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LETTERATURA: Furto d’ingegno. Da Arsenio Lupin alle orchidee parassite

23 Febbraio 2010

di Maria Antonietta Pinna

Arsenio Lupin di Maurice Leblanche rubava con maestria ed eleganza. Educato, istruito, trasformista, vero gentiluomo, non aveva bisogno di lavorare per vivere. Uccideva la noia rubando ai ricchi per offrire generosamente opere d’arte a chi sapeva apprezzarne il valore.

Donnaiolo, gran seduttore, amante del lusso, del gioco, astuto. Un criminale con i guanti bianchi.
In fondo tra la simpatia canagliesca del buon Arsenio e il barboso, saccente, cervellotico Sherlock Holmes, sarebbe come scegliere tra un mazzo di orchidee e un fascio d’ortiche.

Le proprietà benefiche dell’ortica sono note fin da tempi remoti: diuretica, antireumatica, emostatica, astringente. Alla fin fine però l’angiosperma è irritante. Il contatto diretto con le sue foglie potrebbe essere tutt’altro che gradevole.

Le orchidee invece stregano, anche se ad un esame obiettivo sembrano stravaganti e colorati organi sessuali. Non a caso il loro nome, come ricorda Plinio Il Vecchio, deriva da όρχις, testicolo. Molte specie di orchidee hanno infatti due rizotuberi di forma tondeggiante. Freud avrebbe potuto scriverci sopra un libro.

Però ci sono rizotuberi e rizotuberi.
Esistono per esempio delle orchidee parassite addirittura saprofite che si nutrono di tessuti in decomposizione.

Si constata l’esistenza di uomini e donne orchidea, saprofiti. Essi sono molto diversi dal bell’ Arsenio al quale farebbero orrore.

La specialità di questi parassiti è quella di dissotterrare cadaveri letterari. Scavano alla ricerca di materiale dimenticato, meglio se mai pubblicato e si nutrono, mangiano lettere, caratteri, consonanti, vocali, immagini, idee, ingegno, lavoro, fatica. In poche parole rubano a piene mani senza rimorso alcuno. Il loro ignobile furto non ha niente di romantico. Essi non sono Robin Hood o Simon Templar, detto “Il Santo”, nato dalla penna di Leslie Charteris, non hanno la faccia di Roger Moore. Sono piuttosto dei vigliacchi, vampireschi, panciuti baroni. Brutti sia dentro che fuori.

Catturano l’anima altrui e la trascinano nell’abisso del loro nanismo mentale. Prendere al lazzo la luna non possono, è troppo lontana. Scrivono il loro nome sopra il lavoro degli altri, fanno convegni. Corvi che acchiappano le penne del pavone e le mostrano al mondo.

E con quell’ornamento posticcio zampettano tronfi qua e la, e ringraziano gli adulatori, stringono mani, parlano ai microfoni di speciali riunioni per anime colte ed elette, nelle sale d’archivio, nelle biblioteche. Vendono il loro libro rubato su Internet, nelle librerie delle principali città e sorridono tutti felici coi denti di plastica, per aver gabbato l’ingegno con l’estro del copia ed incolla.

Il loro delitto dicesi plagio letterario e spesso reiterano il crimine. Non satolli d’averlo commesso una volta, magari copiando un articolo, lo rifanno con interi testi, ricopiando con cura persino le note.

Presi da compulsiva ossessione a volte fanno errori infantili. Capita che prese dalla smania di successo, le solerti sorbonagre orchidee parassite dimentichino di controllare le fonti e copino pure lavori copiati! L’apoteosi del gusto, della raffinatezza. Sublimi vette del nulla.

Tali orchidee quando salgono in cattedra, si definiscono filosofi, storici, filologi e quant’altro.. Collaborano con case editrici, giudicano il lavoro degli altri, compaiono in televisione armati di cerone da dive e non vedono la trave nel proprio occhio. Godono di appoggi politici, vantano erudizione, sono soci di circoli e club. Inoltre, siccome sanno un sacco di cose, e l’università italiana fa pena, organizzano corsi post-universitari, naturalmente a pagamento.

Come gli escrementi hanno attorno un nugolo di mosche ronzanti, così le orchidee parassite sono circondate da uno sciame di studenti-valletti che, come cani, occhi lucidi e lingua di fuori, aspettano che il gran sorbonagro si degni di gettar loro l’osso di un posto da primo servo assistente.

È una corte dei miracoli, un copia, un arraffa e mangia, uno sgomitare e baciare il deretano del diavolo che ha ucciso Arsenio Lupin.

È lo specchio del nostro Paese che non è letterario, né poetico né Santo come Simon Templar, ma un orgiastico sabba, un vampiro di anime.


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1 commento

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Furto d'ingegno. Da Arsenio … — 23 Febbraio 2010 @ 14:46

    […] Prosegue Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Furto d’ingegno. Da Arsenio … […]

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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart