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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Pareto #20/29

16 Ottobre 2009

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]
 

Céligny (Genève), li 17 dicembre 1903

Personale

Ill.mo Sig. G. Prezzolini

Firenze

La ringrazio di avere avuto la cortesia di mandarmi il numero del giornale [settimanale Il Regno] in cui discorre di un mio libro.
Il Mosca, col quale ella mi mette, mi ha accusato di averlo copiato. Non mi sono curato di rispondere perché a me manca il tempo per occuparmi di tali vanità e perché, principalmente, ciò che ho di comune col Mosca è tolto semplicemente da un fondo comune a tutti. La teoria che un paese è sempre governato da una minoranza e quella del succedersi delle élites sono antiche come il mondo, e se il Mosca ha l’inge ­nuità di crederle sue, buon prò gli faccia; io riconosco di non avere su di esse il menomo diritto di proprietà. Persine Dante ha descritto, da pari suo, il succedersi delle élites, e poeticamente nota che Dio

ordinò generai ministra e duce,
che permutasse a tempo li ben vani
di gente in gente e d’uno in altro sangue,
oltre la difension de’ senni umani:
per che una gente impera ed altra langue…
Le sue permutazion non hanno tregue:
necessità la fa esser veloce.  

E in tanti altri passi come:  

Rade volte risurge per li rami
L’umana probitate…  

Dal Mosca non ho preso proprio niente. Ho bensì preso molto, moltissimo, e l’ho detto chiaramente, dallo Jacoby e dall’Ammon, e un poco anche dal Lapouze. Gli studiosi possono vedere per altro come in parte da loro dissento e cosa ho aggiunto; onde mi pare che non fosse inutile pubblicare il mio libro; e ciò mi basta, né altro bramo.
Passando ad altro argomento, vedo che il giornale da lei mandatomi è nazionalista. Io ora ho abbando ­nato interamente ogni partecipazione alla vita politica attiva e mi occupo esclusivamente di scienza, guardo i fenomeni sociali al modo stesso come guarderei fe ­nomeni chimici; voglia perciò concedermi poche pa ­role sul fenomeno nazionalista che così mi si para dinanzi. In favore della via da loro seguita sta il fatto che contro il socialismo, che è fede e religione, non si può, con speranza di prospero successo, opporre altra fede ed altra religione; né sto su ciò a ripeterle quanto, appunto a proposito del nazionalismo, scrissi nei Systèmes socialistes.
Contro, nel caso particolare dell’Italia, sta uno sco ­glio, al quale mi figuro che loro signori avranno già posto mente. L’esempio della guerra del Transvaal fa vedere che oggi una guerra costerebbe almeno un cin ­que miliardi. Quei denari l’Italia non li ha, e non li avrà per molto tempo. Dunque una guerra extra-europea non si farà; e una guerra in Europa coste ­rebbe anche più e non può farla da sola l’Italia. Quin ­di se danno la prima parte nel loro giornale all’idea di guerra e d’espansione, si mettono in una via che non ha uscita; e c’è il pericolo, discorrendo sempre di guerra senza mai farla, di somigliare ai cori del ­l’opera che, senza muoversi, cantano: Partiamo! La guerra e l’espansione possono avere il primo posto nella mente, ma occorre parlarne poco, come si usa delle cose sacre.
Invece c’è un bel lavoro da fare ponendo in ridi ­colo l’umanitarismo, il tolstoismo, ed altre sciocchezze dissolventi della presente società borghese. A Firenze, hanno una bella tradizione da seguire; quella cioè del ­l’antico Fanfulla, ai bei tempi dell’Avanzini e del Col ­lodi. Solo a Firenze, per cagione non solo della lingua ma anche dell’acume dello spirito può sorgere un gior ­nale di quel genere.
Vivendo all’estero, mi sono persuaso che se noi ita ­liani sin ora siamo, almeno in parte, sfuggiti alle manie dei nuovi settari, è principalmente in grazia del senso che abbiamo del ridicolo. Ma quel senso occorre coltivarlo, e mi pare che, in quel modo, si possa còrre larga messe. Ciò che hanno fatto per una certa via opere come I miserabili di Victor Hugo, si può disfare per via diversa deridendo, come meritano, quelle scioc ­chezze; e, tolti i veli, mostrare nella schifosa nudità gli idoli umanitari. Se ciò in tempo si fosse fatto, forse il « buon giudice » francese avrebbe avuto meno imitatori in Italia. Nell’arte, e nella letteratura special ­mente occorre menare più forti i colpi. Il buon bor ­ghese che sta per sdilinquirsi di pietà per una prosti ­tuta, per un ladro, si ferma, dubitoso di fare una sciocchezza, se lo colpisce il riso alto e forte di chi vede le cose nella loro realtà.
Aggiunga che quello è il modo di avere lettori; e l’antico Fanfulla prosperò sinché tenne quella via.
Altra cosa e poi ho finito. Non so perché ella dica di essere in disaccordo con me quando dice di briganti la nuova aristocrazia. Non ho mai detto il contrario, anzi ho avvertito esplicitamente che un’aristocrazia poteva essere un’aristocrazia di briganti. La maggior parte delle aristocrazie hanno principiato così. Similmente non c’è il menomo disaccordo tra noi nel rite ­nere che « l’aristocrazia che potrebbe sorgere non sa ­rebbe che la copia della borghesia odierna salvo qualche luogo comune cambiato e qualche superstizione messa al posto di un’altra ». Tale è precisamente il parere mio, e ho procurato di esprimerlo nei Systèmes.
L’evoluzione in Italia è meno progredita che in Francia ed in Svizzera, e perciò la borghesia vi è meno ammalata che in quei due paesi; ma, se non è fermata sulla china, seguiterà a decadere e giungerà presto allo stato in cui sono ora le borghesie francese e sviz ­zera. Dicasi lo stesso della borghesia inglese. Ella guardi se i fatti non daranno ragione a questa deduzione.
Io non ho inteso bene il fenomeno che dopo che ho potuto osservarlo all’estero; in Italia mi sfuggiva in parte, appunto perché è molto più nascosto che in altri paesi, o meglio dire, era quando io stavo in Ita ­lia, poiché in 10 anni si è fatto molta strada, ed ora il fenomeno è visibilissimo.
Scusi questa lunga lettera e mi creda

Devot.mo
Vilfredo Pareto


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