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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

GIALLO: L’usuraio #2/18

8 Novembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’usuraio  #2

Alle sette e un quarto Olimpio passeggiava irrequieto nel vialetto della canonica. Era fatto così. Don Saverio senza volerlo gli aveva confidato che intendeva essere di ritorno verso le sette, per poter sbrigare alcune faccende della chiesa, e Olimpio dalla finestra era stato a spiare. Davanti agli scalini della canonica, però, non vedeva la macchina.
«Vado in canonica » aveva gridato alla moglie Assunta. «Don Saverio non è ancora tornato. »
«Sei sempre il solito. O non è mica tuo figlio. »
«Non ha nessuno, quel prete, e morirebbe solo come un cane. »
«L’ha voluto fare lui il prete, mica glielo abbiamo detto noi. »
Assunta aveva meno cuore di Olimpio. Succede che le donne a volte siano più egoiste degli uomini. A Sunta interessava dei figli suoi, e per loro avrebbe cavato gli occhi anche a un santo. Degli altri, si occupassero i parenti, e se uno non ce li aveva, o li aveva lontano, com’era il caso di don Saverio, imparasse a sbrigarsela da solo.
«Don Saverio non ci chiede niente. L’aiuto che gli do, è per mia volontà, e tu non metterci becco. »
«Dovevi farti prete. »
«Non c’entra nulla con la carità. »
Altre volte lo rimbeccava perché pensava più agli altri che ai figli. Quando qualche mendicante o forestiero bussava alla porta, Assunta faceva di tutto per andare lei ad aprire, perché Olimpio si lasciava impietosire e non mandava mai via nessuno a mani vuote. Se non aveva spiccioli, dava del pane, o anche frutta, e persino pomodori aveva offerto.
Assunta l’aiutava nei campi. Ce n’era bisogno, perché non era possibile prendere un bracciante a ore, costava troppo e se ne andava tutto il guadagno. L’agricoltura aveva ripreso un po’ dell’importanza che nel corso del XX secolo aveva perduto. Non che gareggiasse con l’industria ed il commercio, ma offriva condizioni di vita più accettabili, e qualcuno l’aveva preferita. Anche se si era salariati, il padrone non era lo stesso che nella fabbrica, e c’era più umanità e rispetto della persona. Dopo anni in cui l’uomo era soltanto sfruttato, questa condizione che veniva riscoperta, a più d’uno sembrava un ritorno al paradiso terrestre. Però non erano molti i padroni che si potevano permettere uno o più salariati. La terra non dava ricchezza. Dell’aiuto, Olimpio lo chiedeva anche ai figli quando arrivava il tempo delle semine o dei raccolti. Angela, la figlia più grande, era la più disponibile, mentre Antonietta e Faustino erano riottosi, e si facevano pregare a lungo prima di acconsentire. Matteo era diventato troppo vecchio e passava i suoi giorni a far niente. Nemmeno Olimpio lo riconosceva più. Nella vecchiaia pareva essersi piegato. Contava sull’aiuto dei figli, invece, che erano la sola ricchezza che possedeva. Ma i figli non erano come lui, ai suoi tempi, che quando il padre Matteo lo chiamava, si spaccava la schiena per rendersi utile.
«Quanto ti devo pregare, a te, Faustino. Sgobbo per farti studiare, non lo vedi? »
Ma delle fatiche dei genitori poco importa ai figli. Il mondo si fa sempre più spietato. Così, Faustino chiudeva il discorso con un’alzata di spalle, e si ritirava nella sua stanza, oppure usciva in strada.
Olimpio, quando vide che erano già le sette e un quarto e don Saverio non era ancora rientrato, disse alla moglie di chetarsi, e che lui doveva andare a vedere se era successo qualcosa. Passeggiava sul viale in su e in giù, e Assunta si era messa alla finestra a spiarlo. Spilungone com’era, la sua agitazione arrivava fino a lei.
Alle sette e mezza, non ce la fece più, roso dall’ansia. Andò sotto la finestra e alzò il viso verso Sunta: «Vado a vedere se è al bar. »
«Sei tutto matto. Che vuoi che ci faccia a quest’ora don Saverio al bar. »
«Quel che ci fanno tutti. È un uomo pure lui. »
«Accomodati, allora, ma non sparire anche te, che fra poco si va a cena. »
«Pensi alla cena te, e a me non mi vien fame se non torna don Saverio. »
«Ma cos’è mai don Saverio, mica te ne sei innamorato? »
«Ecco un discorso a bischero, Sunta, che lo fan solo le donne come te. »
«Vedi di sbrigarti, allora, e non metterti a fare il citrullo. »
La gente si radunava al bar più spesso che nel passato. Era una boccata di ossigeno, dopo una giornata di lavoro in cui ciascuno si sentiva trattato come una macchina o un numero. C’era sempre chi discuteva a voce alta. La politica la faceva da padrona, più dello sport. Perché la miseria nera che si era attraversata negli anni passati nessuno se la dimenticava, e la gente stava in guardia, e anche se qualcosa di buono veniva fatto dal governo, il popolo non si abbandonava alle illusioni.
Olimpio non fece caso ai loro discorsi. Entrò e disse subito ai primi che stavano vicino alla porta: «Don Saverio non è ancora rientrato. »
«E allora? Avrà trovato una ganza. »
«Non scherzare coi santi, bischero. »
«Sarà un uomo anche lui, no? e gli piaceranno le donne. Che c’è di male. »
«Te Olimpio, a stargli troppo dietro, a quel prete, gli scopri gli altarini. Lascialo un po’ in pace. »
«È un bell’uomo. Sai quante gonnelle gli corrono dietro. Stasera gliene sarà rimasta attaccata addosso una. »
«Voglio vedere il giorno che avrai bisogno dell’olio santo. Allora ti farà comodo il prete. »
«Suvvia, si scherza, Olimpio. Lo sappiamo che gli vuoi bene, al prete, e che se sei venuto qui, è perché stai in pensiero. »
«Ora si ragiona, iolai » fece Olimpio.
Con una macchina sarebbero andati incontro al prete.
«Sei sicuro che è salito a Rupecava? »
«Così mi ha detto. »
«Non sarà mica andato a donne davvero… » Olimpio stava per montare in bestia un’altra volta.
«Non vedi che si scherza, Olimpio? Oh, ma non ti si può dire più nulla. »
Salirono in quattro, tra cui Olimpio.
«Fermati a casa mia, che dico a Sunta che vengo con voi. »
«O Sunta, te lo portiamo via il tuo Olimpio. Si va tutti a donne. Stasera si cambia, iolai. »
«Sta’ attento, che il pisellino ti potrebbe anche fare cilecca, e invece di ridere, piangi. »
«Non mi tradisce mai, bella mi’ Sunta, e risponde colpo su colpo. Mica sono come il tuo Olimpio, che ogni tanto si prende un mese di riposo. »
«Io non mi prendo né un mese, né una settimana. Diglielo te, Sunta, a questo bischero qui. »
«O Olimpio, non lo capisci che è tutta invidia. Il mio Olimpio ce n’ha anche per le vostre donne. »
«Eeeeh, che sarà mai… un treno? »
«Un aeroplano » fece Sunta, e chiuse la finestra.
«Accidenti che lingua. Se a letto è uguale, a te Olimpio t’ha benedetto il Padreterno. »
«Chiudi la bocca e sbrigati. Don Saverio ha bisogno di noi. »
Trovarono don Saverio nella cappellina dove un tempo era esposta la piccola statua della Madonna. S’insospettirono una volta giunti al monumento, quando videro che la macchina era ancora lì.
«Gli è successo qualcosa » disse subito Olimpio, e gli altri ammutolirono, il guidatore accelerò.
Don Saverio era disteso sul pavimento. Morto o svenuto. Lo chiamarono. Niente. Si chinarono su di lui.
«Respira » disse uno di loro.
«Ha un bozzo sulla testa. Qualcuno deve averlo colpito. »
«Non credevano che fosse un prete ». Don Saverio non portava mai l’abito talare, infatti; ormai i preti non lo portavano più, se non in occasione di cerimonie solenni. L’abito talare era diventato un po’ come la grande uniforme dei carabinieri.
«Lo avranno derubato. »
Per farlo rinvenire, lo schiaffeggiarono. Finalmente don Saverio aprì gli occhi.
«Io mi chiedo » disse Olimpio «che cosa è venuto a fare solo quassù. È un posto da lupi. Vede che cosa le succede? »
«Come sta don Saverio? » Lo avevano messo seduto sul pavimento e uno gli teneva sollevata la testa.
«Non so che cosa mi sia accaduto. »
«Ce la fa ad alzarsi? » Lo aiutarono a mettersi in piedi.
«No, non ho nulla di rotto. » Si stava riprendendo, ora si sentiva meno confuso.
«Guardi se le hanno rubato qualcosa. » Si mise la mano in tasca. Il portafoglio c’era ancora. L’aprì, non mancava niente.
«Avranno visto questi pochi soldi, e hanno avuto pietà. Sono più povero di loro. » Abbozzò un sorriso.
«Sono tempi bui, don Saverio. Saprei io cosa fare a questi delinquenti. Ci vuole più severità. Chi viene preso, deve starsene in galera a pane e acqua, altro che libera uscita e televisione. »
«Ma ha idea di chi l’ha colpita? C’era nessuno quando è arrivato qui? »
Don Saverio raccontò delle due moto, ma non aveva visto i quattro giovani, eppoi non era sicuro che fossero stati loro. Lui aveva fatto il giro dell’Eremo, aveva visitato le grotte, e quindi era entrato nella chiesetta per pregare, una chiesetta che era diventata squallida, senza più gli arredi di una volta, e senza la piccola Madonna, che per paura dei ladri e dei vandali veniva custodita altrove. Ma ugualmente c’era Iddio in quel piccolo luogo, perché Dio non se ne va più da una chiesa, quando è stata consacrata. Si era inginocchiato davanti all’altare e si era immerso nella preghiera. Poi aveva sentito un forte dolore al capo. Non ricordava altro.
«L’ha scampata bella. »
Si accorse di non avere più la piccola croce che teneva all’occhiello della giacca. Guardò per terra. Gli altri l’aiutarono a cercare.
«È sicuro di averla portata con sé? »
«Non esco, senza la croce. »
«È la croce che la fa sentire prete? »
«Non dire sciocchezze » intervenne Olimpio.
«Allora lo sapevano che lei era un prete. »
«L’hanno colpita apposta, perché lei è un prete! »
«Ma te guarda a cosa siamo ridotti » fece Olimpio.
«Se la sente di venire via? »
«Sto bene. »
«Allora andiamo. » Sul principio, lo aiutarono a camminare, ma poi don Saverio fece da solo il piccolo tratto che li separava dalla macchina.
«Oramai si è ripreso del tutto. Le fa male il bernoccolo? » Se lo toccò, era prominente.
«Se vuole, quando siamo a casa, si fa venire Angelino. » Angelo Brigante era il dottore. Un ragazzo nato in paese, che s’era fatto medico. Ce n’erano altri che si erano affermati. Addirittura tre erano diventati ingegneri, cinque lavoravano in banca, e due di questi erano direttori. Nel commercio pure, con negozi importanti in città. Due avevano fabbriche che davano lavoro a molti operai. Poi c’erano anche dei ricconi che vivevano di solo denaro, esperti nella finanza, che avevano saputo speculare al momento giusto, ed ora andavano tutte le mattine in banca a combinare affari. Giocavano in borsa. Si sedevano e stavano per delle ore a sorvegliare quel che accadeva sui mercati più importanti, non solo Milano, ma anche Londra, Francoforte, Nuova York, Parigi, Tokyo. E quindi compravano e vendevano secondo le convenienze. Quando la sera si fermavano, qualche volta, al bar anche loro, parlavano di valute come gli altri discorrevano di calcio. Qualcuno aveva anche potuto approfittare dei loro consigli. Ma non si doveva pensare che tutto fosse rose e fiori; come dappertutto, coesistevano ricchezza e miseria, frutto di un liberismo che non riusciva ancora a proteggere i più deboli. Poi c’era, a scorno del paese, anche un usuraio, pieno di soldi, che moltiplicava sulle disgrazie degli altri. Non si aveva piacere di averlo in paese, ma ci era nato, e aveva gli stessi diritti degli altri. Non si sapeva a quanto ammontasse la sua ricchezza. Si facevano congetture, si raccontavano aneddoti assurdi. Si sosteneva che possedesse fortune un po’ dappertutto nel mondo, palazzi a Londra, a Parigi, a Roma, navi da crociera, e soprattutto fabbriche acquistate con l’usura da proprietari che avevano avuto bisogno del suo aiuto, e lui a poco a poco ne era diventato l’unico padrone. Si chiamava Domenico Santo, ma era conosciuto col soprannome di Nasone, per via del naso lungo e grosso. Già da piccolo, l’aveva nel sangue il denaro, al contrario del padre, che era uno scialacquatore, e aveva i buchi nelle mani. Forse per questo il ragazzo era diventato avido. Negli anni della scuola, faceva affari col commercio dei libri usati; e al liceo prestava i soldi ai compagni che dovevano uscire con la ragazza. Alto e robusto, nessuno cercava di fregarlo. Col tempo era diventato ancora più abile e avido, e gli affari si erano ingigantiti. Aveva un negozio di tessuti in città, ma quello era la sua copertura. Chi aveva bisogno di un prestito andava lì per combinare. Anche in paese aveva accalappiato qualcuno. Ci andava cauto però coi paesani, non voleva fastidi sull’uscio di casa, ma se fiutava che l’affare era interessante, non aveva riguardi neanche per il paese. Naturalmente non si avevano prove della sua attività, e Nasone non ne parlava mai, neanche al bar, dove trovava sempre qualcuno che gli offriva da bere, e allora si arguiva che era uno di quelli presi nella rete. Ma chi s’era fatto prestare denaro, si guardava bene dal confidarlo in giro. Era un’onta, e non si vedeva l’ora di restituire i soldi e gli interessi, se si poteva.
Giunsero al monumento dove stava parcheggiata la macchina di don Saverio.
«Lei don Saverio resti qui. Mi dia le chiavi e la porto io la sua macchina. »
«Ma no, sono in grado di fare da me. »
Tirò fuori le chiavi e le porse all’altro, che non intendeva lasciargli guidare la macchina.
Questi vi salì, e quando ebbe avviato il motore, allora anche i compagni ripartirono.
Sunta era alla finestra e li vide arrivare. Scese in strada e si fece trovare sul vialetto della canonica.
«Che le è successo, don Saverio? Sta bene? »
«Lascialo in pace, che poi ti racconto a casa » fece Olimpio, allontanandola dal prete.
Era giunta altra gente.
«Sto bene » disse don Saverio. «Tornate pure a casa. »


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart