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LETTERATURA: “Eva contro Eva” di Carola Prosperi a cura di Chiara Simonetti (2002)

29 Settembre 2008

di Francesco Improta

Questo libro di Carola Prosperi, riproposto dalla casa editrice Sellerio nella collana “La memoria“, fu pubblicato, come ci dice nella postfazione, ricca di informazioni e di acute osservazioni critiche, Chiara Simonetti, per la prima volta nel 1951 dalla casa Editrice  S.A.S San Paolo di Torino. Era un periodo di grandi trasformazioni sociali, economiche e culturali e Torino, sotto la spinta dell’industria automobilistica, quella stessa industria che in questi ultimi anni ha fatto penare non solo i Torinesi ma tutti gli Italiani, si accingeva a diventare, da città aristocratica, elegante e un po’ retrò qual era, una metropoli industriale in piena espansione economica e so ­ciale; non a caso ospitava in quegli alveari, grigi ed anonimi, sorti alla periferia della città “le maggiori concentrazioni operaie d’Italia“. Questi cambiamenti si notavano anche a livello comportamentale e, agli occhi dei conservatori e dei tradizionalisti, quali il Sindaco Peyron e il cardinale Fossati, avrebbero potuto costituire “una minaccia” per i costumi ed il futuro della cittadinanza. Non meraviglia, quindi, l’assunzione, da parte della Chiesa e del mondo cattolico in generale, di un ruolo di baluardo e di vigile controllo contro i pericoli e le tentazioni della mo ­dernità. Vengono pubblicate da case editrici, di matrice cattolica, come la S.A.S San Paolo storie esemplari o edificanti e si moltiplicano, non solo a Torino ma in tutta Italia, i cinema parrocchiali che diventano luoghi di aggregazione sociale e di formazione morale per i giovanissimi, non va dimenticato che negli anni cinquanta nascono le Edizioni Paoline che diventeranno le maggiori distributrici di quelle pellicole a 16 mm che avrebbero invaso il mercato, le scuole, i cineforum. Il libro in questione fa parte di una serie di adattamenti in prosa di film famosi, commissionati dalla succitata casa editrice, per quelle madri che non avevano la possibilità di recarsi al cinema o che, pur fre ­quentando le sale cinematografiche, avevano bisogno di maggiori rassicurazioni e, quindi, di finali più edificanti o più consolatori. Operazione, comunque, a dir poco singolare e perché segue un percorso inverso a quello normalmente  in uso, non dal romanzo alla trasposizione cine ­ma ­tografica ma dal grande schermo alla pagina scritta e perché il film in questione non ci presenta certo una storia   tramata di buoni sentimenti, come “Le due suore“, “Giovanna d’Arco” ed “Il Mago di Oz“, ma una storia crudele, spietata, impregnata di perfidia e d’ipocrisia. Operazione, aggiungerei, rischiosa perché il film da cui è tratto il libro “All about Eve” è una pietra miliare della storia del Cinema, un cult movie che è rimasto impresso nel cuore e nella memoria di tante generazioni e che non a caso ha vinto ben 6 premi Oscar, dopo aver ottenuto 11 nomination. Il regista, inoltre, Joseph Mankiewicz, pur non appartenendo alla ristretta cerchia dei geni o dei maestri più autorevoli, è pur sempre un regista di grande e raffinata cultura, che facendo affidamento sulla sua conoscenza del mezzo e dello “specifico” cinematografico, nonché su solide e calibrate sceneggiature, alle quali collaborava sempre personalmente, ci ha lasciato tutte opere ben confezionate ed alcune di ottima fattura, mi riferisco a “La Contessa Scalza“, “Improvvisamente l’estate corsa“, “Bulli e pupe“, e soprattutto a questo indiscusso capolavoro “Eva contro Eva“, vero e proprio apologo, moralistico, sul teatro cui molti altri autori hanno reso omaggio, ultimo in ordine di tempo Pedro Almodòvar, che in uno dei suoi ultimi film, “Tutto su mia madre“, ne ha richiamato persino il titolo. Cerchiamo di  riassumerne il plot: a Broadway la giovane Eva, ambiziosa aspirante attrice, fingendosi dolce, arrendevole e remissiva, riesce ad entrare nelle grazie della celebre diva teatrale Margo Channing. Attraverso macchinazioni e ricatti, riesce a prenderne il posto, ad ottenere fama e successo, e, a suggello di questa sua rapida scalata, un prestigioso premio teatrale; tornata a casa, dopo aver ottenuto questo riconoscimento, trova ad attenderla la giovanissima Phoebe, che si dichiara sua devota ammiratrice, il film termina, lasciando nello spettatore la convinzione fondata che la storia si ripeterà puntualmente per filo e per segno. Il film, girato quasi esclusivamente in interni, con ambienti, arredamenti ed illuminazioni meticolosamente predisposti, è forse il primo crudele apologo sul teatro che il cinema abbia mai raccontato: vi si descrivono, in maniera fredda ed impietosa l’arrivismo, la spregiudicatezza e l’ipocrisia dell’ambiente umano e professionale di Broadway. Mankiewicz, infatti, era convinto che il teatro fosse un covo di vipere, pieno di insidie e di veleno, e con la freddezza di un chirurgo, con il suo bisturi affilato ne incide la superficie rutilante e sfarzosa per metterne a nudo la parte cancerosa, un nucleo ribollente di crudeltà, narcisismo ed ambizione sfrenata. Sembra che Mankiewicz, uomo di Cinema, abbia voluto vendicarsi dello snobismo degli attori teatrali e del buon vecchio teatro tradizionale che, a suo tempo aveva deriso sarca ­stica ­mente le produzioni di Hollywood. Nel film s’individua anche con precisione e puntualità quel meccanismo d’intercambiabilità che porta al successo gli artisti e poi li sostituisce, dimo ­strando quanto sia fugace e probabilmente inutile il successo. Ci tornano alla mente i versi del sommo poeta: “Oh vana gloria delle umane posse! / Come poco verde in su la cima dura, / se non è giunta da l’etati grosse!” E più avanti “Non è il mondan romore altro che un fiato / di vento, ch’or vien quinci e or vien quindi, / e muta nome perché muta lato.” Accanto a questi due temi principali si rilevano tantissimi motivi non meno importanti e significativi: la polemica tra commediografo ed attore sull’incidenza che hanno rispettivamente sul successo di un lavoro teatrale il testo o la recitazione e Mankiewicz sembra propendere per la tesi sostenuta da Pirandello in “Questa sera si recita a soggetto“: è l’attore che fa vivere il personaggio creato dal commediografo, ritagliandoselo addosso, e formalizzando questa vita in un linguaggio che deve giungere al pubblico e comunicare con lui; è l’attore, quindi, nel mondo del teatro la figura più importante. Sempre legato al mondo dello spettacolo e alla figura dell’attore c’è lo scollamento tra realtà e finzione, tra recitazione e vita vissuta, tra apparenza e realtà; gli attori perdono spesso il senso di orientamento e non riescono più a distinguere le due dimensioni quando non smar ­riscono addirittura la propria identità; non è un caso che Eva in apparenza è una colomba, una cara dolce “bambina” (così almeno la chiamano tutti), in realtà una donna crudele e calcolatrice, un avvoltoio, Margo, apparentemente capricciosa e dispotica è una donna generosa, desiderosa d’affetto e soprattutto di realizzarsi come donna, non a caso alla fine cederà se ­renamente il posto alla rivale e, obbedendo alle pulsioni del cuore, convolerà a nozze con Bill, scambiando volentieri il successo con la felicità, o quanto meno con la speranza di essere felice. A questo punto si capisce come mai la S.A.S San Paolo abbia commissionato alla Prosperi la trasposizione in prosa della pellicola di Mankiewicz, ad una prima lettura così scandalosa ed immorale, perché in fondo pospone il successo all’amore ed esalta “le sane gioie della vita matrimoniale” che nell’Italia del tempo, decisamente bigotta, era un precetto sacro ed inviolabile, si pensi allo scalpore suscitato in quegli anni dalla storia d’amore tra Fausto Coppi e “la dama bianca”. Ci sono, inoltre, due motivi di grande interesse che non sempre sono stati adeguatamente messi in evidenza: l’insoddisfazione che subentra in ognuno di noi dopo il raggiungimento di un obiettivo a lungo inseguito (lo si nota soprattutto in Eva, dopo il conseguimento del premio, tanto da non accorgersi che Phoebe, la ragazza che l’aspetta a casa non è che un’altra rivale, meglio ancora un’altra se stessa, lo spec ­chio, infatti, in cui appare, rileva e sottolinea il tema del doppio) ed infine la paura d’invecchiare, riconducibile per qualche verso al tema del doppio. Margo più sente venir meno le proprie energie, più si accorge che la sua bellezza sfiorisce e più è rosa dal desiderio di primeggiare e dalla gelosia. I suoi capricci, le sue bizze sono un mezzo per com ­battere l’età che avanza, l’inesorabile legge della vita e il ricambio delle generazioni. Margo, all’inizio, quando ancora non è al corrente delle macchinazioni di Eva si accanisce contro di lei perché ha paura di lei, della sua freschezza, della sua giovinezza, sa che se all’orizzonte sorge un altro astro il suo dovrà ne ­cessariamente tramontare. Questa lotta che Margo conduce non tanto contro gli altri ma contro la vita, contro se stessa trasforma il film in una tragedia classica, ci ricorda per alcuni versi il “Saul” di Alfieri, non a caso citato nel film, e Berta che, vive da tanti anni alle dipendenze di Margo, si trasforma nella nutrice della tragedia classica, premurosa e fedele confidente.
A livello strutturale il film è costruito attraverso lunghi flash back, si apre, infatti, con la con ­segna della statuetta a Eva Harrington e si conclude, dopo aver ricostruito tutte le vicende, con la statuetta che Phoebe stringe tra le mani, avvolta nell’elegante e costoso soprabito di Eva, davanti allo specchio mentre Eva, stremata dalla stanchezza, è stesa su un divano. Anche il libro della Prosperi conserva la ricostruzione per analessi e la struttura circolare, con la sola differenza che nel prologo appare già Phoebe che, timida ed impacciata ma piena di sogni ed ambizioni, assiste, grazie ad un invito procuratole dalla cugina alla premiazione, per cui il tema del doppio è ancora più evidente. Nel testo in prosa, Bill Sampson, il regista che alla fine sposerà Margo, è più docile, innamorato e remissivo di quanto non sia nel film di Mankiewicz, probabilmente perché la mano che lo ha tratteggiato è quella di una donna. Il libro della Prosperi ha avuto, come argutamente suggerisce Chiara Simonetti, il merito di spingermi a rivedere il film di Mankiewicz ed è probabile che chi ha visto il film sia indotto a leggere il libro e, successivamente, a rivedere il film, il che non è poco e soprattutto ribadisce che nella nostra epoca all’estetica dell’arte come riproduzione del reale si è sostituita l’estetica della riproducibilità dell’opera d’arte, come giustamente sostiene W. Benjamin.

 

 


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1 commento

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: “Eva contro Eva” di Carola Prosperi a cura di Chiara … - Il blog degli studenti. — 29 Settembre 2008 @ 07:29

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Bart