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La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Gaetano Cappelli: “La vedova, il Santo e il segreto del Pacchero estremo”, Marsilio (2008)

30 Dicembre 2008

di Bartolomeo Di Monaco
[Per le altre sue letture scorrere qui. Il suo blog qui.]

Di Cappelli sto seguendo con piacere e ammirazione il nuovo percorso narrativo che, a partire dal precedente romanzo: “Storia controversa dell’inarrestabile fortuna del vino Aglianico nel mondo”, uscito nel 2007, sempre con Marsilio, si sta arricchendo di titoli che sfrugoleano (passatemi il neologismo) la curiosità del lettore. Le prime domande che sorgono spontanee a proposito di quest’ultima sua opera sono, infatti: Che cosa è mai il Pacchero? E perché estremo?
Cappelli non è scrittore da prendere sottogamba; non dobbiamo dimenticare che è l’autore di quel romanzo cult “Parenti lontani” che, uscito per Mondadori nel 2000, passò quasi sotto silenzio fino a che non ci si rese conto che ci si trovava di fronte ad uno dei romanzi più belli degli ultimi anni. Oggi Cappelli, che fedelmente continua a vivere nella sua amata Potenza, è uno dei nostri scrittori più bravi e conosciuti.
Vera Gallo è una vedova che da ragazza aveva nutrito grandi speranze, essendo formosa e bella, ed infatti era riuscita a sposare Felice Amodei, un bell’uomo, di professione Avvocato, ma soprattutto ricchissimo proprietario terriero di un paesino del Sud, Irsina, in provincia di Matera. Con la testa piena di illusioni, deve presto fare i conti, però, con la realtà di quei luoghi, così diversi dalla sua nativa Busto Arsizio. Di trasferirsi al Nord nemmeno a parlarne, né con la suocera, Donniside, vera despota, né col marito. Finché entrambi muoiono a distanza di breve tempo l’una dall’altro: la suocera prima e il marito poi. Divenuta libera, può, dunque, tornare dalle sue parti.
Che Cappelli stia divertendosi con il suo personaggio è subito evidente, palpabile. Lo carica di ironia, e di una specie di divertita pietas. Lo stile brillante concorre ad allestire un’ambientazione che – lo si percepisce – ci darà molte occasioni di sorridere.
Finalmente Vera, prima snobbata dai cugini nordici, sbarca a Milano e sono proprio loro, Bubi e Betty, compromessi in vari intrallazzi, ad accogliere la ex cugina povera, ora ricchissima, e ad introdurla nel bel mondo: così “Vera Gallo coronò il suo sogno ed ebbe finalmente accesso allo straordinario mondo dei ricchi.”
Il bengodi dura però meno di tre anni. I due cugini, a cui ha affidato il patrimonio, ne fanno scempio, costringendola ad una vita assai più dimessa, punteggiata da notti insonni e da incubi.
Siamo appena entrati nel mondo di quelli che nella mia città, Lucca, si chiamano i farfocchioni, coloro, cioè, che sanno abbindolare i creduloni per tirare a campare e magari anche ad arricchirsi. Lo psicanalista Aaron Kaminsky e il gallerista Dario Villalta sono tra questi. Vera Gallo, bionda e con gli occhi azzurri, appare – ma in realtà non lo è affatto – vittima dei due e fa da stimolo con la propria avvenenza alla loro ipertrofica fantasia (Villalta, che terrà a lungo la scena, è un donnaiolo accanito, con spiccata preferenza verso le vedove, di cui vanta una considerevole collezione). A cascata, da questi primi personaggi ne nascono altri, tutti dello stesso stampo, ossia, faccendieri, le cui fortune sono state sperperate e ora si adoperano   a cercare gonzi da spennare. Cappelli disegna un ambiente arruffone che potrebbe essere la parodia della società di oggi, in cui il crescente impoverimento costringe molti ad inoltrarsi su di una strada verso la quale non tutti sono portati, e coloro che invece vi riescono diventano veri e propri artisti dell’abbindolamento e dell’imbroglio. Personaggi come ectoplasmi, dunque, la cui consistenza sta nella facilità e nell’attitudine   al farsesco. Cappelli vi intinge con la consueta ironia, divertendosi e divertendoci.
Il sesso in tutte le salse è l’amalgama, il punto di congiunzione dei massimi espedienti per incastrare tra di loro una congerie di frustati e di insoddisfatti, sopravvissuti alla falcidia della modernità. Non si ha nessuna voglia di accontentarsi e tanto meno di farsi schiacciare dalla monotonia e piattezza della vita. Ci si adopera in tutte le maniere per sentirsi vivi e realizzati. E, ci fa capire Cappelli, in questa smodata smania, in questa frenetica corsa, si casca dalla padella nella brace, ridicolizzando in realtà la nostra esistenza. Una farsa che abilmente volge a poco a poco al grottesco.
Come accade alla bella vedova. Ad un certo punto vuole incontrare Dario Villalta per parlargli di una scultura in suo possesso, e, per una fatale coincidenza, si trova davanti il datore di lavoro di quest’ultimo (che ricorda un po’ il Diego Abatantuono per l’uso del dialetto. Più avanti, nei sogni che Vera rivelerà a Kaminsky, avremo ancora un dialetto maccheronico che richiama alla mente quello voluto da Monicelli ne “L’armata Brancaleone”), un certo e spavaldo Carmine Palomino, finito sposato ad una ricca ereditiera, Franí§oise Tennevieve, e in cerca di un menage a tre. Crede che Vera sia lì per questo.
È un breve momento, quasi una maliziosa toccata e fuga, ma insinuante ed assai efficace. Poi ci se ne allontana per ritrovarci a Irsinia (un tempo chiamata Montepeloso), il paese di Vera, dove la studiosa d’arte Clara Gelao fa il suo incontro con don Nicolino Di Pasquale, l’erudito parroco della cattedrale di Santa Maria Assunta, e soprattutto con la statua ivi custodita di Sant’Eufemia, attribuita al Mantegna, di cui Vera Gallo ha sognato di essere la reincarnazione.
Eccoci così immersi all’improvviso in un lontano passato. Compaiono nuovi personaggi che hanno avuto un qualche rapporto con la statua e dal respiro di un’aria moderna, chiassosa, spregiudicata e un po’ blasfema, si passa alle consuetudini di un Rinascimento intriso del culto per l’arte e del fervore religioso, non disgiunto da una buona dose di superstizione (si veda il bel capitolo sulle reliquie). Cappelli muove vari registri narrativi, li sa svolgere sapientemente e con bella scrittura, adagiata su sfoglie temporali simili a quelle che permeano e stratificano nelle rocce le ere e i colori del tempo.
Tutto poi finirà per ricongiungersi: passato e presente; leggenda e storia; realtà e finzione, offrendo al lettore una esperienza che, mentre ci diverte, anche ci ammonisce.

Vera diventa così lo strumento per raggiungere l’obiettivo. La sua bellezza matura, la sua sensualità che sprizza da ogni poro sono il miele che attira intorno a lei, provocante e falsamente ingenua, gli abili truffaldini che mirano tanto al suo corpo che al suo denaro. Che, dopo il dissesto causato dai cugini e il conseguente pignoramento delle banche di tutte le sue proprietà, è stato appena sufficiente a pagare le prime sedute psicoanalitiche da Kaminsky, che poi, di contro alla sua bellezza, ha finito per ricevere la procace vedova nel suo studio gratuitamente; e ora quel poco denaro potrebbe trasformarsi in una montagna d’oro se, come sogna e spera il gallerista Villalta, una scultura, un San Vittore, custodita in una delle proprietà della donna pignorate e sigillate, si rivelasse una seconda opera del Mantegna finita in quel paesucolo quasi sperduto di Irsina.
Cappelli gioca molto sui contrasti. La sessualità passa dalla passione non ancora esplosa di Villalta per Vera alle orge degli scambisti nella casa di campagna di Irsina, alle quali assiste involontariamente Villalta; dalla scomposta e rozza educazione dei protagonisti, alla raffinatezza degli oggetti (dei vini e dei complicati menù, fra l’altro) e dei luoghi da essi frequentati, con il culmine di quell’auto Bizzarrini (“Dieci esemplari in tutto”) scoperta nella stessa casa di campagna di Irsina, dove è custodita la statua del Santo. L’ironia dell’autore (che si fa più pungente di fronte a scene di sessualità estrema) si muove tra tali contrasti con facilità e leggerezza, ed essa è tale che assume disinvoltamente gli umori quando del farsesco quando del grottesco, tutti sollecitati – si faccia attenzione – dalla presenza centrale, imprescindibile, di Vera Gallo. Anche quando non è direttamente presente sulla scena, è da lei che tutto discende: la stessa scrittura pare rispondere agli impulsi dei suoi sguardi, delle sue seduzioni, delle movenze del suo corpo, che sono sembrate, fino ad un certo punto della storia, il frutto di una sorprendente innocenza, mentre nascono sempre da una scaltra e consapevole femminilità.
Nessuno alla fine è risparmiato dall’ironia. Si credono abili, i personaggi, furbi, e invece sono marionette che uno scanzonato scrittore (si pensi al capitolo sulla “Grotta azzurra” artificiale) agita nel vuoto della vita, divertendosi a dissacrarne le mascherature dietro le quali si nascondono nella realtà.
Ci siamo domandati all’inizio che cosa fosse il Pacchero estremo. Per arrivarci dobbiamo passare attraverso Mariasofia una cuoca che, oltre che essere brava, è di una sensualità prorompente, e, in sovrappiù, sfacciata quel tanto da mandare in fregola il maschio e fargli soffrire le pene dell’inferno. Siamo a Capri, dove Villalta è riuscito ad organizzare un’asta esclusivissima riservata ai più ricchi paperoni del mondo, interessati ad accaparrarsi a suon di miliardi la statua di San Vittore. La competizione si terrà nell’hotel più in  di Capri, dove a cucinare per gli illustri ed esigenti ospiti c’è proprio Mariasofia. Villalta, messa da parte Vera Gallo, punta sia a fare il colpo della sua vita che a conquistare l’esuberante cuoca, che non aspetta altro, credendolo ricco sfondato.
L’asta è l’occasione per ritrovare, a mo’ di rimpatriata, alcuni personaggi che l’autore aveva, nel suo pellegrinare, messo in soffitta, e che ora tornano agguerriti più che mai, coi loro vizi e le loro frustrazioni, per prendersi la loro parte di denaro da cui il Villalta intende escluderli. Ad eccezione di Kaminsky, il quale, strampalato e sfortunato, resosi conto di amare alla follia la sua paziente, è venuto per fare a Vera la sua dichiarazione d’amore nella speranza di portarsela via.
Come si vede, il tono canzonatorio si accompagna ad una trama che disseziona, lascia e riprende i fili di situazioni che dell’umano hanno conservato la cupidigia, la sregolatezza, la lussuria, trasformando il tutto in un bestiario grottesco sulle cui nudità non resterebbe che gettare, per uscirsene anche noi in una grande risata, una secchia d’acqua bollente.
Alla fine delle rocambolesche avventure che si susseguono in occasione dell’asta nel lussuoso albergo di Capri, se taluni fili riescono a combinarsi e mettono a posto alcune situazioni, l’insieme della storia ci permette di concludere che, ingegnose e furbastre che siano le azioni dell’uomo, noi continuiamo a vivere nel caos più assoluto. Siamo marionette che girano a vuoto, divertendo chi si trovi a passarci accanto, anch’egli a sua volta trastullo di un altro osservatore. Il mondo non è, dunque, che una assurda e sconclusionata risata: ci diverte e ci confonde, e ci immalinconisce, giacché sappiamo che resterà sempre così.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 30 Dicembre 2008 @ 22:16

    Ci appaiono evidenti la straordinaria ironia, il gusto quasi dissacratorio e, talvolta, il movente grottesco che animano brillantemente questa articolata opera di un autore, che pare osservare, in apparenza divertito, dall’alto i suoi personaggi, i loro complessi e le loro controverse situazioni. È come tu, Bartolomeo, ben sottolineavi, lo specchio di un’umanità superficiale, ambiziosa, furbastra, “compromissoria”; un’umanità, ben inquadrata psicologicamente, che intrallazza, abbindola ed è abbindolata; un’umanità che si agita e s’adopera, s’arrangia e s’arrampica lungo una realtà complessa, ambigua ed anche, non di rado, assurda, ma che denota la superficialità e l’ambizione, nonché il vuoto ed il caos che avvolgono e segnano immancabilmente. E qui non c’è distinzione tra Nord e Sud.
    L’autore gioca con intelligente intuizione in questo divertente-deprimente intreccio, che, purtroppo, raffigura non poco quanto avviene ai nostri giorni. E ci diverte, anche se ci lascia l’amaro in bocca, in fondo.
    Tutto ciò mi sembra d’aver capito dalla tua ottima (come sempre, del resto) analisi del testo; analisi nella quale evidenzi ancora tutte le tue grandi capacità di interpretare le varie letture e di proporcene l’essenza più viva e vitale
    Gian Gabriele Benedetti

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