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LETTERATURA: I MAESTRI: Prezzolini – Slataper #26/29

22 Aprile 2010

[da: Il tempo della Voce”, Longanesi & C. – Vallecchi, 1960]

Trieste, 21 aprile   1911

Caro Giuliano, (pseudonimo di Prezzolini. bdm)

sto riposando. La leva l’avrei appena al 4 di maggio, e forse sarebbe Utile che io riposassi bene, perché poi ho gli esami e la Voce. Ma d’altra parte… Insomma ti prego di consigliarmi tu.

Dunque senti: secondo me Casati non ragiona bene. La Voce ha un’azione umana, di civiltà con cui egli è d’accordo. Questo è il punto essenziale, questo è il punto in cui temperamenti e convinzioni così diversi hanno potuto lavorare assieme.

Quest’opera umana ha parecchi concretamenti pra ­tici:     campagna   artistica,   politica,   strettamente   infor ­mativa ecc. In quest’ultimo anno     la     Voce     s’è     occu ­pata     più    specialmente     di     politica:     e     secondo     me non   mi     pare     un’ottima   cosa.     Ciò     dipende     per   due ragioni:     1)   che   tu,   il   tuo   desiderio   più   che la   tua realtà forse, tenderebbe ad un’azione veramente politica,   pur   non   sapendo rinunziare   a   quello che   più intimamente è tuo: attività culturale, morale. Fra que ­ste due cose non si può parlare di un vero dissidio, ma neanche di un vero accordo. Non ha ragione Amendola, e neanche   tu   (per     es.     nell’articolo     Che     fare? dove   dici che pure nell’attività   strettamente politica si può essere morali assolutamente).   La verità è che teoricamente   non   siamo   ancora in chiaro del nostro campo.   Mancandoci questa coscienza di limiti la tua attività spirituale non ti soddisfa ancora; e nella Voce predomina   via   via   l’atteggiamento   che   momentanea ­mente ti par più giusto. Non solo:   ma anche di con ­seguenza predomina ciò che in quel momento i tuoi amici fanno; se Soffici è in un periodo di grande at ­tività, l’arte; se Salvemini, la politica. È una cosa naturale;     e   basta   essa   stessa   a   dimostrare che   praticamente   facciamo.

Salvemini. Tu sai ch’io sono perfettamente d’accor ­do con le sue idee, pur non avendo certe sue illusioni politiche (parlamentarismo, suffragio universale ecc., tutte cose buone, ma non capaci di rinnovare). Sol ­tanto mi pare che tu qualche volta non controlli ab ­bastanza ciò che Salvemini ti dice. Capisci cosa in ­tendo? Tu non hai un passato, un’esperienza politica. Non conosci gli uomini, e poco le idee politiche: cioè quel tanto che ti permette la tua intelligenza logica, il tuo buon senso, le tue conoscenze storiche. Ora Sal ­vemini ha una straordinaria seduzione di chiarezza. In generale tutti noi, per reazione alla retorica, ci la ­sciamo suggestionare troppo facilmente dal « fatto ». Ci basta un fatto che avvalori un’esposizione limpida, per credere alla verità dell’esposizione. E questo è male. Per darti un esempio: il tuo ultimo articolo su Giolitti riproduceva completamente, in certe parti, ciò che Salvemini ti aveva detto di Bissolati, ecc. Prima di sentir Salvemini vedevi anche tu così, o no? E se no perché non ti sentisti in obbligo di controllare, di renderti conto?

Non ti dico ciò per sfiducia verso Salvemini. Tutt’altro. Ma penso che egli è differente da noi, che egli ha tutto un altro passato, una mentalità, probabil ­mente delle aspirazioni diverse. La sua collaborazione alla Voce è utilissima, ma a patto che noi si rielabori per nostro conto le sue idee. Portarle di peso nella Voce vuoi dire far entrare un mondo in un certo senso differente in un altro mondo. E ne nasce uno squi ­librio. Detto questo, ripeto che Casati ha torto. Se ­guendo il suo esempio un altro nostro amico domani non dovrebbe più essere con noi perché tutta la nostra campagna artistica è per un realismo. Nella Voce non si     può   essere     d’accordo   tutti     che     nella   convinzione morale.

Ora però sempre più chiaramente si vede che questo accordo non basta; e anche se noi non decidemmo mai di dare un tono alla Voce, essa a poco a poco ne ha preso uno, per forza della realtà con cui sempre più ci mettemmo in contatto. Tanto che ognuno di noi sente come stonino certi articoli di Papini, per esem ­pio. Questo tono ha una gran voglia di diventare po ­litico, se tu non ti vedessi così chiaramente dentro di te, se non ci fosse Soffici, se non ci fossi io. Ora, hai ragione: la Voce non deve diventare politica. Se tu ti risolverai in questo senso, allora devi fare un altro giornale. Ma la Voce no.

La Voce, secondo me, ha una funzione di unifica ­zione dello spirito, più che una funzione esclusiva ­mente pratica. È nata, diciamo così, crociana, ma a poco a poco va verso Gentile. A poco a poco ci sco ­priamo uomini religiosi, uomini: più che uomini ecolomici, artisti ecc. Io credo che dal nostro movimento non verrà nessuna persona più specialmente pratica o artistica, ma verrà fuori un uomo. Per questo credo che la nostra vera attività pratica sia di far amare le grandi civiltà, i popoli. Un’attività herderiana in ­somma. Riadoperiamo il timbro « Rivista di coltura italiana e straniera ».

Può essere ch’io legga nella Voce ciò che io vorrei essa fosse, e questa mia idea fosse appena una delle tante che nella Voce si fondono, per preparare più completamente nuovi movimenti e nuove riviste. Può essere che la Voce sia assolutamente un giornale di preparazione. Ma anche in questo caso io mi sento in dovere di far di tutto perché ciò che è più mio abbia la preponderanza.

Sono contento se resteremo in assai pochi. Io vorrei nella Voce: te, Amendola, Soffici, io, Jahier. E anche Amendola, che tanto stimo, capisco che è fuori. O la Voce diventa qualche cosa di preciso, o non può du ­rare molto. Ma non un partito, che sarebbe farla morire in quello che più importa.

Né vorrei assolutamente che noi s’intervenisse espli ­citamente con un atto di volontà. Basta che noi ab ­biamo coscienza di questa trasformazione. Bisogna con ­durre dove noi vogliamo quelli che ci seguono.

Dimmi francamente ciò in cui non sei d’accordo e scrivimi se devo cercare di potermi presentare prima alla leva. Scrivimi di te.

Tuo
Scipio


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Bart