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LETTERATURA: “Il sacerdote e il kamikaze” di Daniela Rossi – Salerno Editrice 2008

9 Novembre 2008

di Alberto Pezzini  

[Collabora con La Riviera (settimanale del Ponente Ligure) ed Il Secolo d’Italia. Scrive anche molto di montagna.]

Chissà perché i romanzi di Daniela Rossi sono come un pugno nello stomaco.
Fanno male, e la testa sembra girare un poco. C’è una vita brutta dentro queste pagine. C’è la vita quando si toglie la maschera e comprendi subito che tutto – ma proprio tutto – è stata una vana agitazione.
Un romanzo nuovo, minimale, ma intensissimo per la ricchezza di personaggi che corrono ad una velocità cinematografica. Non esiste un protagonista. Esiste una carne cruda che è la persona, una massa di sentimenti terribili e pulsanti, un’anima che si contorce nella sua miseria.
E’ una radiografia dell’inferno che ci portiamo dentro. Senza un velo e senza mettersi i guanti bianchi. Qui Daniela Rossi prende un’istantanea della vita e ce la tira addosso con tutta la forza dello sdegno civile più equilibrato e controllato che un essere umano possa avere.
Non so se la conoscete. Daniela Rossi è una ragazza di cinquant’anni – scusami Daniela – sul cui viso sembra che il tempo non abbia inciso nulla. Ha occhi scuri come spilli, e un sorriso che rimbalza alla vista. Porta dietro di sé, anzi dentro di sé, dolori ascosi ma curati bene. E’ una donna forte, solida, che ha visto mari con onde capaci di spezzare un veliero di legno con un colpo secco, sordo. E’ una donna che sa scrivere bene del dolore. Lo ha ammaestrato. E’ sensibile dove per affinamento dell’animo ha usato le corde della sofferenza e l’ha messa in mostra. Con onestà, chiarezza, e grandissimo coraggio.
La sua scrittura è come lei: sta lì davanti e ti dice vieni pure, sono qui. Mi piacciono le persone come lei, che sono capaci di raccontare quanto hanno vissuto.
Come vi dicevo prima, si tratta di un romanzo fatto ad incastro. Ci sono tantissime storie che si   saldano insieme come in un gioco di ombre. Quando tramonta una, anzi sfuma come un film o come una scena, appare subito l’altra, prontissima ad entrare in scena.
Daniela Rossi qui ha usato una lingua ancora più scavata del solito e potrebbe avere creato un soggetto da portare sullo schermo. Credo anzi che abbia scritto il libro con un occhio del cuore incollato ad uno schermo ideale. E futuro. Il libro è minimal, si presenta come una stanza arredata con poche cose assolutamente essenziali. Usa parole chiarissime come certe albe livide dove la vita fa paura. Però, ragazzi, è così. La vita è cancro, uomini che violentano bambini, donne tradite che si trasformano in puttane lucide e scientifiche, kamikaze che uccidono mentre la vita albeggia lontano da loro.
E’ un romanzo a più voci ma non ti accorgi delle tante comparse che si avvicendano una dietro l’altra. E’ probabile che l’impasto primitivo della disperazione sia così concreto, materiale, da agglutinare come in una maledetta melassa tutti noi poveri umani.
Quello che segna le persone, e che assume una coloritura più marcata delle altre, è la menzogna. La bestia più schifosa, e scrofolosa di tutte. Soprattutto quando essa viene impiegata tra le mura famigliari e quando a subirla sono i tuoi parenti, quelli che meno dovresti offendere, umiliare, ferire a morte.
Ai traditori dei parenti, ultimi nell’Inferno: questa la dedica finale che raggela in una frase fatta di pietra una realtà veramente vergognosa. I parenti bugiardi. Bene, se Mauriac ha chiamato Nido di vipere la parentela quando essa si trasforma in una bestia senza testa e con un cuore di basalto che non batte ma sta muto dentro un petto senza coste, Daniela Rossi ha messo su carta una serie di ritratti allucinanti. Dei dagherrotipi congelati nel tempo di figure umane attuali, anzi sempre più vicine al nostro mondo. Il bello è che pensiamo di poterne leggere soltanto nei giornali mentre questi bastardi in realtà vivono a qualche millimetrica spanna da noi, talvolta.
Così nei ringraziamenti viene messa sotto l’occhio di bue la figura dell’uomo – persistente imbecille – che non sa lavorare con le donne senza toccarle o truffarle. Beh, credo che in una frase di questo tipo, ci sia una radiografia dell’universo maschile   visceralmente e profondamente vera. Da millenni è così ed è probabile che la cosa non cambierà mai.
A parte i presenti, s’intende.
Se volete fare un viaggio all’inferno senza mascherina, prego, accomodatevi.
Poi non dite che non vi avevo avvertito.
Una cosa è certa. Questa Daniela Rossi usa la penna come dinamite, o come un coltello. Difficile dimenticare quanto scrive.
Difficile dimenticare la sua figura.
Difficile davvero.


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1 commento

  1. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Novembre 2008 @ 16:30

    Romanzo di grande impatto emotivo; romanzo “esplosivo” ed anche, a mio avviso, provocatorio; romanzo che lascia un segno sicuro e mette in evidenza soprattutto il male. Romanzo scritto da una valente autrice che sa usare e far fiorire con arte la parola, in un misto di ragionata convinzione, di rabbia e partecipazione sull’improbo “lavoro” del vivere. La bravissima Daniela Rossi non teme il confronto con la realtà contingente, né si fa, giustamente, condizionare. L’essere umano è visto particolarmente nel suo risvolto peggiore. In effetti il male pare prevalere assolutamente sul bene. Così avviene, se ci facciamo caso, anche nella stampa quotidiana. Ma, mi vien fatto di pensare, esiste un po’ di certezza che tutto non sia a questo modo? Sul destino dell’uomo vi è solo arido volo di segni letali, inevitabili? È vero che il bene non fa notizia, mentre le “storture”, gli errori, le malefatte, gli inganni del mondo sì. Ma io, permettetemi, voglio vedere anche il bicchiere mezzo pieno. E penso a Madre Teresa di Calcutta, ai tantissimi giovani che operano silenziosamente nel volontariato, ai Medici Senza Frontiera, alle tante persone comuni che dignitosamente lavorano e silenziosamente e sempre dignitosamente affrontano la durezza della vita. E così via. Dunque, ottimo evidenziare il male, che esiste ed è fin troppo, ma un pizzico di bene ogni tanto potrebbe avere un certo giusto risalto? Stonerebbe tanto ciò? Non darebbe, invece, un po’ più di speranza e di stimolo?
    Vorrei che questo mio pensiero non fosse considerato come un rimprovero più o meno velato a certe pubblicazioni o una critica negativa alla problematicità di certi contenuti. Ogni artista è libero di esprimersi e di dar luce a ciò che più “urge” nel suo intimo, alle sue convinzioni, alla visione che ha del mondo. Ci mancherebbe! Sia considerato, pertanto, il mio, il piccolo sfogo di un anziano che nutre ancora fiducia nell’uomo ed auspica fortemente un mondo migliore. E legge volentieri un po’ di tutto!
    Ottima, “penetrante”, incalzante, significativa, profonda e, direi, anche fremente la recensione di Alberto Pezzini
    Gian Gabriele Benedetti

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