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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Cardarelli #7/29

21 Settembre 2008

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]
 

Courmayeur, La Visaille, sabato [1911]

Caro Prezzolini,  

vedo bene che tu non leggi i miei articoli: il che non è gran colpa. Di Charles Péguy io ho parlato sul Marzocco, a proposito del suo penultimo libro: Victor Marie comte Hugo. In quell’articolo parlavo appunto della crisi dei dreifusardi puri, dei mistici, parlavo del posto eminente che ha l’amicizia nell’attività di questi nuovi uomini di Francia, della loro complessità di individui pratici e morali, di anime solitarie ango ­sciate da passioni storiche, sociali e nazionali. Parago ­navo la bottega dei Cahiers al Convito di Socrate, o press’a poco non ricordo bene. A proposito del suo stile dissi appunto ch’egli stilizzava il linguaggio dei contadini, il quale non è logico, sintattico, ma è fatto di ritorni sopra uno stesso motivo, sopra una stessa parola, di crescendo di aggettivi, di bruschi e impre ­veduti trapassi. Di più ha qualche cosa d’intimamente grave, rituale. E molte altre cose accennavo, anche a riguardo del cristianesimo eretico e terrestre, non trascendente, del Péguy, che ora pacatamente potrei ri ­dire con più larghezza e precisione. Mandai l’articolo a Péguy. Ed egli mi rispose mandandomi questo suo ultimo libro con una dedica cordiale. Halévy mi scrisse dicendomi che avevo indovinato molte cose. Tanto per la storia. Aggiungo, che io ho letto Notre Jeunesse e Le Mystère, che ricevo i quaderni da un anno, e che presumo, con tutta modestia, di avere qualche affinità mentale col Péguy, la cui perfezione è però tale che io sarei veramente orgoglioso se immaginassi di rag ­giungerla anche a ottant’anni.
Ti debbo dunque essere sembrato molto leggero se tu supponevi ch’io avessi letto soltanto le opere scelte.
E ci tenevo a difendere un poco questa mia povera reputazione. L’articolo te lo manderò tra una setti ­mana, a dir poco, che ora ho bisogno assoluto di riposarmi per qualche giorno. Tu intanto puoi anche fare il cenno sul Bollettino. Non mi pare che possa pregiudicare il mio articolo.
Caro Prezzolini, tu sei stanco? Riposati. L’inverno è laborioso, e bisogna approfittare di questi mesi. Non puoi affidare la Voce a qualcuno per un mese? Come va la libreria? Ci vedremo verso il 20 d’agosto. Qui ho trovato un professore di latino, d’Ivrea, ch’è un abbonato della Voce (vecchio socialista, ma disilluso, ora crede nella natura), il quale è un grande estima ­tore della nuova gioventù. Quanta buona gente è sparsa in ogni angolo d’Italia: sono queste virtù che debbono essere reintegrate.
Del Boine capisco benissimo la naturalezza nell’adottare lo stile del Péguy. Del resto io credo che l’arte non sia creazione, ma scoperta. Ecco perché non ri ­pudio Mestrovic e amo la Roma dello Zanelli.
Io vivo tra boschi di larici e abeti. Dinanzi ho tutta la catena del monte Bianco.
 

Salute, tuo

V. cardarelli

 

 


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5 Comments

  1. Pingback by Fontan Blog » LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Cardarelli #7/29 - Il blog degli studenti. — 21 Settembre 2008 @ 07:20

    […] admin: […]

  2. Commento by marino — 21 Settembre 2008 @ 12:17

    importante questa lettera. Boine, di cui parla Cardarelli nella lettera, pagí³ caro sulla pelle, l’aver tentato di lavorare sullo stile ripetivo di Peguy. Non glielo perdonarono mai.
    Grazie.

  3. Commento by Bartolomeo Di Monaco — 21 Settembre 2008 @ 12:50

    Ciao, Marino.
    Giovanni Boine, morto giovanissimo di tisi, è nato dalle tue parti (Finale marina). E’ ancora ricordato in Liguria?
    Chi potrebbe scrivere qualcosa su di lui?

  4. Commento by marino — 21 Settembre 2008 @ 13:25

    Caro Bart,

    ultimamente se ne parla, scrivimi in privato il tuo indirizzo che non lo posseggo piíº e ti mando un bel libro di Giorgio Bertone sui suoi inediti e il suo laboratorio.

  5. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 21 Settembre 2008 @ 22:00

    Approfitto di questo spazio, sapientemente e giustamente dedicato a Cardarelli, per ricordare questo letterato che era ed è considerato il maestro della “prosa d’arte”. Una prosa, la sua, che sa di lirica e dove ci riporta viaggi ed umori, considerazioni e visioni ampie, il tutto perfettamente “pennellato”; una prosa, dove non mancano voci interiori, voci inquiete, una prosa cadenzata e racchiusa in una notevole sapienza letteraria.
    Anche la sua poesia non ha niente da invidiare agli altri grandi poeti del suo tempo. Nelle sue liriche riconduce echi leopardiani, parlando di persone e paesaggi, dal quotidiano d’occasione alle riflessioni più profonde. Manifesta nei suoi versi rigore per le forme, dimostrando sempre lucidità e precisione espressiva
    Gian Gabriele Benedetti

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