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LETTERATURA: Giuseppe Catozzella: “Alveare”, Rizzoli

25 Aprile 2011

di Alberto Pezzini

Ha disegnato la ‘ndrangheta come se fosse sulla sua pelle. E bruciasse ancora da morire. Lui è Giuseppe Catozzella, autore di Alveare (Rizzoli, pagg. 243, euro 17,50), un romanzo d’inchiesta che arriva dritto da dieci anni di studi. Catozzella ha seguito tutti i processi su questa associazione per L’Espresso maha vissuto prima di tutto dentro una Milano che solo in superficie luccica di studi professionali, società finanziarie e negozi di lusso.

Sotto ci sta un potere invisibile, incredibilmente ramificato, che investe nei giovani, nel loro sapersi adeguare allo scorrere di un tempo più veloce di un treno ad alta velocità. La ‘ndrangheta non esiste – neanche nella giurisprudenza italiana – ed ha qui la sua forza. Soltanto dal 13 luglio 2010, con l’operazione “Crimine”, i tribunali italiani hanno cominciato a snudarla, anzi a registrarla.

E’ considerata la più pervasiva organizzazione al mondo, con sede direttiva al sud, e gangli vitali tutti spostati al Nord, dove Milano è il punto di raccolta. I calabresi moderni non parlano – come gli antichi – se lo fanno è nel modo più incolore possibile e con frasi in un dialetto petroso come la loro terra, quasi incomprensibile, usando Skype ed il bluetooth perché sono gli unici sistemi al mondo non rintracciabili né intercettabili. La ‘ndrangheta è forte perché investe nei giovani. Li fa studiare, li spinge ad imparare lingue quasi astruse come il serbo il cui peso commerciale è però strategico: i serbi sono freddi, amano la precisione e si fanno pagare soltanto quando consegnano. Perché la ‘ndrangheta domina il mercato più fruttuoso, quella della droga.   Lo fa occupando una posizione dominante:controlla la distribuzione.

Calmiera i prezzi, stabilisce la scontistica, misura i quantitativi, fa il bello ed il cattivo tempo su di un mercato dove ormai quasi tutti – dall’operaio, all’avvocato usano quella maledetta polvere bianca per tirare avanti senza deragliare.

Catozzella non si è fatto intimidire da Saviano e dalla sua camorra.
Ha respirato aria calabrese in Lombardia fin da piccolo. Dice che il 90% di quanto ha scritto è tutto orribilmente vero. In questo romanzo – documento (ne ha già comprato i diritti cinematografici la Wild – side, quella di Boris e dei Numeri primi per intenderci), il vero è l’unica carne usata per l’impasto. Dalla storia dei rifiuti tossici che non vengono mai smaltiti ma soltanto riutilizzati per creare una miscela (“mista”) che poi finisce anche nei cimiteri seppur in profondità, al fatto che anche dentro gli ospedali dove la vita dovrebbe essere l’obiettivo da salvaguardare – si respiri omertà insieme al cloroformio.   Secondo il PM Fabio Salamone se al sud l’omertà c’è per paura, al nord c’è invece per interesse.  

Abbiamo intervistato l’autore.
Quanto ha impiegato a scrivere questo libro così forte ?

«Circa otto – dieci mesi. A studiare le carte quasi dieci anni. Tieni conto che ho seguito tutti i processi alla ‘ndrangheta per lavoro e quindi ho avuto la possibilità di leggermi le carte bene bene ».

Quanto ha pesato il fenomeno Saviano sul suo libro?

«Ha pesato molto. Lui ha messo a fuoco la camorra. Io ho voluto mettere in luce un fenomeno forse ancora più impattante ma molto più nascosto. Il potere della ‘ndrangheta – che è federalista e centralista al contempo – resta una risorsa coperta. E’ l’unica associazione capace di sferrare colpi che non ti aspetti proprio perché è abile a nasconderli all’origine ».

Perché il titolo Alveare?

«Mi sembrava la figura più calzante per evocare questo fenomeno.
Gli ‘ndranghetisti sono come api precisissime e micidiali.
La ‘ndrangheta – che si pensava avesse una struttura orizzontale mentre anch’essa è piramidale – è stata avvicinata anche ad Al Qaida per la pervasività e la forza di penetrazione che la caratterizzano ».

E’ vero che investe molto nei giovani ?

«Assolutamente si, anche questo è uno degli aspetti della sua forza diversa. Il silenzio e la capacità di vedere lontano facendo studiare i giovani sono merci preziose ».

E’ vero che il Gran Milan luccica tutto in superficie ma secondo il tuo libro sembra invece una groviera impazzita e vicino al punto di un collasso alimentare?

«Le rispondo con le parole che Pasolini usò durante l’ultima intervista resa a Furio Colombo, poco prima di morire: Siamo tutti in pericolo ».

(dal “Corriere Nazionale”)


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