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LETTERATURA: “D’après Le Centaure” di Maurice de Guérin

6 Gennaio 2011

di Nicola Dal Falco

Né luoghi né gesta, solo affiora la descrizione di un paesaggio montuoso, di valli parallele, scoscese e senza vento, talmente fitta è la vegetazione.
Unico movimento, lo scintillio del fiume sottostante come un canto mimato allo specchio, al cospetto del cielo.
L’immagine di un paesaggio fluido, senza nomi, fatto di linee che salgono e scendono tende ad escludere la fantasticheria del tempo e con essa la necessità degli incontri, a cancellare la linea spezzata dei giorni, il metro delle ore e dei passi.
Né luoghi né gesta, in modo che il racconto si faccia inno, antiromanzo: un puro inseguirsi e sovrapporsi di immagini, accesso diretto alla contemplazione, scaturita dalla semplice somma di sguardo e natura.
A questa terra divina, confermata e sospesa nella sua interiore evidenza, corrisponde la vaghezza e il vagare del centauro.

In realtà, come nei bassorilievi, tutto si riduce ad un gioco di superfici, ad un equilibrio di piani: l’ombra vi scava appena e l’opera resta in bilico tra l’idea e la materia da cui è generata.

Quel paesaggio, fatto di rapidi scorci e di non luoghi si specchia nella figura del centauro, nella sua doppia natura, attinta ad una prima remota fonte di forme.
Allora, l’essenza del centauro non si preciserà in opposizione a quella dell’uomo, tagliato a metà, separato definitivamente dalla parte istintiva come l’albero dalla propria ombra, ma da una più ampia armonia.
Armonia che, senza esitare, Maurice de Guérin colloca lungo i fianchi del centauro, nei lampi di luce e nei brividi che li percorrono.

Con i fianchi, il centauro fa chiglia nella corrente dei fiumi e veste il buio delle grotte.
Lo scorrere d’acqua e ombre sul corpo gli conferiscono quel passo celeste che ha preceduto la danza.
Tale è la saggezza dei centauri: camminare nuotando, leggeri e possenti, come stelle.
Sotto i loro passi la terra può così rivelare ogni genere d’erbe felici, svelandone insieme i possibili inganni.
Per questo, al contrario, la camminata del bipede trattiene lo sforzo di restare in equilibrio e propaga fin nelle viscere un senso di inappagata felicità.
A meno che non danzi.

Roma, 27 dicembre 2011


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