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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Felice Muolo: “Quattro stracci, una rupia e una bambola di cartapesta”, Fermenti Editrice, 2009

15 Febbraio 2010

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

L’ultima opera dell’autore, “Il ruolo dei gatti” risale al 2008. Prima ci sono, “Magda”, “Angelo”, “Complanare Putta”, “Cristo non si corica”, a riprova di una vena fresca e stimolante.

Muolo racconta una storia di adozione. Una bambina indiana di nove anni arriva in Italia. È lei la narratrice. Non sa che cosa vuol dire avere i genitori. In India, nel collegio in cui era cresciuta, la domenica vedeva arrivare i genitori delle sue amiche; uscivano insieme per tutta la giornata, mentre lei restava sola.

Ora, all’aeroporto di Milano li ha davanti a sé. Sono genitori adottivi. Le hanno portato due orsacchiotti di peluche, ma lei desiderava la Barbie: “Possedere una Barbie per me era più importante che avere dei genitori.” Una signora gliela aveva regalata in collegio. Le amiche gliela invidiavano e gliela volevano strappare dalle braccia, cosicché una suora la requisì e la rinchiuse in un armadietto a vetri “per metterla in salvo”.

Muolo accompagna la crescita di questa bambina che gradualmente scopre la sua condizione di adottata e si interroga sulla diversità, si sente “fuori posto”. È questo percorso di maturazione che Muolo ci mette sotto gli occhi, con una descrizione asciutta, ma meticolosa. Presto la velocità del vivere, la scuola, la Prima Comunione, le consuetudini, plasmano e in qualche modo modificano la sua natura. Ma nel contrasto tra il prima e il dopo, nel confine sottile del mutamento, si sprigiona una specie di magia. È l’anelito del sogno (che nella bambina è un sogno doloroso), che non ci lascia mai, che ci accompagna ad ogni crescita, ad ogni cambiamento: “Non è la prima volta che odo la sua voce”. Le proprie radici alimentano il sogno: “Fa’ che il tuo passato sia la luce che indichi il tuo cammino.”, il quale si colloca proprio in quel punto minimale che unisce le due esistenze (“In India ci sono i tuoi genitori che ti aspettano. Quelli che ti hanno messo al mondo.”) e che esternamente è rappresentato dalla saldatura tra il vecchio nome indiano, Pragasi, e il nuovo, Maria.

Valicare quella sutura, non avvertirne più le cicatrici, respingere le lusinghe del sogno, non è facile. L’adozione reca un sottile dolore con sé. Una battaglia intima, non breve: “La tua mente non può vagare nell’ignoto”. L’aggiustamento con il presente, l’assorbimento della nuova condizione, sono turbolenti, vi passano sentimenti contrastanti che tendono a confondere tanto la crescita che la personalità in formazione: “Spesso hai cercato di immaginare il volto della mamma che ti ha generato ma non ci sei riuscita.”; “Sempre mi chiedo: perché ho dovuto pagare un prezzo assai alto per vivere?

Nel caso di un’adozione, sembra suggerirci l’autore, il legame con il mistero che avvolge il passato non potrà mai sciogliersi del tutto. Pragasi Maria ce lo conferma: “I vestiti che ho portato dall’India, la rupia e la bambola di cartapesta li conservo gelosamente. Rappresentano le mie radici. Nessuno può disconoscere le proprie radici.


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1 commento

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Bart