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LETTERATURA: Antonio Roccuzzo – Mentre l’orchestrina suonava «Gelosia » – Crescere e ribellarsi in una tranquilla città di mafia- Mondadori, Milano 2011

9 Luglio 2011

 di Alfio Squillaci

«La vocazione è forse come l’amore del paese natale – scriveva il mio amatissimo Flaubert nel suo emozionante epistolario, e aggiungeva –: una certa linea fatale fra gli uomini e le cose ».

Ora, in quest’ultima fatica di Antonio Roccuzzo c’è sia la narrazione di una vocazione – il giornalismo – sia quella linea fatale fra gli uomini e le cose che qui coincide proprio con il paese natale: la città di Catania.

Come raccontare, ché di questo si tratta, la storia della nascita delle propria vocazione e il luogo natale? Nella narrativa di sempre si sceglieva un personaggio-schermo e gli si assegnava il compito di portare il racconto. Si delegava alla “finta” terza persona l’incarico, attraverso vicende reali sfigurate o contraffatte, di riportare la verità, la propria soggettiva verità che, grazie alla forza metaforica dell’affabulazione, il lettore assumeva come propria. Era il procedere tipico e convenzionale (nel senso che era una finzione universalmente accettata tra complici, tra scrittore e lettore) della narrazione classica, della fiction.

Roccuzzo, com’è procedimento diffuso almeno da Gomorra in avanti – non a caso   il suo lavoro è accolto nella stessa collana mondadoriana   “Strade blu” cui è stata aggiunta la sottoindicazione “Non fiction” che nel momento in cui nega la fiction però la richiama–, Roccuzzo dicevamo, incarica   il proprio io di riportare i fatti – veri, non più verosimili, ma tanto veri da sembrare inverosimili. E non si tratta di   un io convenzionale, ma anagrafico proprio.

L’Io sarà il più lurido dei pronomi, come avvertiva Gadda, ma a volte non abbiamo altro che lui al mondo, diciamo anzi che il mondo nasce con lui. È l’Io stesso che in un certo senso lo mette “al mondo”. Quando   si riesce a rompere il necessario pudore (che molti non hanno tuttavia) di pronunciarlo per paura di esibirlo, sgorga il racconto sotto forma di memoria, come in questo caso. Sono le memorie (se il termine non suonasse vecchia letteratura) di un giovane bien rangé che scopre l’impegno civile in una città vivacissima, è vero, quanto a sulfurea intelligenza individuale, ma irrisolta, incompleta dal punto di vista della coscienza civile collettiva (e qui   sia plebe che borghesia pari son), che solo in un breve lampo degli anni ’60 conobbe la modernità, sotto forma di sviluppo certamente, di   progresso non saprei.

Una città dove mancano almeno quattro “R” di una necessaria   modernizzazione: Riforma, Rivoluzione industriale, Rivoluzione Francese, e Resistenza. Una “città senza” in un “Paese senza” dunque, ma che per avventura   ha conosciuto in maniera straordinaria una quinta “R”: Romanzo. A cavallo tra Otto e Novecento il “Romanzo italiano”, con Verga, Capuana e De Roberto, come ricorda Carlo A. Madrignani nel suo bel libro   Effetto Sicilia. Genesi del romanzo moderno (Quodlibet 2007)   è un affare tutto catanese.

Il fatto è che il “romanzo” di Catania si involve, e,   negli anni Ottanta,   anni al centro della narrazione di Roccuzzo, la città scopre di essere una città mafiosa tout court.

Fu merito di un giornalista anarchico e intellettualmente disorganico, Pippo Fava, di cui Roccuzzo è stato allievo prima presso “Il giornale del Sud” e “I siciliani” in seguito, a mettere soprattutto i notabili della città etnea, in maniera intellettualmente percussiva, stringente, sfidante, provocatoria, indomita e beffarda,   davanti alla propria mutazione antropologica.   Già perché la mafia trasforma e trasfigura i connotati del vivere associati, anzi li sfigura irrimediabilmente. Ed ecco che la “non fiction” di Roccuzzo – lasciata la narrazione della propria vocazione e delle vicende anche intime, che egli ha il coraggio di rendere di pubblico dominio, non avendo nulla da nascondere, ma sapendo che fanno parte della tragedia collettiva della città narrata –, imbocca la strada della riflessione.

Il libro da narrazione si fa saggio, ma non astratta e generalizzante analisi: per la scelta iniziale narrativa intrapresa si tratta ancora   di   contrapporre la propria carta di identità   ad altre carte di identità. Tutti i personaggi della città infatti recano il proprio nome e cognome: dai “Cavalieri del lavoro” al proprietario de “La Sicilia”, dai giornalisti che si avvicendano nelle due iniziative editoriali di Fava ai vari intellettuali della sinistra cittadina, ai politici, ad altre figure della vita imprenditoriale e professionale della città, tra cui fa anche capolino il preside mai dimenticato del liceo di chi scrive, Salvatore Cuccia.

Si tratta di contrapporre le proprie ragioni a quelle degli altri, a quelle del “contesto”. Qui il libro si impenna e diventa trascinante, assolutamente convincente: un tempo si sarebbe detto “militante”, se non fosse che per un etneo verace, anche di fronte al più divorante impegno, resta sempre spazio per l’ironia e la battuta sorniona. Dal   punto di vista narrativo si direbbe che il “romanzo”   giunga al momento-verità dello scioglimento della narrazione. Ma visto che il libro ha assunto movenze saggistiche si può dire che è il momento del redde rationem, in cui a ciascuna delle “carte d’identità” viene dato il suo.   Ed ecco certe frecciatine verso gli intellettuali pigri, interessati o collusi, designati come “geometri dell’immobilità sociale”, certe sottolineature tese a rimarcare   il coraggio di pochi – non solo i giornalisti de “I Siciliani”, ovvio,   ma anche di figure isolate e indomite di magistrati e imprenditori – e lo “sciascismo” (malgré Sciascia) riduzionista di molti scettici (macché mafia, solo delinquenza organizzata!), certe ricognizioni puntuali e implacabili, seppur offerte con tono basso e non magniloquente, sul clima intellettuale e morale della città… Tutto ciò dà il senso ultimo di questo libro di Antonio Roccuzzo: c’è stato un tempo – che è ancora il nostro, ahimè – in questa città dolente e paradossale,   in cui la semplice onestà (non solo intellettuale) che altrove è il normale biglietto di ingresso in società è diventato un gesto estremo, un atto di militanza politica e civile.


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