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LETTERATURA: Marino Magliani: “Colonia Alpina – Ferranti Aporti Nava”, Casa editrice Senzapatria

5 Giugno 2010

di Francesco Improta

In tutte le prove narrative di Marino Magliani – romanzi e racconti – c’è qualcosa che le rende immediatamente riconoscibili e ciò se da un lato ribadisce la sua autorialità dall’altro conferma la fedeltà a motivi e ossessioni oltre che a luoghi e personaggi.

Il racconto in questione dal titolo, tanto roboante quanto impegnativo, rimanda a un luogo di confine tra il Piemonte e la Liguria, Nava, e a un ambiente chiuso, freddo e oppressivo, quale può essere un collegio gestito da suore, dove qualche passeggiata tra i boschi e qualche partita a pallone nel campetto dell’Istituto non riescono a risarcire della perdita della libertà né tantomeno a com ­pensare la mancanza di calore e di affetto materno. In questo collegio, che anticipa quello dei Frati Maristi a Mondovì e poi quello di Velletri, il protagonista, che non è solo io agente ma anche io narrante oltre che autore, ha vissuto gli ultimi anni della sua puerizia, alla soglia della pubertà, con tutto quel mondo di sogni, di timori e di fobie che popolano le giornate e soprattutto le notti di quell’età magica e misteriosa. Non è un caso che il protagonista, che pure possiede buone capacità mnemoniche, non riesca a ricordare dove era situato, nella camerata, il letto in cui aveva dormito nell’anno scolastico 1969/70, né il suo ritorno in quei luoghi riesce a diradare le nebbie del passato. Probabilmente c’è in Marino la volontà, a livello inconscio, di esorcizzare quel periodo della sua puerizia, di scacciare gli incubi che lo hanno accompagnato in quelle notti fredde e buie o qualcosa di più, come si capirà alla fine della storia. E il freddo e il buio sono componenti fondamentali di questo racconto in cui Marino ripercorre in religioso pellegrinaggio, fisicamente o solo attraverso i sentieri della memoria, le navate immerse nella penombra delle chiese e delle cappelle che ha frequentato da piccolo, oppure le notti trascorse all’addiaccio, braccato da poliziotti e carabinieri, messi sulle sue tracce dalla moglie che non ha più ricevuto notizie dal marito. Ed è questo un altro motivo presente nel racconto e comune a tutta la sua produzione. In ogni opera di Magliani il protagonista è inseguito da qualcuno o da qualcosa: nemici, spie, delatori, assalti della memoria, ricordi non pacificati né decantati, tempo che fugge veloce, la notte che incalza il giorno, la morte che rincorre la vita.

Ed è proprio quest’ultima che suggella il racconto in maniera per così dire surreale. Marino mette in scena la propria morte quasi volesse, come un’Araba Fenice, risorgere dalle proprie ceneri per intraprendere nuove strade e nuove esperienze narrative. Colonia Alpina… rappresenta una sorta di mise en abîme, un campione in scala ridotta di tutta la sua produzione e, indirettamente di tutta la sua esistenza fino ad oggi: dalla nascita a Dolcedo alla vita difficile nei campi, dalle esperienze nei collegi al servizio militare (Il collezionista di tempo), dai viaggi in America Latina alla morte del padre (Quattro giorni per non morire), dal rifugio tra i rovi e negli anfratti al villaggio di pescatori sulle coste olandesi (Quella notte a Dolcedo e La tana degli Alberibelli).

È probabile, quindi, e questo è il nostro augurio più sincero, che il racconto in questione possa segnare la fine di una stagione creativa e l’inizio di una narrativa, nuova nei temi e nelle forme, che gli consenta di evitare quel provincialismo che l’insistenza su certi ambienti ed ossessioni avrebbe irrimediabilmente portato con sé.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Marino Magliani: “Colonia … — 5 Giugno 2010 @ 11:11

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