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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Serra #25/29

22 Marzo 2010

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]

Municipio di Cesena
Bibliotecario   Comunale

Cesena, 9 marzo 1911
Carissimo,

accludo, con molti ringraziamenti, la ricevuta. Ti manderò La Fattura,1 che ho dovuto ritoccare. Avevo scritto anche parte di un altro studio, che s’accompagnava nel mio pensiero con quella (sai che la F. era un marginale a uno studio sul D’A[nnunzio] preparato per Ambrosini, con altri riguardi anche a Flaubert, Cicerone, etc.); alcune osservazioni sull’av ­vicinamento di D’Annunzio con Kipling, che ho tro ­vato in Borgese e in Cecchi e nell’opinione comune. Ma questo importava certi dubbi miei sul modo di formulare il giudizio critico, nell’abitudine di questi nostri amici, che oggi mi sembrano fuor di luogo. E poi non c’è niente più arrogante e più noioso che la critica della critica. Torno alle cose mie, a Piatone, a Oriani e a tante altre che non interessano se non i miei sogni o i miei dolori.

Ma voglio dirti una cosa. Ambrosini mi scrive che l’articolo su Acri non è felice. Certo l’avevo composto in fretta, senza la mia cura solita e lenta. Ora mi dispiacerebbe molto che tu per amicizia accettassi sulla Voce cose non buone. Tu hai la pratica e anche un poco l’istinto,   il   fiuto del giornale.

Io ti mando qualche cosa, senza averla accarezzata molto. Tu poi stampa o lascia stare, come credi me ­glio. Che ti vorrò sempre bene lo stesso.

Tuo
Renato Serra

1 Pubblicata il 6 aprile 1911.
_______________
Municipio di Cesena
Bibliotecario Comunale

Cesena, 21 marzo 1911
Mio caro,

ti scrivo per incarico di Carlini, che del resto scri ­verà poi anche lui.
Si tratta dell’invito che ti era stato fatto di venire a parlare in Cesena. Anch’io avevo aderito all’idea, senza occuparmene perché in quei giorni avevo altro da pensare.

Ora poi il Carlini e gli altri hanno cercato di de ­finire la cosa e sono riusciti a quel punto che io fin dal principio avevo mostrato, pure desiderando di ingannarmi; a doverla abbandonare, per ora.

Scrivo molto semplicemente a te, che non hai bi ­sogno di cerimonie. La giornata che tu potresti pas ­sare a Cesena sarebbe perduta per te e anche per i cesenati. Carlini e gli altri suoi colleghi, non cesenati, che s’eran presi a cuore la cosa, fidando sulla buona disposizione di quei pochi studenti loro, si son dovuti ricredere.

In poche parole, la nostra gente vive del tutto fuori dal mondo delle idee disinteressate. Anche quelle per ­sone che potrebbero passare per colte, e non mancano di ingegno o di buon senso, non sanno uscire in nes ­sun modo dalle categorie comuni.

Due soli sono i criteri del valore spirituale, per noi: uno è dato dalla politica, l’altro dai giornali quoti ­diani. Nessun uomo può valer qualcosa e nessun argo ­mento può essere interessante se non appartiene a una delle due grandi classi: partiti politici, roba discussa e gridata dai giornali.

A Cesena se tu non vieni a parlare di socialismo o di Mazzini o di anticlericalismo o di democrazia; oppure di D’Annunzio o di Fogazzaro, nessuno ti starà a sentire. E se non ne parli secondo le formule consuete, nessuno ti capirà. Quando si è parlato di te, la gente, anche per bene, che avrebbe dovuto aderire, domandava, di che partito è? E poi tutti arricciavano il naso. Per i repubblicani   tu sei uno che dice male di Comandini, per i socialisti tu hai stampato che il socialismo è morto; per qualche conservatore, persona seria e colta, tu sei un nemico dell’esercito.
Ma è un uomo d’ingegno. Quali romanzi o poesie o commedie ha dunque scritto?

Tu avresti avuto un uditorio di pochi professori; alcuni studenti, i meno simpatici, quelli cioè che non si occupano di politica e che avrebbero voluto acquistarsi dei meriti presso l’insegnante; e pochi democratici cristiani. Alla porta sarebbe rimasto il sospiro di parecchi preti e seminaristi, che non avrebbero osato venire.

E solo per rispetto personale, verso Carlini e verso me, si sarebbe ottenuto forse che non venisse nessun barbiere socialista a fischiarti.

Per essere sicuri, bisognava farti parlare nella sala del liceo, sotto la protezione accademica. E questo a me piaceva poco; e credo che anche a te sarebbe pia ­ciuto meno.
Non parliamo poi dei massoni e dei loro bisbigli.

Ma proprio quelle persone che sole potrebbero avere qualche beneficio dalla tua parola, ti sarebbero mancate; voglio dire i giovani e il popolo, almeno nella sua parte più sveglia e più franca.

Così   essendo   disposte le   cose,   abbiamo creduto di rimandare la tua venuta a miglior tempo; quando un argomento     o     un     momento     diverso     possa     aprire     un accesso più sicuro, s’intende, se tu allora vorrai.
Scusami la fretta e credimi con affetto

tuo
Renato Serra
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[Senza data, 1914-’15]

Mio caro Prezzolini,

hai fatto bene ad avvertirmi: la settimana ventura riprenderò quelle bozze carducciane, di cui mi ero quasi dimenticato, e presto le avrò sbrigate. È un vo ­lume lontano dal mio animo d’oggi, e anche per que ­sto desidero di licenziarlo. Soltanto mi par necessario, non potendo cambiarne l’impronta, di aggiungergli un compimento per quel che riguarda il Carducci letterato e critico, non abbondante, ma preciso, che resti utile anche a chi non ama il mio stile. E aggiun ­gerò anche quel paragrafo sulla Francia, di cui sento il bisogno per legare queste vecchie pagine alla mia vita presente.

Del resto hai ragione; aspettando la primavera, bi ­sogna far qualchecosa quest’inverno; e la miglior pre ­parazione anche a ogni cosa seria è pur ‘sempre cultiver son jardin, intanto…

Il volumetto sarà pronto in tre settimane; manderò le bozze, con le correzioni e giunte a mano a mano: crescerà qualche pagina, forse: in ogni caso tu sarai giudice, con mandato di scegliere, fra le note che ho scritto o che scriverò, il necessario e il superfluo, se ­condo il punto di vista dell’economia editoriale. Poi capiterò a Firenze, in novembre; e parleremo di que ­sta come di altre cose che importano di più.

Per oggi basterà che ti dica grazie, per le lettere che m’hai scritto e per la nota sulla Voce. Bisogna proprio ch’io mi compiaccia di aver messo insieme quel libretto, soltanto per l’occasione che m’ha dato di sentirmi così vicini molti amici (qualcuno anche che non conoscevo, come Li nati: l’ho conosciuto per lettera, e ne sono assai contento). Tu poi hai sempre avuto per le mie cose una simpatia intelligente e direi quasi generosa, pensando a certe selvatichezze e dispetti del mio carattere: e sei stato questa volta, a parte l’indulgenza, forse il più giusto dei miei let ­tori. Ho solo una cosa da rispondere a un tuo rimpro ­vero: posso aver peccato in quegli «accanto », che ti danno fastidio, e che sono una delle mie piccole affettazioni di non curanza (l’affettazione corrisponde a qualche cosa di più intimo; ma è un altro discorso): per altro, ammetto di avere dei torti verso tutti gli altri, ma non verso Panzini. E gli voglio bene vera ­mente, e mi pare impossibile di non averlo fatto sen ­tire: ho riletto le pagine che lo riguardano e credo che vi si possa trovar tutto fuor che un’ombra di leggerezza.

Caro Panzini: abbiamo delle somiglianze così vive, in certi punti! L’ho trovato sulla riva del mare (tante mattine sono stato con lui a Bellaria: ma la guerra ci rattristava e ci stringeva troppo: gli ultimi giorni non avevo più cuore d’avviarmi!) una volta, che fa ­ceva lezione di retorica al suo figliolo, col mio libro; e gli mostrava qua e là dei piccoli effetti di stile, che erano proprio quelli ch’io avevo cercato, per il mio piacere, scrivendo: e poi aveva coperto i margini, secondo l’umore della sua lettura, contraddicendo o esagerando, di una selva così fantastica e arguta di chiose! Non ho mai ricavato tanto piacere dal mio pigro lavoro.

Del resto, intorno a Panzini avevo già scritto con più larghezza, in quell’articolo che ora si ristampa: vedrai la nota che vi aggiungo. Così potessi fare per gli altri, discorrendone secondo il mio sentimento, senza obblighi commerciali; penso a Papini, a Di Gia ­como e a tanti che ho dovuto un poco sacrificare. Croce non mi ha scritto nulla: in una lettera a Trovanelli ha accennato al mio libro, che gli è piaciuto, mi pare, per il « rispetto alla verità ». Anche questa è una cosa che desideravo di sentirmi dire; e ne son grato alla Sua intelligenza. Tuttavia non credo che il libro gli sia piaciuto veramente. C’è in Croce, e massime in questi ultimi anni, una parte di debolezza umana, che si fa sentire sempre più spesso: così verso certi giovani e certe cose che lo urtano senza ragione, come in certi paradossi e atteggiamenti alquanto anti ­patici di pedagogo universale. Adesso, per esempio, fa il tedesco, per far rabbia ai massoni. Hai visto quell’indirizzo, firmato anche da lui? A me ha fatto rabbia. O non sarebbe ora che smettessero di farci la lezione tutti questi professori? Lo sappiamo bene che c’è anche una Germania, che rappresenta un tipo di cultura e un gruppo di valori universali. Ma c’è an ­che una Germania oggi che ha per noi italiani un significato pratico e morale assolutamente diverso; la Germania della guerra e dell’ora che passa. E non importa se sia anche, per qualche parte, una crea ­zione del nostro odio e delle nostre passioni, che rap ­presenta in modo molto limitato la natura vera e le virtualità indefinite della razza tedesca. È una realtà, oggi: ed è la nostra nemica. Abbiamo il dovere di dirlo noi che non crediamo come Croce (io almeno) all’esito fatalmente benefico e felice di tutte le guerre e di tutti i dolori.

Ma lasciamo stare. Spero che tu dirai qualchecosa sulla Voce, a proposito di quell’indirizzo e di certe firme che ha raccolto.

Le ultime cose che hai scritto, sulla guerra tradita, mi son parse scritte per me. Soltanto che io son pas ­sato attraverso questa stessa esperienza, con una pas ­sione più inquieta e più incerta, troppo piena della mia persona.

A rivederci; tuo
Renato Serra


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1 commento

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