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LETTERATURA: Heine e l’agognata Toscana: Bagni di Lucca, Lucca e Firenze (3a puntata)

5 Dicembre 2009

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Il giornalista Heine continua da Genova il suo viaggio, osservando luoghi e paesaggi che gli offrono di volta in volta lo spunto per riflessioni molto personali, da lui puntualmente trascritte. Arrivato in Toscana, non può fare a meno di rallegrarsi di poter respirare finalmente la stessa aria che in tempi diversi avevano respirato uomini per i quali continuava a provare un’ammirazione incondizionata. All’amico inglese, Eduard von Schenk, avrà modo di scrivere da Livorno il 27 agosto del 1828 con una certa commozione: “Mi recherò a Firenze tra 14 giorni, finalmente poggerò i piedi sul selciato dove hanno passeggiato Dante, Machiavelli, Leonardo da Vinci, Michelangelo, Boccaccio!”. A questo amico poeta, con il consueto linguaggio ricco di immagini e di suggestioni, avrà occasione di confidare i suoi propositi e di consegnare le sue prime impressioni: “Ciò che penso sull’Italia lo potrà prima o poi leggere stampato. La mancanza di conoscenze della lingua italiana mi tormenta molto. Non capisco la gente e non posso intrattenermi con loro. Vedo l’Italia ma non la sento. Tuttavia non sono completamente senza interlocutori. Qua sono le pietre a parlare ed io capisco il loro muto linguaggio. Anche esse sembrano sentire profondamente quello che io penso. Per esempio una colonna spezzata del tempo dei Romani, per esempio una torre longobarda rovinata, per esempio pilastri gotici consumati dalle intemperie mi capiscono veramente bene. Sono anche io una rovina che si aggira tra rovine. A poco a poco si vedrà. Qualche volta gli antichi palazzi mi vogliono sussurrare qualcosa di segreto; io non posso sentirli in mezzo al rumore sordo del giorno; allora ritorno di notte e la luna è una buona traduttrice, in grado di capire lo stile lapidario e di tradurlo nel dialetto del mio cuore.   Sì, di notte posso capire bene l’Italia, allora i giovani con il loro moderno linguaggio da opera dormono e i vecchi saltano dai loro freddi letti e parlano con me il latino più bello. C’è qualcosa di spettrale quando si arriva in un Paese dove non si capisce il linguaggio vivo e la gente che lo parla e invece si conosce perfettamente la lingua che qui era fiorente mille anni fa e adesso, completamente morta, viene parlata solo da spiriti notturni, una lingua morta”.

Dopo questi motivi di amaro rimpianto per una serie di difficoltà che sembrano insormontabili, a parlare torna l’impenitente ammiratore del genere femminile. Anche con le signore toscane Heine troverà presto il modo di farsi capire: “Al contrario esiste un linguaggio con cui ci si può fare capire dalla metà del genere umano, dalla Lapponia al Giappone. E si tratta della metà più bella, che si definisce il genere più bello par excellenze. Questo linguaggio fiorisce in modo particolare in Italia. A che servono le parole quando occhi del genere con la loro eloquenza penetrano profondamente splendenti nel cuore di un povero Tedesco (in italiano nel testo), occhi che parlano meglio di Demostene e di Cicerone, occhi – non racconto bugie – che sono grandi come stelle al naturale”. Non mancano nemmeno momenti di vera estasi, in cui la bellezza di un paesaggio, la varietà di colori, i cinguettii degli uccelli, i mormorii di un ruscello vengono fissati con gli strumenti poetici che gli erano più congeniali. E questo modo di raccontare avrebbe trovato proprio in Toscana l’ambiente più propizio: “Ai Bagni di Lucca le abitazioni sorgono o in un villaggio circondato da alture o su una di queste, non lungi dalla sorgente principale, dove un pittoresco gruppo di case guarda giù nell’incantevole valle. Ma ve ne sono anche di sparpagliate qua e là sui pendii e per raggiungerle bisogna arrampicarsi fra tralci di vite, cespugli di mirto, macchie di caprifoglio, di lauro, di oleandro, di geranio e altri splendidi alberi e fiori; insomma, un vero e proprio paradiso selvatico. Una valle più incantevole io non l’ho mai trovata, specie a guardar sul villaggio dalla terrazza dei Bagni Alti, cui fanno da sentinella dei cipressi di un verde cupo. Si vede, da qui, un ponte gettato su un fiumicello che si chiama Lima e che, tagliando in due il paese, precipita alle due estremità in dolci cascatelle e mormora tra le rocce come se volesse dire le cose più gentili e il chiacchiericcio dell’eco tutt’intorno gli impedisse di prendere la parola. Tuttavia il fascino della valle sta soprattutto nel fatto che non è né troppo grande, né troppo piccola, che l’anima di chi guarda non è sopraffatta, ma armonicamente nutrita dal paesaggio delizioso, che le stesse cime dei monti, come dovunque negli Appennini, non hanno la forma sgraziata, bizzarramente e goticamente sublime, delle caricature di montagne di cui la Germania è piena come di caricature di uomo, ma sembrano esprimere nelle forme nobilmente modellate, di un verde gaio, una civiltà superiore e accordarsi melodicamente con un cielo di un pallido azzurro”. Di Bagni di Lucca avrà modo di parlare con l’amico fraterno Moses Moser in una lettera del 6 settembre 1828. Heine è sereno, ha trovato un ambiente che lo aiuta a ritrovare se stesso e, cosa che per uno come lui non guasta assolutamente, ha anche occasione di intrattenersi con “belle” donne: “Ricevi questa lettera dai Bagni di Lucca, dove attualmente faccio i bagni, mi intrattengo con belle donne, salgo sugli Appennini e faccio mille pazzie. Avrei molto da scriverTi ma noto con raccapriccio che la carta scorre. – Rimarrò qui ancora quattordici giorni e poi mi recherò a Firenze Bologna e Venezia…”.  Sempre da Bagni di Lucca avrà modo di scrivere il 15 settembre anche al munifico zio, Salomon Heine, per rabbonirlo su voci maligne che avrebbero voluto inquinare quello strano rapporto, da cui dipendeva per molti versi la sua stessa sopravvivenza, tra zio milionario e nipote nullatenente.

Tralasciando ovviamente le parti specificatamente interessate a dirimere la “querelle”, ci sembrano degne di note alcune riflessioni sul suo stato d’animo e sul paesaggio circostante: “Lei riceverà questa lettera da Bagni di Lucca sugli Appennini, dove da 14 giorni faccio i bagni. La natura qui è bella e le persone amorevoli…In questi giorni ho pensato così intensamente a Lei, ho provato così spesso nostalgia di baciarLe la mano…Ma adesso basta, il sole oggi splende così magnificamente e se guardo dalla finestra, non vedo altro che montagne sorridenti con viti. Non voglio lamentarmi… Le voglio confessare che questa è ancora più bella delle magnificenze che ho finora visto in Italia…”. Per certi versi più “felici” le impressioni di viaggio che riguardano la “Città di Lucca”. Qui Heine avrà modo di lasciarsi andare a pacate riflessioni di carattere generale, che tradiscono la sua predilezione per analisi a largo raggio e ci danno uno spaccato della sua capacità di comparazione: “La natura circostante agisce sugli uomini; e perché no gli uomini stessi sulla natura che li circonda? In Italia essa è appassionata come gli abitanti; da noi in Germania è più severa, più pensosa e più paziente. Ha avuto come gli uomini la natura in epoche remote una vita interiore più intensa? Si dice che l’anima appassionata di Orfeo potesse smuovere, con i suoi canti ardenti, alberi e piante. Potrebbe accadere la stessa cosa ai giorni nostri? Uomini e natura sono diventati flemmatici e si sbadigliano in faccia vicendevolmente. Un poeta di corte prussiano non riuscirebbe mai, col suono della sua lira, a far danzare la montagna di Templow o i tigli di Berlino. Anche la natura ha una sua storia che è ben diversa dalla storia naturale come ci viene insegnata a scuola…”. Acquistano accenti di spiccata originalità le riflessioni sulle lucertole, animali innocui e graziosi che di solito se ne stanno tranquilli a godersi i raggi del sole. L’osservazione di questi animali antichissimi gli darà occasione di rivisitare una leggenda su una loro presunta preistoria. Anche in questo caso troverà modo di dare vita a un racconto di una naturalezza tale che nessuno si sognerebbe di metterne in dubbio la credibilità: “Le lucertole, con le loro codine intelligenti e con i loro occhietti penetranti, mi hanno raccontato cose meravigliose mentre mi arrampicavo solitario tra le rocce dell’Appennino. Infatti, ci sono cose tra cielo e terra che non solo i nostri filosofi, ma nemmeno il più semplice degli sciocchi può arrivare a comprendere. Le lucertole mi hanno raccontato che tra le pietre circola una leggenda secondo la quale Dio un giorno si farà pietra per salvarle dalla loro durezza. Una vecchia lucertola però era dell’opinione che questa pietrificazione sarebbe avvenuta solo dopo che Dio si fosse incarnato in ogni specie animale e vegetale e le avesse redente tutte. Solo poche pietre sono capaci di sentimento, ed esse respirano solo al chiaro di luna. Queste pietre si rendono conto della loro condizione e sono terribilmente infelici. Gli alberi sono più fortunati: possono piangere. Gli animali sono ancora più fortunati perché possono parlare, ognuno a suo modo, e gli uomini meglio di tutti gli altri. Un giorno, quando il mondo intero sarà redento, sarà concesso di parlare anche a tutte le altre creature, come in quelle epoche remotissime cantate dai poeti. Le lucertole sono una razza ironica e si beffano volentieri degli altri animali. Ma con me furono gentilissime, sospirarono con sincerità e mi raccontarono la storia dell’Atlantide, che io trascriverò un giorno a edificazione del mondo intero. Si stabilì una grande dimestichezza tra me e quelle bestiole che sono quasi gli archivisti degli annali segreti della natura. Forse esse sono famiglie di sacerdoti stregati, come quelli dell’antico Egitto che vivevano come le lucertole in grotte labirintiche spiando i segreti della natura. Sulle loro testoline, sui piccoli corpi e sulle code fioriscono segni meravigliosi come sui berretti egizi fitti di geroglifici e sulle vesti dei gerofanti.   I miei piccoli amici mi hanno insegnato un linguaggio mimico per mezzo del quale posso parlare con la natura muta: e questo mi solleva spesso l’anima, specie verso sera quando i monti sono avvolti da ombre dolci e paurose e le cascate scrosciano e tutte le piante mandano i loro profumi, e ora qua ora là saettano rapidi lampi. Natura, vergine muta! Capisco il tuo lampeggiare, il vano tentativo di parole che trema sul tuo bel viso, e tu mi commuovi così profondamente da farmi piangere. Ma anche tu mi capisci, ti rassereni e mi sorridi con i tuoi occhi dorati. Vergine bella, io capisco le tue stelle e tu capisci le mie lacrime”.   Poi, quasi per sottolineare la veridicità di quanto raccontato, fornisce alcuni elementi concreti, dando l’impressione di compiacersi di una scrittura e di un linguaggio che sa maneggiare come pochi: “Il colloquio che ho riportato nel capitolo precedente (tra lui e un “saggio” lucertolone N.d.T.) si svolse sulla strada tra Bagni di Lucca e la città stessa, non molto lontano da un grande castagno che con i suoi verdissimi rami ombreggiava un torrente, e alla presenza di un vecchio caprone dalla barba bianca che pascolava solitari… Andavo a piedi, tra le belle montagne dell’Appennino e i gruppi di alberi; tra il verde scuro delle foglie brillavano le arance d’oro, stelle del giorno, mentre ghirlande di tralci d’uva si stendevano come festoni per miglia e miglia. In Toscana la campagna assomiglia ad un giardino, ed è così ben curata da ricordare le scene campestri che si vedono nei nostri teatri; anche gli abitanti facevano pensare a quelle comparse dai vestiti multicolori che ci divertono sulla scena cantando, ballando e ridendo. Non si vede mai una faccia da filisteo. Ed anche se ce ne fossero sarebbero filistei-arance italiani e non goffi filistei-patate tedeschi. Anche la gente è pittoresca e ideale come il paesaggio, ma nello stesso tempo ognuno ha sul volto un’espressione tutta individuale e sa esprimere la propria personalità nei gesti, nel modo di avvolgere le pieghe del mantello, e, in caso di necessità, nel modo di maneggiare il coltello. Invece da noi sempre e solo uomini con fisionomie comuni, monotone”.

Ovviamente non possono mancare per uno come lui molto sensibile al fascino femminile osservazioni sul gentil sesso, in questo caso a prevalere è il poeta che aveva già avuto modo di imporsi con i suoi   “Lieder” all’attenzione europea. Egli riesce per l’occasione a riassumere in una sola immagine l’amabilità delle fanciulle toscane, capaci, mentre sono alle prese con la lavorazione dei cappelli di paglia per i loro spasimanti, di intrecciarvi dentro pensieri d’amore e sospiri densi di desideri repressi: “Mi colpì il fatto che nei dintorni di Lucca, come in quasi tutta la Toscana, le donne portino grandi cappelli di feltro nero, guarniti da piume di struzzo nere, spioventi; ed anche le trecciaiole portano lo stesso pesante cappello. Invece gli uomini portano, per la maggior parte, leggeri cappelli di paglia, ed i giovanotti li ricevono in regalo da quella stessa ragazza che li lavora, intrecciandovi dentro tutti i suoi pensieri d’amore e forse anche qualche sospiro…”. A suggellare questa descrizione arriva una connotazione personale che tradisce la sua natura romantica, particolarmente sensibile agli stimoli del paesaggio in cui si trova immerso: “Io appartengo a quel genere di persone che preferiscono sempre le scorciatoie alla strada maestra e alle quali capita poi di disperdersi tra i viottoli dei boschi e dei monti. Infatti, mi persi e sono certo di aver impiegato, per arrivare a Lucca, il doppio del tempo che impiegano i normali viandanti che si affidano alla via maestra”. In quella condizione di momentanea difficoltà, tipica del resto di molti viandanti “curiosi” che approfittano del contatto diretto con la natura per perdersi volutamente in essa, Heine ci confida pensieri reconditi nei confronti dei quali spesso si ha una istintiva pudicizia. Completamente solo in un ambiente sconosciuto chiede aiuto alle uniche creature che riesce a incontrare e ne viene fuori un racconto surreale, ma dai toni delicati e gradevoli: “Un passero al quale domandai la strada cinguettò e cinguettò senza riuscire a darmi indicazioni precise: forse non le sapeva neppure lui. Dalle farfalle e libellule posate su grosse campanule non cavai nulla: erano già volate via prima ancora di afferrare la domanda e i fiori dondolavano le loro testoline mute. A tratti mi ridestavano col sogghigno delle loro vocette lontane i mirti selvatici…”. Il poeta rischia veramente di non orientarsi più in quelle verdeggianti colline che portano a Lucca; la sua cominciava ad essere una camminata impegnativa, anche perché, senza accorgersene, erano ormai passate parecchie ore e Lucca era ancora lontana. Questa constatazione tuttavia non gli procura alcun disagio, anzi trova ancora modo di osservare la natura circostante e lasciarsi andare a un’altra descrizione a cui il lettore non può restare indifferente: “Mi ero completamente sperduto tra i monti, quando arrivò il tramonto, e a poco a poco le mille svariate voci del bosco tacquero e il fruscio degli alberi si fece sempre più cupo. Una pace sublime ed una solennità profonda passavano come un soffio divino su quel silenzio miracoloso. Il mio cuore era cullato da sussurrii delicati, invisibili baci sfioravano lievi le mie guance. Il rosso della sera avviluppava i monti come in mantelli di porpora, gli ultimi raggi del sole ne illuminavano le cime e le facevano assomigliare a re coronati d’oro. Io stavo, come il re dell’universo, in mezzo a questi vassalli coronati, i quali, in silenzio, mi rendevano omaggio…”.

Un incontro fortuito con un monaco gli fa riscoprire la missione alla quale alcuni secoli prima si era votato San Francesco e gli darà modo di inserire alcune riflessioni su una religione che non era la sua, ma che, avendola conosciuta da ragazzo grazie ad alcuni suoi insegnanti gesuiti, adesso lo affascinava per uno dei suoi elementi cardini, quale il voto di povertà: “ Non so se il monaco nel quale mi imbattei non lontano da Lucca sia un uomo pio; ma so che il suo corpo antico, povero e nudo, è avvolto in una rozza tonaca, sempre quella: che i sandali laceri non proteggono i suoi piedi scalzi, mentre si arrampica fra spine e cespugli per recar conforto agli ammalati o insegnare le orazioni ai bambini nei villaggi collinari; e che in cambio si accontenta di ricevere un tozzo di pane per sfamarsi e un po’ di fieno su cui buttarsi a dormire…” .  

Ma ormai Lucca era vicina. Vi arriva a notte inoltrata e viene colto da un senso di turbamento. Non riconosce più quella città, che solo alcuni giorni prima lo aveva affascinato con la sua gente, i suoi rumori e i suoi colori: “Era già notte quando raggiunsi Lucca. Come mi era sembrata diversa otto giorni prima quando, andando in giro per le strade piene di echi, alla luce del giorno, mi parve di essere stato trasportato in una di quelle città stregate che popolavano le favole della mia balia. La città era silenziosa come una tomba, tutto era scolorito e morto, la luce del sole giocava sui tetti con lo stesso scintillio delle foglie d’oro delle corone messe in testa ai morti; qua e là, dalle finestre di qualche vecchia casa in rovina, pendevano tralci d’edera come lacrime verdi inaridite; dappertutto muffa luminescente e morte paurosamente in agguato; la città sembrava il fantasma di una città, spettro di pietra apparso in pieno giorno…”. Ma a turbarlo ancora di più sarà la festa tipica di Lucca, città profondamente cattolica che ancora oggi costituisce una eccezione nella “rossa” Toscana. Senza saperlo si era trovato ad assistere alla giornata più importante per la chiesa e la città di Lucca, che il 13 settembre di ogni anno festeggiano da tempo immemorabile il “Volto Santo”. Si tratta di un miracoloso crocefisso ligneo che, secondo la leggenda, partito dalla Terra Santa su una nave priva di equipaggio approdò miracolosamente in Toscana, in prossimità di Luni. Da questa piccola località, che dà il nome a una regione impervia e antichissima, la Lunigiana, fu portato – attraverso vicissitudini definite dalla tradizione popolare “miracolose” – a Lucca e da allora viene venerato nel Duomo. Heine, spettatore di questo evento fuori dal comune, ci offrirà una descrizione dal vivo: “ Che succede, esclamai, poiché le luci mi abbagliavano e fiumi di gente si stipavano per le vie. Che un popolo intero fosse uscito dalle tombe a scimmiottare la vita nelle più folli mascherate? Le case alte e buie erano adorne di lampade, da tutte le finestre pendevano tappeti multicolori che nascondevano quasi completamente muri coperti di muffa e dalle finestre si affacciavano visi di ragazze così fresche, così fiorenti di gioventù da dare l’impressione che la vita stessa sembrasse celebrare le nozze con la morte e avesse invitato alla festa bellezza e gioventù…”. Dopo questa premessa così impregnata di attonita sorpresa passa ad una dettagliata descrizione, capace di darci l’esatta dimensione di quanto si dipanava davanti ai suoi occhi: “Era una bella processione. In prima fila venivano i cappuccini, che si distinguevano dagli altri monaci per le lunghe barbe e formavano, per così dire, i genieri di quell’esercito della fede. Seguivano dei cappuccini senza barba tra i quali spiccavano facce nobilmente virili e anche volti di una giovanile bellezza che l’ampia tonsura magnificamente ornava, dato che la testa ne risultava cinta come da un’armonica corona di capelli e spiccava leggiadra, insieme col collo nudo, sulla tonaca bruna. Venivano poi tonache di altri colori, nere, bianche, gialle screziate ed anche cappelli a tricorno…Dopo gli ordini monastici marciava il clero vero e proprio; dietro sacerdoti di grado ancora più elevato con in testa un’alta mitra… Ultimo veniva lo stato maggiore, un baldacchino con sotto un vegliardo dalla mitra ancora più alta e dalla pianeta ancora più ricca, e due vecchi nello stesso abbigliamento che, come due paggi, reggevano i lembi… Dietro la processione marciavano a suon di tamburi e pifferi diverse compagnie di soldati…”. Ovviamente alla vista di quello spettacolo a farsi prepotentemente strada nell’animo di Heine sarà il suo spirito critico, che sembra per l’occasione confortato dalle mute “stelle di Lucca”, anche loro interdette da quella imponente e lenta processione: “Ogni volta che vedo una processione del genere, nella quale i preti camminano così miseri e afflitti, scortati da una balda schiera di militari, provo una sensazione dolorosa, e mi sembra di vedere il Salvatore in persona, circondato dagli alabardieri, che viene condotto al supplizio. Sono certo che le stelle di Lucca la pensavano come me perché, quando rivolsi loro lo sguardo e sospirai, mi guardarono assentendo con i loro occhi buoni, luminosi e chiari…”.   Quella processione gli offrirà anche il pretesto per rivisitare a suo modo un’altra leggenda sulla nascita della religione monoteista e arrivare così a conclusioni che gli stavano particolarmente a cuore. Per uno come lui convinto assertore di una religione terrena tesa al raggiungimento di una felicità immanente, era inspiegabile una religione come quella cristiana, che, mortificando la gioia di vivere e negando la ricerca del piacere, offriva come unica alternativa una vita di espiazione e di dolore. Si inventa così una “sua” versione sulla nascita della religione portata sulla terra da Cristo, figlio di Dio e la descrive con immagini che sconcertano. Egli coglie il momento dello sfratto degli Dei gaudenti, che erano soliti abitare sull’Olimpo e non privarsi di nessuna delle gioie terrene, e ce lo offre in tutta la sua drammaticità. Gli Dei pagani, che non conoscevano limiti ed erano capaci di incenerire con i loro lampi chiunque avesse osato mettere in dubbio la loro onnipotenza, oltre a rimanere attoniti dall’improvvisa irruzione di un Ebreo sanguinante nella sala del banchetto, non sono stati in grado di opporre resistenza alcuna. Di fronte  a quel tipo di sofferenza erano disarmati e in un crescendo di sconcerto erano passati da una paura paralizzante alla completa dissoluzione. Non poteva esserci preludio più sconvolgente per spiegare la nuova religione della rinuncia e della sofferenza: “Ma d’improvviso entrò nella sala del banchetto, ansimando, un Ebreo pallido e rigato di sangue, con una corona di spine in testa ed una grande croce di legno sulle spalle. Gettò la croce sull’alta tavola degli dèi, facendo tremare i boccali d’oro; gli dèi tacquero sbiancandosi in volto, e impallidendo sempre più si dissolsero tutti in nebbia. E vennero tempi tristi, la terra si fece buia e grigia. Spariti gli dèi felici, l’Olimpo si trasformò in un lazzaretto nel quale si trascinavano, annoiate, divinità scorticate, arrostite, impalate, fasciandosi le ferite e cantando inni lamentosi. La religione non dette più gioia ma conforto, trasformata come era in un’opprimente, insanguinata religione di suppliziati. Una tale religione era forse necessaria all’umanità umiliata ed offesa? Chi vede soffrire il suo Dio sopporta meglio i propri dolori. Gli altri dèi, quelli sereni, che non conoscevano il dolore, non potevano rendersi conto di quello che prova un uomo che soffre; l’uomo nei suoi dolori non trovava in loro nessuna comprensione o pietà. Erano dèi da giorni di festa, intorno ai quali si poteva danzare allegramente e ai quali si poteva solo rendere grazie. Per questa ragione non furono mai profondamente amati. Per essere amati profondamente si deve soffrire. La pietà è l’estrema consacrazione dell’amore, forse l’amore stesso. Perciò Cristo, tra tutti gli dèi che siano mai esistiti, è quello che è stato amato di più. Specialmente dalle donne…”.        

Completamente diversa la sua esperienza fiorentina, affidata alle “Florentinische Nächte” (Notti fiorentine) pubblicate nel 1837. Questo scritto contiene una serie di divagazioni su temi diversi, quasi un diario su conversazioni più o meno futili, spesso di mero intrattenimento, che si fanno al capezzale della signora Maria, un’amica gravemente malata. Resta tuttavia emozionante la descrizione delle statue di Michelangelo poste nella Cappella dei Medici:“Un’ora intera rimasi lì immerso nella vista di una statua marmorea di donna, la cui potente forma corporea testimonia la forza ardimentosa di Michelangelo, mentre l’intera figura è circondata da una dolcezza eterea, che proprio da quel maestro non si è soliti cercare. In quel marmo è bandito l’intero regno del sogno, con tutte le sue tacite beatitudini, una tenera calma alberga in quelle belle membra, una luce lunare mitigatrice sembra scorrere attraverso le sue vene… è la notte di Michelangelo Buonarroti. Oh quanto volentieri vorrei dormire il sonno eterno nelle braccia di questa notte…”.

Quando poi il discorso cade su temi particolarmente cari al poeta, riscopriamo il solito imperterrito ammiratore del fascino femminile: “Ma quanto sono belle proprio queste italiane quando la musica illumina i loro visi. Dico illumina, dato che l’azione della musica che ho avuto modo di notare nel teatro dell’Opera sui volti delle belle donne, è completamente uguale a quegli effetti di luce e di ombra che ci estasiano ogni volta che ammiriamo di notte statue alla luce di fiaccole…”. Questa ammirazione per i volti femminili offre anche il pretesto all’autore di dare un saggio sulle sue conoscenze della letteratura italiana, prima di dilungarsi sul “genio” di Rossini: “Chi sa leggere, può riconoscere nei loro bei volti molte cose dolci ed interessanti, storie strane come le novelle del Boccaccio, sentimenti così teneri come i sonetti del Petrarca, stati d’animo così avventurosi come le rime in ottava di Ariosto, qualche volta anche terribili tradimenti e somma cattiveria, come l’Inferno in versi del grande Dante. Vale veramente la pena di lanciare gli occhi in su verso le logge… La musica qui in Italia non è rappresentata da individui, ma si manifesta nell’intera popolazione, la musica è diventata popolo… Sì, l’Italia sarà sempre la patria della musica, anche se i suoi grandi maestri vanno presto nella tomba o ammutoliscono, anche se Bellini muore e Rossini tace…”. Del soggiorno fiorentino ci restano inoltre alcune lettere in grado di ridarci impressioni di prima mano. In quella indirizzata al collega scrittore Eduard von Schenk, in data 1 ottobre 1828, oltre al rammarico per non aver trovato corrispondenza alla “poste restante” – si trattava per l’occasione di notizie per lui urgenti e decisive circa un “Decreto reale” che avrebbe dovuto sancire la sua nomina a professore presso l’Università di Monaco – ci sono precisi riferimenti su quella città a cui i Medici avevano dato tanto lustro: “Per fortuna la posta è qui al mercato e il mercato di Firenze rappresenta la vista più meravigliosa e interessante che possa trovare un uomo. Le antichità, le statue così significative, le alte arcate, la magnificenza e dappertutto l’alito della grazia della vecchia Firenze, dappertutto fioritura della Medicità e giusto sopra nel Palazzo degli Uffizi le sedi divine delle divinità greche! Le voglio apertamente confessare che nel Boudoir della Venere medicea mi sono scordato di Schenk e della sua lettera. Ma non è stata l’antichissima e restaurata Dea dell’amore ad entusiasmarmi in modo così potente, quanto piuttosto gli occhi di un’italiana, che la ammirava in modo così devoto – credo che le divinità antiche continuano in Italia ad essere ancora pregate…”.

A conclusione di questo breve excursus sull’esperienza di Heine nella Toscana ci piace citare la lettera indirizzata al suo editore, barone Johann Friedrich von Cotta. È una lettera scritta da Firenze l’11 novembre 1828 e impostata su un tono confidenziale, che tuttavia non inficia la serietà degli argomenti trattati: “ Mi auguro che questa lettera La trovi senza raffreddore, tosse e amenità simili, che adesso nel Paese dove fioriscono i limoni furoreggiano in modo particolare e si possono avere ancora buon mercato. Io povero diavolo sono adesso nel pieno rigoglio di un catarro che non rende consigliabile attraversare le Alpi, sono costretto quindi a passare qui l’inverno e scriverLe invece di venirLa a trovare personalmente. Affinché tuttavia Lei non creda al fatto che mi sono innamorato di una ballerina e mi sarei dato alla pigrizia ho rielaborato l’inizio del mio Diario italiano, e cioè ho alleggerito le espressioni e i capitoli più pesanti, in modo che il manoscritto già spedito possa essere stampato immediatamente. Ho avuto nei Bagni di Lucca e anche a Livorno delle giornate molto piacevoli. Qui mi trovo da sei settimane, sono in attesa di lettere e studio belle arti, cui appartiene anche il balletto. Richiamo tuttavia ancora una volta la Sua attenzione che non sono innamorato di nessuna ballerina, anche se un amore del genere si concilierebbe molto bene con raffreddore e tosse e rappresenta una disgrazia altrettanto grande …”.

In questo caso abbiamo a che fare con un Heine leggero, quasi compiaciuto della disinvoltura con cui può rivolgersi al suo editore ricorrendo ad argomenti che rafforzano la sua immagine di uomo contro corrente, capace di scrivere in modo gradevole e accattivante. Purtroppo il suo viaggio in Italia doveva essere bruscamente interrotto dalle notizie che gli arrivano da Amburgo: il padre era gravemente malato e Heine decide di tornare immediatamente in patria. Arriverà ad Amburgo nel gennaio del 1829, purtroppo non in tempo per rivedere ancora in vita l’amato genitore, morto il 2 dicembre del 1828. Dell’Italia si porterà sempre nel cuore un ricordo dolcissimo, di cui rimane un inequivocabile segno in una delle sue poesie incluse nel ciclo “Nachlese zu den Gedichten, 1812-1831” e dal titolo “Giebelrede des Verfassers” (Discorso ornamentale dell’autore). Qui, nel consigliare la lettura dei suoi libri a potenziali ammiratori, sottolinea l’aspetto tipicamente romantico del loro contenuto:

 

Ma anche rose viventi
Ti sorridono fiorendo,
E su sentieri dolcemente silenti
Ascolti usignoli che accarezzano.  

E accarezzano cantando dell’Italia;
E succede anche in prosa,
Mormora bene con carezze
Da lontano melodiosamente la Kastalia.  

Immaginare l’Italia come tema dei canti degli usignoli, piccole creature il cui vezzoso, inconfondibile cinguettio gli era particolarmente caro, ha finito col rappresentare l’omaggio più grande che Heine avrebbe potuto fare al nostro Paese L’ultima strofa, con il primo verso che si chiude con “Italia”, cui fa da contraltare l’ultimo che si chiude con “Kastalia”, fonte sacra del Parnaso cara alle Muse e ad Apollo, racchiude in un unico inno la musicalità e la poesia, nate in Grecia e approdate poi, attraverso Roma e l’Italia, nell’Europa intera.


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