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LETTERATURA: Alcune riflessioni “a fior di labbra” sul Caffè, in occasione della pubblicazione (2003) di una nuova rivista mensile “L’Espresso Napoletano”

23 Novembre 2008

di Francesco Improta

Forse non tutti sanno che la pianta del caffè, oggi particolarmente diffusa nell’America latina, è originaria dell’Africa e più precisamente dell’alto ­piano di Kaffa, a sud dell’Etiopia, dove era conosciuta fin dai tempi più antichi. Sussistono molti dubbi sull’uso, circoscritto inizialmente solo ai paesi arabi ed orientali, da parte dell’uomo delle bacche rossastre prodotte dalle piante. Antiche leggende arabe raccontano degli effetti corroboranti di questi frutti; i beduini, infatti, prima delle battaglie e in situazioni parti ­colarmente critiche ne facevano largo uso, dopo averlo macinato ed im ­pastato; anche il poeta epico per eccellenza, Omero, nei suoi versi parla di una bevanda nera ed amara capace di eccitare e fortificare gli animi mentre il filosofo Avicenna utilizzava, nel Medio Evo, il caffè come farmaco. Furono gli Arabi, però, ad adottare il sistema della tostatura dei chicchi, della macinazione e dell’irrorazione degli stessi con l’acqua calda, dando origine al caffè come lo intendiamo noi, non è un caso che tale bevanda inizialmente venne denominata il vino degli Arabi o dell’Islam. Il primo italiano a parlare del caffè in termini scientifici fu un medico padovano Prospero Alpini che su tale argomento scrisse un libro nel 1592 mentre negli stessi anni Francesco Morosini, ambasciatore della Serenissima, in una relazione da Costantinopoli accennava ai locali, affollatissimi, nei quali i Turchi consumavano questa bevanda. Non meraviglia, quindi, che a Venezia, emporio dell’Oriente ed attivissimo porto commerciale, ben pre ­sto mercanti scaltri e previdenti fecero arrivare sacchi di questi semi ab ­brustoliti. Dapprima il caffè fu venduto, a carissimo prezzo, nelle farmacie, e successivamente in locali simili a quelli frequentati in oriente; illumi ­nante a tal proposito La bottega del caffè di C. Goldoni. Il primo locale pubblico di tal genere fu aperto nel 1683 in Piazza San Marco sotto le Procuratie e ad esso fecero seguito moltissimi altri locali a Venezia e in altre città italiane, locali che divennero luoghi di aggregazione, ritrovi, polmoni culturali e tribune politiche e letterarie, soprattutto nel Settecento e nell’Ottocento, basti pensare a Il Caffè, dei fratelli Verri, una rivista di respiro europeo, ideata ed organizzata sulla falsariga del locale gestito a Milano da un greco di nome Demetrio, dove non solo si consumavano    caffè molto aromatici ma si potevano leggere riviste provenienti da ogni parte d’Europa che accendevano la fantasia e stimolavano le discussioni. Sarebbe lungo e forse impossibile un elenco di tutti i caffè che hanno avuto un ruolo centrale nella vita culturale e politica del nostro paese (vale la pena ricordare il caffè Pedrocchi a Padova, il Cova a Milano, il Greco a Roma e Le giubbe Rosse e il Michelangelo a Firenze, il Gambrinus a Napoli, i caffè Tommaseo e Tergesteo a Trieste, il Di Simo a Lucca, il Renzelli a Cosenza etc. etc.) è certo, tuttavia, come disse lo storico fiorentino Piero Bargellini, che “non si potrebbe scrivere una pagina di politica né di storia letteraria o artistica dell’ottocento senza citare il nome di un Caffè“.
Se è vero che il caffè dalla natia Arabia (non è un caso che la migliore qualità di caffè è proprio l’Arabica) si è diffuso in tutto il mondo è altret ­tanto vero che il luogo deputato per la sua rappresentazione celebrativa è Napoli; nella città campana il caffè è diventato una consuetudine irrinun ­ciabile, un fatto di costume, meglio ancora un rito che tutti, dai giova ­nissimi agli anziani, a prescindere dal sesso, officiano più volte durante il giorno consapevoli delle virtù benefiche del prodotto e della sacralità dell’atto. Del resto Napoli è la città che più e meglio di ogni altra ha con ­servato immutata la propria identità, in cui il presente è veramente un ponte tra il passato e il futuro, in cui “le dinamiche sociali e politiche si spo ­sano perfettamente alle diacronie linguistiche e culturali, in un amalgama forse fragile ma distintivo e duraturo“. Non è un caso che P.P. Pasolini, inaugurando negli anni settanta, in un periodo di profonda disgregazione sociale e culturale, una rubrica di carattere pedagogico, sul Tempo Illu ­strato, abbia scelto come ipotetico discepolo ed interlocutore privilegiato Gennariello, uno scugnizzo napoletano, in quanto nei tratti somatici, nei gesti, nella lingua, oserei dire nel DNA, conserva qualcosa di antico e di nobile, la forza della tradizione. È una forza che viene dal passato e che consente ai Napoletani di analizzare con chiarezza il presente, e di proiet ­tarsi con convinzione ma senza ingenuità verso il futuro, meno fatalisti e più orgogliosi e fiduciosi in una storia che li vorrebbe, come in un passato non molto remoto, protagonisti consapevoli e qualificati. Tutto ciò si nota proprio nei caffè, luoghi di aggregazione, in cui il tempo talvolta sembra fermarsi nelle atmosfere riposate dei dehors o delle sale interne, dove si svolgono conversazioni discrete, colte, amichevoli o amorose che siano, e talvolta, invece, sembra accelerare nella velocità del servizio e nella fret ­tolosa consumazione al banco. In entrambi i casi si manifestano la gene ­rosità e la solidarietà dei Napoletani che perpetuano un’antica usanza, quella del caffè sospeso: chi è meno abbiente può trovare al bar un caffè pagato per lui da un’altra persona, così come in panetteria chi ha vera ­mente fame può trovare a sua disposizione, già pagato, un chilo di pane. Il caffè non ha un valore energetico e nutrizionale particolarmente signi ­ficativo ma favorisce alcune importanti attività metaboliche e digestive e soprattutto esercita un’efficace funzione psi ­cologica, infondendo, a secon ­da dei casi, la necessaria carica e, sebbene possa sembrare paradossale, un senso di serenità e di calma interiore; non è un caso che litigi, controversie ed accese discussioni si siano ricomposte al bar, seduti o in piedi, dinanzi ad una fumante tazza di caffè nero e bollente. A voler essere precisi il colore del caffè è nocciola con sfumature e riflessi che vanno dal moro al rossiccio, il profumo è intenso e penetrante e volge al fruttato, al floreale e al cioccolato ed è capace di sedurre anche i palati più distratti ed insen ­sibili, avvolgendoli ed inebriandoli con quel mix inimitabile di aromi e sapori. Il caffè si beve per acquisire maggiore lucidità mentale, per in ­gannare l’attesa, per darsi coraggio, per concedersi una pausa, per socia ­lizzare, per assecondare un’abitudine, per soddisfare un desiderio, per cele ­brare un rito, per riconciliarsi con la vita, per accendersi un’altra sigaretta  e, soprattutto, per regalarsi un piacere in più, come recitava un famoso spot pubblicitario. Non meraviglia, quindi, che il caffè sia entrato a vele spie ­gate nella letteratura colta e popolare, napoletana e non, si pensi alla mi ­rabile descrizione che ne fa Eduardo in Questi fantasmi, alla canzone di Capaldo e Fassone ‘A tazza ‘e cafè (1918) o alle più recenti canzoni di Pino Daniele e di Fabrizio D’Andrè, mentre risale all’anno 2002 l’iniziativa del sacerdote napoletano Antonio Maione che per avvicinare i giovani alla parola di Dio, nella Galleria Principe di Napoli, li invitava a bere una tazza di caffè e a parlare di problemi spirituali, offrendo loro un duplice conforto morale e materiale ed un’occasione di riflessione.
Il periodico che ha visto la luce a Napoli, nel 2003, dal titolo L’Espresso Napoletano, giocando sul duplice significato del sostantivo, si prefigge di offrire informazioni, curiosità e aneddoti sulla cultura napoletana di ieri e di oggi e di suggerire eventuali progetti per il futuro, senza pretese lette ­rarie o velleità tribunizie, dissertando “a fior di labbra“, sottovoce, come accade tra amici, dinanzi ad una fumante tazza di caffè. Un Espresso, quindi, tutto da bere e da leggere in modo che la vita possa regalarci qualche sorriso in più ed anche una nuova progettualità ed una più con ­creta volontà operativa.


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4 Comments

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 23 Novembre 2008 @ 18:41

    Ho avuto ancora il piacere di “assaporare” un saggio di grande interesse, scritto con la consueta e raffinata eleganza stilistica. Un saggio sostanzioso, che contiene una dovizia di acuminati riferimenti storici, letterari ed ambientali. Un saggio che si legge con grande piacevolezza.
    In modo molto più prosastico, vorrei sottolineare che il caffè “all’italiana” è, secondo il mio modesto convincimento, sicuramente tra quelli più apprezzati, se non il più apprezzato. Quando noi italiani andiamo all’estero, legati come siamo alle nostre tradizioni, oltre ai famosi spaghetti, avvertiamo la mancanza del nostro buon caffè, del suo sapore e del suo aroma, inconfondibili.
    A Napoli, dove il caffè è un rito, quasi una “religione”, si usa spesso offrire, prima di berne una tazzina, un po’ d’acqua leggermente gasata, con cui sciacquarsi la bocca e così gustare appieno tutta la delizia del caffè.
    Riguardo al “caffè sospeso”, questo singolare e distintivo comportamento non fa altro che ricordarci la grande umanità, la signorilità, la generosità, la discrezione dei Napoletani ed il valore che gli stessi danno al caffè. È, per noi, un qualcosa che ci sorprende e, in un certo senso, arriva a commuoverci.
    Mi piace qui ricordare quanto scritto in “Bakunin, vita di un rivoluzionario”, a proposito di questa bevanda: “Il caffè, per esser buono, deve essere nero come la notte, caldo come l’inferno e dolce come l’amore”. Una frase pressoché simile è stata attribuita anche a Tallyerand
    Gian Gabriele Benedetti

  2. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 23 Novembre 2008 @ 23:38

    L’associazione lucchese intitolata al poeta e autore teatrale Cesare Viviani (da non confondere con il poeta senese omonimo), ha tenuto forse un paio di anni fa alcune delle sue riunioni culturali proprio al bar Di Simo.
    Oggi si tengono, da settembre a giugno di ogni anno, tutti i mercoledì alle 17 presso la casermetta situata sulle Mura, sopra la Porta S. Maria (conosciuta come Porta Giannotti).

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