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LETTERATURA: “Un colpo di vento” di Ferdinand Von Schirach (ed. Longanesi)

5 Ottobre 2010

di Alberto Pezzini

“Un colpo di vento” di Ferdinand Von Schirach (ed. Longanesi) è un libro con una copertina nera. Due paia di gambe che camminano, su di un piancito spezzato da alcune righe diritte. Sembrano l’avvocato con il suo cliente.   Più spedito il paio di gambe sulla destra, quasi interrogativo il secondo. A piedi verso la giustizia.

Sono storie di un avvocato. Di certo importante, alla presa con casi anche di natura psichiatrica. Quelli più eclatanti che vanno sui giornali.
Si va dal medico benestante che si innamora di una cameriera dal seno imponente la quale si fa giurare che non la lascerà mai. E lui lo farà,ma dovrà per forza ucciderla per liberarsi da una donna che gli aveva rapito dignità, anima e voglia di vivere.   Per tutta una vita. All’uomo che non ha nulla in Germania, è uno spiantato, uno che la vita ha preso a pugni e lordume. Uno che faceva le rapine scusandosi, un figlio di cane. Quando – dopo l’ultima rapina-si ritrova sopra un aereo per l’Etiopia non sa ancora che si è imbarcato per la salvezza. Diventerà un genio della produzione del caffè, sposerà un’etiope bella come un’imperatrice nera e sarà felice. Fino a quando la Germania non si ricorderà di lui, per l’esecuzione di quella antica condanna per una rapina commessa con la mortificazione negli occhi. Finirà in prigione fino a quando il suo presente non verrà a riprenderselo. E così, tante altre storie.   Scritte con lo stile scientifico dell’avvocato. Preciso.   Von Schirach è un avvocato giovane, è nato nel 1964, ed in qualche modo deve avere fatto a pugni con molti fantasmi per scrivere questo libro. La sua scrittura è magnetica.   La vita del penalista attira, il suo contatto con il dolore intrappola.

I clienti dei penalisti non sono mai persone normali. Sono gente dolorosa. L’avvocato allora diventa l’antidoto, ma devi trovare quello giusto. Quello che fa saltare i circuiti rigidi del diritto. Che non è una creatura inerte. È anche fantasia, scelta dell’eccezione che deve confermare una regola troppo stretta e poi umanità. A bracciate. Per ascoltare, prima di tutto. Quindi selezionare. In quel caso anche il diritto può diventare filosofia. Come nel primo processo, quando non c’è niente da difendere. Lui era reo confesso, ma aveva fatto una promessa. Seria. Che non mantenere sarebbe stato un tradimento. Cioè, un’infamia.   Non aveva avuto scelta. Un colpo, e poi gli altri. La quiete costa cara, a volte.

“Non c’era niente da difendere. Era più un problema di filosofia del diritto: qual è il senso della pena ? A che scopo la comminiamo?” Quell’uomo si salvò. Ebbe una pena mite perché i giudici capirono che il diritto non risolve tutto.   Oggi coltiva mele, così come prima si occupava dell’orto per non sentire la moglie mortificarlo, umiliarlo dandogli del cretino a ogni secondo di vita bruciata insieme.   Ha mandato anche una cassa di mele al proprio avvocato dicendogli che – quell’anno – erano buone.   Questo libro termina così: Ceci n’est pas une pomme.   Questa non è una mela. Infatti, il libro è molto di più. È molto più di un Carofiglio, per esempio, perché indaga consapevolmente cosa sia un avvocato. Solitudine, lavoro, stress, occhi rossi e notti passate a pensare cosa succederà l’indomani. Perché domani c’è sempre una giustizia da ricercare. E di solito, non la si trova mai.

(Dal Corriere Nazionale)


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: “Un colpo di vento” di … — 5 Ottobre 2010 @ 14:53

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