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LETTERATURA: Hölderlin: Inizia l’attività di precettore (2)

25 Febbraio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Hölderlin, ormai alla vigilia di conseguire il diploma necessario per esercitare il suo magistero pastorale, non aveva mai cessato di inseguire la sua personale “utopia” di diventare poeta.. Le severe prescrizioni che aveva dovuto “accettare” per portare a termine i suoi studi di teologia non gli lasciavano molto spazio: l’unica alternativa possibile per evitare di essere destinato a qualche parrocchia come pastore protestante era quella di diventare “Hofmeister”(precettore). All’inizio di settembre1793 prende con lucidità in esame  questa possibilità, la sola che gli consentisse di conciliare sogno e realtà. Come al solito sarà la burbera madre la destinataria di queste laceranti riflessioni:“Se potessi ottenere un buon posto di Hofmeister), allora rinuncerei provvisoriamente al mio progetto di Jena, fino a quando mi sarà possibile mettere da parte (perlomeno) la metà dei soldi necessari. A dire il vero è un ruolo non proprio bello quello che sarei costretto ad assumere in Nürtingen, seguendo la Sua bonaria proposta di continuare a starmene a casa in attesa degli eventi. Anche se non si rimanesse inoperosi, tuttavia la gente dice, quello consuma il pane di sua madre, e non le sarà di alcun giovamento. Tra l’altro devo anche temere, se non ottengo per troppo tempo alcun posto, che il Concistoro mi piglierà per il collo, e mi costringerà ad accettare un qualsiasi posto di vicario da un parroco, che non riesce ad ottenere un vicario volontario. Io però voglio con tutte le mie forze propormi per un posto di Hofmeister”. Questa ultima possibilità, l’unica che gli avrebbe potuto garantire di realizzare il vecchio sogno di trasferirsi a Jena,   per vivere in quella che era considerata la vera fucina della letteratura tedesca, gli sembra la più esaltante. A renderla   praticabile e quindi concreta, ancora una volta una serie di circostanze fortunate. Alla fine di settembre, su raccomandazione di Stäudlin, Hölderlin si presenta a Schiller, il poeta idolatrato della sua giovinezza. Colui che assieme a Goethe era considerato il “Titano” della letteratura tedesca è fondamentalmente ben disposto nei confronti di un suo conterraneo, che nutriva per lui una incondizionata ammirazione. Gli basta un colloquio di mezz’ora, per capire le aspirazioni e le potenzialità di questo giovane alla ricerca di un avvenire. Avendone ricavato un’ottima impressione, lo raccomanda ad una sua “intima” amica, Charlotte von Kalb, come precettore per il figlio Fritz di nove anni. Le referenze erano più che buone, non restava che attendere la risposta della la nobile signora, un personaggio molto noto negli ambienti letterari di Jena e di Weimar.   Hölderlin intravede così la possibilità da tempo agognata, avere finalmente un posto – l’unico tra l’altro “possibile” dalle rigide condizioni imposte dal Collegio teologico -, che gli potesse consentire una certa indipendenza economica, e soprattutto di respirare, grazie a quella nobildonna nota in tutti gli ambienti letterari, un’aria culturale a lui più congeniale. Ottobre diventa   il mese dell’attesa, e, ancora una volta è Neuffer il destinatario di comprensibili sfoghi improntati ad una palpabile impazienza: “con il mio posto di Hofmeister ho delle difficoltà. Non ho ancora una risposta definitiva e di conseguenza non mi posso preparare ed equipaggiare. Mia madre dovrebbe procurarmi ancora delle cose ed io sono più curioso di lei, dato che l’incertezza sulla mia futura condizione non mi mette nello stato d’animo migliore… Ti vorrei pregare di informarTi, caro fratello! circa l’arrivo della lettera presso Stäudlin, se egli non sappia qualcosa di preciso e qualora Tu riesca a sapere qualcosa, comunicarmela subito con il postino di ritorno…Una parola amichevole da un amico è adesso per più che mai una necessità” (20 ottobre 1793). La lettera di conferma non si farà attendere troppo e così Hölderlin può finalmente prepararsi alla sua prima esperienza lavorativa, che avrebbe comportato un taglio netto con il suo ambiente e la sua terra natale. A primi di dicembre, dopo aver fatto tutta una serie di visite di commiato alla sorella e agli amici più cari, sostiene l’esame finale presso il concistoro a Stoccarda ed era ormai pronto ad affrontare il viaggio verso Waltershausen, sede della famiglia von Kalb. La madre, nella sua maniacale ossessione di provvedere a tutto, lo rifornisce di un ricco bagaglio personale. Così equipaggiato Friedrich parte il 20 dicembre con il corriere postale. Un viaggio interminabile, che, attraverso Norimberga, Erlangen, Bamberga e Coburg, lo porterà la sera del 28 a Waltershausen. Il suo arrivo crea non poco disagio al padrone di casa, che, in assenza dalla consorte, da ottobre a Jena impegnata nel suo ormai famoso salotto letterario, non si aspettava proprio alla fine dell’anno la visita del nuovo Hofmeister. Hölderlin è comunque entusiasta delle condizioni in cui dovrà lavorare. Questa facilità all’entusiasmo, puntualmente seguita da un’altrettanta facilità alla depressione – la famosa “Ebbe und Flut” -, caratterizzerà tutte le sue esperienze lavorative, immancabilmente contraddistinte da favorevoli impressioni nell’impatto con i suoi datori di lavoro e soprattutto con l’ambiente dove sarà chiamato ad operare. La prima relazione di viaggio è indirizzata all’amico fraterno Neuffer e al caro Stäudlin, cui “deve” quella chiamata: “Cari amici! Ho appena   dato un’occhiata all’interno della casa e alle persone, che ho davanti, e anche fuori nei miei boschi di abeti e sui miei monti, per quanto è stato possibile da venerdì, quando sono arrivato in serata…Ho incontrato il maggiore von Kalb, persona umanissima e molto istruita, un’amica della signora von Kalb, che si trova ancora a Jena con due bambini, il mio futuro allievo, un bel, bravo ragazzo, ma anche il vecchio Hofmeister, che, come tutta la casa, non sapeva nulla del mio arrivo e, nonostante il suo intelligente, nobile comportamento mi ha creato notevole imbarazzo…. La poesia sul destino l’ho quasi terminata durante il viaggio…” (30 dicembre 1793).

A   Waltershausen, nonostante il disagio del primo impatto dovuto alla stravagante trascuratezza con cui Charlotte von Kalb seguiva le vicende domestiche, Hölderlin si trova bene ed è confortato dalla concreta speranza di conquistare finalmente quella indipendenza economica che gli avrebbe consentito di rompere il cordone ombelicale con la madre. Questa volta la nonna la destinataria delle sue prime impressioni: “…Il mio caro allievo si è legato a me come ad un padre o un fratello. Non mi ero mai immaginato la beatitudine insita nel lavoro di un precettore… Vivo in modo piuttosto solitario, ma lo trovo proprio un vantaggio per la formazione dello spirito e del cuore. Le persone con cui ho rapporti sono poche, ma comprensive e buone.. Il predicatore del posto è una persona per bene; noi ci frequentiamo da veri amici. All’inizio della prossima settimana salirò di nuovo sul pulpito…” (25 febbraio 1794). Ma la prospettiva che più lo esalta è la speranza di essere presto inserito – grazie alle conoscenze e ai rapporti personali di Charlotte – negli ambienti accademici di Jena e di Weimar. Questa felice predisposizione d’animo si ripercuote benefica sul frammento destinato alla rivista Thalia, destinato orami a diventare il vero nucleo del futuro romanzo Iperione. Da non sottovalutare poi un altro aspetto di questa esperienza nella casa dei von Kalb, che si doveva rivelare decisivo per il futuro dello stesso Hölderlin. Infatti ad operare nella stessa casa c’era anche una dama di compagnia, Wilhelmine Marianne Kirms, una bella signora rimasta vedova giovanissima, che non disdegnava letture impegnate, come è testimoniato dalla   lettera di metà gennaio, indirizzata da Hölderlin alla sorella: “…la dama di compagnia della signora, una vedova di Lausiz, è una persona di raro spirito e cuore, parla francese e inglese, ed si è fatta prestare da me proprio adesso la recentissima opera di Kant.”   Tra i due, accomunati da comuni interessi letterari, sembra   sia nata una relazione affettuosa, anche questa suffragata da una confessione fatta all’amico Neuffer alcuni mesi dopo da Jena: “…Qui le fanciulle e le donne mi lasciano indifferente. A Waltershausen avevo in casa un’amica, che ho perso malvolentieri, una giovane vedova di Dresda, che adesso fa la governante a Meiningen. Si tratta di una signora oltremodo comprensiva, solida e buona, e molto infelice a causa di una cattiva madre. Ti interesserà se un’altra volta Ti racconterò di più di lei e della sua sorte”. Tutto ciò sembra confermare l’ipotesi da più parti sostenuta che da quella “amicizia”, termine per i tedeschi già di per sé molto impegnativo, sia nata una bambina,   e che il “trasferimento” di Wilhelmine sia   riconducibile a questo “passo falso”. La padrona di casa si sarebbe vista costretta a licenziare la sua dama di compagnia per abbuiare un “infortunio” che – se noto – avrebbe probabilmente nuociuto alla sua onorabilità.. Due lettere di questo periodo ci aiutano a capire lo stato d’animo di Hölderlin. A Neuffer, l’amico fraterno, scrive rimproverandogli una scarsa attenzione, ma confermandogli una amicizia che non conosce l’usura del tempo: “…Non era proprio fraterno da parte mia che io abbia tormentato Te e me con dubbi e mancanza di credo, per il fatto che non scrivevi subito. Ti conoscevo bene. Tu hai forse qualcosa di più caro, di quanto io Ti possa essere. Ma per questo Tu non rimani meno mio, di quanto non lo fosti all’inizio e potresti esserlo. Condizioni di vita intime ed esteriori, i nostri spiriti e cuori, come il destino, hanno creato una unione tra Te e me che difficilmente potrà mai spezzarsi. Noi abbiamo imparato a conoscerci così integralmente, nelle nostre debolezze e virtù, e siamo tuttavia rimasti amici. L’incanto della novità è da tempo scomparso per quanto ci riguarda…. E’ strano; da quando noi ci siamo frequentati ho attraversato varie metamorfosi nel mio intimo, così tante cose, da cui dipendevo con tutto il mio affetto, idee e individui, che mi avevano allora interessato più di ogni altra cosa, hanno perso per me di significato, nuove idee, nuovi individui mi hanno avvinto, ma a Te il mio cuore è rimasto fedele…” (aprile 1794). Nell’altra lettera indirizzata a Schiller, il poeta da sempre amato, il tono è completamente diverso. Egli, con la scusa di fare una descrizione minuziosa, quanto dovuta   – in fondo a procurargli il posto era stato proprio Schiller – dei criteri pedagogici impiegati nell’educazione del suo allievo, coglie l’occasione per confessare la sua incondizionata ammirazione e la speranza di essere preso in considerazione: “…La profonda stima nei Suoi confronti, con la quale sono cresciuto, con la quale così spesso mi sono rafforzato o scoraggiato, che anche adesso nell’educazione mia e del mio allievo non mi consente di diventare indifferente, questa stima non mi permette di essere ciarliero…La rara energia dello spirito, che ammiro nella signora von Kalb, deve, come spero, aiutare la mia… Potessi realizzare le speranze materne di questa nobile dama!… Come ha avuto occasione di dirmi, avrei   potuto avere la possibilità  di stare alcuni mesi vicino a Lei. Intimamente sento cosa abbia perso. Non mi era mai capitato di perdere così tanto a causa mia. Lasciatemi nella mia convinzione, nobile grande uomo! La sua vicinanza avrebbe avuto effetti miracolosi in me. Perché devo essere così povero ed avere così tanto interesse per la ricchezza di uno spirito? Non sarò mai felice. Tuttavia devo volere e voglio. Voglio diventare un uomo. Mi degni ogni tanto di uno sguardo di attenzione! La buona volontà dell’uomo non è mai senza successo. Io mi prendo la libertà di allegare un foglio…Se Ella dovesse onorare il foglio, pubblicandolo nei suoi Thalia, allora questa reliquia della mia gioventù avrebbe ottenuto più di quanto ha sperato” (aprile 1794). La poesia allegata era “Il destino”,   scritta di getto durante il viaggio,   ma a turbare i lettori sarà la scarsa considerazione di sé che ha Hölderlin e soprattutto il tono dimesso, quasi servile, cui è ispirata tutta la lettera. In queste condizioni di estrema disparità è impossibile che sorga un rapporto di stima e di amicizia reciproca, al massimo – e in questo la von Kalb   ha avuto un ruolo decisivo – si poteva sperare in una benevola considerazione, che sa tanto di opera pia… Con la madre il tono è ovviamente diverso e una lettera scrittale nello stesso periodo, oltre a fare qualche descrizione sulla quotidianità di quel soggiorno a Waltershausen, contiene   alcuni dei progetti che più gli stavano a cuore: “ Il mio tempo è suddiviso tra la mia lezione, la compagnia con la mia casa e lavori miei. La mia lezione ha pieno successo… Il tempo che mi rimane a disposizione per la mia occupazione è per me più prezioso che mai, probabilmente trascorrerò il prossimo inverno a Weimar nella cerchia dei grandi personaggi che si trovano in quella città. Oltre al mio allievo farò lezioni anche al figlio del presidente del concistoro Herder, presso cui abiterò. La signora von Kalb mi vuol far conoscere anche Goethe e Wieland, poeti di cui è l’amica più fidata. Questa estate andrò lì per prelevare il giovane Herder e poi trasferirmi in autunno con questi ed il mio Fritz, forse per lungo tempo senza i genitori, a Weimar…”. A confermare questi progetti a medio termine anche la lettera inviata al fratello in data 21 maggio 1794: “…Adesso la distanza mi sembra sempre così lontana e spesso penso che dovrei velocemente fare un salto da voi. Ma fino ad allora invecchieremo di sicuro tanto. Io dubito di abbandonare la mia attuale condizione in tempi brevi. Ho tempo per la formazione di me stesso, anche occasioni dall’esterno e quando le giornate sono buone le mie solite occupazioni diventano ore di riposo. Ancora non si sa se trascorrerò il prossimo inverno sia a Weimar che a Jena. Entrambe le possibilità, come puoi immaginare, mi sono oltremodo gradite. Qui vivo in modo molto tranquillo. Mi ricordo solo di pochi periodi della mia vita, trascorsi sempre con la stesso stato d’animo e la stessa pace…. La mia unica lettura è Kant per adesso…”   Su suggerimento della stessa von Kalb, alla quale aveva molto parlato ed in termini entusiastici di Hegel, riprende i contatti con quest’altro fraterno amico, costretto al ruolo di Hofmeister in Svizzera. Il 10 luglio indirizza al “Caro fratello!” una lettera, in cui esprime la certezza che, nonostante le diverse esperienze e soprattutto la lontananza, possano sempre fare affidamento su quel sentimento d’amicizia profonda, nato in collegio e destinato a durare per sempre: “…Scrivere lettere è sempre solo una soluzione provvisoria; ma tuttavia qualcosa. Per questo motivo non dovremmo farne a meno…Di tanto in tanto vorrei avere attorno i tuoi laghi e le tue Alpi. La natura grandiosa ci nobilita e ci rafforza in modo irresistibile. In compenso vivo nella cerchia di uno spirito raro, eccezionale per dimensione e profondità, e libertà, e modo di essere. Difficilmente troverai nella Tua Berna una signora von Kalb. Ti dovrebbe fare tanto bene godere di questo raggio…”. Il soggiorno a Waltershausen si dimostra una tappa importante per la crescita dell’uomo e del poeta, il cui linguaggio è sempre più impregnato del moralismo di Kant e soprattutto di Fichte, che da maggio teneva lezioni nell’Università della vicina Jena.

All’inizio di ottobre cominciano tuttavia a profilarsi le prime difficoltà, di cui rende   partecipe Neuffer: “…la mia attuale professione esterna mi diventa spesso troppo difficile. A Te lo posso ben dire. Finora l’ho taciuto perfino con Te, dato che io proprio a Te ho dato troppe occasioni di pensare che ci fosse dentro di me dello scontento su tutto… un eterno lamento sul fatto che il mondo non sia un’Arcadia…”. La vera questione è rappresentata dalla   impossibilità di portare avanti, come auspicato, il suo progetto pedagogico col piccolo Fritz von Kalb, che, oltre a dimostrarsi svogliato e distratto, sembra vittima inguaribile dell’onanismo. Un mese dopo, da Jena, dove la signora von Kalb aveva spedito allievo e precettore, sperando di ricostruire un rapporto ormai irrimediabilmente logoro, Hölderlin si rifà vivo col fraterno amico esprimendo incertezza sul suo futuro e soprattutto inquietudine per quei vertiginosi alti e bassi che contraddistinguono la sua vita. A rendergli piacevole e gratificane il soggiorno in quella cittadina universitaria ci pensa Fichte –“…l’anima di Jena. E vivaddio che lo sia proprio lui. Non conosco un uomo di tale profondità ed energia dello spirito…” –. La citata lettera a Neuffer del novembre 1794 acquista anche un significato particolare perché contiene una   dettagliata descrizione del suo primo, fortuito impatto, a casa di Schiller, col grande Goethe:   “…Anche da Schiller sono stato parecchie volte, la prima volta non proprio in maniera fortunata. Entrai dentro, sono stato cordialmente salutato e ho notato appena sullo sfondo uno sconosciuto, che non lasciava trasparire, né dall’atteggiamento, né dal silenzio, alcunché di particolare. Schiller gli fece il mio nome e anche a me fece il suo nome, ma io non lo afferrai. Lo salutai in modo freddo, quasi senza rivolgergli lo sguardo ed   ero tutto preso da Schiller. Lo sconosciuto non profferì per lungo tempo parola. Schiller portò la rivista Thalia, dove era stampato un frammento del mio Iperione e la mia poesia al ‘Destino’ e me la consegnò. Visto che Schiller si era momentaneamente allontanato lo sconosciuto prese la rivista dal tavolo dove si trovava,   sfogliò standomi accanto il frammento e non disse parola. Io sentivo di diventare rosso dappertutto. Se avessi saputo quello che so adesso sarei diventato pallido come un cadavere…”. Ma neppure il trasferimento a Weimar (dicembre 1794) della famiglia von Kalb servirà a migliorare i rapporti tra precettore e allievo. Hölderlin, da parte sua,   approfitta volentieri di questo breve soggiorno per conoscere Herder, farsi ricevere da Goethe e frequentare quell’ambiente di letterati, che facevano di quel piccolo Granducato il faro culturale della Germania. Ma intanto i rapporti col piccolo Fritz precipitano al punto da costringere la madre, su precisa richiesta di Hölderlin, ad una sofferta decisione. All’inizio del 1795, e forse non a caso subito dopo il licenziamento di Wilhelmine…, Hölderlin lascia la famiglia von Kalb a Weimar e ritorna a Jena, riconquistando l’agognata libertà. Ridivenuto padrone del suo tempo e delle sue attività pensa di seguire per un semestre le lezioni di Fichte per poi, verso novembre, decidere sul futuro immediato. Le strade del precettore e della signora von Kalb così si dividono per sempre. Sarà un distacco indolore, improntato alla massima comprensione. Charlotte ci tiene a mantenere quella amicizia con un giovane, di cui aveva immediatamente intuito le doti e compreso le difficoltà, gli assicura che la sua sarà sempre una casa   aperta per lui e, superando ogni remora, scrive una lettera alla signora Johanna, esprimendosi in toni entusiastici sulle doti del figlio, destinato secondo lei ad un luminoso futuro di poeta. Con l’occasione si permette anche di entrare nelle faccende “personali” degli Hölderlin e raccomanda alla “severa” genitrice di allargare un po’ la borsa, attingendo al patrimonio che Friedrich aveva ereditato dal padre: “Non vorrei che Hölderlin fosse mai costretto ad accettare di nuovo un posto di precettore. Il suo spirito non può abbassarsi ad un’attività così meschina. – O meglio il suo stato d’animo ne soffrirebbe molto..- Jena e un posto all’Università sarebbe l’obiettivo delle sue attuali aspirazioni, e credo non dovrebbe essere per lui così difficile… Egli ha poche esigenze… Ma gli allontani tutte le meschine preoccupazioni, che possano intorbidire il suo tempo e rallentare la sua preparazione! – L’investimento che Ella gli metterà a disposizione prelevandolo dal suo patrimonio crescerà di mille volte…”.

Allo stesso Schiller raccomanda di prendersi cura, sia materialmente che spiritualmente, di quel giovane così dotato. L’aristocratica signora si dimostrerà anche oltremodo munifica nei confronti del precettore del figlio, concedendogli lo stipendio per un ulteriore trimestre, cosa   che gli consentirà di mantenersi   a Jena e di continuare a frequentare la cerchia di intellettuali di cui facevano parte tra gli altri, oltre a Schiller e Fichte, anche von Humboldt e Novalis. A Jena Hölderlin abita – “in una casa con giardino, su un colle che si trova sulla città e da cui io domino l’intera meravigliosa valle della Saale”   (lettera a Neuffer del 28 aprile 1795) – assieme a Sinclair, da tempo fervente assertore delle idee della rivoluzione francese e già compagno di studi a Tübingen. Il giovane Sinclair si era, trasferito a Jena  per completare i suoi studi giuridici. Come sempre tra i primi ad essere informati di questo inatteso sviluppo della situazione è Neuffer (19 gennaio 1795): “…Ho tanto da scriverTi, caro Fratello! – subito Ti devo comunicare di aver lasciato la mia occupazione e di vivere adesso qui da persona indipendente. Tu senti come me che ho dovuto fare ricorso a tutto il mio coraggio per un passo del genere…”. Dopo aver riepilogato a grandi linee il fallimento della sua attività pedagogica, che oltre ad una depressione spirituale gli aveva comportato anche guai fisici, si sofferma sulle sue nuove frequentazioni. Di Goethe, una volta rotto il ghiaccio e superato l’incidente del primo incontro, parla in termini entusiastici: “…con il cuore che mi batteva forte ho superato la soglia della sua stanza. Questo te lo puoi immaginare. A dire il vero non lo incontrai a casa sua ma in   seguito in quella della signora von Kalb. Tranquillo, molta maestà nello sguardo, e anche amore, estremamente semplice nel colloquio… Spesso si crede di avere davanti un padre dal cuore veramente buono” . Verso la signora von Kalb non ha che parole di stima e di   gratitudine. E altrettanto grato è nei confronti di Schiller, che sembra prendersi cura di lui, e di Fichte, le cui lezioni continua a seguire regolarmente. Ovviamente è sempre l’incertezza ad aleggiare sul suo futuro: …“Quello che accadrà non lo so neppure io. Qui non mi manca niente altro che Tu, fratello mio! Quando ci rivedremo? Credimi spesso avverto, che io da niente altro dipendo in modo così immutato se non da Te. Non trovo da nessuna parte quello che Tu sei per me. E se mai nella mia vita ho parlato dal profondo del cuore, allora è proprio adesso… Ancora una preghiera! Potresti andare da mia madre e tranquillizzarla, qualora Tu dovessi accorgerTi  che lei non è molto contenta del cambiamento della mia situazione.   Voglio fare di tutto, per non esserle di peso, e per questo vivo anche in modo molto sobrio, mangio una sola volta al giorno ed in modo piuttosto modesto, e davanti ad un boccale di birra penso al nostro vino del Neckar e alle belle ore che lo rendevano sacro. Addio! Caro!”. Sullo stesso tenore la lettera indirizzata alcuni giorni dopo (26 gennaio) a Hegel. Una veloce carrellata sui comuni idoli letterari, che avevano polarizzato la loro attenzione negli anni trascorsi in collegio: “…Schiller si preoccupa molto di me e mi ha incoraggiato a consegnargli contributi per la sua nuova rivista, “Die Horen”, e anche per il tuo futuro Almanacco delle Muse. Con Goethe ho parlato, Fratello! E’ il piacere più bello della nostra vita, trovare tanta umanità in tanta grandezza. Egli mi ha intrattenuto in modo così delicato e amichevole, che a me rideva, e ancora letteralmente ride, il cuore quando ci penso. Herder è stato anche cordiale… I fogli speculativi di Fichte – fondamento di tutta la teoria della scienza – e anche le sue lezioni stampate sulla missione del dotto Ti interesseranno molto…”. Intanto cominciano ad arrivare le prime soddisfazioni. Neuffer gli scrive da Stoccarda il 26 gennaio: “Ho letto il Tuo Iperione nella rivista Thalia. Caro Hölderlin! È stato per me come averTi davanti. Ti ho ritrovato completamente nella Tua opera, nelle Tue sensazioni e nei Tuoi principi”. Lo stesso Schiller, oltre ad avergli proposto di collaborare alla sua rivista “Die Horen”, convince adesso l’editore Cotta alla   pubblicazione del romanzo epistolare, parlandogli in modo positivo di quel giovane poeta: “ Conto soprattutto su Hölderlin in futuro   per la rivista ‘Die Horen’,   dato che è molto diligente e per quanto riguarda il talento non gli manca nulla…”.  Tra le esperienze esaltanti di questo periodo bisogna sottolineare anche il particolare rapporto di amicizia instauratosi con Isaak von Sinclair, sulla cui generosità e dedizione Hölderlin potrà sempre fare affidamento. Il giovane aristocratico, che aveva da tempo rinunciato ai privilegi della sua casta per abbracciare la causa della rivoluzione francese e non si era mai lasciato sedurre da idee patriottiche, convinto che non ci dovessero essere frontiere tra uomini liberi, è avvinto dalla personalità di Hölderlin: “la sua cultura mi mette in crisi e mi fornisce un potente pretesto per imitarlo; con questo esempio luminoso, amabile trascorrerò l’estate prossima abitando in una casa con giardino. Mi riprometto molto dalla mia solitudine e da questo amico. Ho pensato a lui per un posto di precettore dai Principi, vorrei fare di tutto per averlo una volta nelle nostre vicinanze” (lettera a Jung del marzo 1795).

Accanto alle gioie non mancano i dolori, come quello lacerante provato per l’improvvisa dipartita di Rosine Stäudlin, sorella di Gotthold e fidanzata del suo fraterno amico, Neuffer. Per l’amico affranto scrive una lettera che porta la data 8 maggio 1795: “…Voglio provare, caro, povero fratello! se mi posso concentrare dal mio dolore fino al punto da proteggerTi dal Tuo. Ti confesso di sentirmi anche sopraffatto e di non sapere cosa dirTi, ogni volta che ho davanti agli occhi l’essere nobile, insostituibile, che viveva per Te e mi devo dire: è morta!.. Il Vostro amore era unico, un miracolo nell’attuale piccolo mondo senza cuore. Non è questo un amore per l’eternità?…”Alla fine di quello stesso mese Hörderlin, la cui carriera sembrava ad un passo dalla definitiva affermazione, abbandona improvvisamente Jena per rifugiarsi nella sua Nürtingen, puntuale sede di sosta e di riflessione per uno come lui che era fondamentalmente uno “senza casa”. I motivi di questa fuga improvvisa rimangono ignoti. Tra le supposizioni più probabili, oltre ad un suo coinvolgimento negli incidenti studenteschi del 27 maggio assieme a Sinclair, che per questo motivo sarà   costretto a rientrare precipitosamente ad Homburg, quella collegabile alla sua relazione con la Kirms, che, dopo il licenziamento da casa von Kalb, aveva trovato un posto di   governante nella vicina Meiningen, dove a metà giugno 1795 aveva dato alla luce una bambina; una bambina concepita proprio nel periodo in cui i due si trovavano a convivere nella stessa casa… La notizia avrà di sicuro messo in crisi Hölderlin, il cui “peccato” mal si conciliava   con la rigida educazione ricevuta – non dimentichiamo che era un pastore “in pectore” – e che perfino a Waltershausen aveva tenuto qualche predica dal pulpito della chiesa. Anche se non pensa neppure per un istante ad una soluzione “riparatrice”, cerca tuttavia di assumersi le sue responsabilità, ipotesi questa indirettamente confermata da una insolita   richiesta di denaro (ben 100 fiorini) fatta alla madre per far fronte ad alcune spese proprio a Meiningen. Nessuna meraviglia quindi se Magenau, il compagno di collegio, rivivendo a distanza di un anno l’incontro con l’Hölderlin di quei tempi, scrive al comune amico Neuffer (62 St ): “…Ho parlato con Hölderlin l’anno scorso presso i miei genitori, vorrei dire l’ho visto, dato che non poteva più parlare, assente ogni sensazione con i propri simili, era un morto vivente…”.  Ad aggravare quella pesante situazione personale, c’era anche il dato di fatto che, dopo il forzato ritorno ad Homburg di Sinclair, di cui in effetti a Jena era ospite, non poteva adesso contare neppure su un tetto sotto cui dormire. Degna di nota anche   la tesi, che, pur non escludendo le prime, attribuisce la causa della fuga da Jena al rapporto difficile con Schiller; tesi che viene confortata da una lettera inviata a Schiller dallo stesso Hölderlin da Nürtingen il   23 luglio: “…Sapevo bene di non potermi distaccare dalla Sua vicinanza senza causare una notevole rottura nel mio intimo. E di questo ne faccio adesso ogni giorno esperienza più viva. E’ strano che ci si possa sentire felice sotto l’influenza di uno spirito, anche se questi non opera su una persona con partecipazione orale, ma semplicemente con la sua vicinanza e che lo si rimpianga di più con ogni miglio, che lo allontana da lui. Difficilmente ce l’avrei fatta ad andare via nonostante tutti   i miei motivi, se proprio questa vicinanza non mi avesse d’altra parte inquietato così spesso. Ero sempre tentato di vederLa, e La vedevo sempre solo per avvertire che io per Lei non potevo rappresentare nulla. Vedo bene che con il dolore che mi accompagnava sempre scontavo necessariamente le mie fiere pretese; proprio perché volevo essere per Lei così tanto, mi dovevo dire, che per Lei non ero nulla…”. Siamo di fronte ad un complesso di inferiorità inquietante, addirittura pericoloso, per non dire esiziale, per l’ulteriore sviluppo della personalità hölderliniana. Di fronte a questa paura di essere fortemente condizionato il giovane poeta   non trova altra soluzione che la fuga. Durante il viaggio di ritorno, – su suggerimento di Sinclair – si era fermato ad Heidelberg per conoscere   Johann Gottfried Ebel, un medico di orientamento repubblicano con il quale familiarizza subito. Sarà proprio questa conoscenza ad aprirgli verso la fine dell’anno un’altra prospettiva; quella di ottenere un nuovo posto di precettore presso una famiglia di Francoforte e di risparmiargli così un inevitabile intervento da parte del Concistoro, sempre in agguato per far rispettare agli ex allievi dello Stift l’impegno che si erano assunti nell’intraprendere gli studi di teologia. Allo stesso Ebel è rivolta, oltre al ringraziamento per l’interesse dimostrato nei suoi confronti, anche una confessione molto articolata sul valore della istruzione privata, missione in cui, nonostante la delusione patita a Walterhausen, continua a credere: “…Tentativi falliti in modo crudele mi avrebbero forse condizionato a non occuparmi più in modo così leggero di educazione, se non fossi convinto che non sarebbe né permesso né opportuno, ripiegare unicamente su se stessi e che nel nostro attuale mondo l’istruzione privata sarebbe quasi l’unico asilo, cui rifugiarsi con i propri desideri e sforzi per l’istruzione dell’uomo… Non tema pertanto, mio caro amico! Che io mi attenda da me o dall’allievo miracoli! So bene quanti inconvenienti abbia ogni metodo soprattutto per quanto riguarda l’istruzione, e come molto spesso l’esecuzione rimanga al di sotto dei progetti, per aspettarsi da me miracoli. – Credo che l’impazienza, con cui si corre verso lo scopo, rappresenti l’ostacolo su cui spesso falliscono proprio le persone migliori… ” (Nürtingen, 2 settembre 1795). I sei mesi trascorsi a Nürtingen sono permeati da una desolante frustrazione. Mai ritorno a casa fu più mesto. Tutte le speranze collegate con il soggiorno a Jena, vicino a quella cerchia di filosofi e letterati che rappresentavano quanto di meglio la scena culturale tedesca potesse offrire, erano miseramente naufragate. Con esse anche l’obiettivo di raggiungere una decente indipendenza economica. Sottoposto e confrontato con i continui rimproveri della madre, che non gli ha mai perdonato quel suo ostinato rifiuto a decidersi per una vita “normale”, accettando di curare le anime di una parrocchia e lasciandosi magari confortare da una moglie altrettanto religiosa, si sentiva un parassita in una situazione senza sbocchi. In una lettera a Schiller del 4 settembre sintetizza così il suo stato d’animo: “…Sento adesso sempre più spesso di non essere poi un individuo strano. Ho freddo e mi irrigidisco nell’inverno, che mi avvolge. Così ghiacciato il mio cielo, altrettanto impietrito sono io”). All’amico Neuffer la confessione più intima: “… Sono come un porto vuoto, da quando mi trovo di nuovo qui, e allora non riesco a dare volentieri mie notizie. L’incertezza della mia situazione, la mia solitudine e il pensiero che io qui possa diventare un ospite fastidioso, mi abbatte e così il mio tempo diventa quasi inutile… Se fossi rimasto dove ero. E’ stata una decisione sciocca ritornare in campagna. Adesso trovo mille difficoltà a ritornare a Jena, se io vi fossi rimasto non mi si poteva fare alcuna violenza, adesso devo ascoltare cose stranissime se dicessi di volervi ritornare”. Uniche digressioni di questo periodo veramente critico gli incontri con   Schelling a Tübingen e quelli con Neuffer e altri amici, tra cui il commerciante Gustav Landauer, a Stoccarda. Per il resto è un vano quanto infruttuoso confronto speculativo con la filosofia. Neppure il romanzo, Iperione, sempre in attesa di essere portato avanti, riesce a impegnarlo in modo completo e soprattutto gratificante. Il suo stato d’animo non gli offre quella carica vitale indispensabile per ogni composizione artistica.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart