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LETTERATURA: Cristiano Ferrarese: “1967”, Edizioni Hacca

15 Febbraio 2009

di Giuseppe Iannozzi  

Di fronte a una scrittura come quella di Cristiano Ferrarese si rimane senza parole, ma non mi si fraintenda: “1967” non è un brutto libro, tutt’altro; è invece una storia nevrotica adrenalinica e lisergica – per una volta tanto definire lisergica la scrittura di uno scrittore non è abuso a solo favore della critica più stucchevole e inconcludente. Siamo difatti chiamati a confrontarci con un flusso narrativo che ha la potenza disperata dell’Urlo, di una umanità sull’orlo del collasso, che tra acide visioni alla William S. Burroughs e la dissacrazione mistica del Sé alla Allen Ginsberg, cerca di emergere dalle profondità abissali in cui è caduta, profondità che sono complemento dell’Io ma anche la sua più lucida folle negazione.
“1967” (ed. Hacca) è un romanzo? O piuttosto una lunga prosa poetica, urlo dell’anima che graffia le pareti dell’Io con unghie affilate come lame di coltelli? Difficile etichettare un lavoro come quello di Cristiano Ferrarese che non si lascia affibbiare facili nomenklature: è una follia, una lucida follia, un moderno Amleto che s’interroga e che per farlo ha bisogno di uccidere, di correre dietro all’ano sudato della gente per infine in essa affondare. Il protagonista uccide, uccide e rincorre Gesù, per strappargli il cuore dal petto o per sostituirsi ad esso, o (anche) per ascoltare la benevolenza e la tragicità del suo destino: non è semplice dire così su due piedi cosa desideri il protagonista, folle e santo, vittima e carnefice allo stesso tempo. La scia di delitti che si lascia alle spalle lo conduce dritto in manicomio dove viene internato; e qui inizia un rapporto epistolare con Gesù Cristo. Con Sé stesso, a tratti assumendo connotazioni e barlumi dostoevskiani.
“1967” è (come) un lungo monologo di epistole soprattutto, di frammenti, di impressioni, di punti di domanda, dove la punteggiatura è di brevi pause, di puntini di sospensione che invadono l’anima dello scrivente nascondendo con abilità qualsivoglia riferimento spazio-temporale. La storia si dispone a favore di un flusso magmatico pronto a esplodere a ogni momento: la follia è protagonista assieme al protagonista che del tempo e dello spazio tutto ignora, eccetto il dolore infinito, che pur risiede in un non ghermibile arco spazio-temporale, in stato fetale per essere abortito ora con lancinante violenza, ora con disperata tenerezza. “1967” è il primo libro di una ideale trilogia; l’autore: Cristiano Ferrarese, che promette d’essere una delle voci più originali della nuova narrativa italiana.

 

(dal “Corriere Nazionale”)


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 15 Febbraio 2009 @ 20:13

    Con accorata emotività e con una “rivisitazione” emozionale calzante, sapientemente vissuta e “sviscerata”, l’analisi entra nell’“alchimia” di un’opera che scava nel mondo interiore. Mondo che si fa vasto e profondo quanto la vita, quanto l’umanità stessa. È il dramma dell’ “io”-“non io”, dell’io sconvolto, lacerato, che avverte spietatamente d’essere carcerato, ma vuole “rovistare” a fondo in se stesso, per espandersi nella dimensione umana. Ne scaturisce, pertanto, tutta la tragicità dell'”io” medesimo e dell’esistenza in generale, anche se si intravede una qualche “disperata tenerezza”.
    Mi piace riportare, qui di seguito, un pensiero di Thomas Mann, che mi sembra abbastanza in chiave con questo interessante lavoro.
    “È forse l’“Io” dell’uomo una cosa saldamente chiusa in sé e strettamente circoscritta nei suoi confini di tempo e di carne? Molti degli elementi di cui è costituito l’Io non appartengono forse al mondo prima e fuori di lui, e la constatazione che qualcuno non è assolutamente nessun altro non è forse una supposizione di comodo, che a bella posta trascura tutti i passaggi per cui la coscienza del singolo è unita alla coscienza generale?”
    Gian Gabriele Benedetti

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