere ad Amerigo direttamente.

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