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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Papini #19/29

11 Settembre 2009

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]
 

18 aprile 1907
Leonardo
Firenze, Borgo degli Albizi,   14

Caro Giuliano (pseudonimo di Prezzolini. bdm),
in questi due giorni ho pensato molto a me, all’al ­tro me dimenticato, a te, alle tue lettere. In seguito a ciò ecco le mie decisioni:
1) Sospendo,   prima   di   iniziarla, la mia   attività editoriale. I due primi volumi, ormai già stampati, non saranno messi in vendita.   Ho già ritirato il ms. del terzo.
2) Col giugno 1907 il Leonardo morirà di morte volontaria, con un ultimo fascicolo contenente l’estre ­ma sincerità. Avendo già pubblicato un n. doppio e pubblicandone ora   un   altro   basterà   un   n.   semplice per soddisfare integralmente gli abbonati.
Per oggi non voglio scriverti a lungo. Tu capisci quanto le tue lettere siano state importanti per me. Perdere la tua amicizia significherebbe uccidere la par ­te migliore della mia anima. Ti basti il pensiero di avermi svegliato come ringraziamento.

Veramente tuo
Giovanni

 

(Ti prego di non dir nulla a nessuno di questa morte che dev’essere improvvisa.)

 

Firenze, 19 aprile 1907

Caro Giuliano,
ricevo ora il tuo telegramma. Non speravo di aver risposta fino a domattina. Ti ringrazio di avermi mandato   subito   il     tuo     segno    di     riconoscimento.     Vorrei dirti   a lungo, a lungo tutta la mia storia interna di questi ultimi mesi ma non so quando potrò farlo.
Tutto questo era necessario. Non rimpiango niente. Bisogna arrivare agli estremi per poter saltare fuori: o di qua o di là. Perché continuare di qua, quando neppure bastava questa abdicazione dell’Io maggiore, alla mia calma, alla mia gioia?
Tu credi ch’io abbia menato una vita felice negli ultimi tempi? Credi ch’io non sentissi, come te, la di ­scesa, la decadenza, la compromissione, la degenera ­zione? Le cose erano avvenute lentamente ed io ero il più esposto di tutti. Guai cominciare ad esser fortu ­nati. La popolarità del Leon[ardo] è la causa maggiore della sua morte. Da lontano è facile fare i Catoni ma uno che si trova, tutti i giorni, a resistere alle insidie, alle offerte, alle insinuazioni, pressioni dei dilettanti, arrivisti, traditori, imbecilli eccetera, non può salvarsi così facilmente. Bisognerebbe poter rispondere con schiaffi alle offerte di servizio e con calci alle lodi ma la nostra civiltà non lo permette.
Mentre nei primi tempi il Leonardo era fatto per me, negli ultimi io dovevo vivere per il L. La vita meschina di intrighi, pasticci e rivalità che nasce at ­torno una rivista fortunata m’imprigionava. La vita pratica nel cattivo senso della parola mi distraeva. Perciò non creavo più né idee né immagini nuove, da ciò la mia scontentezza, da questa scontentezza il desi ­derio di distrazione, e perciò un aumento di occupa ­zioni, di intrighi, di attività puramente esterna. Ter ­ribile circolo vizioso il cui ultimo anello è stato il proposito di farmi editore per trovare qualche cosa al di là del L. in cui occuparmi. Anche per me come per te questa ultima fase è stata decisiva. Le tue lettere mi hanno forzato a rifare il mio esame di anima. Mi sono confessato, mi son liberato. Ora sento che tutto andrà meglio. Mi libererò dagli impegni, dalla gente noiosa colla quale per forza ho dovuto aver rapporti, starò solo coi miei pensieri, qualcosa di nuovo nascerà in me, qualche nuova idea germinerà nel mio spirito, qualche visione inaspettata della vita mi conforterà.
Il L. non è più l’espressione della mia anima. Esso ha già un tipo, ha delle aderenze, è legato, compro ­messo. Non c’è nessun modo migliore per uscirne che ucciderlo. Coloro che ci contavano per farne scalino alla loro ambizione faranno qualche altra cosa per conto loro. È bene che il L. faccia una bella morte improvvisa come bella e improvvisa fu la sua nascita. Prima che la degenerazione si faccia troppo manifesta chiudiamo le porte, e torniamo a un nuovo periodo di innocenza cercatrice. Perché imprigionarci nelle cose fatte da noi? Il nostro mestiere è di fabbricar palazzi e non di morirvi come una bestia in un guscio.
Facendo questo io perdo del denaro (quello dei li ­bri), dell’influenza, della notorietà eccetera, ma gua ­dagno tutto il resto e posso permettermi la solitudine e la creazione per me e la ricerca sincera della perfe ­zione invece della periodica vendita di promesse non mantenute.
Prenderò ora una piccola casa in campagna e dopo giugno, appena liquidato tutto questo periodo della mia vita e adempiuti tutti i miei impegni editoriali, mi ritirerò laggiù a vivere con pochissimi libri. Scri ­verò per riviste ed editori quello che ci vorrà per completare quel poco che posseggo e penserò più ad essere veramente quel ch’io sono nel fondo che a far delle chiacchiere perché anche gli altri siano quel che vorrei essere.
Io avevo verso di te molti debiti spirituali ma quello ora contratto è il maggiore. Da lontano tu hai potuto meglio avvertirmi della mia rovina minacciata, non rovina esterna ma quel che più importa morale. Forse tu mi hai giudicato troppo severamente non conoscendo bene tutte le condizioni nelle quali mi son trovato dopo la tua partenza da F. (questa partenza è anzi una di quelle condizioni nuove che hanno favo ­rito i miei mutamenti), ma in ogni modo la tua severità m’è stata preziosa.
Credo che ci ritroveremo ambedue migliori e spero che non ti pentirai, come forse facevi qualche giorno fa, di avermi avuto a compagno.

Tuo
Giovanni

 

 

30 marzo 1910

Caro Prezzolini,
le tue lettere mi mostrano che tu sei sempre lo stesso per   me e te ne ringrazio. S’io credessi che le parole di un amico potessero risolvere la mia questione sarei venuto subito a trovarti dopo il tuo ritorno o avrei magari affrettato colle preghiere la tua venuta. Ma non credo nel potere delle parole come non credo in tante in troppe altre cose. Non si tratta neppur di denari. Io non ho molto e non guadagno molto ma in capo all’anno non ho un debito e vivo senza che nulla manchi a me e ai miei e se pur venisse qualche brutto momento avrei sempre o parenti o amici che mi darebbero senza farsi pregare quel tanto che mi basta per tirare innanzi.
Si tratta di un’altra cosa, assai più grave. In poche parole io comincio a dubitare dell’unica cosa che mi faceva ancora vivere, cioè del mio potere creativo. Da tre o quattr’anni io vivo di credito, promettendo, preparando, tentando, progettando, e da tutte le parti quelli che mi conoscono aspettano… Ma per una ragione e per un’altra non riesco a realizzare una sola delle grandi idee che mi tormentano da tanto tempo. Ho tre libri, in cantiere, uno de’ quali si potrebbe dir finito se non fosse in gran parte da riscrivere, ma niente ancora di perfetto e di presentabile. Finora ho avuto dei pretesti per ritardare, viaggi, scomodità di vita, parti, lavori di erudizione, cambiamenti di casa o di luoghi ecc., ma ora da qualche tempo sono a posto, nulla mi manca, potrei esser calmo e dar fine una buona volta a uno .almeno dei miei libri. Invece sia per indolenza, sia per malessere, sia per scontentezza o malinconia o impotenza o che diavolo sia non riesco a lavorare quanto e come vorrei e di giorno in giorno rimando la vera e definitiva attività che dovrebbe tirarmi fuori da questo abbattimento. E tale stato oltre ch’esser penosissimo per me stesso mi rende impossibile il commercio cogli altri, con quei pochi che stimo e che aspettano da me più degli altri. Con loro io debbo fare dei discorsi insignificanti, non mi sento il diritto di affermare le mie tendenze non avendo fatto niente di solido che le giustifichi: mi sento come un debitore che dopo aver firmato cam ­biali e grosse cambiali non ha mai da pagarle. Per questo ho deciso d’interrompere le relazioni con te e con S[offici] cioè con i due che hanno più diritto di chiedere a me e di entrare in me… Non so se tu capisca quanto sia grave per me tutto ciò. Tu sei stato più volte nelle condizioni mie ma ti sei salvato coll’azione, colla pratica. Tu in fondo hai fede nell’attività, negli uomini, nella cultura, nella democrazia o che so io. Io no. Sono stato sempre, come tu sai, un pessimista e mi vado facendo misantropo. Perciò non ho via d’uscita: o la morte (sia del corpo, sia del ­l’anima: vita borghese, stupida, inutile) o la creazione. Ancora non ho perduto tutta la speranza. Forse l’isolamento e questa crisi mi salveranno e allora io tor ­nerò a te come prima, come sempre, liberato e senza malinconie.
Non dico già d’interrompere i nostri rapporti, io ti scriverò, tu mi scriverai, se ci troveremo fuori ci parleremo, ma non voglio che ci siano i rapporti quasi obbligati tra due amici, cioè io non verrò da te e tu non verrai da me. Ecco tutto. E perdonami e abbiti tutti i miei ringraziamenti.

Sempre tuo
G. Papini

 

Firenze, 7 dicembre 1914

Caro Prezzolini,
il veder quelle tue poche parole mi ha fatto ricordare quei tempi felici (di dieci anni fa!) quando ci si scrive ­va quelle fitte e infinite letterone che non sono state inutili, per quanto scordate oggi che ci scriviamo in caratteri di stampa. Vorrei che questo tuo esilio a Roma servisse, a me, per riprendere quelle chiacchie ­rate per lettera che furono uno de’ piaceri massimi di quegli anni solitari.
Indovino come tu debba trovarti a Roma in mezzo a codesto giornalistume che tanto hai disprezzato e che forse disprezzerai anche di più dopo averlo conosciuto più davvicino. Non sei bestia per codesti chiusi. Ma non è inutile che tu ci viva finché potrai resistere. Molte cose che sai per detta d’altri o per intuizione ti si coloriranno e concreteranno in ricordi di faccie e parole che nessun ottimismo cancellerà. Eppoi potrai forse farti un’idea più esatta di quel che si sta pre ­parando o temendo o sperando costà.
Ho letto le tue corrispondenze [al Popolo d’Italia di Mussolini] e mi piaccion molto. Ma essendo lontano dal Pot-bouille non vedo bene le ragioni del tuo accanimento contro Giolitti. Eredità salveminiana o ne ­cessità vera del momento? Questo G[iolitti] vecchio e scosso nel paese è davvero un pericolo? E Salandra è poi molto diverso da lui, dovendo governare cogli stessi metodi e gli stessi uomini?
A gennaio, appena avrò un po’ di soldi, verrò a tro ­varti (ti manderò anche la mia fotografia per i ribassi come direttore di L[acerba]) e allora ti sarai fatto un’idea più completa dei fatti politici. M’inizierai. Fra giorni farò una seduta del consiglio. T’informerò.
Biagi [proto della tipografia Vallecchi] non ha an ­cora composto la bibliografia del tuo libro [La Dalmazia 1915]. Se mai, la correggerò io. Ho ancora ag ­giunte da fare, oggi do il ritratto e l’autografo a Nencini. La Voce è quasi impaginata.
Tutti quanti parliamo ogni giorno di te e sentiamo molto la tua lontananza. Se tu avessi tempo scrivimi qualche volta per darmi le notizie che non si trovano nei giornali.
Giacinta sta bene e fu dispiacente di non poterti salutare. Le bambine imparano a leggere con gran rapidità. Io sto quasi sempre in casa ma da qualche giorno l’afa piovosa mi ristupidisce e lavoro poco. Hai visto il mio articolo d’addio al futurismo? La prossima L[acerba] credo ti piacerà di più.
Ti     abbraccio  affettuosamente.

Tuo Giovanni


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Bart