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LETTERATURA: In viaggio sull’Aurelia

9 Settembre 2009

di Enzo Ferrari

L’Aurelia vive di solito lungo il mare. In certi tratti la strada ferrata si fa più ardita ed il treno sbuca, dopo una galleria, a baciare il mare, a sfiorarlo, a sentire le gocce salate delle onde. Altre volte è la via che trova il coraggio di farsi avanti, di affiancare spiagge e scogliere. Nei momenti in cui non attraversa i paesi si fa anche più coraggiosa, cerca alleati nella vegetazione, nelle rocce, nelle ville a picco sull’acqua, per tessere un connubio inscindibile. Il sole corre nel cielo dal mattino al tramonto, senza mai abbandonarle. Esposta a sud l’Aurelia, d’estate, si gode il bacio del sole, che rende, con il suo baluginio, diamantato il mare. Piante e arbusti divengono alleati con le fresche brezze, per attenuare la calura. Con il mare, l’Aurelia è ben felice di viverci assieme.   Anche d’inverno, con quei venti cafoni, irrispettosi e maligni dell’umido e delle piogge.     Con la notte, in maggiore solitudine, si accentua questo loro amore. Lunghi sono i tratti in cui la strada non è illuminata da fari e lampioni. Questo è il momento migliore per capire e godersi il loro silenzioso e misterioso rapporto. Se affronti la strada d’estate quando il sole, calato dopo una giornata calda e piena, lascia riposare il mare e le piante, puoi anche assaporare i profumi del salmastro e delle erbe aromatiche. Per farlo devi però poco più che passeggiare. Se hai l’abitudine di correre, sgommare, alzare la polvere alle tue spalle, ti allontani da questo mondo. Percorrendo la costa la notte, vedi le piccole barche da pesca, con le loro luci di segnalazione o le loro lampare.   Talvolta vedi anche le petroliere, magari un po’ più verso il largo. Genova, e non solo lei, accoglie tutte le navi, per quello scambio di merci e d’idee che sempre ha visto la Liguria pronta a fare la sua parte. La Liguria, terra innamorata del mare e carica di fatica, avida d’azzurro, si presenta con le sue terrazze, i suoi gradini, le sue colline. Uno dei primi gradini che trovi venendo dal mare è la sua strada, la Via Aurelia. All’alba pare un buon segno vedere dinnanzi alle colline scure, eucalipti, pini, tamerici e palme affacciarsi sulla striscia di perla del mare.   Chi va in barca lo sa.
Due amici hanno viaggiato in estate, l’estate del 1977, con una vecchia 500, non con un’auto che corre, trovando il giusto connubio di tempo, d’idee e colori. L’Aurelia li ha accompagnati miscelando il sapore del giorno, il silenzio del mare e il peso del loro andare. L’Aurelia li ha visti transitare avanti ed indietro un pomeriggio ed una sera di quell’estate. Poco più che ventenni senza ragazze al fianco.  

Era l’estate del 1977. Aldo Moro e Berlinguer erano vivi. C’erano ancora il muro di Berlino e la Jugoslavia, Montale, Sartre e Calvino. Le auto andavano con la benzina addizionata con il piombo, compresa la 500. Ricorreva il decimo anniversario della morte del poeta.  
Dire che faceva caldo e che il caldo non faceva notizia, è fin troppo scontato. Si parlava ancora poco dell’aumento delle temperature medie, dei danni all’ambiente, dell’effetto serra. Si viveva ancora spensierati.
D’estate Ettore abitava in campagna, sulle prime colline in Val Polcevera, nell’immediato entroterra di Genova. Frequentava l’Università, studiava per preparare qualche esame per la sessione autunnale. Le mattine erano dedicate ai testi scolastici, ai manuali d’economia o di matematica. Nei pomeriggi incontrava gli amici, andava al mare, giocava a scacchi, correva in bici e leggeva libri impegnati. Era una bella compagnia di giovani più o meno della stessa età.     Le discussioni erano vivaci. Erano momenti di scambio e di condivisione, momenti che si potevano dire sereni. Quando non parlavano di sesso, parlavano di cultura e di giochi. Tex, Diabolik, Topolino, fumetti in genere, divorati in compagnia, sotto alcuni alberi frondosi che aspettavano il loro arrivo, accoglienti e silenziosi. Talvolta discutevano animatamente, esageravano, s’impuntavano su delle sciocchezze, ma poi ritornavano amici. Era questa la stagione   più bella. La gran parte dell’anno Ettore risiedeva invece in città, a Cornigliano. Ettore ci viveva da oltre vent’anni.   Ha respirato l’aria operaia dell’acciaieria, l’aria ispessita dai fumi e dalle polveri. Ai cattivi sapori o agli odori sgradevoli spesso ci si abitua. Dopo un po’ di tempo non ci si fa praticamente più caso. Diventano familiari. Alla fine quasi ti mancano. Il vento da sud-est, lo scirocco, alzando la temperatura, portava l’umidità dal mare e l’anidride carbonica della cokeria, come succedaneo,   penetrava acre nei polmoni.
La civiltà industriale basata sul ferro, il carbone e l’acciaio, era qui degnamente rappresentata.   Dalla cokeria agli altiforni fino al laminatoio. A Cornigliano avevano occupato tutta la spiaggia naturale formata nei secoli dal fiume e dal gioco delle correnti marine. Una spiaggia meglio che quella della Versilia, così se la ricordava suo padre, quando parlava dei suoi tempi andati.
Cornigliano forniva l’acciaio alla cantieristica e all’industria automobilistica di Torino e Milano.   Le navi portavano ferro e carbone, il porto li accoglieva, l’acciaieria li digeriva senza tregua giorno e notte, sfornando tonnellate d’acciaio che partivano con treni e camion destinazione nord Italia. L’era della 500 e degli elettrodomestici per la casa (i favolosi anni sessanta) stava in gran parte sulle spalle di Genova e dei suoi operai.
Ettore viveva ancora in questo pezzo d’Aurelia, tra due quinte di palazzi, capannoni e distributori, dove un tempo c’erano ville, orti e giardini. Viveva in una periferia divenuta per un lungo tratto un’anonima successione di costruzioni e d’insediamenti industriali e commerciali.
In questo tratto cammin facendo Aurelia molto aveva perduto di poetico e naturale.
Trovarsi lontano da Cornigliano almeno una parte dell’anno, era un privilegio. Con qualche sacrificio i suoi genitori affittavano in campagna una piccola casa per tutto il periodo delle vacanze scolastiche estive. Gli alberi di quercia e d’acacia mitigavano di molto il caldo. C’era il profumo dell’erba e del fieno tagliati, il gusto della frutta e della verdura.
I suoi amici abitavano poco lontano. Della compagnia, il miglior amico era forse Marco, la persona con la quale si confidava più volentieri. Quella volta Marco chiese a Ettore di andare con lui a Spotorno.   Marco era stato invitato ad un incontro in riviera per il decennale dalla scomparsa del poeta. Si doveva essere a Spotorno per le prime ore della sera.
Marco, il letterato del gruppo, quello che poi è divenuto professore di Filosofia, era segretario della rivista.   Ricopriva la carica perché affibbiatagli come ultimo arrivato in redazione.
Non potendo coinvolgere l’intera compagnia nella gita, Marco cercò di convincere Ettore a seguirlo. Non ci volle molto. C’era anche una cena in programma. Dopo tutto erano in due, andavano in riviera, potevano rientrare anche ad ora tarda. Si prospettava la possibilità di fare buoni incontri e non ultimo di mangiare “a gratis”.
Ma come andarci? Scartata l’idea del treno, bisognava trovare il coraggio di chiedere l’auto ai genitori. La scelta cadde sulla 500 del padre di Marco. Una 500 blu scuro, con il tettuccio di tela apribile, sedili di finta pelle neri, paraurti cromati. Per l’avviamento non bastava la chiave. C’era una leva posta vicino al cambio, da azionare con discrezione e perizia. Il pericolo era d’ingolfare il carburatore con possibili inenarrabili problemi per degli imbranati come loro due. In questo sarebbe stato ben più utile l’apporto di un altro amico, Enrico.
Per la benzina decisero di fare a metà. C’è da dire che la 500 consumava poco. Era un’auto che oggi definiremmo spartana, un po’ rumorosa, per nulla fornita d’accessori. Non c’era l’aria condizionata. Si aprivano manualmente i finestrini. Non c’era l’impianto stereo, né la radio, che era forse la cosa che mancava di più.
Decisero di fare la statale perché la partenza era programmata verso le cinque della sera. Niente autostrada, perché troppo costosa. Le spese dovevano essere ridotte al minimo. Il capitale disponibile sarebbe servito per i possibili extra. Partire alle cinque significava arrivare in tempo per la conferenza, prevista per le otto e mezzo, o giù di lì. La mamma di Ettore aveva preparato un piccolo spuntino da   consumare strada facendo. E così la 500 si mosse.
La prima parte del percorso era largamente conosciuta. Superati Cornigliano e Sestri, con le loro fabbriche ed i loro cantieri navali, ecco Pegli con le sue palme, le sue ville signorili e i suoi palazzi prestigiosi lungo la via. La bella passeggiata a mare, sempre frequentata da anziani, mamme e carrozzine, era piena di colori. Il mare carico d’azzurro lo sentivano vicino ed amico.   Poco prima di giungere al lido di Pegli, la ferrovia prendeva il posto della strada. Il treno correva parallelo al mare, facendo a gara con le auto per un buon tratto rettilineo.
Giunti a Pra si respirava un’aria di pesce e di pescatori. Lungo la spiaggia le barche da pesca, i gozzi e le lance. Ettore pensava ai pesci, da zuppa, da scoglio, acciughe, sardine, scorfani, saraghi, triglie, e al padre che, ogni tanto, veniva a comprare qui il pesce. Magari le semplici acciughe per la salamoia. Altre volte, in questo tratto di costa relativamente ancora in città, specie nelle sere d’estate al tramonto, Ettore aveva ammirato spettacoli di colori particolari. Aveva visto brillare nell’aria   arcobaleni. Col naso e con gli occhi gustavano entrambi i profumi del mare, dei ricci e delle acciughe. Ettore e Marco pensarono anche al buon basilico di queste colline per una pasta condita col pesto.
La 500 procedeva tranquilla. Era Marco che guidava. Ettore, con il grado di navigatore, ammirava il paesaggio. Forniva tutte le informazioni del caso. Il traffico non era molto caotico.     Auto ce n’erano tante, ma non ci si faceva molto caso. Finestrini aperti e gomiti fuori, Ettore guardava anche le ragazze che incrociavano.
Dopo Pra, Voltri, l’ultima delegazione genovese verso ponente. Qui l’Aurelia passava in mezzo alle case, incrociando la strada che viene dal Passo del Turchino, la strada che i corridori ciclisti fanno, in forte discesa, durante la Milano – Sanremo. Ettore e Marco andavano spesso in bici. Un po’ tutti nella compagnia amavano le gite in bicicletta. Così l’estate era spesso dedicata alla corse. La passione li spingeva ovviamente a vedere da vicino i loro eroi ciclisti in occasione di qualche corsa importante. In primavera la Milano – Sanremo era una di quelle occasioni. Era la corsa regina, forse la gara più vicina allo spirito della Liguria. Per la sua lunghezza esprimeva fatica ed impegno, così come questa terra. Dal passo del Turchino la gara giungeva con una veloce discesa al mare. Lo sfiorava a Voltri, senza più lasciarlo fino all’agognato arrivo di Sanremo. Voltri era uno dei posti non migliori, ma certamente più facilmente raggiungibili, per veder transitare i corridori. Il massimo sarebbero state le salite. Ma qui ci si accontentava di vedere passare i propri beniamini da incitare, da esaltare.
Quando si sale sull’agognata bici, si pensa di emulare il grande campione. Ma le bici, da ragazzo, sono le cadute, le ginocchia ed i gomiti contusi. L’asfalto non perdona, specie se è da poco piovuto. In questo Ettore una volta era stato tradito da Aurelia. La strada era bagnata e sul ghiaino, in curva ed in leggera discesa, la ruota non aveva tenuto. Un bel volo, con le escoriazioni del caso.
Passata Voltri, le sue case, i suoi capannoni e le sue spiagge, l’Aurelia la faceva nuovamente da padrona, si ostinava a seguire la costa. La collina, divenuta   più scoscesa, era anche ingabbiata. Poche le case sul lato a nord, nei pochi spazi che il terreno permetteva. La scogliera per diversi chilometri proteggeva Aurelia e la sua striscia d’asfalto. Prima che portassero la strada ferrata più a monte, quasi tutta in galleria, il treno ogni tanto sbucava lungo il percorso. Giocava a rimpiattino con le auto, alternandosi fino ad Arenzano, nello sfruttare lo spazio naturale o creato artificialmente tra monte e mare. Ettore si ricordava che spesso da ragazzo capitava, andando al mare da quelle parti, di doversi assoggettare a delle lunghe e calde attese ai diversi passaggi a livello lungo il tragitto.
Il mare, da ragazzi, erano le spiagge di Arenzano e Vesima. Ad Ettore venivano alla mente le nuotate con pinne e maschera, la focaccia acquistata al mattino e consumata, per superiore disposizione materna, solo dopo il primo bagno, le biglie lungo i tracciati ricchi di curve, di buche, di gallerie e di trappole fatte nella sabbia. Insieme agli amici usava le “grette”, i tappi delle bottiglie di gassosa o d’aranciata, dove s’incollavano le foto ritagliate dei campioni, da Anquetil a Bitossi a Gimondi. Al mare si andava ovviamente muniti dell’asciugamano e del ricambio.     Salvo, come quella volta, incorrere nel furto maligno delle mutande che costrinse Ettore al viaggio di ritorno con il costume bagnato sotto i pantaloni. Questa volta, con Marco, non c’era in programma nessuna nuotata. Dovevano andare ad un convito letterario e mondano.
Agli occhi di Ettore si presentava Arenzano. Un dolce rettilineo con una bella passeggiata.
Una colorata successione di cabine prima rosse, poi azzurre e rosa, distingueva i vari stabilimenti balneari. Molto più mischiati i colori degli ombrelloni aperti. Dalla riva si vedeva benissimo una petroliera argentata in navigazione. Era diretta con il suo carico verso Genova.
Passata Arenzano ed i suoi turisti ancora tutti assiepati in spiaggia, affrontarono la salita della colletta d’Arenzano. Erano quasi in cima, scoppiettavano felici. La 500 forse un po’ meno: il motore, la cui temperatura si era probabilmente alzata troppo per la calura estiva, diede un brutto segnale. Dovevano fermarsi. Graziati dalla salita, come due ciclisti esausti, riuscirono a portarsi sulla cittadina successiva, Cogoleto. Si concedevano una sosta, forzata. Approfittarono per una bibita e per sgranchirsi le gambe. La mitica 500 non era certamente il massimo della comodità.
Andarono in giro per il paese. Si soffermarono a guardare le persone che incrociavano, ascoltando i discorsi della gente, ammirando il paesaggio che gli veniva incontro. I vicoli, gli stretti carruggi, nascondevano piccole botteghe, portoni aperti con ripide scale, case con balconi fioriti. In un bar ordinarono una bibita, mentre alcuni anziani quasi arrabbiati inveivano contro i soliti turisti maleducati. Era lo sfogo da osteria delle generazioni passate verso i pellegrini “foresti”.
Andar lungo l’Aurelia era un viaggiare e fermarsi in pratica dietro casa, senza il gusto della stravaganza esotica. Così facendo scoprivano più che cibi misteriosi, persone curiose. Non c’era neppure la difficoltà della lingua. Con il dialetto, con la sua cantilena, potevano benissimo arrangiarsi. In questo Ettore era avvantaggiato. Forse con il latino o il greco antico, la guida sarebbe stata Marco.
Dovevano proseguire: l’Aurelia li aspettava, o meglio Spotorno li aspettava. Ripartirono dopo la forzata e goduta sosta, ben rinfrancati e rinfrescati. L’auto erano persino riusciti a posteggiarla sotto l’ombra di alcuni oleandri fioriti di bianco e di rosso. Era gradevole il loro profumo, ingentiliva l’aria.
Superata la cittadina di Cogoleto, transitarono dai   Piani di Invrea.
L’autostrada si avvicinava molto ad Aurelia, si presentava, voleva dimostrare che da quando era   stata costruita e soprattutto raddoppiata aveva attirato a sé molti gitanti e viaggiatori. Tutti quelli che per fretta o per necessità non volevano farsi cullare dalle curve sognanti d’Aurelia.
Passarono per paesi e cittadine della costa, con salite e discese, stando attenti alle curve e agli strapiombi sul mare, costretti a tempi più dilatati e lenti. I tempi del passato. Ettore e Marco erano su una 500, con i finestrini ed il tettuccio aperti. L’estate e Aurelia erano con loro. Passando da Piani d’Invrea invitante era il profumo di resina dei pini marittimi e d’altra macchia mediterranea. Ettore sparava per saccenteria al suo autista la composizione di questa macchia. Il vento si premurava di aiutarlo, spostando e mescolando con allegria profumi d’elicriso, euforbia,   corbezzolo, oleandro, lentisco, rosmarino, ligustro, ruta. Il sole giocava sulla macchia, sui tronchi rugosi, sui piccoli cespugli, indugiava sulle foglie del mirto. Non era ancora molto diffuso lo sport suicida dei piromani. Quell’idea imbelle e stupida di dar fuoco alla collina, con l’intento malsano di poter costruire palazzine barocche e costose sulla terra bruciata. Una furia distruttiva, complice l’arsura e il vento, che oscura il cielo. Una distruzione capillare di un patrimonio boschivo che da sempre ha fatto da contorno all’Aurelia. Piante e macchia arbustiva che accompagnavano il loro andare per via e mescolavano i colori del giorno a quelli del mare.
La Liguria, terra aspra e dura era tenuta insieme dagli olivi, dai pini marittimi, dagli olivastri, dalle agavi, dalle canne, dai sugheri, dai cespugli di mirto. L’Aurelia, da sempre, rispettava questo difficile equilibrio. Non aveva mai azzardato più di tanto alterare questa bellezza sempiterna. Era un fatto di cultura.
Passati i Piani di Invrea, al termine della discesa, ecco Varazze dalle belle spiagge di rena, con tanti ombrelloni variopinti e cabine colorate, con la sua lunga riva in una cornice di colline in rapida ascesa fino a divenire alti monti.
Anche qui l’impressione era quella che le cabine e gli ombrelloni costituivano un ostacolo, in questo periodo del pellegrinaggio vacanziero, tra l’Aurelia e la massa d’acqua chiamata mare. I gabbiani intrecciavano voli con le rondini, pensavano loro ad agitare d’aria gli ombrelloni.
Ettore si ricordò che Varazze era il paese dove Francesca, una loro comune amica d’infanzia, aveva la casa. Casa di villeggiatura, s’intende. Per il vero, le case che incontravano lungo la via, erano divenute, oltre che dimore per le vacanze, anche normali abitazioni per molti genovesi che, stufi di vivere nel caos di città, si erano spostati in queste località di mare. Da borghi di pescatori e contadini, si stavano trasformando in cittadine accessoriate.
La loro amica aveva una strana abitudine. La mattina di buonora, prendeva in “prestito” barche o canotti lasciati apparentemente incustoditi. Utilizzo in comodato gratuito per qualche ora, il tempo di un’escursione e di un bagno magari in qualche caletta fuori dal circuito turistico. Nessuna denuncia di sottrazione. Dopotutto è noto che i turisti si alzano tardi durante le vacanze. Per quel loro passaggio in quella sera d’estate non c’era tempo per una visita. L’amica era anche un po’ chiacchierona, oltre che non particolarmente attraente. Era una di quelle persone che si definivano “non belle, ma intelligenti”. Preferirono proseguire. In caso di sosta, avrebbero perso tempo prezioso.
Dopo appena tre chilometri, Celle Ligure, sempre con questa Aurelia fatta di curve, salite e discese. In un angolo quasi nascosto alla vista, il Cottolengo: Charitas Christi Urget Nos. Un mondo a parte in riva al mare. Entrando in Celle, incrociarono per primo il campanile a righe beige e grigie. Celle: cittadina più raccolta con ancora alcuni piccoli orti e con gli immancabili stabilimenti balneari. E le immancabili case.
Oltre i loro nuclei storici, carichi di pietre che sapevano quello che volevano raccontare, che avevano sempre qualcosa da riferire, incontravano nuove abitazioni, palazzine invadenti e pretenziose.   In questo Aurelia ha visto la maldicenza delle persone. La manomissione urbanistica è uno dei principali tradimenti perpetuati verso questa terra. Proprio per questo i due amici guardavano quasi sovente verso sud, attirati, come da una sorta di calamita, dal mare, più che dalla collina vestita di casette e palazzine. A monte, nel tessuto urbano, avevano lacerato, corrotto, spesso deriso il passato. Gli sforzi che erano stati fatti per conservare, per rendere il più possibile vivibile e sana questa terra erano stati quasi del tutto calpestati. Ettore si ricordò dei mugugni da bar contro l’invasione degli estranei, quella sorta di gente infedele, che con indifferenza spazza via le superstiti reliquie.
Sui fianchi delle colline sovente si incontravano i terrazzamenti. Molti i muri a secco. Un grande esempio d’architettura rupestre. Muri fatti di pietre e sassi irregolari scelti con cura quasi certosina. Chi si dedicava a questi lavori erano più poeti della pietra e del mazzuolo, che muratori. Erano rispettosi dei materiali, delle asperità del terreno, preveggenti sulle acque piovane, conoscitori del carico a metro quadro che i muri potevano sostenere. Non erano per nulla impauriti dagli eventuali rigonfiamenti e dai possibili crolli. Questi muri, più che una lotta,   erano un compromesso vantaggioso tra l’uomo e la natura. La lotta presuppone una sfida, un combattimento che finisce con un vincitore e uno o più vinti. Il combattimento fa facilmente rima con la superbia, con il disprezzo dell’armonia, con la fretta di concludere e di agire. Nessuna fretta, nessuna sfida. Chi costruisce, chi ripara questi muri, quasi si assenta, si astiene da altri pensieri, cerca di seguire la vena giusta, quella del reciproco rispetto. La terra ne gode e l’uomo ne ricava con fatica e caparbietà i frutti. C’è il solo desiderio di sopravvivere.
Avevano vissuto in tal modo, edificando paesi anche lontano dalla costa, tra le colline, in fondo a piccole valli, per fuggire o non incontrare i saraceni. Avevano costruito piccoli villaggi con le pietre e la terra del colore aspro delle valli per mimetizzarle bene, facendo una sorta di muraglia unica delle loro case. Avevano vissuto distanti dal trambusto della costa, volevano farsi dimenticare. Si affidavano a questo sistema di colline per sopravvivere. Coltivavano l’ulivo e la vite. Si accontentavano del poco che possedevano. Salutavano i potenti da lontano. Sulla costa, lungo il mare, o nell’immediato entroterra, belle torri di guardia costiere facevano il resto.
Sul mare si dedicavano alla pesca, nel pieno rispetto dei venti e dei pesci. Coltivavano il mare, con la stessa cura prestata all’olivo e alla vite. Non si azzardavano a partire senza le nasse, gli ami e le reti accomodate. Le spose indugiavano la mattina nell’attesa delle barche, nella speranza di una buona pesca. Anche i gatti guardinghi ed affamati aspettavano, certi di avere una parte nel sicuro banchetto.
Gatti ne incontrarono lungo la strada, vigorosi e beati, bellicosi e pronti, non ancora abituati alle scatolette di carne e pesce comprati al supermercato dai loro padroni. Oltre che gatti incrociarono tanti turisti, di ritorno dalle pomeridiane nuotate e dai bagni di sole. Turisti di poco vestiti, al limite della decenza. Con ciabatte strascinate sui marciapiedi del lungomare. Mamme con bambini attrezzati con secchielli e palette, pinne e maschere, materassini e salvagente. Tutti gli strumenti dell’agire turistico consueto, che da sempre si ripeteva in tutte le località marine.   Attrezzi dei giochi immancabili sulle spiagge, che servono per costruire castelli e fortini, piste e gallerie con la rena. Chissà quanti castelli i bimbi avevano regalato ad Aurelia. E chissà quanti di questi castelli il mare, geloso di tanta attenzione, aveva spazzato via, magari la notte successiva.
In mezzo a questo turismo molte le belle figliole, con i capelli ancora bagnati e lunghi, i corti vestiti che facevano intravedere forme provocanti ed invitanti. Certo è che ai loro occhi di pimpanti ventenni tutto quel bendiddio ritardava la marcia. Marco spesso rallentava, accostava, si dilungava, nonostante guidasse, in commenti forbiti e piccanti. Commenti che Ettore volentieri condivideva. Calcoli rapidi sui tempi di percorrenza (Ettore era, come detto, il navigatore)   permettevano di stare dietro a queste visioni. Discorsi che davano fiato alle loro speranze d’interessanti incontri con tanta bella compagnia femminile lombarda e del basso Piemonte.
Aurelia d’estate viveva anche di questo fluire di ragazzi e di ragazze da ammirare. Aurelia che accoglieva, tra gli altri, giovani acquatici, forse poco pudichi, ma felici e pieni di luce.
Dopo una galleria arrivarono ad Albisola. Con Albisola avevano superato la loro zona di confine, il limite delle loro soventi escursioni al mare. Da qui in avanti era terra di conquista.
L’Aurelia non distaccandosi mai dal mare, seguendolo dappresso,   aveva contribuito a dar vita ad Albisola Marina. Non solo luogo di villeggiatura, ma anche di fabbriche artistiche, Albisola era famosa per le sue maioliche. Le ceramiche locali e della vicina Savona, di blu colorate, rivaleggiavano da sempre con quelle d’altre famose città italiane ed estere. L’arte della luce del cielo e del mare trasferita sull’argilla e fissata dallo smalto. Un’arte, una cultura antica di fuoco e di terra, che   rapiva il blu sigillandolo in vasi, albarelli, piatti, scodelle, anfore e zuppiere.   Ai due amici, per la verità, poco interessavano le ceramiche. Forse le loro madri avrebbero gradito un regalo. Ma non   venne il discorso sull’argomento.
Proseguirono. Gli restava solo da passare la città di Savona e, pochi chilometri dopo, sarebbero arrivati.   L’appetito cominciava vagamente ad affiorare. L’impatto con Savona non fu particolarmente entusiasmante. Quasi si ricrebbero di aver scelto l’Aurelia. Entrati in Savona furono costretti a rallentare a causa del traffico e dei semafori. Persino Marco, sempre così loquace, si ammutolì con tutta quella confusione. Si era interrotta l’armonia del viaggio. Il cammino era un passaggio obbligato in stridori, rumori, anidride e piombo. Savona era sì città, ma per due genovesi doc come Ettore e Marco, non aveva   quel fascino che poteva avere Genova. Savona in piano, con il suo porto e il suo castello a fortezza. La fortezza del Priamar è la cosa che più rimase impressa di quel passaggio. Esempio imponente di torre o castello a difesa contro possibili attacchi dal mare. Ai due amici – ignorando come andarono veramente le cose – faceva pensare a scontri con i pirati che si affacciavano su queste coste con intenti bellicosi di conquista.
Ettore di tutta Savona aveva un dolce personale ricordo: i chinotti canditi.
Il chinotto, piccolo agrume, candito con sapienza e maestria, Ettore lo assaporava da bimbo nelle feste di Natale. Racconto quasi di un tempo che fu. Il frutto, di piccole dimensioni, di un verde brillante, prima della   maturazione, veniva immerso in botti di legno sotto salamoia per diverse settimane, impiegando l’acqua di mare. Il chinotto trattato come l’acciuga e l’oliva. L’agrume, dopo qualche settimana, era tornito per eliminare quel sottile strato di buccia dal gusto amarognolo e rimesso nuovamente in salamoia. Dopo altra attesa era pronto per la canditura. Una coltivazione ed una produzione lente e difficili, da farsi con scrupolo ed accortezza.
Passata Savona e la sua zona industriale, superato lo scalo di Vado Ligure con il suo bianco faro, ripresero i ritmi che si erano posti con questo viaggio, in compagnia della 500. Convennero che valesse sempre la pena abbandonare l’autostrada per accarezzare le curve d’Aurelia, deviando a destra o a sinistra, secondo il gusto e l’ispirazione. Poter passare in luoghi fiabeschi per la loro naturale bellezza, meravigliarsi per lo scempio umano sempre dietro l’angolo, accorgersi che Aurelia ha sempre sopportato e quasi accettato i nostri passi d’uomini.
La sorpresa più affascinante in quelle ore del tardo pomeriggio dell’estate 1977 rimase la vista dell’isolotto di Bergeggi. Dal mare spuntava una piccola isola. Qualcuno aveva pensato di staccare questa fetta di terra dalla costa. La strada costringeva ad un rallentamento, o meglio ad una pausa. Posteggiarono la 500 e andarono incontro al paesaggio. Rimasero a bocca aperta, la bellezza dei colori superava la loro immaginazione. Dal balcone lungo l’Aurelia ammirarono la costa e il mare turchese quasi senza onde. L’isola li affascinava, li incuriosiva per la sua vita distaccata dalla confusione della strada.
La costa si preparava al tramonto. Nell’arancione, nell’oro, nel rosso vermiglio che si stendeva sopra il mare. Arrivarono a Spotorno in tempo utile per la conferenza. La cittadina era effettivamente carina, animata e viva. “Spotorno, paesaggio dell’anima; cielo che a guardarlo si beve”.   I bagnanti avevano ormai lasciato le spiagge. Le vie del paese vedevano un andirivieni di persone di poco vestite o ben vestite e profumate. A quell’ora la gente cominciava a cenare. Ovunque odori di peperoni arrostiti, di pizze e di pesci alla brace. La 500 fu facile posteggiarla nelle vicinanze del luogo dell’incontro. Erano all’aperto. Poche le sedie occupate. Scarsa l’affluenza di turisti   attirati dall’evento. Dopo tutto si parlava di poesia, di letteratura, di semplici   sogni. A dieci anni dalla morte del poeta ai vacanzieri poco importava delle sue parole.
I balconi all’intorno erano ricchi di gerani e petunie. Le case con le pareti tappezzate d’edera, di gelsomino, di buganvillee rosse e rosate. Il poeta nei suoi versi ci aveva descritto le foglie e i   licheni, si era commosso nello studiarli. Rispondevano bene al senso di provvisorietà del suo modo di esistere. Amorosamente metteva in serbo, raccoglieva, dava un nome a queste piantine, più che “alle nuvole e alle bolle di sapone”.   Le belle parole e le sorprendenti immagini proposte, ricordarono ad Ettore i versi di quest’autore che la prof. d’italiano gli aveva fatto commentare in un tema di classe qualche anno prima. Quasi arrossiva, senza capire il perché e senza comprendere tutto quello che sentiva. Il poeta aveva setacciato la terra, attraversato la vita senza lasciarsi cambiare, restituendo pianissimo, la trama dei versi, il paesaggio della Liguria.
Ettore s’immaginava di stare seduto sul ciglio della strada, guardando il misero ed angusto mondo. Quasi carezzava, “con mano   tremante, l’erba, la semplice erba”. Visioni semplici ed autentiche. Come vele al vento, si spiegavano dolci passaggi che erano pezzi di territorio, frammenti di vita e di destino. Non appariva impossibile, ascoltando i suoi versi, cercare di raccogliere pietruzze, trucioli, briciole persi lungo la via per ritrovare il giusto cammino. Il poeta faceva parte di quel paesaggio, fra olivi e ginestre, fra muri a secco e terrazze con il basilico e il rosmarino, fra osterie e trattorie sparse qua e là nei carruggi e nelle strette stradine.
Ettore rimase grato ad Aurelia e all’incontro occasionale col poeta. Una bella gita assieme all’amico Marco, la scoperta di un mondo.
A seguire fu l’acquisto di una raccolta di versi dello scrittore ligure, editi dall’editore Scheiwiller di Milano, un investimento, non solo per il costo. Un seme gettato che fruttificò. L’inizio d’altre letture, da Caproni a Penna, da Whitman a Baudelaire. Il tempo degli scogli: da Luzi a Zanzotto.     Una passione che mantenne nel tempo.
La serata così ben iniziata, dilungatasi nella piacevole atmosfera vacanziera, non ebbe però del tutto l’esito sperato. Prosaicamente la cena saltò. Solo un frugale rinfresco, a base di salatini e Campari, accrebbe la fame. Marco non osò chiedere un supplemento di vettovaglie. Più di Ettore, era Marco che si sentiva tradito. Gli scrittori, gli uomini di cultura e gli esegeti avevano trovato già una loro sistemazione, fatta non di parole e di pensieri.
C’era un panino a forma di nuvola bionda nel cielo. Ettore e Marco lo videro insieme. Decisero di ritornare indietro. Svanite le bellicose e un po’ laide velleità, non volendo cenare a Spotorno, si portarono fino a Varazze per una semplice pizza.
Aurelia li attendeva con la sua striscia d’asfalto per il ritorno. Il sole era tramontato.


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5 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: In viaggio sull'Aurelia — 9 Settembre 2009 @ 12:05

    […] Link fonte: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: In viaggio sull’Aurelia […]

  2. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 9 Settembre 2009 @ 22:07

    Viaggio nella memoria lungo una traccia che si fonde con la delicata e sostanziosa temporalità del passato. Si rivivono sentitamente visioni ed emozioni, costumi e comportamenti, sensazioni e ritmi, quasi palpiti, di vita…; tutto un mondo fittamente intrecciato di spessori evocativi, testimonianza di una stagione non perenta.
    E quella strada, che si immerge gentilmente vogliosa nei ricordi, la vediamo scorrere sotto i nostri occhi, la riconosciamo, ne riscopriamo angoli, aspetti, caratteristiche attraverso il suo tortuoso e gradevole svincolarsi tra mare e ripide colline, in uno spettacolo mozzafiato, ne sentiamo la carezza profumata, frutto di una vegetazione particolare tanto cara anche al poeta, ne assaporiamo gli odori intensi delle attività umane…
    E quella “gloriosa” cinquecento, il simbolo del progresso degli anni ’50 e ’60, il simbolo della gioventù e di un mondo più spensierato e meno pesantemente programmato, pare il battito di un cuore su non fuggevoli bagliori.
    Poi c’è la gioventù con i suoi amori, con tutte le sue aspirazioni, con le prospettive cucite negli occhi, comprese quelle letterarie. E infine l’autore della intensa pagina, che pare, nella dinamica interiore svelata, ritrovarsi fortemente contaminato dall’essenza di un percorso spazio-temporale, ritrovando l’antica misura.
    Debbo dire che, non con la cinquecento, bensì con la “mitica” seicento, mia moglie ed io, ben quarantasei anni fa (mancano pochissimi giorni!) abbiamo percorso quella strada, per giungere fino a Nizza. Era il nostro viaggio di nozze. E l’animo corre nostalgico e felice a quei giorni indimenticabili lungo quell’itinerario di irripetibile bellezza.
    Gian Gabriele Benedetti

  3. Commento by enzo ferrari — 11 Settembre 2009 @ 14:40

    500, 600, 1100, automobili di un tempo passato. Ma più che le auto, mi interessava parlare dei sentimenti e delle emozioni di due amici in viaggio su una strada (l’Aurelia) che per molti aspetti non esiste più, alla scoperta, quasi involontaria, di un poeta (Sbarbaro).
    Perchè non aprire un dibattito e la raccolta di esperienze di viaggio in moto, bici, treno, auto alla ricerca di qualcosa?
    A presto.

    Enzo Ferrari

  4. Commento by Gian Gabriele Benedetti — 11 Settembre 2009 @ 17:53

    Mi sembra, Enzo, che nel mio commento in primis abbia messo in evidenza sentimenti, sensazioni, emozioni, immagini e tutto quel mondo racchiuso nel cuore, negli occhi e nelle prospettive dei giovani. Poi ho parlato della 500 e della 600, per due motivi: uno perché sono state un emblema, una parte viva e tipica di quel periodo di crescita economica e umana, in secondo luogo (ma per me importante), perché mi riportavano al più bel giorno della mia vita, al giorno del matrimonio ed al conseguente viaggio su quella strada, che nei miei occhi mantiene sempre il suo straordinario fascino.
    A risentirci
    Gian Gabriele

  5. Commento by enzo ferrari — 17 Settembre 2009 @ 09:41

    Caro Gian Gabriele,
    grazie per le belle parole di commento e di precisazione al mio racconto, che rispecchiamo pienamente le mie emozioni, ricordi, sensazioni olfattive sul paesaggio e le persone.
    Un caro saluto.

    Enzo Ferrari

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