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LETTERATURA: “La metamorfosi”, il racconto di un’esistenza stroncata dalla modernità

15 Settembre 2008

di Giampaolo Giampaoli
[alcune sue ultime poesie qui]  

Un giovane commesso viaggiatore dedica la vita alla famiglia, al dovere di mantenere economicamente la sorellina e i genitori, impiegando tutto il suo tempo e sacrificando tutte le sue energie in un lavoro che non consente di vivere una vita indipendente. È questa l’immagine dell’uomo moderno che viene rappresentata da Kafka nell’enigmatico protagonista del suo racconto migliore, che ha lasciato una delle testimonianza più valide a livello artistico e storico-sociale del noto scrittore praghese: “La Metamorfosi”, storia di un semplice commesso viaggiatore segnato dal peso del suo estenuante lavoro.
In questo giovane apparentemente comune, attore di una storia di vita che dal banale passa all’inverosimile, Kafka cerca di concentrare tutta la frustrazione ed il risentimento delle persone che vivono la vita sentendosi le ali spezzate, nell’incapacità di esprimere le proprie potenzialità fisiche ed intellettive.
Al ritorno dall’ennesimo estenuante viaggio di lavoro, schiacciato psicologicamente dall’inesorabile durezza della vita moderna, il giovane si trasforma, per un processo fisico o forse magico non ben definito, in un grosso insetto, lasciando i suoi famigliari in preda alla disperazione.
Dello stato psicologico del protagonista se ne ricava una attendibile   testimonianza dalla sua storia di vita, raccontata per sommi capi dall’autore, ma in modo sufficiente per far comprendere al lettore che il giovane commesso non può essere felice. D’altro canto il tema della frustrazione dell’uomo moderno, messo sotto accusa dalla società nel momento in cui rivendica il suo diritto all’affermazione personale, è caro allo scrittore praghese, che ha modo di svilupparlo in un’altra opera che lo ha reso noto ai posteri: “Il processo”, storia dell’immaginaria pratica giudiziaria che la società moderna compie nei confronti dello stesso Kafka.
Ne “La metamorfosi” il protagonista diviene orribile per manifestare tutto il disprezzo che la società avrà nei suoi confronti una volta cessato di piegarsi ai doveri imposti dai suoi superiori. Egli è in realtà ormai un mostro agli occhi non solo dei genitori e della comunità moderna, ma anche della sorellina (la quale, però, continua in parte a capirlo perché troppo piccola per rivendicare a pieno il rispetto dei ruoli e ancora abbastanza ingenua per poter vedere, al di là dell’apparenza, la bontà di cuore che ancora preserva il fratello, benché deturpato).
È la bambina l’unica persona che riesce ancora ad avere un contatto almeno emozionale con il commesso e a lei, responsabilizzata in modo ben superiore a ciò che prevederebbe la sua tenera età, tocca l’ingrato onere di recarsi presso di lui per controllare l’evoluzione della sua anomala malattia, partecipando ad un calvario domestico che, in realtà, diventa un calvario sociale a tutti gli effetti. La vicenda del mostro che manifesta tutto il risentimento di cui è capace il suo animo contro una società inesorabile nel limitare la libertà e l’affermazione dell’uomo, è la vicenda di ogni persona che, come il giovane commesso, osa andare oltre il consentito, infrangendo le regole imposte con un atto supremo di coraggio.
Sul finale la società si prende la “giusta” rivincita contro il suo figlio scellerato. La famiglia torna ad essere felice nel momento in cui viene annientato il pericolo del giovane ribelle e disgraziato, momento supremo di liberazione che i due genitori insieme alla bambina decidono di festeggiare con una gita in autobus. Nel momento in cui il ricordo del mostro è ormai qualcosa di lontano che non può più essere fonte di dolore, il padre e la madre osservano compiaciuti la graziosa figura della figlia; in lei   riversano tutte le loro speranze per un futuro sereno, in cui i limiti imposti dalla società borghese non saranno più trasgrediti per un capriccio personale.
L’incubo è finito, ma forse in realtà è iniziato di nuovo, perché in base al messaggio che vuole trasmettere Kafka, è il mondo moderno a snaturare con le imposizioni sociali e culturali   l’animo umano, alienandolo dalla sua reale sensibilità.
In questo racconto lungo e denso di significati metaforici, tanto che ogni lettore potrebbe divertirsi a dare una propria interpretazione delle immagini e delle vicende raccontate dall’autore, Kafka riesce a comunicare le angosce di cui è lui stresso preda. Il semplice impiegato, appassionato di scrittura come tanti altri letterati più o meno a lui contemporanei (basti ricordare Tozzi e Svevo), di una scrittura limpida e sincera che vuole manifestare il dolore dell’uomo moderno, riesce a trasmettere nelle sue parole e nelle sue immagini tutto il risentimento che vorrebbe manifestare al mondo borghese, che non ha né il tempo né il desiderio di fermasi per apprezzare la sua arte.
In questo giovane talento letterario si riconosce la pura vena dello scrittore, che crea le sue opere per comunicare con un mondo a lui vicino materialmente ma lontano emotivamente; la letteratura diventa lo specchio di una coscienza sofferta nell’ossessione della scrittura, nel bisogno impellente di dare vita ad immagini e sentimenti dell’animo dell’autore, che non avrebbe mai il coraggio di raccontare apertamente i suoi pensieri. Questi ultimi vengono quindi nascosti dietro profondi significati metaforici, chiari solo ai lettori che possiedono la sensibilità necessaria per coglierli ed interpretarli, entrando a far parte di una élite culturale capace di vedere al di là del consentito, per comprendere in modo completo la reale natura della società moderna.
In Kafka la letteratura, attraverso il complesso processo che è stato illustrato, si rivela espressione del flusso di coscienza, che come decretò James Joice è il momento in cui la scrittura si fonde con l’analisi psicoanalitica, facendo della psichiatria un punto di riferimento da cui attingere materia narrativa; quest’ultima considerazione ci riporta alla memoria un altro protagonista del Novecento letterario, Italo Svevo, che ha indubbiamente molti punti in comune con Kafka. Non solo ambedue furono dei sofferti impiegati nella vita, ma ebbero anche simile volontà nel raccontare le angosce mentali degli uomini del loro tempo.
Leggere “La metamorfosi” oggi consente di andare a ricercare le origini della frustrazione dell’uomo moderno, che è probabilmente alla base di una società in costante crisi di valori morali e culturali, o meglio la società attuale, in cui tutti noi viviamo. Vista da questa punto di vista la letteratura, in generale e non solo l’opera di Kafka, diviene una testimonianza storico-sociale che non può e non deve limitarsi ad un passato più o meno lontano, ma trasmettere nozioni attinenti al mondo di oggi, consentendo al lettore di comprendere in profondità la dimensione culturale e sociale in cui vive.
In questo modo ha veramente senso parlare di patrimonio culturale da tramandare nei secoli e poche opere, come il lungo racconto del commesso viaggiatore, riportano un’immagine tanto fedele di una realtà storica a noi effettivamente ancora vicina.            

       

 


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13 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: “La metamorfosi”, il racconto di un'esistenza … - Il blog degli studenti. — 15 Settembre 2008 @ 08:42

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  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Settembre 2008 @ 23:24

    Significativo, in questo senso (frustrazione dell’uomo, società che condiziona e soffoca la persona, ecc.), è anche il racconto “Il messaggio dell’Imperatore”, sempre di Kafka, dove (traggo dall’antologia “Incontri”) “esiste il Palazzo della Legge, e la porta è aperta, spalancata, ma il guardiano impedisce all’uomo di entrarvi; esiste a pochi chilometri di distanza un villaggio dove la società è migliore, ma una vita intera è insufficiente anche per dare inizio al villaggio: esistono le abitazioni degli uomini ma dovunque si tramutano in celle e i pancacci in ‘letti di contenzione’ per esperienze più atroci”.
    Impareggiabile Kafka nel dare una testimonianza quasi allucinante della condizione umana e nel considerare l’uomo prigioniero di un universo, che non riesce bene a comprendere
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by Daniela Toschi — 28 Settembre 2008 @ 10:46

    “Dopo il suo sguardo il mondo non è stato più lo stesso”. Mi sembra lo abbia detto Walter Benjamin a proposito di Kafka. In realtà il mondo continua ad essere lo stesso, ma vale la pena osservarlo attraverso il suo sguardo. L’attualità e la perenne “novità” degli scriti Kafkiani sono sorprendenti e lasciano senza parole (letteralmente: se si prova a “parafrasare” certe intuizioni kafkiane, ci si ingarbuglia inevitabilmente). Mi ha fatto piacere leggere questo interessante articolo di Giampaoli per caso proprio stamani: ieri abbiamo fatto un incontro alla libreria antiquaria Darislibri, a Lucca, su “Una relazione per una accademia”, racconto scritto da Kafka nel 1917. Nino Campagna, presidente dell’ACIT, e Bianca Fedi, germanista, hanno letto e commentato questo racconto permettendo tra l’altro anche a noi che non sappiamo il tedesco di sciogliere qualche nodo kafkiano alla luce del testo originale, al di là delle traduzioni che inevitabilmente portano alla perdita di qualche significato. Emerge in questo modo ancora di più la lucidità e la chiarezza con sui Kafka analizza “la patologia della normalità”, come ha rilevato uno dei presenti. Ed è proprio per questo aspetto, secondo me, che bisogna continuare a parlare di Kafka. Spero faremo altri incontri in futuro a Lucca (e certamente ne continueremo a fare a Pescia, presso la sede dell’Associazione Culturale Italo Tedesca)e ci piacerebbe avere con noi Giampaoli e altri interessati a Kafka.

  4. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 28 Settembre 2008 @ 20:43

    Daniela, ho conosciuto Nino Campagna: un vulcano di idee e di iniziative. Posseggo anche alcuni suoi libri. Non so se si ricorderà di me. Quando lo vedrai, salutamelo. Digli anche, se vuoi, che mi piacerebbe poter pubblicare qualche suo saggio. Dagli pure la mia e-mail: bartolomeo.dimonaco(chiocciola)tiscali.it
    E tu, mi dovevi inviare qualcosa o mi sbaglio? Se sì, dovresti farlo prima del 15 ottobre.

  5. Commento by Daniela Toschi — 28 Settembre 2008 @ 23:49

    E’ proprio attraverso un libro di Nino su “La metamorfosi” che ho iniziato ad avvicinarmi a Kafka. Del resto già il titolo, “Storia di una metamorfosi redentrice”, fa molto pensare…

  6. Commento by bianca fedi — 29 Settembre 2008 @ 01:11

    Be’, Daniela, Kafka ( e il suo scarafaggio ) quella redenzione la trova solo nella morte, fuori dall’esistenza, più semplicemente dalla vita, e fuori dalla storia). E’ il solo “Ausweg” – per rimaner con quella scimmia africana davanti all’accademia di cui discorrevamo ieri – che riesce a trovare, l’unica via d’uscita.
    Nella morte e nella letteratura con cui vuole assaltare il confine e che, lo sa (“diabolico in tutta la mia innocenza”), è vera solo se non divisa, vera solo tutta assieme, come la verità di un suo aforisma. E’ quel confine, anche.
    Lo sa, eppure, come mi hai fatto notare, si affida all’intelletto che con calma suddivide e così facendo si condanna: nella malattia trova l’umana libertà, quella possibile, nella morte la redenzione sub specie aeternitatis, ma anche una punizione altrettanto assoluta.

  7. Commento by Daniela Toschi — 29 Settembre 2008 @ 02:32

    Cara Bianca, con un “imperterrito esercizio della speranza malgrado tutto” (che in effetti contrasta, lo ammetto, con “la certezza che toglie la speranza”) continuo a illudermi che è proprio partendo dalle spietate analisi kafkiane che si può riformulare un Ausweg (via d’uscita)in senso positivo. In fondo lui ci costringe a commuoverci per l’umanità dello scarafaggio e a disprezzare la cecità di chi non riesce a scorgerla. In “Davanti alla legge” dirige la nostra simpatia verso l’uomo di campagna e ci fa odiare il guardiano della legge (il classico impiegato o funzinario “decerebrato” e disumanizzato). E così via. Se non sbaglio disse che riusciva a vedere Dio solo nelle pieghe delle vesti sdrucite e piene di pulci degli ebrei orientali. Mi sembra che lui, che tanto impietosamente ci mostra la disumanità, altrettanto impietosamente ci mostri l’umanità anche dove normalmente non si riesce a vederla: nello scarafaggio, appunto, ma anche in quell’animale mezzo gatto e mezzo agnello del racconto “Un incrocio”, nella cavalleriza tisica e nello spettatore turbato del racconto “In galleria” e così via.
    Insomma, mi domando se quel “filtrato lucore” che mi sembra di vedere in certi passi di Kafka c’è o è solo una mia illusione.

  8. Commento by Giampaolo Giampaoli — 29 Settembre 2008 @ 11:49

    Mi fa estrememente piacere che il mio articolo abbia dato il via ad una serie di discussioni così interessanti intorno alla letteratura di Kafka. Personalmente, in base alla mia modesta cultura letteraria, ritengo ancora che “La metamosfosi” sia una delle cose più belle che ho letto, se non la più bella, anche perchè mette nero su bionco una condizione umana che è difficile non condividere. Ringrazio tutti i lettori per i loro commenti.

  9. Commento by bianca fedi — 29 Settembre 2008 @ 18:38

    Cara Daniela, il “filtrato lucore” indubbiamente c’è. Lo vedono entrambi, il guardiano – che, sia detto per inciso non è né umano né disumano, fa il guardiano: per di più la porta della legge è sempre aperta e lui si fa da parte – e l’uomo di campagna.
    Kafka non dà speranza, né la toglie, né a te, né a me, lascia la porta aperta (guardandosi bene dall’entrare, forse dovremmo però soffermarci sul fatto che nemmeno se ne va via).
    Non toglie la speranza Kafka.
    Tu pensa se entrando nella legge l’uomo di campagna si fosse trovato in un dedalo di specchi illuminati da una lampadina a risparmio energetico ad accensione ritardata.

  10. Commento by bianca fedi — 12 Novembre 2008 @ 17:35

    A proposito, il 28 novembre p.v. siamo a Pistoia a parlar di Kafka:
    http://www.italienfreunde.de/acit/

  11. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 12 Novembre 2008 @ 17:39

    Conosco Nino Campagna. Oggi ci siamo parlati al telefono. Sono troppo pigro per muovermi fuori dalla mia città. Mi ha detto che farà qualcosa a dicembre al Boccherini; mi manderà una e-mail e in quel caso farò di tutto per non mancare.

  12. Commento by bianca fedi — 15 Novembre 2008 @ 16:22

    Alla stessa pagina
    http://www.italienfreunde.de/acit/
    trovi l’appuntamento a Lucca a dicembre.

    Ciao

    )*

  13. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 16 Novembre 2008 @ 22:17

    Sì, ho ricevuto l’invito per le ore 15 di giovedì 4 dicembre a Lucca, presso l’istituto musicale Boccherini.
    Farò di tutto per esserci. In quella occasione spero di conoscerti.
    A presto.

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