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Letteratura: Heinrich Heine: Ultimi sprazzi di terrena felicità grazie alla diletta “Mouche” (7a e ultima puntata)

30 Gennaio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]    

A dargli qualche attimo di felicità negli ultimi mesi della sua vita sarà Elise Krinitz, una giovane signora dalle oscure origini, che sosteneva di essere nata a Praga come figlia illegittima di un Conte e poi adottata da una famiglia parigina. Questa trentenne, di buona cultura, amante di letteratura e di musica (suonava il pianoforte), era stata attratta come tante altre più o meno giovani fanciulle dalla fama che aleggiava intorno a quel Poeta gravemente malato, diventato nel frattempo una icona della cultura europea. La visita di questa signora a colui che con le sue liriche aveva fatto breccia nel cuore   di tante anime sensibili, costituirà un ultimo insperato regalo in grado di alleviare gli ultimi sette mesi di vita di Heine. Da una scintilla di umana simpatia avrà così inizio una relazione che, cominciata in sordina, acquisterà via via, per uno di quei misteri che accompagnano da sempre l’umana avventura, i contorni di una storia d’amore sorprendente e irresistibile al contempo. La giovane, una volta fattasi annunciare, gli si era seduta accanto, l’unico modo forse per risparmiare inutile fatica al poeta che poteva fare affidamento su una vista ridotta al lumicino e su una voce sempre più flebile. Scena quella ormai di routine per la famiglia Heine, confortata dalle numerose visite che si susseguivano al capezzale dell’illustre infermo. Il poeta sembrava gradire quelle manifestazioni di affetto e si sentiva gratificato da visite, che, quando non era tormentato da dolori lancinanti, gli procuravano attimi di tonificante distrazione. Ma la visita della Krinitz, pur nella sua brevità,   non era scivolata via   come quella delle altre e questo il poeta lo aveva avvertito subito. Nella lettera del 20 giugno 1855, da lui personalmente scritta nonostante l’incipiente   buio di occhi sempre più malridotti e una mano incerta, ritroviamo elementi inconsueti, preceduti da un deciso rimpianto per aver troppo poco goduto della visita di una persona che aveva provocato in lui uno strano turbamento. Rimpianto che viene subito seguito da un desiderio altrettanto forte; il poeta con tono quasi perentorio chiede di rivederla prima possibile e, per renderle più agevole l’esaudimento di questo suo desiderio, si dichiara disponibile a riceverla in qualsiasi momento. All’improvviso abbiamo davanti un Heine diverso da quello che eravamo abituati a vedere proprio in un periodo contraddistinto da tanta sofferenza; in modo miracoloso dalle ceneri di un poeta terribilmente fiaccato da una grave malattia doveva venir fuori un uomo con pulsioni e desideri creduti ormai definitivamente spenti. Per certi versi questo incontro sembra venire a coronare un desiderio da tempo accarezzato e timidamente espresso. La prima lettera inviata da Heine alla sua sconosciuta visitatrice ci restituisce per un attimo il poeta dei “Lieder”, il giovane timidamente innamorato della cugina Amalia, il corteggiatore discreto e gentile della Principessa Belgiojoso: “Cara amabile e charmante Persona! Mi dispiace molto di averla ultimamente potuto vedere solo per pochi attimi. Lei ha lasciato un’impressione estremamente favorevole ed io ho nostalgia del piacere di rivederLa presto. Se Le fosse possibile, venga già domani, in ogni caso quanto prima il Suo tempo glielo consenta, si annunci come ha già fatto. Sono disponibile a riceverLa ad ogni ora del giorno. L’orario preferito sarebbe per me a partire dalle ore 4 fino a quando Lei vuole. Nonostante le mie sofferenze agli occhi Le scrivo personalmente, dato che in questo momento non ho a disposizione un fido segretario… Non so per qual motivo la Sua affettuosa partecipazione mi faccia così bene ed io, uomo superstizioso, mi voglio illudere che una fata benevola mi abbia   fatto visita in un’ora infelice. Era proprio quella l’ora giusta. – O Lei è una strega malvagia? Devo saperlo presto. Suo Heinrich Heine”. Provocano meraviglia le espressioni usate dal poeta per tentare un approccio con una persona vista per la prima volta e soprattutto il suo aggrapparsi ad un incontro, che, pur nella sua brevità, era stato – almeno per lui – così intenso. Per quei misteriosi canali che nessuno conosce e davanti a cui si rimane semplicemente allibiti, sembra si facciano strada nel suo corpo martoriato impulsi da tempo sopiti che   lo spingono ad esprimere senza parafrasi una irresistibile voglia di rivedere quella creatura “amorevole”, per usare un aggettivo molto caro al suo linguaggio romantico. Egli di certo non   fa nulla per bloccare sul nascere quella “pazzia” e cerca di assecondare quel desiderio irresistibile, che si dimostra talmente forte da spingerlo a prendere la penna per tentare un auspicabile ulteriore approccio. Butta così con estrema fatica alcune righe, intimamente “costretto” ad esprimere quel bisogno strano e insopprimibile di rivedere prima possibile l’eterea sconosciuta che lo aveva così profondamente turbato. Sorprende la franchezza che caratterizza quell’improvvisato biglietto, da cui trasuda tra l’altro una   trepidante attesa. Quel rendersi disponibile a qualsiasi ora, al di là dei rigidi orari di visita raccomandati di solito ad un malato grave come lui, era già un chiaro segnale di quanto fosse interessato a rivedere prima possibile quella “persona”. Era proprio questo infatti il   termine usato da Heine, che, rivolgendosi a quella signora, usa un sostantivo tedesco generico, “Person”, avendo tuttavia cura di farlo precedere da due aggettivi – “amorevole” e “charmante” -, che ne determinano la valenza. Grazie a questi due aggettivi quella “persona” ancora avvolta in un alone di mistero riceve un volto e un’anima. Heine stesso non riesce a rendersi perfettamente conto del significato di quella apparizione e soprattutto del motivo di quel suo “turbamento”. Ne prende atto e rimane in attesa di ulteriori sviluppi; solo il tempo potrà svelare, come egli stesso aggiunge chiudendo la lettera, se si è trattato dell’apparizione di una “fata” benevola o di una “strega” malvagia. A questo punto è secondario indagare sulla personalità di quella sconosciuta e sui veri motivi che l’hanno spinta ad avvicinarsi ad un poeta costretto da tempo a languire su un giaciglio di materassi. Preferiamo lasciare avvolti nel mistero i tanti perché di cui è fin dall’inizio intrisa questa “storia” e volutamente vogliamo limitarci a registrare la disponibilità   della Krinitz a rispondere a quell’appello del poeta e a rendere quel rapporto sempre più confidenziale, finendo per provocare in lui un disperato bisogno di tenerezza. Il dato di fatto indiscutibile resta che proprio quella signora, che si sarà sentita di certo lusingata per l’interesse dichiaratole, avrebbe finito con l’assumere un ruolo incredibilmente importante per Heine, sempre più soggiogato dalla “matura” fanciulla e di certo non insensibile alle effusioni, anche se purtroppo solo “consolatrici”, di cui avrà modo di godere. Ha inizio così proprio alla fine della sua esperienza umana un periodo contraddistinto da attimi di particolare intensità, dovuti a quella imprevedibile ventata di giovinezza con cui la “Mouche” –   così la chiamerà il poeta, prendendo lo spunto da una “mosca” che aveva scolpita sull’anello-sigillo infilato al dito mignolo -, gli darà l’illusione di coinvolgerlo in una passione “tardiva”. La disinibita signora, oltre ad averlo   conquistato,   finirà col costituire un irrinunciabile motivo se non di pura gioia, almeno di tenero conforto. Molti indizi di questo strano rapporto sono contenuti in una poesia, che potrebbe sembrare per certi versi premonitrice. Un Heine sempre più spettrale ma incredibilmente lucido si era servito dell’allegoria di un fiore per eternare quella che sarebbe diventata una nuova esperienza. Egli parla di “fidanzati elettivi” che si incontrano per volere del destino e non possono fare a meno di amarsi, così come era scritto nel “grande libro” della vita. I due amanti erano quindi predestinati; la signora, il cui posto viene immaginato da Heine sul suo petto, avrebbe così pian piano preso coscienza. Il fiore con cui il poeta l’aveva paragonata, avrebbe   in questo modo raggiunto l’ultimo stadio di un vero miracolo di amore, costituito dalla sua metamorfosi, da creatura vegetale a creatura umana. Sarebbe bastato un bacio, come nelle fiabe più romantiche, a sciogliere l’incantesimo di cui era vittima quel fiore per elevarlo alla condizione umana. Una conclusione questa che sarà tuttavia messa fortemente in dubbio da una serie di condizionali con cui viene espressa e che culminano in   quel “Ti avrei dato un’anima”, espressione da cui si intuisce che qualcosa non deve essere andato per il verso giusto e di conseguenza mancherà proprio quell’ultimo passaggio per rendere la “vicenda” dei due amanti una fiaba a lieto fine. A spazzar via ogni dubbio sull’amara conclusione di quella vicenda arrivano impietose le strofe finali in cui c’è la minuziosa descrizione di un destino che senza riguardo alcuno per l’età e la bellezza strozza la vita dell’amata prima che questa si dispieghi in tutta la sua potenzialità. Al poeta rimane la consolazione, da lui fieramente rivendicata, di non essere soggetto alla dissoluzione del tempo e di essersi conquistato con le sue poesie l’eternità:

I fidanzati elettivi

Tu piangi e mi guardi, e pensi,
Che Tu piangi per la mia disgrazia –
Tu non piangi, donna! Per te stessa sono
Le lacrime che sgorgano dai tuoi occhi.

…

Nel grande libro c’era scritto,
Che ci dovessimo amare l’un l’altro.
Il tuo posto doveva essere sul mio petto,
Qui si sarebbe risvegliata la tua coscienza;
Ti avrei dal mondo vegetale
Liberata, con un bacio, oh fiore, elevato
A me, nella vita superiore –
Ti avrei dato un’anima.

…

Adesso lo so. Dio mio! Tu sei quella,
Che ho amato. Quanto amaro è,
Quando nel momento del riconoscimento
Suona l’ora dell’eterno dividersi!
Il benvenuto è al contempo
Un addio! Noi ci dividiamo oggi
Per sempre. Nessun arrivederci
C’è per noi nell’alto dei cieli.
La bellezza è annientata dalla polvere
Tu ti disperderai,   scomparirai.
Molto diversa la sorte dei Poeti;
La morte non li può annientare del tutto.
Non ci colpisce la terrena distruzione,
Continueremo a vivere nel paese della poesia,
Ad Avalun, il regno delle fate-
Addio per sempre, bel cadavere!                                                                    

* “Gedichte” 1855?

La seconda lettera, scritta il 20 luglio, contiene accenti   in grado di fornire ulteriori elementi utili per tentare una interpretazione più precisa di quella “strana” relazione: “Dolcissima, delicata Mouche! O devo chiamarla invece che secondo l’emblema del suo sigillo, in base al profumo della Sua lettera? In questo caso dovrei chiamarla graziosissima gatta musciata. – Ieri l’altro ho ricevuto la Sua lettera, le zampette della Mouche mi si articolano continuamente in testa e forse addirittura nell’anima. Grazie tante per il molto amore che Lei mi dedica!… Anche io mi rallegro di rivederLa presto… Ah! Se fossi ancora un uomo, questa frase avrebbe un contorno meno platonico. Ma sono solo uno spirito, cosa che forse a Lei fa piacere ma non di sicuro a me… Sono felice di rivederLa: delicata Mouche della mia anima! Gatta musciata graziosissima, che al contempo è così mite come una gatta d’angora, la mia razza preferita…”. Dalle espressioni cui fa ricorso Heine si intuisce che la “Mouche” ha fin da subito condiviso pienamente quel gioco erotico-affettivo, che avrebbe di lì a poco assunto connotati molto seri per un uomo gravemente ammalato,   da tempo condannato a morte e alla ricerca disperata di qualche attimo di felicità. Non altrimenti si potrebbe spiegare la riconoscenza espressa dal poeta, che parla senza perifrasi del “molto amore che la signora gli dedica”, si rammarica – e parecchio – della sua condizione fisica, che gli impedisce di essere “un uomo” e definisce l’interlocutrice privilegiata dei suoi pomeriggi “delicata Mouche della mia anima”.   La gratitudine di cui è intrisa questa lettera potrebbe far pensare che è proprio lui il primo a meravigliarsi per quella generosità affettiva da parte della “Mouche”. A questa signora il poeta, sempre più riconoscente e devoto, dedicherà anche alcune poesie con un unico grande rimpianto: quello di non averla potuto amare come avrebbe voluto. Con l’occasione egli dà anche un nome a quel fiore che “il destino gli aveva riservato” e sarà il fiore di loto, un fiore molto caro ai   “Romantici tedeschi”. Un fiore tenero, che, avendo letteralmente paura dello splendore del sole, aspetta con impazienza il buio discreto della notte, per abbandonarsi ad un rapporto affettuoso con   la complice luna. Purtroppo i giochi che si sviluppano con la luna, “Der Mond”, in lingua tedesca di genere maschile, e il fiore, “Die Blume”, in lingua tedesca di genere femminile, devono necessariamente assumere nella traduzione italiana ruoli contrapposti. Questo scambio di amorosi sensi, con la luna che sveglia il fiore sognante e il fiore che le svela il suo casto volto, trova il suo coronamento nei tre verbi (fiorisce, arde e illumina) che descrivono l’incantamento del fiore, estasiato e paralizzato quasi dalla gioia. Da questo incantamento il fiore si lascia dolcemente svegliare ed esterna la sua gratitudine con altri tre verbi (profuma, piange e trema) che tradiscono la sua incondizionata dedizione. Una volta conosciuta la “Mouche”, Heine recupera proprio quel   “Fiore di Loto”, che 30 anni prima era stato oggetto di una sua poesia, per paragonarlo alla   nuova amata. Adesso nella poesia dal titolo omonimo la “Mouche” riappare come una “gattina” sofferente, animale di cui c’era tra l’altro un preciso riferimento nella sua seconda lettera, quella del 20 luglio. Nei versi che seguono si trova anche un accenno alla stranezza di quel rapporto che si stava delineando tra quella improponibile coppia; un rapporto che esulava dai canoni consueti per toccare confini di pura pazzia. Infatti i due amanti vengono fissati in un vaneggiamento comune; lei si crede di essere un fiore di loto e lui la luna. Un fiore di loto ed una luna   che aspirano intimamente ad una simbiosi, essendo il fiore di loto più che pronto ad aprire il suo piccolo calice ai raggi della luna (maschile in tedesco…); una luna che purtroppo non può inondarlo con la sua tenera luce, come avrebbe voluto. Di conseguenza il desiderio ardente del fiore, in attesa spasmodica di ricevere dalla luna il seme della vita, è destinato a restare inappagato. Il poeta quindi, impossibilitato   a rispondere a quella esigenza naturale, è vittima di una dolorosa frustrazione e cerca di sopperirvi offrendo l’unica cosa sua che può ancora spendere: una poesia. Il fiore rimarrà con il suo desiderio inappagato e la poesia, inadeguata contropartita,   costituirà solo un modesto motivo di conforto. Particolarmente tenera e sofferta l’immagine di questa coppia “strana”, unita solo nello spirito, visto che i corpi, incapaci di rispondere agli stimoli, devono reprimere anche i desideri. La sofferenza provocata da questa impossibilità di dare seguito alle esigenze della carne diventa motivo di struggente rimpianto. Ad essere soprattutto colpita è lei, giovane ed esuberante signora, alla quale il poeta, tragicamente costretto a prendere atto della sua impotenza, raccomanda una specie di “amore casto e salutare”… L’intera poesia, intrisa di sofferenza, procede in un crescendo drammatico, per poi concludersi con un sospetto in grado di pesare come un macigno su colui che ama, fino ad annientarlo. Questa volta è il diavolo in persona ad insinuargli un dubbio atroce: Il “fior di loto” si sta prendendo gioco di te, poeta ridotto ormai   ad una larva umana, di un vecchio impazzito per un amore che non sarebbe dovuto nascere perché non poteva essere corrisposto.

Nelle altre brevi testimonianze disponibili ci sono ulteriori segni incontrovertibili di questa vera e propria passione, una sofferenza indicibile nei confronti della quale il poeta è senza difese. E quando succede, e purtroppo capita spesso, che per motivi gravi di salute deve disdire incontri già programmati e così impazientemente attesi, allora è sempre lui a pregare l’amata di non cancellare quella possibilità, ma di   rinviare l’incontro di qualche giorno nella speranza di poter essere in condizione di ricevere prima o poi quella visita di cui ormai non può assolutamente fare a meno: “Amorevole amica! In questo momento sono afflitto da una emicrania tale da temere di essere anche domani sofferente e La prego di regalarmi invece di domani, sabato o domenica, la gioia della Sua presenza. Il suo velo giace ben conservato sul mio tavolo. La amo con la più intima tenerezza di malato terminale”. La lettera è del 25 settembre e solo alcuni giorni dopo (domenica 30 settembre) un’altra testimonianza colma di commovente tenerezza: “Amorevole cuore! Il tempo è cattivo ed io lo sono altrettanto e non voglio per oggi esporre il mio fiore di loto ad una intemperie del genere. Oh mio Dio! Le regalerei così volentieri una giornata solare, splendente, indiana come la si trova sul Gange e come si adatta ai fiori di loto! Vieni presto – ma come detto non oggi – La aspetto mercoledì pomeriggio – penso che vada bene per Lei….” In questa lettera abbiamo ancora l’accostamento al fiore di loto e questo intimo desiderio di voler fare all’amata signora un altro regalo impossibile. La cosa che sorprende è l’involontario passaggio nella stessa lettera dal “Lei”, espresso nel “Le regalerei..”, al “Tu”, di “vieni presto”.   Per un tedesco questo passaggio non è pura formalità, ma tradisce lo stadio di una relazione diventata molto intima. Nella brevissima comunicazione del 10 novembre colpisce l’inizio con cui si rivolge all’amata, “persona dolcissima”, e la persistente preghiera con cui la supplica di tener conto del suo terribile “mal di testa”, sospendendo la prevista visita. Ma nella stessa lettera c’è un’altra espressione che testimonia il suo assoluto bisogno di vederla: “ La prego pertanto di non venire domani (domenica), ma lunedì, – a meno che Lei non si trovi a passare nelle vicinanze, in questo caso venga pure anche domani ma a proprio rischio – Ho tanto desiderio di Te, ultimo fiore del mio lacrimevole autunno, graziosa pazza! Rimango dolcemente pazzo Tuo devotissimo H.H.”. Ancora una volta un inizio in cui Heine si rivolge alla signora dandole il   “Lei”, poi alla fine della lettera il poeta sembra perdere ogni controllo e, superata ogni residua titubanza, si rivolge all’amata con una confessione di toccante intensità “Ho tanto bisogno di Te”. Riappare con tutta la sua forza espressiva quel suo rivolgersi all’amata in seconda persona, quel diretto “Ho tanto bisogno di Te” non lascia più spazio a dubbi di sorta. Tra l’altro l’espressione è accompagnata   dalla similitudine del fiore, in questo caso definito “ultimo fiore del mio lacrimevole autunno”, che riprende il motivo doloroso ed esaltante contenuto nella poesia “Il Fiore di Loto”.   La firma con cui si conclude la stessa lettera costituisce il coronamento di una vera e propria dichiarazione d’amore. Heine, dopo aver definito l’amata “adorabile pazza”, si autodefinisce “dolcemente pazzo”; ormai ambedue sono letteralmente fuori di testa, vittime della stessa pazzia, ineludibile condizione dell’anima per molte creature umane. Le altre lettere che ci rimangono continuano ad essere contraddistinte da continue preghiere di rinvio di visite, alle quali il poeta non vuole assolutamente rinunciare perché costituiscono ormai l’unico barlume delle sue giornate sempre più dolenti e vuote. Sono gli ultimi attimi di   felicità con cui cerca ancora di   illudersi. La lettera di fine dicembre testimonia un altro momento di crisi: egli sta male al punto da rinunciare volontariamente per quel giorno alla visita dell’amata, ma ribadisce di accarezzare   pur sempre la speranza di recuperarla il giorno dopo:   “Carissima anima! Continuo ancora a stare molto male e non Ti voglio vedere neppure oggi. Ma spero che Tu possa venire domani (domenica). Se puoi venire solo dopodomani, fammelo sapere. Il Tuo povero amico” . Anche la firma suggella in questo caso una intimità al di fuori d’ogni incertezza. Definirsi “Tuo amico” significa aver raggiunto il grado più alto di intimità. Il “ Dein Freund”(Tuo amico) nella scala tedesca è secondo solo a “Dein Mann” (Tuo uomo), che poi sarebbe   lo sposo legittimo, ma Heine ufficialmente era pur sempre ancora legato a Matilde…

La lettera del 1 ° gennaio 1856 è tra le poche “formali”; scritta per gli auguri di buon anno e accompagna una scatola di cioccolatini. Ma nel corso della stessa Heine non può evitare di esprimersi come sente, facendo un ricorso quasi ossessivo al pronome di seconda persona e al relativo aggettivo: “…Tu sei la mia cara Mouche e io avverto meno i miei dolori, se penso alla Tua tenerezza, alla grazia della Tua anima. Purtroppo non posso fare nulla per Te, se non dirTi parole del genere, ‘aria fritta’. I miei migliori auguri per il nuovo anno – io non le pronuncio, parole, parole! Forse domani sarò in grado di vedere la mia Mouche, allora glielo farò sapere. In ogni caso viene dopodomani (giovedì) (1 gennaio 1856)”. La particolarità di questa lettera, oltre ad un immotivato ricorso ad una generica terza persona nel finale, è proprio la firma: Heine lasciata da parte ogni cautela si autodefinisce “adoratore di fiori di loto”. Il giorno dopo un’altra lettera, con una chiusura che volutamente lasciamo in originale:Amatissima anima! Sono molto infelice. Ho tossito maledettamente per 24 ore e di conseguenza oggi mal di testa, forse anche domani. – Per questo prego la dolcissima invece di domani (giovedì) di venire da me meglio venerdì – Fino ad allora devo ammazzare il tempo…Conto su venerdì. Nel frattempo bacio nel pensiero le piccole ‘pattes de mouche’ ”. Sono della fine di gennaio 1856 due altre brevi testimonianze, nelle quali, nonostante il peggioramento del suo stato di salute, continua ad invocare la presenza dell’amata: “Ma Ti amo molto e penso molto a Te, Tu dolcissima”. La lettera anticipa una fine che ormai è prossima: “Sono sopraffatto da uno stato d’animo pessimo,   lacrimevole. Il mio cuore sbadiglia in modo spasmodico…”.  Ancora pochi giorni e poi, il 17 febbraio 1856, arriverà l’atteso momento liberatorio; la fine di tanti indicibili quanto gratuiti tormenti.

Ma per la sua cara, adorabile, sensibile Mouche aveva trovato ancora il tempo di redigere una composizione, capace di garantirle l’immortalità. Nella “A Mouche”, questo il titolo della poesia scritta alcune settimane prima della morte,   appare nel suo lugubre significato il fiore della passione, quella “passione”, come esaltazione sensuale prima e mortificazione della carne dopo,   cui il poeta aveva dedicato l’intera vita. Si tratta di un fiore in cui, tra i vari colori, c’è anche quello viola, che nella liturgia cattolica rappresenta il colore della passione, intesa come sofferenza e spesso anticamera della morte. Un fiore che in effetti   si compone esattamente di   quegli elementi descritti nella poesia; proprio quei valori simbolici che l’immaginario collettivo ha da sempre attribuito a questa “Passiflora”, nata secondo la leggenda sul Golgota, teatro della crocefissione di Cristo. Abbiamo così 13 piccole corolle, che dovrebbero rappresentare i 13 apostoli,   tre pistilli, che starebbero a significare le tre ferite sul costato di Cristo e al centro una piccola ghirlanda, in cui la pietà popolare ha da sempre individuato quella corona di spine che era stata posta, quale segno di massima derisione, attorno alla testa   di Gesù sofferente. Alla piccola “Mouche”, i cui sentimenti nei confronti del poeta non potevano essere disgiunti da una comprensibile “pietas”, viene dedicato questo fiore della passione, una passione ormai da tempo intesa non come voluttà dei sensi ma come un sublime quanto completo donarsi all’altro. Un fiore, quello della “Mouche”, che conservava intatta la sua umana passione; una passione al cui richiamo Heine si dimostrerà nonostante tutto ancora sensibile. Nelle quartine che la compongono si può cogliere l’intensa sublimazione di quell’amore che non aveva altri modi per esprimersi. Tenerezza infinita, intramezzata da sospiri e rimpianti, caratterizzano versi che tradiscono un’intesa totale; un’intesa accompagnata ed integrata da un continuo scambio di carezze, di sguardi densi di significato e di domande destinate a rimanere purtroppo senza risposta. Tutte manifestazioni che fanno   parte di una intimità totale che raramente si realizza tra due persone. Si tratta di sentimenti e di   emozioni che i due hanno in comune e si scambiano immersi come sono in un allettante sogno ad occhi aperti, rischiarato dal complice riverbero della luna. Chi ha la fortuna di avere provato qualcosa del genere, sa che si tratta di esperienze uniche, rare, quasi dei veri e propri “privilegi” da custodire gelosamente in uno scrigno personalissimo; uno scrigno che serve per sempre e   da cui si può attingere quando la vita ti inghiotte nella sua desolante quotidianità. Con Heine il “suo” Dio, cui da tempo si era affidato completamente, oltre che misericordioso sarà anche generoso, facendogli un ulteriore ultimo regalo, che si dimostrerà oltremodo gradito, visto che Egli nella sua onniscienza sapeva benissimo che il poeta, nonostante tutto, sarebbe stato ancora in grado di saperlo apprezzare.

Heinrich Heine, che sulla tomba ha voluto la semplice iscrizione – “Qui giace un poeta tedesco”-, ha voluto congedarsi in punta di piedi da un mondo che a dire il vero non era stato avaro di riconoscimenti per le sue poesie e la sua produzione letteraria, facendolo così   assurgere   tra i personaggi immortali della letteratura tedesca ed europea.


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  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » Letteratura: Heinrich Heine: Ultimi sprazzi … — 1 Febbraio 2010 @ 12:54

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