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LETTERATURA: “Lo spazio nero” di Fabio Fracas

16 Gennaio 2010

[Fabio Fracas è autore, editor, giornalista e sceneggiatore. Oltre a racconti, libri e poesie scrive per il cinema, per il teatro, per i fumetti e su varie testate giornalistiche cartacee e Web. Suoi brani e suoi lavori sono stati rappresentati in vari festival e da diverse compagnie. Ha ricevuto una serie di riconoscimenti letterari e nel 2004, assieme alla poetessa Federica Castellini, ha fondato MacAdam – MacAdemia di Scritture e Letture.]  

[Il 21 gennaio 2010, all’interno de “I Gialli Mondadori” n. 2996, verrà pubblicato il racconto noir “Mezze stagioni” di Fabio Fracas]

Vuoti a perdere

Lo spazio nero – III – 42 | Anno nuovo, vita nuova, problemi vecchi. Uno, in particolare: il valore della cultura. Mi scuso fin d’ora con voi lettori ma questo appuntamento de “Lo spazio nero” avrà due ben precise e distinte caratteristiche. La prima è che vi saranno riferimenti alle mie attività. La seconda è che non potrò esimermi dal riflettere sull’attuale – e non solo – situazione sociale e culturale.

Naturalmente, tutto ciò che troverete scritto – se continuerete a leggere – rappresenta esclusivamente una mia personale opinione.

Partiamo dal principio. Io, come molti altri abitanti della patria delle lettere, non posso vivere esclusivamente di scrittura. Se per “scrittura” si intende la pubblicazione di uno o più libri. Per questo motivo a essa affianco altre attività collegate – editing, creazione di sceneggiature e redazione di articoli e saggi – e altre non così “direttamente” connesse.

Non si tratta di un esempio raro: sono pochissimi gli scrittori capaci di sostentarsi esclusivamente con i diritti delle proprie opere.

Perché? Il motivo principale è semplice: si vendono pochi libri.

Ma c’è anche dell’altro. Oltre alle consuete riflessioni sulla situazione dell’editoria, sulla poca visibilità delle case editrici minori e sull’impossibilità di arrivare in libreria con tirature adeguate – problema già affrontato ne “Lo spazio nero – III – 42” – esiste un’ulteriore scoglio da superare: l’abitudine al “tutto e gratis”… almeno in questo ambito.

Nessuno si scandalizza se per andare a vedere un concerto si è tenuti a pagare un biglietto che può arrivare a qualche decina di euro. Nessuno pensa – tantomeno io, personalmente – che non sia giusto retribuire un qualsiasi operaio o professionista, che svolga il proprio lavoro. Nessuno immagina che sia possibile eliminare i costi di ingaggio di uno sportivo. E così via. Perché allora un autore – e più in generale chiunque operi fattivamente in ambito culturale/letterario – deve fornire le proprie competenze – nell’immaginario collettivo – gratuitamente?

Facciamo un esempio pratico: ogni giorno ricevo varie richieste per la valutazione di romanzi e di racconti. Solitamente, tranne rari casi, declino. Non si tratta di superbia o di disinteresse è che, materialmente, non posso impegnare parte della mia giornata lavorativa senza averne un giusto ritorno economico. Anche se può sembrare strano, non si possono mangiare i libri.

Altro esempio: quando mi si chiede se per partecipare a un’attività o a un corso di scrittura sia proprio necessario versare una quota io, dentro di me, mi domando se chi mi sta ponendo la domanda abbia ravvisato sulla mia fronte i segni di un qualche inevitabile martirio. Perché, banalmente, affittare una sede idonea, realizzare i materiali, coprire le spese vive – luce elettrica, riscaldamento, pulizie, eccetera – ha sempre un costo. Costo che se non viene suddiviso fra i partecipanti all’iniziativa medesima ricade in toto sugli organizzatori.

Ultimo esempio: sempre più spesso amministrazioni pubbliche, enti e associazioni organizzano incontri, festival o rassegne alle quali invitano vari autori che riescano a dargli lustro e a richiamare l’interesse della cittadinanza. Sempre più spesso, però, quegli stessi organizzatori premettono che la partecipazione dovrà avvenire “a costo zero” e in alcuni casi senza neanche il rimborso spese. In fin dei conti, viene suggerito, è un’ottima occasione per farsi pubblicità. Peccato che, in ambito letterario, la fama che può dare il partecipare a un incontro pubblico non si traduce – solitamente – in un concreto aumento della vendita delle proprie opere.

Potrei continuare a lungo ma credo che questi tre esempi siano sufficienti a rendere testimonianza di quanto la cultura letteraria sia considerata diversamente da altre forme d’arte come, per esempio, la musica.

Naturalmente, le eccezioni esistono. Per loro fortuna.


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9 Comments

  1. Commento by Giovanni — 18 Gennaio 2010 @ 11:52

    Ciao Fabio, tocchi un tasto dolente. Anch’io mi occupo di cultura, nel tempo libero, ma mi trovi perfettamente d’accordo: non potrei mai vivere facendo cultura. Secondo me, in realtà la cultura non interessa: è solo un specchietto per le amministrazioni e per qualche ente privato. Che tristezza.

  2. Commento by Fabio Fracas — 19 Gennaio 2010 @ 10:30

    @Giovanni: spero che la riflessione amara con cui chiudi il tuo commento – e che, a volte, mi sento di condividere – non corrisponda alla realtà oggettiva dei fatti. Almeno non sempre. Un caro saluto,

  3. Pingback by Per conoscenza : MacAdemia — 19 Gennaio 2010 @ 11:15

    […] che contiene, in parte, riferimenti anche personali. Il motivo lo scoprirete da soli leggendo Vuoti a perdere sul sito dell’amico Bartolomeo di Monaco. Mi farebbe piacere che ne scaturisse una serena e […]

  4. Commento by Federica — 19 Gennaio 2010 @ 13:42

    A questo proposito io ho uno spazio nero, un vuoto nel cervello. Io non so assolutamente il perché e fatico a darmene una ragione ma è vero: la scrittura non è considerata una forma d’arte che necessiti dell’ingegno e della dedizione dovuti alle altre. Questo vale sia per chi scrive un libro sia per chi ci lavora su. Quante volte mi sono sentita chiedere a che cosa mi serve seguire corsi di scrittura proprio non me lo ricordo. Come se fosse ovvio fare scuola di danza o di pittura ma non di scrittura. Oppure quante volte ho sentito dire che per scrivere non serve leggere. O che il talento “o ce l’hai o non ti viene andando a scuola”.   O che, infine, se vuoi lavorare nel mondo dei libri o della scrittura non devi aspettarti di essere pagato. Eh? Fermi tutti, riflettiamo!
    Manca proprio il concetto di valore-scrittura.

    Ci sarebbero mille e mille considarazioni da fare: prendere in esame il punto di vista sociologico, culturale ed economico. Ma quando comincio, ecco, il buco nero. E non mi esce nessuna spiegazione.

     

  5. Commento by Carlo Capone — 20 Gennaio 2010 @ 13:56

    La mia prima insegnante di scrittura ci disse: “Con i libri non si vive. Manzoni, Moravia, Gadda, Svevo erano tutti benestanti.”

    Non c’era bisogno di lei per saperl,  ma  ad esempio  pagare poco o niente    le spese di viaggio per recarsi alla presentazione di un proprio libro  è un andazzo noto a tutti. Non parliamo poi della corresponsione delle royalties da parte degli editori. Chi controlla? la SIAE? ne dubito.          Gli scrittori a tempo pieno si contano sulle dita di una mano, e   il fenomeno   è diffuso tanto all’estero che in Italia. Molti   sono costretti a consumare tempo,  energie e talento cercando altrove il sostentamento.

    E’ una situazione   dolorosa ma a volte mi viene il dubbio che la società di un tempo facesse scelte crudeli ma nette. Puoi diventare quello che ritieni di essere  soltanto se hai soldi. Altrimenti devi affidarti ai posteri, come nel caso di Kafka.

    Saluti a Fabio

  6. Commento by Fabio Fracas — 21 Gennaio 2010 @ 17:46

    @Federica: capisco e condivido il vuoto che provi. Purtroppo è una sensazione piuttosto diffusa fra tutti coloro che operano in questo piccolo “mondo”.

    @Carlo: hai ragione. Si tratta di una situazione dolorosa ma che potrebbe essere ben differente se si capisse – o semplicemente, si volesse ammettere – che la cultura/letteratura può essere valorizzata al pari, per esempio, del turismo. Si tratta in entrambi i casi di preziose risorse. Un caro saluto a te,

  7. Commento by Alessandra — 22 Gennaio 2010 @ 20:11

    Credo che la scrittura faccia parte, purtroppo, di quei mestieri artigianali in via di estinzione. La standardizzazione ha fatto   scomparire i fabbri, i falegnami per non parlare dei calzolai. La produzione industriale li sta decimando. Il gusto della gente si fa meno fino, vogliamo cose belle a basso costo e quindi prodotte in serie.   I libri, a mio avviso, seguono la stessa logica. Le case editrice spesso preconfezionano l’oggetto libro, a volte abbatte un po’ il costo, ma sempre guarda al mercato. E anche noi lettori, a lungo andare, cambiamo gusto disabituandoci al libro scritto bene ( di qualsiasi genere), formativo o meno ma comunque mai banale. L’editoria sta diventando la concorrente di sè stessa, operando scelte editoriali, a volte anche molto scadenti,   pur di vendere. Gli editori sono i cinesi di sè stessi, insomma. Quale fabbro che forgia ancora il ferro può vendere il proprio letto in ferro battuto a prezzo concorrenziale? Non potrà mai farcela, ammesso che qualcuno ancora capisca la fatica del suo lavoro. E quale   scrittore riuscirà mai a vendere bene un libro che ha come concorrente una miriade di libri nati, forse, a tavolino?

    La qualità è scaduta in ogni settore culturale, il problema per me è riuscire a difendermi dalla massificazione che alla fine co contagia tutti.

    Alessandra

  8. Commento by Alessandra — 22 Gennaio 2010 @ 20:11

    Credo che la scrittura faccia parte, purtroppo, di quei mestieri artigianali in via di estinzione. La standardizzazione ha fatto   scomparire i fabbri, i falegnami per non parlare dei calzolai. La produzione industriale li sta decimando. Il gusto della gente si fa meno fino, vogliamo cose belle a basso costo e quindi prodotte in serie.   I libri, a mio avviso, seguono la stessa logica. Le case editrice spesso preconfezionano l’oggetto libro, a volte abbatte un po’ il costo, ma sempre guarda al mercato. E anche noi lettori, a lungo andare, cambiamo gusto disabituandoci al libro scritto bene ( di qualsiasi genere), formativo o meno ma comunque mai banale. L’editoria sta diventando la concorrente di sè stessa, operando scelte editoriali, a volte anche molto scadenti,   pur di vendere. Gli editori sono i cinesi di sè stessi, insomma. Quale fabbro che forgia ancora il ferro può vendere il proprio letto in ferro battuto a prezzo concorrenziale? Non potrà mai farcela, ammesso che qualcuno ancora capisca la fatica del suo lavoro. E quale   scrittore riuscirà mai a vendere bene un libro che ha come concorrente una miriade di libri nati, forse, a tavolino?

    La qualità è scaduta in ogni settore culturale, il problema per me è riuscire a difendermi dalla massificazione che alla fine co contagia tutti.

    Alessandra

  9. Commento by Alessandra — 22 Gennaio 2010 @ 20:57

    Scusate per il doppione, ho avuto qualche problema con il pc . Non volevo essere così invadente!

    Alessandra

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart