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LETTERATURA: C’era una volta il Cinema Sempione

3 Gennaio 2010

di Gordiano Lupi

C’era una volta un cinema di terza visione, uno di quei cinema che non esistono più, uccisi dalla televisione e dal mercato Home Video, prima cassette e adesso dvd. C’era una volta un cinema che non c’è più, una saletta di paese presa d’assalto da torme di ragazzi nel fine settimana. Si chiamava Cinema Teatro Sempione, ma per tutti era il Pidocchino, lo trovavi in Corso Italia a Piombino, lato acciaierie, immerso nel sudore degli operai e nei quartieri popolari dove la gente faticava per arrivare a fine mese e per far crescere i figli. Era un’altra Italia, migliore o peggiore non so, di sicuro era diversa. Non imperavano ancora i gusti unici nazionali e l’uniformità globalizzante. All’ingresso del cinema una signora in abiti dimessi vendeva semi, noccioline, pistacchi, lupini, gommoni, stringhe di liquirizia e duri alla menta. I pop-corn non sapevamo neppure che cosa fossero, sarebbero arrivati molto più tardi, quando il Cinema Teatro Sempione aveva ormai chiuso i battenti. Nel ricordo tutto sembra più bello e più buono, forse la memoria non trattiene i veri sapori, ma il ricordo d’una fanciullezza perduta che profuma di cose passate. Però capita che pure adesso quando entro in un cinema non riesco a mangiare pop-corn e coca cola, ma entro con il mio pacchetto di semi dove mi sforzo di trovare il sapore del passato. Non è possibile, so bene che certe sensazioni irripetibili fanno parte del ricordo, tra pellicole antiche e immagini evaporate, un sogno a occhi aperti che non può tornare. Passo davanti alla facciata del vecchio cinema e mi rivedo bambino per mano a mia nonna, grande amante di cinema d’avventura e di pellicole comiche. Avrò avuto cinque anni la prima volta che ho varcato la soglia del Cinema Sempione, sarà stato il 1965, epoca di Beatles e miti americani, a Roma apriva il Piper, Patty Pravo cominciava a cantare, Rita Pavone impazzava con la partita di pallone, ma io non sapevo niente di tutto questo. Stringevo la mano della nonna quasi intimorito e mi tuffavo in un sogno impossibile, ché allora non avevamo neppure la televisione e quelle immagini su grande schermo sembravano magiche. Franco Franchi e Ciccio Ingrassia sono il ricordo della mia infanzia, terze visioni da Cinema Sempione, sedie di legno e bambini irrequieti che gettavano bucce di semi dalle balconate, grida di protesta ogni volta che si rompeva la pellicola o spariva la voce dei protagonisti. Satiricosissimo, I due maghi del pallone, Franco e Ciccio nell’anno della contestazione, Le spie venute dal semifreddo… ma anche Totò a colori, i film di Gianni e Pinotto, gli horror comici americani e il mitico Dorellik! Questo era il cinema del vecchio Sempione, spettacolo popolare a prezzi modici, tra pellicole storico – mitologiche che da grande avrei chiamato peplum, ma che per un bambino erano soltanto film di romani, western fatti in casa con nomi di attori e registi nordamericani inventati dai produttori, horror gotici ambientati in castelli tenebrosi con vampiri e uomini lupo che non spaventavano nessuno.

Il Sempione ho continuato a frequentarlo nei primi anni Settanta con gli amici di via Gaeta e i compagni di scuola, pure se le prime visioni le passavano all’Odeon e al Metropolitan, ma noi non ce le potevamo permettere. Il Supercinema l’avevano già chiuso, adesso è un negozio di abbigliamento, pure lui ha mantenuto intatta la facciata. Ricordo di aver visto l’ultimo cartone animato passato sul grande schermo insieme a mia nonna, in un pomeriggio che profumava della fine d’un epoca.

In quel tempo andava di moda il doppio spettacolo, entravi alle tre del pomeriggio e uscivi alle otto, ubriaco di immagini, pronto per andare a cena, pure se ti eri rimpinzato per ore di semi, noccioline e gommoni. Le avventure di Godzilla erano lo spettacolo più atteso, improbabili pellicole giapponesi che raccontavano le gesta d’un tirannosauro che si risvegliava in un’isola del Pacifico e minacciava la Terra. Titoli come Godzilla contro King Kong, Il figlio di Godzilla – che tutti chiamavamo confidenzialmente Godzillino –  e Il ritorno di Godzilla non si potevano perdere. Attendevamo la domenica per vedere Sartana, Gringo, Cuchillo, Provvidenza e tutti i nostri eroi del western all’italiana, eccessivo, spesso comico, ma sempre emozionante.

Il Cinema Teatro Sempione è diventato una profumeria. Ha conservato la vecchia facciata per ricordare il passato, ma il passato non torna, adesso i tempi del divertimento li scandisce la televisione. Non esiste più un pubblico che farebbe la fila alla cassa per un cinema di terza visione che nessuno produce, anche perché la terza visione sono i film che vediamo su Sky, in dvd e in pay-tv. E allora capita che non riesco neppure a varcare la soglia di quel locale perché la nostalgia del passato mi prende alla gola. Vedo le immagini di Gringo e Sartana figli di puttana fotografate su immaginari manifesti accanto alla programmazione di Vamos a matar compaí±eros. Ripenso alla tristezza degli ultimi giorni quando la crisi del cinema trasformò il glorioso Sempione in sala a luci rosse. Per fortuna durò poco, ma poi sopravvenne l’oblio, la chiusura, lo sfacelo di cadenti locali che nessuno apriva, rifugio di topi che rincorrevano vecchi pezzi di celluloide.

Il profumo del passato rincorre ancora i vecchi luoghi e nelle notti d’inverno, quando il libeccio sferza i volti e i soffi del maestrale spingono ad alzare il bavero del cappotto, ti sembra ancora di scorgere la fioca luce d’una maschera che indica il tuo posto e ti prega di non fare rumore perché lo spettacolo sta per cominciare. Si apra il sipario sul telo bianco per mostrare ancora una volta Giuliano Gemma nello Scontro tra titani, le astronavi spaziali di Antonio Margheriti e i castelli cadenti di Mario Bava.  

A volte mi scopro a pensare che forse non mi manca tanto il Cinema Sempione quanto il sapore di quei giorni che non possono tornare, quando tutto era ancora incertezza e scoperta del futuro, quando le immagini che si rincorrevano sul grande schermo erano i nostri sogni a occhi aperti. Proprio così, come un gelato assaporato ancora oggi che non conserva il gusto del passato, pure se lo compri nella stessa gelateria della tua infanzia. Sa di cose che non possono tornare. Sa di rimpianto.


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