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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Arthur, io vorrei che tu Paul ed io…

7 Settembre 2010

di Mauro Cristofani
(La sua galleria di quadri qui)

        Fu sul molo di St. Katherine il 4 luglio 1873 che vidi per la prima volta Arthur Rimbaud, appariva molto agitato. Rivolto a un passeggero che stava imbarcandosi su una nave, si sbracciava per farlo scendere invocando “Paul Paul non mi lasciare!”. Io ero allora un giovane parigino vagante per diverse inquietudini e vaghezza d’intenti e quella scena patetica mi colpì.

        La sirena annuncia la partenza e il ragazzo s’accascia sul selciato, le sue membra sono scosse dai singhiozzi. Mi avvicino lo sfioro dico qualcosa, non sente è fortemente agitato. Un  foglietto gli sorte dalla tasca. Esito, poi lo raccolgo. Una frase sottolineata da un fregio che la vuol rafforzare ma che invece pare cancellarla mi colpisce…scrivevo silenzi e notti, annotavo l’inesprimibile, fissavo vertigini.

        Garcon désespéré sei dunque un poeta da parole intense che nessuno avrebbe scritto e che a me restano dentro, nella mia parte migliore.

        Si rinviene mi guarda con indifferenza e forse odio, mi strappa il foglietto dalle mani con un “Merde!” ringhioso. S’alza di scatto muove alcuni passi barcollando. Lo raggiungo afferrandogli un braccio, mi dà un pugno e cado a terra.

        Riapro gli occhi è chino su di me, pietoso e soccorrevole cerca di tamponare il sangue che m’esce dal naso. Il suo viso è vicino al mio e vedo bene i suoi occhi. “Azzurro pallido squarciato da un fuoco blu notte, di profonda e inquietante tenerezza” come scriverà il suo amico Delahaye, e per Verlaine “occhi d’un blu che lasciava senza fiato”.

        M’aiuta a rialzarmi, andiamo al bar dei marinai. Puzzo tremendo e ombre che s’agitano nella luce fioca, facce feroci solcate da rughe di lotte inutili e di battaglie perse. Il mio compagno non ci fa caso, chiuso nella sua egoistica passione non vede niente e nessuno.

        Io sono ancora dolorante ma ho voglia di parlare, sapere tutto di lui e dirgli tutto di me e del mio sogno d’essere poeta. Esprimergli ammirazione per quel verso che avevo letto e che non poteva essere che suo.

        Chiede assenzio ma servono cattivo whisky, beve tutto d’un fiato e ne chiede un altro e poi un altro dando fondo ai miei spiccioli.

        Scoppia di nuovo a piangere, eruzione fragorosa e improvvisa d’un vulcano. A piangere a piangere, testa china sul tavolo singhiozza “Torna torna caro amico mio solo amico torna ti giuro sarò buono con te tutto sarà dimenticato e se non vuoi tornare qui verrò io a trovarti dove sei…”

       Lo lascio sfogare, le domande mi bruciano.
        Si calma, usciamo. E’ ubriaco e malfermo, provo a sorreggerlo ma orgoglioso si ritrae. Vaghiamo per Londra in silenzio e a caso, di sottecchi lo scruto. Allampanato magrissimo capelli scomposti e abiti lisi è un altezzoso ragazzo di strada, sdegnoso e solenne.

        Mi dice il suo nome, Arthur Rimbaud, Paul Verlaine è il suo amante e il suo amico. L’eco di quella passione proibita era giunta anche a me, ne avevo sempre sentito parlare con derisione e sarcasmo nei ghetti del demimonde e mai con generosità negli eleganti salotti d’ Europa.

        Mi sento partecipe d’una grande storia.
        Sono ansioso di rivedere Arthur. Non ha un penny e s’affida a me per mangiare, così mi guadagno confidenze e fiducia.

        -Ci siamo offerti d’insegnare francese ma in pochi ci hanno richiesto. Per un po’ ci siamo mantenuti coi soldi che mandava la madre di Paul, poi mi sono stancato di sesso di fame e di sbronze. Ero intenzionato ad impormi rigore e serietà, ma lui rimaneva il pigro di sempre”

        -Ma Verlaine aveva già composto le grandi poesie di Feste galanti, elogiate perfino da Victor Hugo!

        -Lo sai qual era il passatempo preferito del grande poeta? Quello di arrotolare degli asciugamani intorno a lunghe lame di coltello lasciando scoperta solo la punta e poi colpirmi finché usciva del sangue. Un giochetto che aveva insegnato anche a me, e pretendeva che gli tenessi testa!

        -Un gioco terribile e pericoloso.

        -Infatti cominciava a mettere seriamente a dura prova i miei nervi, anche perché era dannatamente suscettibile. Guai ad accennare alla moglie e al figlio che aveva abbandonato, i suoi sensi di colpa lo facevano diventare una furia.

        -Immagino che ieri tutto è degenerato…

        -Sì è così. Ero alla finestra e l’ho visto tornare con una bottiglia   d’olio sottobraccio e un’aringa rossa in mano. L’ho preso un po’ in giro, ma senza cattiveria! Però l’ha presa male, se n’è andato senza neanche fare le valigie e lasciandomi senza soldi.

        -Tornerà, vedrai.

        Arthur mi guarda smarrito, occhi d’opale velati da fuggevoli riflessi.
        -Dunque abbiamo vissuto insieme due anni per arrivare a questo punto?    

         Ha il viso pallidissimo, ora è un bambolotto senza vita.
        -Non può dimenticarmi, io l’ho sempre qui. Se non lo rivedrò, mi arruolerò nella marina o nell’esercito.

        Verlaine gli ha scritto dalla nave, mi fa leggere la lettera: “Sono dovuto partire, non ne posso più di scenate. Scusa se ti ho lasciato al verde, ma coi soldi che mi sono rimasti voglio comprarmi una pistola. Se mia moglie non mi riprenderà con sé entro tre giorni mi sparerò in testa. Il mio ultimo pensiero amico mio sarà per te”.

       Arthur si dibatte fra affetto e irritazione.
        -Qui non c’è nulla di positivo! Sua moglie non verrà e quanto a crepare, conosco bene la sua vigliaccheria. E’ solo un   isterico che si sfogherà annoiando tutti quelli che incontrerà e che saranno disposti a sentirlo.

        -Non rispondergli così, non farlo Arthur. Sembra davvero un uomo disperato.

        Disperazione contro disperazione, Arthur usa l’arma del ricatto e gli scrive: “Se non torni o se non vuoi che io ti raggiunga commetterò un crimine di cui ti pentirai per lunghi anni sprofondato nella noia più atroce”.

      Dal Belgio arrivano poche frasi drammatiche pensate per procurare effetto e un invito che non ammetteva repliche: “Volontario Spagna vieni qui Hotel Liegeois biancheria manoscritti se possibile”.

        Quella stessa sera accompagno Arthur a Victoria Station. Ci abbracciamo augurandoci l’un l’altro buona fortuna, poi il treno s’avvia verso la Manica.
       Non lo rividi mai più, ma gli echi di sue vicissitudini furono così rumorosi che deflagrarono ovunque.

        Dopo aver scontato la prigione per aver sparato due colpi di pistola contro Arthur e uscito dal carcere in uno stato di singolare fervore religioso, Verlaine si stabilì in Inghilterra dove insegnò francese in varie città. Col compagno di tante avventure s’incontrò ancora una volta in Germania e dopo un’ultima lite i due poeti si separarono definitivamente.

          Arthur iniziò una serie di viaggi per tutta l’Europa, spingendosi poi fino alle isole della Sonda e a Giava. Si arruolò quindi nell’esercito olandese, ma disertò poco dopo. Nel ’79 fu a Cipro e l’anno seguente si stabilì in Africa ad Harar, dedicandosi al commercio di pelli e al traffico d’armi e di schiavi.

          Paul Verlaine, tornato in patria e riconosciuto come il capo della scuola decadente, aveva fatto pubblicare nel frattempo le opere di Rimbaud, fra cui Le illuminazioni e Una stagione all’inferno.

        Molti anni dopo, durante un ennesimo viaggio nella natìa Charleville, Arthur contrasse un sarcoma che rese necessaria l’amputazione di una gamba. Morì nell’ospedale della Conception, a Marsiglia. Era il 10 novembre del 1891. L’ultima parola che pronunciò fu “Djami”, e nessuno seppe mai cosa volesse dire.  

         Sono vecchio e ripercorro i passi di quel breve tempo londinese passato con Rimbaud. Le sue poesie caotiche e perfette e i suoi poemi in prosa destinati a rivoluzionare l’arte poetica sono oggi i miei “libri dell’anima”.

         Cammino per i vicoli di Londra e torno nei bar dove bevemmo insieme. M’assale una stretta al cuore lancinante, i sogni infranti sono perle che rotolano coi miei giorni sulla china del passato. Piango sul tempo vissuto come spettatore, sotto un palcoscenico dove la vita  trascorreva con la sua bellezza e con le sue passioni. E mai, mai una volta su quel palco io fui protagonista.

        Quello che invece Arthur Rimbaud era destinato, e forse suo malgrado, ad essere per sempre
        Elle est retrouvée./Quoi?- L’Eternité.


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2 Comments

  1. Commento by claudio grosset — 7 Settembre 2010 @ 08:25

    Una sorta di comprensibile invidia ‘artistica’, oppure adorazione, pervade questo scritto di Cristofani. Il Titolo stesso è desìo, un’utopia un assurdo; forse che Rimbaud e Verlaine avrebbero mai accettato un terzo incomodo nel loro travagliato rapporto sentimento amore? Trasgressione: nell’ arte – come vita – e nella vita –  come arte -, così cogente e reale per entrambi. Genio e sregolatezza, come si suol dire, veramente azzeccato; per Rimbaud forse di più; dopo la ‘separazione’ da Verlaine, abbandonò e dimenticò per sempre la sua arte, diventò quasi un’altra persona (soldato poi disertore, “Africa…traffico d’armi e di schiavi”).

    Una fama postuma accompagna Rimbaud, ‘…protagonista’ come molti di noi vorrebbero essere od anche solo essere ricordati ma, la sua vita fu così intensa ma anche tormentata come il titolo d’una sua opera, qui citata: “…una stagione all’inferno”!

  2. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Arthur, io vorrei che tu Paul … — 7 Settembre 2010 @ 10:20

    […] Approfondimento fonte:   Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Arthur, io vorrei che tu Paul … […]

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