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LETTERATURA: I MAESTRI: Roman Jakob ­son. Da Mosca a Harward via Praga

10 Settembre 2016

di Cesare Segre
[da ‚ÄúLa fiera letteraria‚ÄĚ, numero 27, gioved√¨, 4 luglio 1968]

Se c’√® un uomo a cui si pos ¬≠sa riconoscere l’attributo dell’u ¬≠biquit√†, √® certo Roman Jakob ¬≠son. Egli ha goduto (pi√Ļ pro ¬≠babilmente sofferto) di un’ubi ¬≠quit√† storica, che da Mosca, dov’√® nato nel 1896, lo ha fatto trasferire a Praga, ove conse ¬≠gu√¨ il dottorato, e Brno, dove inizi√≤ l’insegnamento universi ¬≠tario; poi, fuggendo davanti al ¬≠le orde naziste, a Copenaghen, Oslo e Uppsala; infine, come se seguisse una rotta un po’ tor ¬≠tuosa verso occidente, a New York, all’Universit√† Harvard e al famoso MIT (Massachusetts Institute of Technology).

Ora, circondato dall’ammirazione generale, egli si sfoga in un’altra ubiquit√†, per cui √® fa ¬≠cile trovarlo, a pochi giorni di distanza, a presiedere un con ¬≠gresso a Varsavia, a tener le ¬≠zioni a Roma o a Milano, a of ¬≠frire a Parigi i suoi lumi di consulente all’UNESCO. E c’√® l’ubiquit√† linguistica, che gli permette di usare con disinvol ¬≠tura tre o quattro lingue slave e le principali d’occidente, an ¬≠che se con un caratteristico ac ¬≠cento di cui egli stesso si pren ¬≠de gioco. (¬ę Io pano abbastan ¬≠za bene il russo ¬Ľ. dice, ¬ę in una dozzina di lingue ¬Ľ).

Ma l’ubiquit√† a cui voglio al ¬≠ludere √® soprattutto di caratte ¬≠re culturale. Sembra che appe ¬≠na si formuli un’idea nuova, si abbozzi una teoria originale, Jakobson sia l√†, pronto a di ¬≠scuterle, approfondirle, arric ¬≠chirle; ancor pi√Ļ, sembra che egli sappia precorrere i tempi, dando un nome e una formula ad aspirazioni vaganti nell’a ¬≠ria. S’afferma il cubo-futurismo, e Jakobson, amico di Majakovskij e di Chlebnikov, si fa critico militante e analiz ¬≠za le loro poesie (La nuova poesia russa, 1921); nasce il formalismo, e Jakobson, lavo ¬≠rando gomito a gomito con Tynjanov, gli d√† un apporto fon ¬≠damentale; matura lo struttu ¬≠ralismo, e Jakobson emerge su ¬≠bito dal gruppetto dei suoi fon ¬≠datori, precorrendo anzi quel ¬≠l’esigenza diacronica che la teoria sembrava dapprincipio sacrificare (alludo alla geniale appendice ai Principes de phonologie di Trubeckoj); viene elaborata la teoria della comu ¬≠nicazione, e Jakobson √® tra i primi a vederne l’ampia appli ¬≠cabilit√† alla teoria del linguag ¬≠gio.

Egemonia della linguistica

Sono solo accenni, l’elenco potrebbe continuare; e si fareb ¬≠be molto pi√Ļ lunga se si voles ¬≠se anche tener conto dell’in ¬≠flusso che il magistero di Ja ¬≠kobson ha potuto esercitare, coadiuvato dalla propensione dello studioso a quell’interdisciplinarit√† che √® una delle ca ¬≠ratteristiche del pensiero mo ¬≠derno, dall’eloquenza trasci ¬≠nante e contagiosa di Jakob ¬≠son. Il caso pi√Ļ noto, e forse di maggior rilevanza fuori della specializzazione linguistica, √® il sodalizio con un altro esule, L√©vi-Strauss, nella Scuola Li ¬≠bera di New York (1942-1946).

Ci√≤ significa non solo che i ¬ę modelli ¬Ľ descrittivi fonda- mentali dell’antropologia cul ¬≠turale di L√©vi-Strauss sono de ¬≠dotti dallo strutturalismo jakobsoniano, ma che l’eccezio ¬≠nale (o eccessiva?) voga del ¬≠l’antropologia strutturale ha fatto di questa disciplina il braccio secolare dell’egemonia conquistata negli ultimi tempi dalla linguistica. (Una volta era la linguistica che chiedeva aiuto alle altre scienze, da quelle naturali e dalla sociolo ¬≠gia alla psicologia e alla logi ¬≠ca).

Basta aver conversato qual ¬≠che volta con Jakobson per rendersi conto dell’entusiasmo con cui egli si getta in qualun ¬≠que discussione teorica o in qualunque analisi linguistica o poetica, della spericolatezza con cui √® pronto ad accogliere l’impostazione pi√Ļ nuova, sen ¬≠za dogmatismi, senza neanche sognarsi un appello alla pro ¬≠pria autorit√†. Certo, corre po ¬≠chi rischi di trovarsi le spalle scoperte chi ha la formidabile ricchezza di esperienze scienti ¬≠fiche di un Jakobson.

Slavista e medievalista insi ¬≠gne (i suoi lavori sull’epica so ¬≠no ora raccolti nel IV volume dei suoi Selected Writings, L’Aia 1966), studioso di proso ¬≠dia e metrica, di poesia popola ¬≠re, di mitologia e di folklore (si veda almeno lo splendido arti ¬≠colo pubblicato l’anno scorso in ¬ę Strumenti Critici ¬Ľ), teori ¬≠co della letteratura, critico di vari interessi, da Puskin a Chlebnikov a Pasternak, da Dante a Baudelaire, da Eminescu a Brecht.

Ma Jakobson √® soprattutto linguista: anche quando si oc ¬≠cupa di tutti gli altri temi a lui cari. Chi ha voluto, ha po ¬≠tuto farsi un’idea delle sue teo ¬≠rie leggendo i Saggi di lingui ¬≠stica generale tradotti due an ¬≠ni fa (Feltrinelli). Ma si pensi che il I volume dei suoi Selec ¬≠ted Writings (L’Aia 1962), de ¬≠dicato esclusivamente a saggi di fonologia e all’innovatore studio sul linguaggio infantile e sull’afasia (Kindersprache, Aphasie und allgemeine Lautgesetze, Uppsala 1941), sfiora le 700 pagine. E possiamo per ¬≠sino prenderci il gusto di ri ¬≠percorrere con Jakobson le tappe principali del suo pensie ¬≠ro, i temi che continuano a oc ¬≠cuparlo (s’attende una grande opera su Suono e significato): basta leggere il ¬ę Retrospect ¬Ľ che chiude il monumentale vo ¬≠lume.

Dire qui in breve quanto ab ¬≠bia dato Jakobson alla lingui ¬≠stica √® impossibile; del resto manca una precisa storia della linguistica moderna, che per esempio indichi per Jakobson gl’influssi esercitati da Saus ¬≠sure, forse per mediazione di Karcevskij, i suoi debiti verso il precursore Baudouin de Courtenay e i suoi rapporti con Trubeckoij; o che, allar ¬≠gandosi alle sfere filosofiche, precisi gli eventuali legami con Husserl, con Carnap, e cos√¨ via.

Affascinato dalla poesia

Accenner√≤ solo al problema della definizione del ¬ę fone ¬≠ma ¬Ľ. Dopo aver ridotto in ter ¬≠mini funzionali o probabilistici quelli che erano i suoni della vecchia fonetica, Jakobson pa ¬≠re aver voluto arrivare a un’a ¬≠nalisi positiva dei fonemi. Il suo metodo, che raccoglie mas ¬≠sicci consensi e dissensi, arriva a scomporre questa supposta unit√† minima in un ristretto numero di qualit√† differenziali la cui presenza o assenza per ¬≠mette di definire ogni fonema. E’ stata una specie di scompo ¬≠sizione dell’atomo.

Non meno importante la ri ¬≠cerca di eventuali leggi di svi ¬≠luppo diacronico dei sistemi fo ¬≠nologici delle varie lingue (Ja ¬≠kobson se n’√® occupato specialmente per la famiglia slava). Se lo strutturalismo era riusci ¬≠to a sintetizzare il numero rea ¬≠le e i reciproci rapporti dei fo ¬≠nemi di ogni lingua, sembrava dapprima che esso finisse per affidarli a una geometrica fis ¬≠sit√† invece di cercare nella stessa natura di questi rappor ¬≠ti le eventuali spinte e ricom ¬≠porsi in nuove geometrie: con ¬≠forme all’esperienza che abbia ¬≠mo dell’ininterrotto mutarsi delle lingue umane. In questo ordine d’idee il genio di Jakob ¬≠son √® apparso nella sua gran ¬≠dezza; e oggi quasi tutto lo strutturalismo si pone proble ¬≠mi di sviluppo storico, rinno ¬≠va, anzi, le stesse concezioni storiografiche.

L’interesse di Jakobson per la letteratura (in apparenza cos√¨ lontana da questi proble ¬≠mi), le sue virtuosistiche anali ¬≠si di testi che hanno fatto cor ¬≠rugare la fronte a tanti lettori, sono tutt’altro che la musica del ¬ę violon d’Ingres ¬Ľ di uno scienziato. Jakobson sar√† stato attratto alla letteratura dalle sue origini militanti e formali ¬≠stiche, ma ha sempre afferma ¬≠to ben chiaro che l’opera di poesia lo affascina perch√© i procedimenti e le funzioni del ¬≠la lingua vi sono valorizzati, enfatizzati da una coscienza creatrice; essa perci√≤ offre al glottologo un tesoro di osser ¬≠vazioni incomparabile con la grigia routine della lingua quo ¬≠tidiana.

Da osservazioni analoghe partivano, negli stessi anni del ¬≠l’attivit√† di Jakobson, Vossler, Spitzer e tutta la linguistica ¬ę storica ¬Ľ (di cui la stilistica √® una filiazione) nella loro velo ¬≠ce marcia verso i territori let ¬≠terari. Questo impressionante parallelismo nasconde proba ¬≠bilmente (se vogliamo applica ¬≠re i procedimenti riduttivi che ci ha insegnato Jakobson) una segreta ma essenziale comu ¬≠nanza di ¬ę tratti distintivi ¬Ľ tra due scuole antagoniste.

Come spiega l’attuale ¬ę risco ¬≠perta ¬Ľ della linguistica gene ¬≠rale?

Jakobson: Ci sono molti motivi, e non so quale sia il pi√Ļ importante. Co ¬≠loro che dicono che la linguistica √® una scienza giovane, perch√© commet ¬≠tono questo errore? I neo-grammatici, la scuola predominante nella seconda met√† del diciannovesimo secolo, han ¬≠no creduto che la linguistica storica fosse l’unica disciplina linguistica au ¬≠tenticamente scientifica. Dicevano che non si pu√≤ pensare a una scienza della lingua che non sia storica. Ma quegli studiosi che sono stati storicisti per quanto riguarda la lingua non lo sono stati per quanto riguarda la linguistica.

Hanno creduto che la linguistica avesse inizio col XIX secolo, cio√® nel momento in cui i princ√¨pi della lingui ¬≠stica storica sono stati formulati chia ¬≠ramente. Ma non esiste un’epoca nella storia umana nella quale non sia esi ¬≠stita la linguistica. La linguistica √® na ¬≠ta nel vicino Oriente almeno duemila anni prima di Cristo; poi abbiamo la grande epoca del pensiero linguistico in Grecia e in India. La storia della linguistica non √® ancora stata scritta; ma l’esperienza linguistica continua. Si pu√≤ dimostrare l’enorme influenza esercitata dai filosofi greci o dai gram ¬≠matici del sanscrito sul pensiero lin ¬≠guistico del nostro tempo. Ecco una prima ragione; ma ce ne sono altre.

Prendiamo alcuni linguisti di prim’ordine, pionieri della linguistica mo ¬≠derna a Est e a Ovest. Ad esempio Baudoin de Courtenay, Krouchewski, un altro polacco, Franz Boas in Ame ¬≠rica. Quando ci si chiede che cosa li ha portati a occuparsi di linguistica essi ci rispondono: √® stato il sistema della logica del sub-cosciente, la logica di cui i soggetti parlanti non tengono conto e che al tempo stesso ha una im ¬≠portanza determinante. Il fatto che si tratti di una logica, di una struttura sociale, di una struttura che ha un ruolo essenziale nella vita dell’uma ¬≠nit√† dimostra che questi fatti debbono divenire necessariamente oggetto di studio. Ora si √® potuto andare al di l√† dell’analisi delle varie sovrastrutture proprio perch√© tutti gli altri fenome ¬≠ni della cultura presuppongono la lin ¬≠gua.

Osserviamo un altro aspetto della questione. La linguistica √® divenuta un punto di contatto fra le scienze na ¬≠turali e le scienze umane. La lingua si trova a cavallo fra la natura e la cultura. E’ un fenomeno che caratte ¬≠rizza l’umanit√† e tutti i rappresentanti dell’umanit√†, eccezion fatta per i casi patologici. Bisogna, dunque, cercare le radici biologiche che spiegano la lin ¬≠gua. Si possono solo intravedere, e d’altra parte, ricordiamoci, la lingua non √® un fenomeno puramente biologico. Il rapporto fra il bambino e la lingua non √® lo stesso di quello che hanno gli usignoli col canto. Mediante la lingua la cultura entra in contatto col bambino. Questo fenomeno ha una funzione specifica, la stessa funzione che unisce le scienze cos√¨ dette esatte e le scienze umane, le scienze sociali.

 

Non crede che si possa dire che nello stato attuale delle scienze umane, come l’antropo ¬≠logia, o delle scienze esatte, co ¬≠me la biologia, si √® scoperto che a tutti i livelli si pongono dei problemi di comunicazione e che quindi la linguistica che si √® sviluppata per prima ha potuto servire da modello a quelle scienze?

 

Jakobson: E’ evidente che oggi si co ¬≠mincia a parlare delle scienze umane come di scienze della comunicazione; perci√≤ la comunicazione verbale di ¬≠venta un modello per le altre scienze della comunicazione. La ragione √® sem ¬≠plice. La comunicazione dei messaggi verbali √® primaria; la comunicazione dei messaggi non-verbali presuppone l’esistenza del sistema verbale del ¬≠la lingua. E la comunicazione di altri fenomeni, come dice L√©vi-Strauss, la comunicazione di beni o servizi, per esempio, presuppone l’esistenza dei messaggi. Nessun fenomeno sociale pu√≤ esistere senza comunicazione di messaggi e prima di tutto di messaggi verbali. Inoltre ogni comunicazione di questo genere √® traducibile in messag ¬≠gi verbali. E! dunque evidente che lo studio dei messaggi verbali pu√≤ servi ¬≠re da modello alle altre scienze.

E’ evidente che non si tratta di im ¬≠perialismo. L’imperialismo √® odioso in tutti i campi. Si tratta invece di auto ¬≠nomia e di integrazione. Ma l’integra ¬≠zione non esclude l’autonomia, al con ¬≠trario, la presuppone. L’integrazione √® un’ottima cosa; quello che √® disgustoso √® l’eteronomia, cio√® il tentativo di ana ¬≠lizzare certi fenomeni servendosi solo dei criteri validi per gli altri fenomeni. Il colonialismo √® odioso in tutti i campi.

 

E’ interessante del resto sen ¬≠tire che L√©vi-Strauss dice che l’antropologia strutturale gli √® stata rivelata, diceva proprio cos√¨, leggendo le sue opere.

 

Jakobson: Claude L√©vi-Strauss ha saputo utilizzare molto bene alcuni metodi linguistici nel campo antropologico. Dice di essere mio allievo per quanto riguarda la linguistica. Accetto la definizione a condizione che ci si ri ¬≠cordi che sono suo allievo in antropo ¬≠logia. Siamo allievi l’uno dell’altro.

Devo dire che ci√≤ che √® importante in L√©vi-Strauss √® che non ha mai ap ¬≠plicato i princ√¨pi, i criteri, le procedu ¬≠re linguistiche a dei fenomeni antro ¬≠pologici che non siano verbali. Ha sa ¬≠puto trarre le sue conclusioni dalla metodologia linguistica, ma la sua so ¬≠luzione √® completamente autonoma, e ha portato a grandi risultati. Tutto quel che si dice dell’imperialismo lin ¬≠guistico non ha senso. Non esistono molti principi o metodi che non si applichino soltanto alla linguistica, ma che si applichino a tutte le scienze della comunicazione, a tutte le scien ¬≠ze umane.

Se la linguistica ha avuto la possibi ¬≠lit√† (per i motivi che ho detto) di svi ¬≠luppare maggiormente la propria me ¬≠todologia, questo non √® avvenuto per ¬≠ch√© questa metodologia vale solo per la lingua. Esistono dei princ√¨pi e dei me ¬≠todi che sono validi solo per lo studio del linguaggio; ma esistono dei prin ¬≠c√¨pi elaborati dalla linguistica che sono anche dei princ√¨pi di semiotica gene ¬≠rale e comparata, dei princ√¨pi che ri ¬≠guardano ogni sistema di segni. E’ comprensibile che questo metodo sia stato elaborato anzitutto per la lingua, la lingua √® il sistema centrale, √® il si ¬≠stema primario dei segni; gli altri si ¬≠stemi di segni implicano l’esistenza della lingua.

C’√® un campo in cui questa storia dell’imperialismo della linguistica sta diventando una cosa seria: √® il campo della poetica. E’ necessario tener con ¬≠to di certe differenze. Se paragoniamo la lingua e le arti plastiche, la lingua e la musica, la materia di cui si servono le arti plastiche e la musica non √® la materia verbale. Ma la poesia utilizza la materia verbale. Un linguista che non voglia limitare eccessivamente il suo punto di vista, che voglia vedere la lingua in tutta la ricchezza delle sue funzioni deve studiare anche la funzione poetica della lingua. Non si tratta di imperialismo. Sarebbe as ¬≠surdo dire: mi interesso alla lingua so ¬≠lo per quanto riguarda la sua funzione conoscitiva, o puramente connotativa, ecc. e lascio da parte la funzione poeti ¬≠ca.

Non bisogna dimenticare che la fun ¬≠zione poetica della lingua non esiste solo nelle poesie, ma in ogni manife ¬≠stazione della lingua, in ogni parola. Ma in questi fenomeni la funzione poetica √® subordinata, mentre non esi ¬≠stono esempi di un fenomeno poetico in cui la funzione poetica della lin ¬≠gua non sia predominante (il che non esclude la presenza di altre fun ¬≠zioni). Cos√¨ il linguista che sa, che cos’√® la lingua, che sa come servir ¬≠si della materia verbale, deve preoc ¬≠cuparsi delle strutture della poesia. Se ci sono dei separatisti letterari che hanno paura di questo intervento della linguistica, tanto peggio per loro. Ma il problema richiede l’intervento dei linguisti.

 

Vuol fare un esempio?

 

Jakobson: Prendiamo i versi e l’arte di far versi. Si sono scritte molte sciocchezze sulla struttura metrica dei versi. Perch√©? Perch√© coloro che le hanno scritte non sapevano niente del ¬≠la prosodia della lingua. Ma qual √® la materia di cui si serve la poesia? Qual √® la materia di cui si serve la struttu ¬≠ra del verso? Qual √® l’essenza della metrica? Sono gli elementi della pro ¬≠sodia, sono le strutture fonologiche che sono trasformate dai versi.

 

Vorrei farle un’altra domanda che riguarda i rapporti tra la linguistica e le altre scienze. Lei ha avuto dei contatti con i ci ¬≠bernetici. La nascita della ciber ¬≠netica e della linguistica nello stesso periodo storico le sembra un caso?

 

Jakobson: Da quando lavoro a Cam ¬≠bridge (nel Massachussets) cio√® dal 1949 ho avuto numerosi colloqui con Norbert Wiener. Del resto l’avevo co ¬≠nosciuto ancora prima, alla Columbia University, dopo la guerra; mi aveva invitato a una delle prime riunioni di cibernetici per discutere le strutture del codice linguistico. Avevo parlato soprattutto dei problemi fonologici. Questi contatti mi avevano molto inte ¬≠ressato e quando √® uscito il suo libro sulla cibernetica nel 1948 ho tratto molto profitto dalla lettura di esso. E’ interessante l’idea di un sistema che contiene la sua ¬ę self-regulation ¬Ľ, un si ¬≠stema che di fatto rappresenta un fe ¬≠nomeno che Hegel definisce come mo ¬≠vimento autonomo. E’ una idea indispensabile al linguista. E da allora ho sempre seguito i lavori di Wiener. Sia ¬≠mo molto vicini l’uno all’altro; collaboro alla rivista ¬ę Control information ¬Ľ.

 

Potrei forse farle un’altra do ¬≠manda sullo stesso argomento. La cibernetica e il formalismo matematico hanno determinato un tipo di linguaggio che √® diverso da quello studiato dai lin ¬≠guisti. Si tratta di un linguaggio non-iconico, un linguaggio cui non corrispondono immagini. In ¬≠vece la linguistica orientata ver ¬≠so la fonologia fa corrispondere a ogni segno delle immagini af ¬≠fidando al tempo stesso una fun ¬≠zione privilegiata alla parola. Non crede che si ponga un pro ¬≠blema ai linguisti, con lo svilup ¬≠po di un sistema di comunica ¬≠zione che rafforza in un certo modo il sistema di comunicazio ¬≠ne matematico, il quale esclude la parola, mentre la linguistica generale ha un orientamento prevalentemente fonologico?

 

Jakobson: Mi permetta di modificare un po’ la domanda e di dire: i lin ¬≠guaggi formali non escludono la paro ¬≠la ma escludono il contrasto fra ¬ę langue ¬Ľ e ¬ę parole ¬Ľ, fra codice e messag ¬≠gio. La questione √® molto importante. La lingua naturale, come viene chia ¬≠mata dai logici, la nostra lingua quoti ¬≠diana, la lingua di ogni giorno, la lin ¬≠gua abituale non √® la sola lingua che esista. Esistono anche molte sovra ¬≠strutture, che sono le lingue formaliz ¬≠zate o semi-formalizzate, e fra le quali il calcolo matematico rappresenta l’e ¬≠spressione forse pi√Ļ pura. Il linguista deve occuparsi o no di queste lingue? Evidentemente s√¨. Ripeto sempre che la lingua, in tutta la sua variet√† e in tutta la sua ricchezza, √® l’oggetto della linguistica.

Oggi si fanno dei tentativi molto in ­teressanti per studiare comparativa ­mente diversi tipi di linguaggio (i vari tipi di linguaggio formalizzato e il nostro linguaggio di ogni giorno).

Il tentativo pi√Ļ interessante uscir√† fra poco. Si tratta di un libro di E. Harris sulla linguistica matematica, nel quale egli considera, analizza, in ¬≠terpreta questi diversi linguaggi dal punto di vista della teoria dei gruppi. I risultati di questa ricerca sono molto interessanti. Questa opera √® molto di ¬≠versa dal primo libro di Harris che fe ¬≠ce molto rumore perch√© eliminava l’idea di significato, mentre invece adesso egli introduce a tutti i livelli, in tutti i campi, il concetto di signi ¬≠ficato.

Come si presenta il problema per un linguista? Anzitutto bisogna tener conto del fatto che tutti questi lin ¬≠guaggi formalizzati sono delle struttu ¬≠re, perch√© ognuna di queste strutture non presuppone solo l’esistenza di un linguaggio naturale, ma anche la pos ¬≠sibilit√† di venir tradotta in linguaggio naturale. Per quanto riguarda la mate ¬≠matica sono completamente d’accordo con quanto ha detto Borei e quanto √® stato ripetuto pi√Ļ volte da Niels Bohr e da tanti matematici; la matematica ri ¬≠chiede il controllo del linguaggio na ¬≠turale, essa presuppone naturalmente la possibilit√† di venir tradotta in un linguaggio naturale.

La questione del rapporto fra questi linguaggi formalizzati e il linguaggio naturale richiede una cooperazione fra linguisti e logici. Per√≤ questa coo ¬≠perazione deve avvenire a certe condi ¬≠zioni. I logici non debbono considera ¬≠re, come fanno spesso, il nostro lin ¬≠guaggio naturale come un linguaggio di second’ordine, un linguaggio vago e ambiguo… Noi linguisti risponderem ¬≠mo che se si tratta di ¬ę un brutto ana ¬≠troccolo ¬Ľ, si tratta di quello di Ander ¬≠sen. Ha una funzione diversa.

Per capire questa funzione bisogna ricorrere a una distinzione molto im ¬≠portante, quella fra i linguaggi che in inglese si chiamano ¬ę context free ¬Ľ e ¬ę context sensible ¬Ľ (¬ęlibero nei con ¬≠fronti del contesto ¬Ľ e ¬ę sensibile al contesto ¬Ľ). Libero nei confronti del contesto significa: che conserva sempre l’identit√† del significato. Sensibile al contesto vuol dire che esiste una grande differenza fra il significato generale di una unit√† e i suoi diversi significati contestuali.

 

Qual √® l’importanza di que ¬≠sto linguaggio che dipende dal contesto?

 

Jakobson: E’ il linguaggio che am ¬≠mette la metafora e la metonimia, √® il linguaggio figurativo. Ma senza lin ¬≠guaggio figurativo non esiste creazio ¬≠ne. Non solo non esiste creazione poe ¬≠tica, ma non esiste una possibilit√† di atteggiamento dinamico nei confronti della lingua, non esistono parole che ci permettano di affrontare situazioni nuove. La lingua naturale √® la lingua che, appunto perch√© ammette le metafore e le metonimie, √® la pre-condizione necessaria di ogni scoperta scien ¬≠tifica. Senza questo linguaggio, non esistono nuove strade.

Questo linguaggio √® indispensabile per mettere in moto l’immaginazione. A questo bisogna aggiungere che non viviamo soltanto in un mondo pura ¬≠mente intellettuale e conoscitivo. Certo per formulare idee scientifiche abbia ¬≠mo bisogno di formule, ma ci sono molti fenomeni nella nostra vita che richiedono una certa mitologia verba ¬≠le. E’ molto strano che nella linguisti ¬≠ca recente sia nata, soprattutto negli Stati Uniti, una corrente che ha volu ¬≠to escludere dalla ricerca linguistica la semantica e i significati in generale. E’ evidente che alla fine si arriver√† al ¬≠l’assurdo. Anzi, ci siamo gi√† arrivati. Non voglio criticare troppo questo orientamento: si tratta di una espe ¬≠rienza interessante. Per un biologo √® molto interessante tagliar la testa ai polli per vedere quali movimenti pu√≤ fare un pollo senza testa; ma sarebbe pericoloso che il biologo arrivasse alla conclusione che il pollo ideale √® il pol ¬≠lo senza testa.

Questa tappa √® ormai superata. Si torna al problema del significato. Oggi molte opere di filosofia del linguaggio affermano che la semantica √® una par ¬≠te importante della linguistica, che √® la linguistica meno la grammatica. Es ¬≠se accettano i significati lessicali, ma non vogliono ammettere i significati grammaticali. Perch√©? Perch√© i signi ¬≠ficati grammaticali, nella loro grande maggioranza sono dei significati n√© lo ¬≠gici n√© intellettuali. Ma questi signi ¬≠ficati, come hanno stabilito numerosi linguisti, come lo dimostra la poesia dalle origini fino ai nostri giorni, han ¬≠no una grande importanza per la no ¬≠stra vita emotiva, per la nostra vita poetica e anche per le nostre creazioni scientifiche. Prendiamo un esempio grammaticale. In tedesco e, in inglese ¬ę piove ¬Ľ si dice ¬ę es regnet ¬Ľ e ¬ę it rains ¬Ľ. Cos’√® questo ¬ę it ¬Ľ? Cos’√® que ¬≠sto ¬ę es ¬Ľ? Questo pronome neutro in costruzioni che dovrebbero essere im ¬≠personali? Se √® vero che dal punto di vista logico queste costruzioni sono eliminate dalle lingue formalizzate, penso d’altra parte che senza que ¬≠ste costruzioni particolari Freud non sarebbe mai arrivato all’idea dell’¬ę Es ¬Ľ.

Si pu√≤ dire dunque che un campo nuovo si apre alle ricerche psicoanali ¬≠tiche; lo studio di questi fenomeni ver ¬≠bali che sono molto pi√Ļ prossimi alla nostra vita, non direi sub-cosciente ma sub-liminale, che alla vita come si ri ¬≠flette nelle scienze esatte. Questi fe ¬≠nomeni non potrebbero essere esclu ¬≠si dai nostri studi linguistici in gene ¬≠rale e semantici in particolare.

Per questo motivo attribuisco una grande importanza ai significati delle categorie grammaticali. Un grande pensatore ha capito l’importanza e la funzione dei concetti grammaticali nel linguaggio. E’ il linguista americano Edward Sapir.

 

Vorrei parlare ancora della poesia. Lei ha dimostrato che nel campo della linguistica esi ¬≠ste anche il poetico, e non solo il poetico che si trova nella poe ¬≠sia propriamente detta, ma an ¬≠che il poetico che √® presente nel linguaggio naturale. Esiste dun ¬≠que una funzione poetica. Come si pu√≤ definire questa funzione dal punto di vista linguistico? Cos’√® che distingue la parola poetica nei confronti degli altri tempi di parola? Lei ha detto, credo, che la funzione della poe ¬≠sia stava nel mettere in rilievo il messaggio. Cosa significa esat ¬≠tamente questa formula?

 

Jakobson: Forse sarebbe pi√Ļ chiaro, data l’ambiguit√† del termine messag ¬≠gio, dire che la poesia mette in rilievo i segni verbali stessi. E questo a due livelli: al livello del significante e al li ¬≠vello del significato.

La filosofia ha stabilito una differen ¬≠za essenziale fra ci√≤ che si chiama il ¬ę signatum ¬Ľ e ci√≤ che si chiama il ¬ę designatum ¬Ľ, fra il significato, che fa parte del segno verbale e l’oggetto designato. Se si tien conto di questa differenza essenziale, gi√† nota a quei grandi filosofi della lingua che erano i filosofi stoici, si vede che ci sono due modi di parlare. Si pu√≤ parlare tenen ¬≠do soprattutto conto del ¬ę designa ¬≠tum ¬Ľ, della referenza, dell’oggetto de ¬≠signato oppure si pu√≤ parlare metten ¬≠do in rilievo il segno stesso. Questo non vuol dire (√® un errore che molti linguisti hanno fatto) che in questo caso si mette l’accento soltanto sulla materia sonora. Il fenomeno √® un fe ¬≠nomeno di significato, √® un fenomeno semantico.

Questo non vuol dire che nella poe ¬≠sia l’oggetto designato non abbia una sua funzione. Pu√≤ avere una funzione pi√Ļ o meno importante; ma la poesia resta poesia. Si possono avere gli idea ¬≠li pi√Ļ elevati, si possono esprimere delle verit√† filosofiche o fisiche, ma se non si tiene conto della funzione pri ¬≠maria del segno in quanto tale, nessu ¬≠no considerer√† l’opera in questione un fenomeno poetico. Inversamente, si pu√≤ discutere qualsiasi tema filosofico come ha fatto ad esempio Lucrezio nel suo ¬ę De rerum natura ¬Ľ. E’ un testo molto interessante dal punto di vista filosofico e dal punto di vista della sto ¬≠ria della scienza; ma sono dei versi, pieni di immagini. E’ un linguaggio organizzato in quanto tale, una com ¬≠posizione che tiene conto soprattutto del gioco dei segni, del gioco dei si ¬≠gnificati e dei significanti.

 

Si rimprovera spesso a quel ¬≠lo che si √® soliti chiamare ¬ę strutturalismo ¬Ľ la sua assenza di senso storico. Qual √® l’im ¬≠portanza della ¬ę storia ¬Ľ nella linguistica generale?

 

Jakobson: La scuola ¬ę neo-grammati ¬≠cale ¬Ľ ha fatto una storia dei fatti lin ¬≠guistici e non una storia delle lingue perch√© l’idea di una lingua che costi ¬≠tuisca un tutto non √® stata capita dai neo-grammatici.

Saussure ha di nuovo introdotto questa idea; ma √® significativo che non l’abbia portata fino in fondo. Il suo grande merito √® quello di aver capito che la descrizione di una lingua deve essere orientata verso l’insieme, verso il sistema, verso le leggi strutturali di questo sistema. Ma la sua debolezza, dovuta all’epoca in cui viveva, √® quel ¬≠la di essere rimasto nell’orbita dei neo-grammatici. Questa √® la ragione della tragedia vissuta da Saussure. Non √® arrivato a trovare strade nuove. Quanto a me ripeter√≤ quel che vado dicendo da una quarantina d’anni: l’opposizione fra struttura e storia √® un anacronismo. Questa opposizione esisteva ai tempi di Saussure, i lingui ¬≠sti di oggi l’hanno superata.

Per la linguistica di oggi e di doma ¬≠ni la sincronia non √® statica; i muta ¬≠menti della lingua sono un fenomeno sincronico. Se ogni elemento trova nella sincronia il suo senso, il suo rap ¬≠porto col sistema, il suo fine, allora an ¬≠che i mutamenti debbono essere consi ¬≠derati come facenti parte della sincro ¬≠nia. In nessun campo un mutamento avviene in un giorno. I mutamenti so ¬≠no dei fenomeni lunghi. Quando si parla di un mutamento in ¬ę status nascendi ¬Ľ c’√® sempre una coesistenza di stadi diversi, lo stadio iniziale e lo sta ¬≠dio finale. Questa coesistenza, come ogni coesistenza, ha un senso. Sono delle differenze stilistiche, sono delle varianti dei ¬ę sottocodici ¬Ľ, sono delle varianti che per i soggetti parlanti co ¬≠stituiscono degli arcaismi, ¬ę all’anti ¬≠ca ¬Ľ oppure ¬ę alla moda ¬Ľ.

 

Questo dimostra che l’asse temporale, la storia, √® un feno ¬≠meno sincronico. Qual √® allora la funzione della diacronia? A cosa serve il paragone fra ci√≤ che avviene nella lingua di oggi e quello che avveniva nella lin ¬≠gua del XVIII secolo, nel Me ¬≠dioevo ecc.?

 

Jakobson: Si tratta di una sovra ¬≠struttura scientifica, che si fonda sul ¬≠l’analisi dinamica delle sincronie nella storia. La sincronia non √® statica, biso ¬≠gna sempre ripeterlo. D’altra parte bi ¬≠sogna ricordarsi che la diacronia non si limita alla dinamica dei fenomeni, che esiste anche un problema degli elementi statici nella storia. Esistono delle domande cui di solito non si ri ¬≠sponde, ma che devono essere messe in luce. Per esempio: quello che √® ri ¬≠masto immobile e quello che √® mutato nella lingua francese dalle origini fino a oggi. E questa questione degli ele ¬≠menti stabili e mutevoli √® una delle questioni essenziali della linguistica di domani.

 

Lei torna negli Stati Uniti. Quali sono le nuove direzioni e i nuovi obiettivi di Roman Jakob ­son?

 

Jakobson: Anzitutto un nuovo volu ¬≠me dei miei scritti. Esso tratta del ¬≠la parola e della lingua, di questio ¬≠ni morfologiche, di questioni di teoria linguistica generale, di questioni di sto ¬≠ria della linguistica. Devo aggiungere un saggio che √® una nuova versione della relazione che ho presentato al congresso mondiale dei linguisti, a Bu ¬≠carest, sul rapporto fra la linguistica e le altre scienze. Scriver√≤ anche una conclusione che l’editore mi ha chie ¬≠sto.

Uscir√† presto anche un altro volu ¬≠me. Analizza la poesia della grammati ¬≠ca e la grammatica della poesia. Credo che arrivi al momento buono. Sono stato contento che un capitolo di que ¬≠sto libro, un esame microscopico del ¬≠l’ultimo ¬ę Spleen ¬Ľ nei ¬ę Fiori del Ma ¬≠le ¬Ľ di Baudelaire abbia suscitato non solo degli elogi ma anche delle violen ¬≠te polemiche. Un volume esce al mo ¬≠mento giusto proprio quando suscita degli attacchi e delle critiche.


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A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart