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LETTERATURA: I MAESTRI: Gli sberleffi di Phi ­lip Roth

26 Dicembre 2010

di Alberto Arbasino
[dal “Corriere della Sera”, giovedì 5 marzo 1970]

Inaspettata e felice, una colossale risata alla Rabelais attraversa la letteratura ame ­ricana recentissima, da quan ­do i romanzieri di buona fa ­ma e precedenti impeccabili aggrediscono con gli sfaccia ­ti sberleffi della farsa la ma ­dornale voga per l’erotismo che prospera spensieratamen ­te negli Stati Uniti d’oggi. Con Myra Breckinridge, Cop ­pie, Lamento di Portnoy, un improvviso « tornado » picare ­sco stravolge un’intera narra ­tiva che rimestava ancora fra le ceneri di Salinger. Sbatte e scuote insieme i due muri maestri di tanta cultura ame ­ricana contemporanea: la neurosi intellettuale, e la por ­nografia commerciale. Ma in ­tanto tre autori eccellenti producono i loro romanzi mi ­gliori nei modi della parodia scatenata, e non più della ri ­flessione pensosa, o della sa ­tira ironica.

*

In Coppie, John Updike si congeda bruscamente dalle crisi sussurrate nelle esisten ­ze consunte delle cittadine depresse. Ride, invece, su un « giro », clamoroso come un circo, di entusiastici adulte ­ri suburbani collettivi in una comunità proverbialmente pu ­ritana, ma più drolatique di Clochemerle o di Parma. Go ­re Vidal, in Myra Breckinrid ­ge, cucina le folli trame cali ­forniane di un parossistico « travesti » intrecciandole ai paradossi di un falso Roman ­zo Filosofico provvisto della seguente ideologia: i più scalcinati film hollywoodiani « di consumo » degli Anni Quaranta â— attualmente ber ­saglio di risate demenziali da parte degli adolescenti camp che li vedono alla televisione, nonché oggetto di seriose in ­dagini da parte di una « criti ­ca della cultura di massa » da vaudeville â— rappresentano in realtà il culmine dell’inte ­ra Cultura Occidentale. E per ­ché? Non soltanto riassumo ­no definitivamente tutti i te ­mi fondamentali delle grandi letterature europee; ma fis ­sano una volta per tutte i principali archetipi antropo ­logici, e i modelli di compor ­tamento, nella nuova società americana!

Dietro l’operazione di Phi ­lip Roth preme invece la stra ­ordinaria ricchezza vocale e verbale di Nuova York in quanto casa-madre della mi ­glior cultura ebrea d’oggi: la superiore ironia joyciana e sveviana e chapliniana di Saul Bellow; le desolate affli ­zioni di Bernard Malamud, sospese fra un inconclusivo presente e la memoria vivida dei pogrom slavi; la proterva belligeranza di Norman Podhoretz, deciso a farcela ad ogni costo nella giungla del ­l’industria culturale e delle « pubbliche relazioni » a Manhattan. E inoltre una sofisti ­catissima critica letteraria e sociologica e artistica… Ma anche i favolosi musicals di Broadway, nati dal medesimo folklore dei ghetti leggendari che nutriva già la narrativa yiddish di Sholem Aleichem e Isaac Bashevis Singer, e la pittura di Chagall… E le stre ­pitose commedie dialettali al ­la Filumena Marturano dove l’indistruttibile Molly Picon interpreta da decenni l’esube ­rante mammona-chioccia di Brooklyn risoluta a dominare, nello stesso tinello, sia i non ­ni di Leopoli che rifiutano di parlare « americano », sia i nipoti « moderni » golosi di leccornie non kosher… E il nuovissimo cabaret di Woody Allen, sulle catastrofiche fru ­strazioni sessuali del ragazzi ­no sgobbone destinato alla carriera di rabbino-modello.

Tutti questi disparati filoni â— da Harold Rosenberg a Barbra Streisand… â— si ri ­conducono in effetti a un te ­ma « brooklyniano » unico e largamente intraducibile: i traumi dell’adattamento a una società dura e pacchiana, « competitiva » e « senza ra ­dici », da parte di un gruppo etnico e culturale visceral ­mente affezionato allo spirito e alla lettera delle tradizioni immobili della Sinagoga, pro ­vato duramente dalle persecu ­zioni europee, e ora insidiato più dal mediocre comfort del consumismo « affluente » che non da sostanziali pressioni politiche. In una situazione di « non assimilazione » affine, la risposta «etnica » della Little Italy è â— ahimè â— la Mafia: come prova il vistoso successo del Padrino di Mario Puzo. I contrasti fra la comunità israelitica e il mondo goy spingono invece la cultura nuovayorchese più nuova ver ­so la tragicommedia, o sul let ­tino dello psicanalista.

Qui la posizione di Roth, brooklyniano « di periferia », è sempre apparsa decisamente « singolare ». Già nel ’59, un critico acuto come Alfred Kazin « ammirava il suo insolito successo » nel rappresentare « il tipico tema dell’integrità personale di fronte alle impo ­sizioni della collettività » non già in termini di sofferenza razziale ineluttabile e atavi ­ca, bensì « mettendo a fuoco la personalità umiliata e of ­fesa dell’ebreo come indivi ­duo, e non dell’individuo in quanto ebreo » (magari a di ­spetto degli « ebrei professio ­nali », che s’indignano per un razzismo rovesciato). Ma in questo Lamento di Portnoy (Bompiani, pp. 304, L. 3000), una terrificante sghignazzata, impressionante come il Viag ­gio al termine della notte, torrenziale come il Tropico del Cancro, investe i due temi complementari, la tragedia del figlio « complessato » e la commedia della mammona strappalacrime, in un grovi ­glio prossimo oscuramente al ­la gran rabbia gaddiana della Cognizione del dolore.

*

Sul lettino dello psicanali ­sta, il figlio confusamente ri ­gurgita le collere deliranti ac ­cumulate per trent’anni con ­tro gli ininterrotti « non man ­giar niente fuori casa », « chi credi d’essere », « fallo per farmi un piacerino », « mi spezzerai il cuore », « sarai sempre il mio Piccolino », « da solo, non sei capace di rego ­larti », « se non ci fossi qui io, chissà come finiresti », « non mi dài mai la minima consolazione », « guarda i tuoi compagni, quante soddisfazio ­ni dànno ai loro genitori », « bene come in casa nostra, non si mangia in nessun ri ­storante », «la mia sola colpa, è che sono sempre stata trop ­po affettuosa con voi »… In ­somma, lo sfogo incessante della mamma inebriata dai propri sacrifici, ossessionata dai rammendi e dalle polpet ­tine, che per tutta la vita parla e parla, però, in realtà, non ha mai parlato davvero col proprio figlio. Gli ha sol ­tanto riempito la testa di « os ­servazioni » e « raccomanda ­zioni », disinteressandosi total ­mente di ogni sua aspirazione o idea.

Come risultato, il bambino diventerà un omino lindo nel vestire, cerimonioso a tavola, premuroso con le ziette, perbenino a scuola. E un disastro in tutto il resto. Non fuma, non beve, non dice brutte pa ­role, non dimentica la canot ­tiera. Però non sa dire una parola in compagnia, sul la ­voro è uno straccio, con le donne fa pena, sarà un infe ­lice per tutta la vita, chissà perché il primo della classe riesce ultimo nella carriera, e quando sarà un fallito infan ­tile e neurotico, la famiglia addolorata esclamerà « perché si è ridotto così? » e non già « perché lo abbiamo ridotto così? ». Ma questa trama tut ­ta da piangere viene sbattuta e montata da Roth sulle buffissime fantasie dell’inesauri ­bile protagonista, e sulle dif ­ficoltà intestinali del suo pa ­pà, epicizzate da una « mimi ­ca verbale » smaccatamente farsesca. Così il deprimente dramma domestico si trasfor ­ma in uno smodato diverti ­mento alla Groucho Marx.

Dello stesso Philip Roth, Quando Lucy era buona (Riz ­zoli, pp. 348, L. 3200), precede il Portnoy di pochi anni, ma pare adesso una tranche de vie accurata e desolata e som ­messamente maliziosa sull’educazione sentimentale di un cuore semplice non « buono » ma cattivello, e anche un po’ stupidello, purtroppo privo di ogni buffoneria neurotica od erotica. Sono lontani il gran ­de Gargantua o l’avventuroso Simplicissimus. Siamo sem ­mai prossimi al film Picnic, rivisitato con l’alta sapienza della Jane Austen di Emma, della George Eliot di Middle- march.


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1 commento

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