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Letteratura: Heinrich Heine, gli ultimi anni della sua “via crucis” (6a puntata)

17 Gennaio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Proprio nella primavera del 1848, approfittando di un momentaneo miglioramento, aveva voluto mettersi alla prova, osando una passeggiata nel centro di Parigi. Tuttavia sopraffatto presto da una improvvisa stanchezza, aveva deciso di cercare un momento di riposo ed era entrato nelle stanze del Louvre poste a pianterreno, proprio dove campeggiava la statua della Venere di Milo. Doveva essere la sua ultima uscita, prima di rincantucciarsi per sempre su un giaciglio, su cui, per rendergli meno doloroso questo suo “giacere senza riposo”, venivano accatastati con cura pile di materassi. In quella condizione non gli restava che osservare: “Morire non è una infelicità, ma lo è la sofferenza di anni prima che si arrivi alla morte”. Ormai sapeva quello che lo aspettava e, pur cercando di risparmiare il più possibile la madre, era dell’avviso che fosse arrivato il momento di parlare chiaro con l’amata sorella. Così il 12 giugno 1848 decideva di scriverle una lettera impietosa: “Ieri l’altro ho comunicato in una lettera a Campe che lui stesso Ti deve informare sulle mie reali condizioni di salute; mia moglie ha voluto che io non Ti intrattenessi più a lungo con notizie illusorie, necessarie per risparmiare la madre, in modo che se succede l’irreparabile Tu non sia impreparata. Questo evento, cara   bambina, speriamo che non avvenga tanto presto e che   mi possa trascinare per una dozzina d’anni così come sono, se Dio vuole. Da 14 giorni sono   paralizzato al punto da dover essere trasportato come un bambino; le mie gambe sono come cotone. I miei occhi terribilmente malati… Se muoio in queste condizioni, la mia fine è ancora meglio di quella di 1000 altri…”. Con la madre, a cui scriverà subito dopo (26 giugno), il tono sarebbe stato diverso, impegnato com’era a rassicurarla sugli eventi “rivoluzionari” che aveva già avuto modo di anticiparle e che adesso stavano incendiando Parigi: “dato che a Parigi ha avuto luogo un grande bagno di sangue e Tu sei sicuramente preoccupata per me, allora mi affretto a comunicarTi che noi abbiamo trascorso le tre terribili giornate in grande sicurezza e che io adesso aspetto nella più totale tranquillità la fine degli eventi… Il mondo è pieno di disgrazie e ci si dimentica addirittura di se stessi”. Con la sensibile Caroline Jaubert,   da lui chiamata “la piccola fata”, una delle tante signore affascinate dalle sue poesie e a lui affettuosamente legate, riuscirà ad essere ancora più franco. Nella lettera indirizzatale il 19 settembre 1848 da Passy, dove si trovava per un breve periodo di riposo, sempre alla ricerca di luoghi che potessero mitigare le sue sofferenze, parla con la massima serenità di un futuro che ormai vede prossimo: “Non vorrei essere sepolto a Passy. Il cimitero del luogo deve essere veramente noioso. Vorrei esserlo nelle vicinanze del cimitero di Montmatre, che io da tempo ho scelto come mia ultima dimora. I miei spasimi non sono cessati, ma al contrario si sono estesi sulla colonna vertebrale e sono arrivati fino al cervello, dove probabilmente hanno recato danni più gravi di quelli che io stesso riesco ad accertare. Sorgono pensieri religiosi…”.  Al fratello Maximilian doveva fare il 3 dicembre un’agghiacciante confessione: “Carissimo Max! Tu non hai idea di quanto io abbia sofferto e di quanta forza di carattere abbia investito per farvi fronte. Solo per riguardo a mia moglie non ho posto fine a queste sofferenze, come sarebbe consentito ad una persona che non ha più speranza alcuna di poter di nuovo godersi la vita ed il cui cuore inoltre appassisce per alcune ferite inguaribili…”.  Ma il suo orgoglio personale, nonostante questi colpi durissimi al suo stato di salute, rimaneva immutato. Anzi informato su alcune false notizie di stampa apparse in Germania sia sul suo stato di salute sia su una sua presunta indigenza, si era affrettato a fare una pubblica precisazione, affidandola al collega Gustav Kolbe con preghiera di farla pubblicare come inserzione a pagamento sul “Augsburger Allgemeine Zeitung”. Nella lettera del 17 aprile 1849, con cui si rivolgeva all’amico giornalista, aveva trovato perfino il tempo per qualche battuta umoristica: “Qui è tutto calmo, visto che abbiamo quello che vogliamo e persino un vecchio Bonapartista come me, può ritenersi contento se sente gridare Viva Napoleone! Al Comunismo le cose vanno altrettanto bene, anche se si lamenta per i tempi malvagi. Noi tutti non abbiamo più soldi e quindi esiste de facto l’uguaglianza comunista. Abbiamo pure donne in comune; solo i mariti non ne sono ancora al corrente…”. La precisazione pubblicata alcuni giorni dopo, il 25 aprile,   rappresentava chiaramente uno scatto di orgoglio e, pur contenendo una serie di amare riflessioni sulle sue condizioni di salute, si imponeva per l’ironia spesso beffarda con cui le stesse venivano articolate: “…In alcuni momenti, specialmente quando gli spasimi nella spina dorsale si fanno particolarmente sentire, mi attraversa il dubbio se l’uomo sia veramente un Dio a due gambe come mi aveva assicurato 25 anni fa l’esimio professore Hegel. A maggio dell’anno scorso sono stato costretto a mettermi a letto e da allora non mi sono più alzato. Nel frattempo, lo voglio francamente ammettere, si è verificato in me un grande cambiamento: non sono più un bipede divino; non sono più il ‘Tedesco più libero dopo Goethe’, come mi aveva definito Ruge quando stavo bene; non sono più il grande miscredente Nr.I2, paragonato con Dioniso incoronato da un tralcio di vite, mentre al mio collega Nr. 1 si dava il titolo di un Giove granducale di Weimar; non sono più un Elleno amante della vita, un po’ corpulento, che derideva il triste Nazareno – adesso sono solo un povero ebreo gravemente malato, un’immagine travagliata del dolore, un uomo infelice!…”. Ma neppure in quella situazione di quotidiana sofferenza sarà capace di restare indifferente alla nuova fiammata politica che sembrava dovesse da un momento all’altro incendiare tutta l’Europa, ma   che non era riuscita neppure a sfiorare la Nazione tedesca. Nella poesia sull’ottobre del 1849 c’è un preciso riferimento alla “sua” Germania, dove il tempo sembrava essersi fermato, e a dominare era sempre la feroce restaurazione imposta con il Congresso di Vienna; il Paese sembrava quasi narcotizzato e   continuava   a   non accorgersi di quanto gli stava accadendo attorno:  

Nell’ottobre 1849

Placato si è il   forte vento,
E a casa tutto ridiventa tranquillo;
Germania, la grande bambina,
Si rallegra di nuovo per i suoi alberi di Natale.

…

La poesia finisce con una presa d’atto inconfutabile, quasi un consiglio che il poeta vuole darsi   per rendere meno amara quella dura constatazione:

Stai pure tranquillo poeta, tutto ciò ti riguarda-
Sei così malato, e tacere sarebbe più saggio.  

* “Lazarus”  

Il 1850 ha inizio con un auspicio contenuto nella lettera del 21 gennaio indirizzata alla madre. Nel ricambiare agli auguri di rito per l’anno nuovo, aggiunge: “Conceda il cielo che si concluda tranquillo e senza eventi terribili. Per quanto mi riguarda questo nuovo anno non ha ancora assunto un suo carattere e si preannuncia sgradevole e melanconico come il precedente”. Più articolata la lettera inviata il 25 gennaio all’amico scrittore Heinrich Laube, nominato nel frattempo direttore del teatro di Vienna. Purtroppo, come era ormai consuetudine, non aveva   buone notizie da comunicare per quanto riguardava il suo stato di salute, ma la nomina a quell’incarico prestigioso gli offriva l’occasione per rompere un lungo silenzio, giustificandolo con dati di fatto inoppugnabili: “…le voci che circolano sulla mia salute sono purtroppo più che vere: da più di un anno e mezzo sono a letto, piegato giorno e notte da terribili dolori, paralizzato completamente nelle membra. Spasimi continui, le contrazioni più ripugnanti, una cecità completa – una disgrazia che raramente si verifica negli annali dell’umana sofferenza, una disgrazia   indicibile, terribile, pazzesca!”. Ma con l’amico voleva parlare   soprattutto della mutazione intima che aveva subito. La sua sarà una confessione sofferta ma per certi versi compiaciuta. Egli era pienamente convinto che per quanto riguardava il suo ritorno ad un Dio “personale” si trattava di una vera e propria conquista, cui non poteva essere stata estranea la situazione disperata di cui era vittima: “…anche nelle mie opinioni e idee religiose si è verificata una rivoluzione di febbraio, dove io al posto di un   principio precedente, che una volta mi lasciava piuttosto indifferente, ho elaborato un nuovo principio, da me seguito a sua volta non in modo fanatico e da cui il mio stato d’animo non ha potuto all’improvviso essere trasformato: per illustrarTi la questione in modo conciso, Ti dico che   ho messo da parte il Dio hegeliano o piuttosto l’assenza hegeliana di Dio e al suo posto ho ripreso il dogma di un Dio reale, personale, che è al di fuori della natura e dell’anima dell’uomo…. Hegel per quanto mi riguarda è caduto molto in basso e ad essere florido è adesso il vecchio Mosé. – Avessi tuttavia accanto a Mosé anche i suoi Profeti!…”.  Con l’amico Leopold Wertheim, un medico austriaco che lo aveva in cura, il tono non si differirà molto. In una lettera del 15 marzo era costretto ad ammettere di trovare un po’ di sollievo solo assumendo dosi sempre più massicce di morfina: “La mia condizione è così tragica che io stesso comincio ad avere compassione di me, cosa che finora il vecchio orgoglio non consentiva. Di medicine non ne prendo più, non mi possono aiutare né medici né farmacisti. La mano di Dio è pesante con me; ma tuttavia sia fatta la sua santa volontà”.

Heine sarebbe pian piano diventato una larva di uomo sulla cui pelle, che mal sopportava   il rasoio, cominciava a crescere una barba grigia. Lo aspettano anni duri, momenti di insopportabile dolore, alleviati   solo grazie a generose dosi di morfina. Il poeta, che neppure in quei momenti cruciali rinuncerà alla sua proverbiale “ironia”, diventava a poco a poco una reliquia vivente, a cui si avvicineranno con commosso rispetto e tanta ammirazione schiere sempre più fitte di intellettuali e di semplici lettori, ammaliati dai suoi scritti ed estasiati dalle sue poesie. Costretto a vegetare in condizioni sempre più precarie, gli rimaneva a disposizione solo la battuta, sempre pungente, cui attingeva   per esprimere motivi di profonda riflessione, che costituiranno una dolente testimonianza del suo essere: “Un fiore stanco è un po’ reclinato, ma per nulla sfiorito che affonda ancora saldamente le sue radici nella verità e nell’amore”.

Al dottore che lo aveva amorevolmente in cura troverà la forza di consegnare una notazione improntata ad un amaro umorismo: “Lei conosce in generale i nervi, ma i miei sono di natura molto infelice al punto da convincermi che in una mostra essi vincerebbero la medaglia d’oro per dolore e disgrazia”.   Lucido fino all’ultimo istante riuscirà a compiacersi di quelle innate doti che gli avevano consentito di consegnare all’umanità intera versi immortali: “Il mio corpo soffre pene indicibili, ma la mia anima è tranquilla come uno specchio e ha qualche volta anche le sue belle albe ed i suoi bei tramonti”.

Continuava in questo modo il lento “calvario”, punteggiato da   una notevole produzione letteraria pubblicata sottoforma di “Geständnisse, Lamentationen, Lazarus-Lieder”, attività che sarebbe culminata nella antologia poetica Romanzero”.  Nella relativa postfazione, scritta il 30 settembre 1851, turba l’umore nero con cui Heine descriveva la sua situazione: Da tempo mi hanno preso le misure per la cassa da morto e per il necrologio, ma muoio così lentamente, che una cosa del genere   diventa proprio noiosa   per me e per i miei amici. Ma pazienza, ogni cosa ha la sua fine. Una mattina troverete chiusa la bottega dove spesso le marionette del mio umore vi facevano tanto divertire…”. Nello stesso scritto sembra esserci un ulteriore tentativo di conciliazione e un chiaro accenno sul suo ormai da tempo accarezzato ritorno a Dio: “Quando si giace sul letto di morte, si diventa sensibili e teneri e ci si vorrebbe riappacificare con Dio e il mondo. Lo confesso ho offeso qualcuno, morso qualche altro e non sono stato un agnello. Da quando io stesso sono bisognoso della misericordia di Dio, ho concesso a tutti i miei nemici l’amnistia… Sono ritornato a Dio come il figliol prodigo, dopo aver per anni pascolato i porci hegeliani?… Per quanto mi riguarda non posso vantarmi di nessun progresso particolare in politica; sono rimasto fedele agli stessi principi democratici, osservati nella mia prima gioventù e per i quali da allora mi sono sempre esaltato. Nella teologia al contrario mi devo accusare di regressi, riandando, come già ammesso, alla vecchia religione, ad un Dio personale. Questo non si può negare come ha cercato di fare qualche amico illuminato e benpensante. Devo tuttavia   confutare alla lettera la diceria che i miei regressi mi abbiano portato fino alla soglia di qualche chiesa o addirittura nel suo grembo. No, le mie convinzioni e idee religiose sono rimaste libere da qualsiasi dottrina; nessun tocco di campane mi ha attirato, nessuna candela di altare mi ha abbagliato”.

Senza più un barlume di speranza circa una possibile guarigione, pensava ormai di affidarsi completamente alla misericordia di Dio e   sprofonderà sempre di più in quella che sarà da lui stesso definita una “tomba di materassi”, dove appassisce con inesorabile lentezza, come un fiore reciso. In quelle condizioni affida alle “Zweites Buch: Lamentationen” una fredda quanto lucida considerazione:  

La felicità è una puttana leggera,
E non sosta volentieri nello stesso posto;
Ti accarezza i capelli liberandoti la fronte
E ti bacia veloce e scappa via.

La signora infelicità al contrario
Ti ha stretto amabilmente al cuore:
Dice di non avere fretta alcuna
Ti si siede accanto al letto e lavora a maglia.  

Ormai era arrivato al capolinea e il mondo gli appariva in tutta la sua tragica caducità. In quelle condizioni, senza fare a meno di quella ironia ormai sempre più flebile con cui era solito difendersi da ogni tipo di commiserazione, si aggrappa volentieri ad alcuni versi resi immortali da Omero:  

Epilogo  

La fama riscalda la nostra tomba.
Parole sciocche! Pazzia pura!
Un calore migliore lo dà
Una mungitrice di vacca, che innamorata
Ci bacia con labbra grosse
E odora distintamente di merda.

        ….

Vivere come il servo più disgraziato
 Nel mondo di sopra è meglio
Che nelle acque dello Stige
Essere Führer delle ombre, un eroe
Quello che ha cantato perfino Omero.  

* “Gedichte” 1853 – 1854  

Il suo era ormai un bisogno insopprimibile di pace; non vuole più illudersi, è semplicemente stanco di vivere ed esprime questa sua tragica esigenza in una poesia di disarmante crudezza:  

Anelando pace

Fai sanguinare le tue ferite, fai
Scorrere le lacrime ininterrottamente-
Segreto piacere è intriso nel dolore,
E piangere è un dolce balsamo.

…

Il frastuono del giorno si spegne, scende
La Notte con lunghi veli.
Nel suo grembo non ci sarà birbante,
Né balordo a disturbare la tua quiete.

 â€¦.

 Oh tomba, tu sei il paradiso
 Per orecchie riservate, delicate-
 La morte è buona, ma sarebbe stato meglio,
 Se la madre non ci avesse mai partorito.  

* “Gedichte” 1853 – 1854  

Neppure maggio, quel mese tanto amato, e con esso tutti quegli aspetti cui aveva un tempo dedicato tanti versi sublimi, gli saranno più di conforto. Ormai non riconosceva più quel mondo che, insensibile al suo tormento,   continuava a ripercorrere i suoi cicli vitali:                      

A Maggio  

Gli amici, che ho baciato e amato,
Essi mi hanno fatto la cosa più orribile,
Il mio cuore si spezza: e tuttavia lassù il sole,
Sorridendo saluta il mese del piacere.

La primavera è in fiore. Nel bosco verde
Risuona il gioioso canto degli uccelli,
E fanciulle e fiori sorridono lieti –
Oh bel mondo, sei ripugnante!

* “Gedichte, 1854”  

Saranno ancora i versi a   dare l’esatta dimensione di quel dramma umano, affrontato con la solita leggerezza e condito dalla sua immancabile ironia; l’unico desiderio che sembrava ancora pervaderlo era quello di morire, l’unico modo ormai per porre fine a quel tormento:

Miserere

Non invidio i figli della felicità
Per la loro vita, invidiare
Li voglio solo per la loro morte
Quel rapido dipartirsi senza dolore.

…

O Dio, abbrevia il mio tormento
In modo che mi si seppellisca presto;
Tu   sai bene, che nessun talento
Per il martirio ho

* “Aus der Matratzengruft”  

A fargli compagnia la fedele Matilde, che non si stancherà mai di accudirlo e di somministrargli dosi sempre più massicce di morfina. Anche in questo caso Heine riesce a tradurre in poesia la drammatica scena, immaginando due giovani fratelli, la morfina e la morte, intenti ad intrattenersi   al suo capezzale.


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1 commento

  1. Commento by Jacopo Giovanni Romani — 17 Gennaio 2010 @ 19:53

    Salve! Complimenti per il sito! Qualche settimana fa vi ho inviato una proposta di collaborazione alla vostra mail. Desiderei sapere se avete avuto modo di leggere la mail. Eventualmente vi chiedo gentilmente di contattarmi.
    Grazie e cordiali saluti.
    Jacopo Giovanni Romani
    jacopo.romani@net1news.org

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