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LETTERATURA: I MAESTRI: Arrigo Benedetti: “L’esplosione”

17 Marzo 2009

di Alessandro Bonsanti
[da “La Nazione”, 23 settembre 1966]  

E’ ovvio che il concetto di romanzo storico, nello stesso modo di quello di romanzo sprovvisto d’epiteti, non può essere fisso, ma altrettanto mu ­tevole del modo d’intenderlo; quanto dire, che ciascun’epoca può avere il suo, e crederlo giusto. Ma è anche vero che si può avere un concetto invec ­chiato, e non la voglia di mu ­tarlo; così è forse per questo che ci mostriamo restii ad usarne, proprio perché a cia ­scuno è rimasto in testa un concetto arretrato di codesto termine, fermo ai prototipi, qual più, qual meno famoso, dell’Ottocento non diversamen ­te, ad essere sinceri, di quanto non sia rimasto fermo il pro ­totipo del romanzo tout-court. Invece, se c’è momento in cui il romanzo storico può avere un senso è proprio il nostro, a patto beninteso che ai pia ­gnoni e ai palleschi si sosti ­tuiscano, ad esempio, partigiani e nazisti, e insomma qualcosa che ci morda tuttora il fegato, con impostazioni strutturale e stilistica adeguate.
Ora, il romanzo di Arrigo Benedetti, L’esplosione, edito da Mondadori in questi giorni, possiamo chiamarlo a buon di ­ritto storico, e a buon diritto dobbiamo assegnarlo alla ca ­tegoria che vede primeggiare sulle vicende private, le pub ­bliche, in modo esplicito, es ­sendo cessate le ragioni che possono aver obbligato gli scrittori fra le due guerre a conferire ai casi e ai perso ­naggi del passato una sorta di mandato fiduciario a interpre ­tare il presente di allora.
Va riconosciuto che il ter ­mine di romanzo storico venne già fatto per Arrigo Benedetti, e che l’autore stesso lo accetta in tutte le sue implicazioni; mi pare tuttavia che merite ­rebbe di esser meglio identi ­ficato e meglio circoscritto, in quanto lo caratterizza e in quanto lo isola. Non bisogna infatti dimenticare che un al ­tro termine è stato anch’esso già usato per la sua opera di narratore, quello di corale; de ­sinato a sua volta a ribadirne l’appartenenza a quella cate ­goria che vede la storia co ­stituirsi anima della narrazio ­ne, la quale si muove da lì. Anche ne L’esplosione esiste un personaggio che parla in prima persona, e si addossa cioè la funzione di espositore e indiretto commentatore della vicenda; particolare che basta di per sé a porre le premesse d’una diffusa coralità, stando quella specie di solista a rap ­presentare l’anima singola in contrapposizione a quella di una moltitudine. E anche ne L’esplosione il protagonista è un altro, un personaggio che però è visto, osservato e rap ­presentato a sua volta in fun ­zione della folla, quasi gli in ­combesse d’esserne la coscien ­za; in realtà, sia l’uno che l’al ­tro, sia lo « storico » che il protagonista, esistono in fun ­zione dei casi storici, che in loro si calano di volta in volta e si animano e ci vivono dentro.
Il romanzo racconta la ca ­duta del fascismo, dal bombar ­damento di Roma del 19 luglio 1943 alla defenestrazione di Mussolini, e conclude con l’ar ­mistizio dell’8 settembre e sus ­seguente fuga della monarchia e del governo badogliano; al ­cuni mesi della nostra storia recente che hanno pesato tanto di più della loro effettiva du ­rata, arrecando mutamenti che per prodursi richiesero in altre epoche il corso di più genera ­zioni. Protagonista della vi ­cenda è un giovanotto lucche ­se, un certo Goffredo Aggiunti alquanto succubo della madre ma in cerca di liberazione, che arriva a Roma in compagnia d’una amante, Luisa, donna sposata, ma col marito prigio ­niero degli inglesi, ch’egli si tira dietro allo scopo di na ­scondere meglio il suo reale progetto di attentare a Musso ­lini con la vecchia pistola del padre, fervente squadrista de ­funto da poco, e fa in tempo ad assistere alle vicende che rendono inutile quel suo pro ­getto, destinato del resto a restare probabilmente velleita ­rio. Ma l’altro personaggio che si esprime in prima persona nel prologo e nell’epilogo, sot ­to cui si nasconde – nella circostanza, un puro e semplice modo di dire – l’autore, ha già offerto gli elementi perché il lettore sappia su Goffredo l’indispensabile e niente più – anzi, semmai, qualcosa di meno – così da far in modo che i suoi casi privati non interferiscano con quelli pub ­blici, e soprattutto non riem ­piano uno spazio che è desti ­nato solo ad essi. E si può dire che in un certo senso sia il personaggio che parla in prima persona nel prologo, a dare la battuta a Goffredo al ­l’inizio della prima parte, nello stesso modo che il maratoneta consegna la fiaccola al compa ­gno, e a riceverla in restituzio ­ne da Goffredo nell’epilogo. Per cui Goffredo diventa a sua volta, oltre a protagonista del ­la vicenda nella cui persona le sue fila si sdipanano e si addipanano come nell’arcolaio, il testimone, lo storico, dele ­gando di volta in volta la fun ­zione primaria innanzitutto al ­la folla, cioè al coro, in se ­condo luogo alla storia indi ­viduata nei personaggi che la fanno – anche se più esatto sarebbe dire che spesso ne ven ­gono trascinati – il papa, Mussolini, il re… Insieme a questi, altri personaggi sem ­brano adombrare, sia pure resi a un ruolo concettuale, persone realmente esistite sotto nomi presi in prestito; mentre altri ancora s’indicano con la qua ­lifica o il grado che rivestono nella professione, così sperso ­nalizzati da poter essere talora assunti a prototipo d’una intera categoria. Già s’è notato che il procedimento aggiunge ri ­salto alla coralità dell’insieme; c’è però da chiedersi come essa si configuri, non riuscendo il termine a caratterizzarsi se pre ­so da solo. Nel tentativo di de ­finirla meglio, ci accadrà di toccare uno dei punti dove Arrigo Benedetti presenta so ­luzioni tutte sue, e non solo originali, ma di straordinaria efficacia, raggiunta attraverso un accelerare progressivo dei tempi narrativi e un loro evol ­vere verso ritmi di schietta na ­tura drammatica, stilisticamente sostenuti fino al grido.
Mi pare che il procedimento seguito da Benedetti per at ­tuare artisticamente questa co ­ralità, sia molto semplice e in un certo senso – ma solo appa ­rentemente – l’uovo di Co ­lombo; si tratta d’immergere il personaggio principale e i suoi coadiutori quanto più pos ­sibile nella folla, lasciarli vi ­vere il meno possibile da soli e se qualche volta essi, come colti improvvisamente da un bisogno di solitudine, sembra ­no dimenticarsi della parte che, al riguardo, si sono assunta, ecco intervenire rapidamente uno di quei fatti in cui la folla, scesa in piazza, è sovra ­na e l’individuo vi galleggia nel mezzo, sbattuto di qua e di là come la barchetta di carta nella grande vasca del giar ­dino pubblico. L’impressione che il protagonista e gli altri personaggi vi possano sparire sommersi da un momento al ­l’altro, è dall’autore abilmen ­te e efficacemente orchestrata col condurli in realtà a smar ­rirsi l’un l’altro, come può ef ­fettivamente accadere tra la calca e in un sommovimento di popolo, e col descrivere il loro affannoso ricercarsi e ritrovarsi. Inoltre, sono le reazioni della folla – spesso sem ­plici esclamazioni popolareg ­gianti, o grida d’effusione – a dare la replica ai personaggi, con una tecnica che sembra al ­ludere ai famosi dialoghi dal balcone di Palazzo Venezia. Infine, persino i personaggi storici divengono personaggi co ­rali esistendo grazie alla folla che verso di loro manifesta i propri umori, come negli epi ­sodi che hanno a protagonista Pio XII; attraverso quelle fra ­si tronche, quei pensieri appe ­na accennati e comunque interrotti a metà, che col loro frammentarismo, oltre a costituire un elemento stilistico originale della prosa di Benedetti, pro ­ducono quell’impressione di ac ­celeramento e quasi di preci ­pitazione nell’avanzare del rac ­conto che si è già elencato co ­me una caratteristica, anch’essa precipua, di questo narratore. Altrove, il coro diventa qual ­cosa di equivalente alla voce pubblica, alla coscienza popo ­lare, persino alla fantasticata e sentimentale evocazione di es ­sa, come nelle pagine suggesti ­ve, in cui la fuga del re da Roma si presenta al personaggio durante la sosta, storica ­mente accertata, che fece con la regina al ministero della guerra, come una replica del suo ritorno in patria, dopo l’as ­sassinio del genitore e dopo es ­ser diventato re sul mare, quarantatrè anni prima.
Le implicazioni, i suggeri ­menti che si possono ricavare dal romanzo di Benedetti non si fermano certo qui; sono an ­zi di tal natura che si svilup ­pano gli uni dagli altri in una nutrita prolificazione. Ad esem ­pio, quel diventar pedine, sem ­plici elementi di un gioco le cui molle sono altrove – ma dove? perfino la ragione, il ra ­zionalismo sembrano dissolver ­si anch’essi tra l’irrazionale rea ­zione delle folle – delle crea ­ture esemplificate nel personag ­gio che parla in prima persona, in Goffredo o in Federico, in Luisa o Concetta. Senza di lo ­ro, come mandare avanti l’azio ­ne? E tuttavia, questa le so ­vrasta talmente che vien fatto di pensare potrebbero sostituir ­si con creature equivalenti sen ­za provocare grossi spostamen ­ti, e soprattutto senza danno. V’è poi il tema nascosto della provincia. Goffredo Aggiunti è un giovanotto provinciale, per il quale Roma – l’ambiente storico dove il romanzo si svol ­ge – è  ancora la capitale, il luogo cioè in cui si sublimano alcune indistinte aspirazioni pe ­riferiche. Non si può comple ­tamente capire, a tal proposito, L’esplosione se non rifacen ­dosi al precedente romanzo, Il passo dei longobardi; Goffre ­do Aggiunti vien fuori da lì quando parte per Roma con i suoi propositi privatamente mi ­cidiali, per assistere invece al ­l’« esplosione » pubblica. E che il romanzo si chiuda senza che i suoi amici possano conoscere la sua sorte, ma soltanto ipo ­tizzarla – partigiano sui mon ­ti o in abito talare in conven ­to – ci offre conferma, tra l’al ­tro, della forte carica tipica che il personaggio comporta, non essendo egli mai apparso così chiaro – e si vorrebbe dire: fornito di rilievo – come nell’incertezza in cui lo lasciamo, o meglio nella quale egli ci lascia.
Partito dai racconti tra rea ­listici e psicologici della gio ­ventù, nei quali però era già inconfondibile la tendenza al ­l’epica, Arrigo Benedetti, dopo esser passato dalle personali esperienze di Paura all’alba in cui i predetti elementi trovaron modo di conciliarsi felice ­mente, giunge con la presente opera a un risultato che lo po ­ne solo nel panorama attuale della nostra narrativa come au ­tore di un romanzo storico di apparato moderno, dagli accen ­ti vibranti dell’epopea cui, in assenza del verso, conferisce ritmo essenziale l’uso coordi ­nante delle voci d’una folla mutevole e passionale. Finora nessun altro libro ci aveva da ­to della nostra storia recente con pari coerenza e vigore, que ­sto senso di esperienza ormai collettiva in cui l’individuo, senza cessar d’essere, può annullarsi.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 17 Marzo 2009 @ 19:16

    Un giusto, meritato omaggio, questo interessante e approfondito articolo, all’opera di Arrigo Benedetti. Credo che questo autore lucchese meriterebbe una considerazione maggiore di quella attribuitagli, per la forza, la corposità e l’originalità della sua opera.
    Di grande respiro e di sicuro coinvolgimento il romanzo recensito, che ha ben inquadrato il periodo della storia, ma ha fornito personaggi trattati con sottili ed efficaci risvolti psicologici
    Gian Gabriele Benedetti

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