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LETTERATURA: Heine in Italia e la sua predilezione non solo per le sue “bellezze” naturali… (2a puntata)

28 Novembre 2009

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Se uno si immagina un poeta “romantico”, con a disposizione pochi mezzi economici, ma pervaso da una febbrile inquietudine, non può pensare che a Heinrich Heine, considerato dalla critica uno dei più grandi lirici che abbia espresso l’Ottocento tedesco, secondo solo all’inarrivabile Wolfgang Goethe.

Con in tasca la laurea in giurisprudenza, utile solo a procurargli un ricco premio in denaro da parte dello zio-banchiere Salomon, Heine decide di conoscere l’Europa e, partendo da Amburgo, si reca nella vicina Inghilterra (1827). In questa Nazione, considerata già allora socialmente e politicamente all’avanguardia, non riesce a reprimere l’istinto del giornalista “in pectore”, portato com’era a cogliere lo spirito delle cose. L’occasione era ghiotta; finalmente poteva rendersi conto di persona delle condizioni socio-politiche di cui parlavano i ceti più illuminati d’Europa. Gli articoli relativi a questa esperienza, usciti in gran parte in “Neue allgemeine politische Annalen”, saranno poi raccolti come “Englische Fragmente” e pubblicati integralmente come “Nachträgen zu den Reisebildern” (appendici alle impressioni di viaggio), che costituirà il quarto volume dei “Reisebilder”.   Dalla terra di Albione deciderà, nella primavera del 1828, di ripartire verso sud, e, attraverso la Germania e l’Austria, puntare verso l’Italia, allora meta prediletta di molti poeti europei. Heine, che si portava dietro le stimmate dell’ebreo “errante”, sembra non scampare alla sorte che accompagnava da sempre questa genia umana, un destino nel suo caso reso ancora più amaro da una salute precaria, cui erano da addebitare ricorrenti quanto repentini cambiamenti di stati d’animo, che ne faranno presto un nevrastenico. Periodicamente preda di pesanti crisi esistenziali, proprio in questo periodo rivolgerà la sua attenzione alla Bibbia e soprattutto alla storia della Rivoluzione Francese, rivisitando le fonti di Thiers e Mignet. Alla sua esperienza italiana, durata fin quasi la fine di quell’anno, sono dedicati il terzo volume dei “Reisebilder”, e parte del quarto. Sarebbe così cominciato per lui, che collaborava da anni con riviste e giornali, un periodo d’intenso impegno contraddistinto dall’invio al suo editore Cotta di una serie nutrita di articoli e servizi. In questo periodo a essere privilegiata sarà la prosa, che consacrerà in lui “l’inventore” del giornalismo letterario, quel giornalismo che in tempi moderni avrebbe caratterizzato le terze pagine dei giornali. Si trattava per l’occasione di “quadri” ideali con i quali si proponeva di partecipare ai lettori, con un linguaggio gradevole e sempre venato d’ironia, stati d’animo, impressioni e riflessioni sulle persone che incontrava, sugli eventi di cui era testimone, sulle caratteristiche ambientali – monumenti compresi – delle città e dei paesaggi ammirati. Fin dalla partenza da Monaco di Baviera, aveva deciso di porsi come norma comportamentale quella massima cui aveva ispirato la sua “carriera” di giornalista e che così bene aveva riepilogato nel primo capitolo di questo suo particolare “diario”: “Simile a un Bramino in penitenza, che offre il suo corpo agli insetti parassiti, in modo che anche queste creature di Dio si sazino, ho spesso per intere giornate tenuto testa alla più fatale gentaglia e li ho ascoltati pazientemente; sapendo che i miei sospiri interiori erano compresi solo da Lui, l’unico capace di   ricompensare   la virtù…”.

Appressandosi ai confini italiani ha avuto l’impressione di ridestarsi a nuova vita, in sintonia con la primavera da poco esplosa. Senza dubbio era piacevolmente sorpreso nel constatare il mutamento che via via si verificava nel suo animo alla vista delle Alpi tirolesi e registrerà puntualmente strane suggestioni: “Mentre stavo seduto pensieroso, spesso era come se vedessi un meraviglioso volto giovanile fare capolino da quelle montagne…Una volta addirittura nel crepuscolo dorato, lo ho addirittura visto sulla cima delle Alpi, a grandezza naturale, il giovane Dio della primavera, con la testa felice incoronata da fiori e alloro e con occhi sorridenti e bocca fiorente mi ha gridato: ‘Ti amo, vieni in Italia!’”. In Italia Heine, come era già successo a Goethe, che aveva messo in bocca alla giovanissima Mignon il famoso verso “Conosci il paese dove fioriscono i limoni?”, avrebbe ritrovato le tracce di quel “classicismo” che rimane la vera ed unica fonte di bellezza imperitura. Al grande connazionale di Weimar, che venendo in Italia aveva seguito fino a Verona il suo stesso itinerario, renderà doveroso omaggio riconoscendo che il suo “Viaggio in Italia” rimaneva un esempio irraggiungibile di letteratura naturalistica. Heine, una volta in Tirolo, avrà modo di rendersi presto conto della bonaria semplicità dei suoi abitanti e non può fare a meno di esprimersi su di essi con la sua sconcertante leggerezza, frammista di sferzante ironia:“I Tirolesi sono belli, franchi, bravi e di   inspiegabile grettezza d’animo. Sono una sana   razza di uomini, forse perché sono troppo stupidi per potersi   ammalare…”. Già nel Sud Tirolo avverte nuove sensazioni; l’Italia ormai era vicina, clima e temperatura ne anticipavano le caratteristiche che la avevano da sempre resa un paese di sogno e una meta   ideale per i Tedeschi. Era una domenica pomeriggio quando si ritrova a Trento e, aggirandosi per le vie di quella città dove si parlava tedesco,  nota con somma sorpresa che   il paesaggio e la città stessa non gli risultavano sconosciuti. Soprattutto i volti delle anziane donne gli ricordavano quelli degli antichi quadri italiani da lui ammirati nella fanciullezza nella Galleria di Düsseldorf. Qui ha subito modo di ammirare le “Trentine”, dolcissime ragazze dagli occhi languidi e neri, che perfino nel loro incedere tradiscono una voluttuosa sensualità. Da queste creature,  proprio lui che per il sesso debole ha da sempre nutrito una particolare predilezione, rimane letteralmente affascinato, riconoscendo in loro un ideale di donna che era il suo: “Le Trentine mi piacquero moltissimo. Era proprio il tipo che io amo: – ed io amo quei volti pallidi, elegiaci, dove i grandi occhi neri brillano così intrisi di amore; amo anche la carnagione bruna di quei colli fieri, amati e baciati già da Febo; amo perfino quelle spalle generose punteggiate da macchioline purpuree come se uccelli cupidi vi avessero becchettato; ma più di qualsiasi cosa amo quell’andatura geniale, quella silenziosa musica del corpo, quelle membra che si muovono con ritmi dolcissimi, esuberanti, creature flessuose, divine, sciatte, pigre da morire, e poi di nuovo eteree, sublimi, e sempre altamente poetiche. Amo tutto questo quanto la poesia stessa, e quelle figure melodicamente in movimento, quel meraviglioso concerto umano che mi passava   accanto, ha trovato la sua eco nel mio cuore, risvegliando toni familiari”. Questa esperienza edificante, descritta in modo esemplare e contrassegnata da figure dai tratti così gentili da poter ergersi a muse ispiratrici della sua poesia, costituirà il prologo di una delle pagine più divertenti dell’intero viaggio in Italia. Si tratta del resoconto di un  incontro con un “meraviglioso Trio” di musica di strada, che gli darà modo di creare un altro quadro divertente e simpatico, frutto della sua innata capacità di dare letteralmente un corpo e un’anima ai personaggi descritti. I tre musicisti, casualmente incontrati, erano impegnati nell’esecuzione di  un brano tratto da un’Opera Buffa (in italiano nel testo), da ascrivere molto probabilmente a Rossini, compositore molto apprezzato da Heine che, nel definirlo   “divino Maestro”, si scusa a nome dei suoi compatrioti incapaci di capirne la genialità.   Questo incontro occasionale gli darà modo di fare un excursus sulla musica italiana e sul suo intrinseco significato: “A dire il vero per amare   la musica italiana di oggi e capirla attraverso l’amore bisogna avere davanti agli occhi il popolo stesso, il suo cielo, il suo carattere, le sue sembianze, le sue sofferenze, le sue gioie, in breve tutta la sua storia a partire da Romolo, fondatore del Sacro Romano Impero, fino ai tempi più recenti quando l’Impero stesso   andò in rovina a causa di Romolo Augustolo II. Alla povera Italia, resa schiava, viene   vietato di parlare e può esprimere i sentimenti solo attraverso la musica. Tutta la sua ira contro il dominio straniero, il suo entusiasmo per la libertà, il suo furore nei confronti del senso di impotenza, la sua nostalgia nel ricordare i fasti di un tempo e quindi la sua prudente speranza, il suo origliare, il suo desiderio di aiuto, tutto questo si cela in quelle melodie che spaziano da ebbrezza di vita grottesca a delicatezze elegiache per finire   in quelle pantomime, che ondeggiano tra carezze compiacenti e furia minacciosa”. A coronare questo colorito excursus storico-musicale, pertinente e lucido al contempo, arriva inaspettata la deliziosa descrizione dell’approccio con la bella e giovane arpista, l’unica donna del trio, oggetto fin da subito di   sguardi, che  di certo non tradivano interesse solo per le sue doti musicali… Si tratta di un brano divertente, pervaso com’è da uno strisciante quanto giocoso erotismo, che si dipana con estrema leggerezza, provocando alla fine qualche inevitabile sorriso di malizioso ammiccamento: “La giovane arpista deve aver ben notato che io, mentre lei cantava e suonava, spesso avevo  indirizzato lo sguardo verso la sua rosa del seno, e quando, ad esibizione conclusa, sul piattino di zinco, con cui raccoglieva il suo onorario, feci cadere una moneta, che non era così insignificante, sorrise furbescamente chiedendomi se non volessi la sua rosa? A dire il vero sono l’uomo più gentile del mondo e mai avrei voluto offendere una rosa, anche se si trattava di una rosa che aveva   perso un po’ del suo profumo. E anche se, così pensai, non ha un odore freschissimo e non è più tanto virtuosa, cosa   importa ad uno come me che ha il raffreddore cronico! Del resto sono solo gli uomini a prendere sul serio cose del genere. La farfalla non chiede al fiore: Ti ha già baciato qualche altro? Ed il fiore non chiede: hai già impollinato qualche altra? A tutto questo si aggiunge il fatto che arrivò la notte e di notte, pensai, tutti i fiori sono grigi, dalla rosa peccaminosa al virtuoso prezzemolo. Per farla breve ho detto alla piccola arpista: ‘Sì, signora’ (in italiano nel testo)” – – –

Il viaggio continua poi verso Milano, Genova e la dorsale appenninica, per concludersi in Toscana, regione a cui sarà riservata una parte consistente di questa personalissima antologia di appunti, che si articola in due parti: “Die Bäder von Lucca” e “Die Stadt Lucca”, cui faranno seguito le “Florentinische Nächte”, pubblicate poi nel terzo volume del “Salon” (1837). Dell’Italia Heine conserverà un ricordo indelebile, che ripercorre con un pizzico di nostalgia nelle sue memorie: “Heinrich, Harry, Henry – tutti questi nomi suonano bene, se vengono pronunciati da labbra belle. Ma suona meglio di tutti Signor Enrico (in italiano nel testo). Così mi chiamavo in quelle notti d’estate di azzurro chiaro, trapunte di stelle d’argento in quel Paese nobile ed infelice, patria della bellezza e di Raffaello Sanzio di Urbino, di Gioacchino Rossini e della Principessa Cristina Belgioioso” – . Le sue impressioni sul viaggio in Italia, da lui giustamente definite “Bilder”, termine che in lingua tedesca può   essere tradotto sia con “immagini” sia con “quadri”, finiscono così con lo spaziare in ambiti molto diversi e, ad essere sinceri, hanno poco di meramente turistico. Sotto certi aspetti costituisce una sorprendente eccezione l’attenzione da lui dedicata al duomo di Milano: “a dire il vero non posso fare a meno di citare una particolarità di Milano, che sotto ogni aspetto è la più grande – Si tratta del duomo. Da lontano sembra che sia ritagliato in cartone bianco e da vicino si rimane attoniti nel rendersi conto che questo capolavoro di intaglio sia di marmo vero e proprio…La migliore vista la offre al chiarore della luce di mezzanotte, allora tutte le bianche creature di pietra scendono dalle loro altezze da capogiro e ti accompagnano sulla piazza e ti sussurrano nell’orecchio vecchie storie, storie buffamente sacre, molto segrete su Galeazzo Visconti, che ha iniziato la costruzione del duomo e di Napoleone Bonaparte che in seguito l’ha portata avanti…. Il completamento del duomo fu un’idea cara a Napoleone e non era così distante dal realizzarla quando il suo dominio fu spezzato…”. Da Milano il suo viaggio prosegue per Genova e anche di questa città ci lascia un’immagine pregnante nella sua lucida stringatezza: “Questa città è antica senza antichità, stretta senza intimità e brutta oltre ogni immaginazione. È costruita su una roccia, ai piedi di montagne ad anfiteatro, che abbracciano allo stesso tempo il più bel seno di mare. I genovesi hanno così avuto dalla natura il porto più bello e più sicuro….”


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Heine in Italia e la sua … — 28 Novembre 2009 @ 13:13

    […] Fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Heine in Italia e la sua … […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 28 Novembre 2009 @ 23:00

    Ancora un lavoro scrupoloso, ampio, ricco di implicazioni umane e letterarie, con molteplici ed intelligenti riferimenti, con considerazioni acute e profonde. Ci viene brillantemente offerto un quadro esauriente e di grande interesse in ordine ad un autore, che viene considerato tra i maggiori esponenti della Giovane Germania.

    Felicemente analizzato e stigmatizzato, tra l’altro, il grande lirismo romantico di Heine, che vide la fantasia ed il sentimento “moderati” da un certo cerebralismo ed anche e soprattutto dall’ironia.

    Gian Gabriele Benedetti

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