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LETTERATURA: Daniela Marcheschi: “Chiara Matraini, poetessa lucchese e la letteratura delle donne nei nuovi fermenti religiosi del ‘500”, M.Pacini Fazzi 2008, € 10, pagg. 164

3 Dicembre 2009

di Marisa Cecchetti  

Nel 1500 Lucca non si poteva considerare affatto una città provinciale, grazie alla “diffusione delle idee degli interessi mercantili, mobilità dei membri della classe benestante”, era tuttavia una   città “infetta” perché “i fermenti ereticali vi erano molto diffusi nelle varie classi sociali -dal patriziato ai ceti medi e alla classe popolare dei filatori, legnaioli ecc-” Così scrive Daniela Marcheschi, delineando la figura e la vita di Chiara Matraini, poetessa lucchese del ‘500, in un lavoro che è il risultato di una lunga ricerca archivistica e una accurata analisi.

Nata nel 1515 a Lucca e morta nel 1604,   la Matraini apparteneva ad una famiglia originaria di Matraia, sulle colline a nord est della città. Erano tintori, avevano terreni, case e poderi, in relazione commerciale con le famiglie più potenti di allora, con ambizioni di essere chiamati alle “cariche di onore”, ma estromessi dalla vita pubblica dopo il fallimento del   moto degli Straccioni del 1531, in cui erano stati coinvolti. Lei aveva sposato un Contarini, e proprio un componente di quella famiglia fece da delatore nella congiura, con conseguenze che ricaddero pesantemente sui rapporti familiari.

Doveva aver ricevuto un’educazione molto curata, -conosceva il latino, suonava la spinetta, cantava, aveva uno spiccato gusto per le arti decorative- , era una donna di vasta cultura e di ampie relazioni. Né cortigiana né mantenuta di lusso, come molte letterate del 1500, si formò in un ambiente aperto alla eterodossia, con aspetti spirituali derivanti da Juan de Valdés ed Erasmo, sulle impronte del pensiero di Bernardino Ochino, Lodovico Domenichi, Ortensio Lando, Aonio Paleario, Agrippa von Nettesheim.

Citata dal Lando come “nobile poetessa” e accomunata dal Domenichi a Veronica Gambara e a Vittoria Colonna, la Matraini, che nel 1555 stampa con Vincenzo Busdraghi, lucchese non estraneo a influssi erasmiani, vive le contraddizioni del periodo postriformistico, che, con la repressione del dissenso religioso, vede ardere roghi anche a Lucca.

Emancipata, si schiera dalla parte delle donne: “non è come alcuni hanno già detto e dicono, mossi da una malignitade espressa insieme con tanta ignoranza, che la Donna sia di tanta imperfezione, con che non sia capace di ciascuna scienza e arte, però che s’ella fusse da piccolina introdotta e esercitata…faria cose meravigliose”. Influenzata dalla idee di Agrippa sulla eccellenza e nobiltà delle donne, “più ricche di virtù e ingegno, più salde e costanti nella fede”, la Matraini, in piena repressione dell’eterodossia, si fa rappresentare dal faentino Alessandro Ardenti, in una pala d’altare per la chiesa di Santa Maria Forisportam a Lucca, in veste di Sibilla. Un gesto coraggioso e ambiguo, per aver introdotto una profetessa pagana ad annunciare l’avvento del Cristo.

Formata su Dante, Petrarca, Bembo, ma anche Lorenzo dei Medici e Sannazaro, con una varietà estrema di letture, la Matraini elabora un proprio modello letterario che, pur nella   sua derivazione petrarchesca, “guarda alla sostanza etica e spirituale dell’amore…con una tensione religiosa fin quasi mistica ma senza l’annullamento dell’intelletto umano”. In Rime et Prose leggiamo di lei: “L’armonia dolce e gli amorosi accenti/ che dal soave canto uscir di fore/alzaron l’alma a tanta gioia e ‘l cuore/ch’esser credea tra gli angeli contenti./Parvemi allor veder fermarsi i venti/e scender dal suo regno in terra Amore/e, con alto stupor, le Grazie e l’Ore/tener gli spirti al dolce suono intenti./ Non aperse mai ‘l sol più chiaro giorno/né più bella e più divina luce/si cinse mai per voi virtù sì chiara/quanto ch’allor, ch’a’ be’ piacer d’intorno/volando l’alma, glörioso duce/temprai di dolce la mia vita amara”.

E come “donna che, libera, prima era vissuta in una libera repubblica come quella lucchese. “corrotta” fino all’impensabile dalle idee riformatrici, e che, poi, doveva aver sentito lo strappo irreparabile del Concilio di Trento e l’imposizione gerarchica e autoritaria di scelte molto nette in materia di fede”, arriva ad una posizione conciliante tra predestinazione e libertà di arbitrio. In Rime e lettere la Matraini scrive: “Laonde s’ha da considerare che, quantunque sia di necessità che prevedendo Iddio tutte le cose che hanno da venire, esse venghino, che non per questo le nostre volontà e le nostre azioni sono necessitate a dover essere, ma bene è vero che, essendo, è di necessità ch’elle siano state da Iddio prevedute ab aeterno”. E ancora: “Se Dio è Sommo Bene non ci può aver tolto la libertà delle anime nostre di eleggere il bene e il male”.


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