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LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin: Il legame con Susette, ormai “segregata”, si affievolisce sempre di più (6)

27 Aprile 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Da Francoforte intanto continuano ad arrivare segnali per nulla incoraggianti; si tratta di   implorazioni che si fanno sempre più disperate: “Domani non ci potremo vedere, carissimo cuore! Dobbiamo avere pazienza e aspettare tempi migliori… Quanto   mi addolori di non poterTi dire a voce quanto Ti ami, è indescrivibile. Amami ancora, in modo fedele, sincero e caldo a fai che la sorte impietosa   non mi rubi nulla! … Non pensare amato! Che il destino del nostro amore mi faccia indignare o mi possa abbattere del tutto, è vero   piango spesso, lacrime amare, amare, ma sono proprio queste lacrime che mi sostengono, fino a quando Tu vivrai non posso lasciarmi andare. Se non provassi più nulla, se l’amore scomparisse dal mio cuore, e cosa sarebbe una vita senza amore, io sprofonderei nella notte e nella morte. Fino a quando mi ami non posso andare in rovina. Tu mi mantieni viva e mi conduci sulla via della bellezza! Abbi fede in me e costruisci in modo solido sul mio cuore. Allora addio mio amato, caro cuore, e pensa come penso io che il nostro essere più intimo rimarrà immutabilmente lo stesso e si apparterrà l’uno all’altro. Il mese prossimo potrai di nuovo tentare. Forse potrai sentire tramite H. se sono di nuovo sola.”   (inizio febbraio 1799)

Sono confessioni che turbano. In esse   si coglie evidente il tentativo, lo sforzo di fornire all’altro elementi di conforto, anche se la speranza, ormai al lumicino, si affievolisce sempre di più. Non c’è tuttavia disperazione; Susette è cosciente di provare un amore eccezionale e ne accetta il prezzo. Si aggrappa alla certezza di essere riamata con la stessa intensità e questo le basta per continuare ad affrontare   serenamente l’indicibile sofferenza che l’aspetta. Per due assetati di tenerezza, letteralmente schiacciati dal peso di una lontananza che diventa ogni giorno più insopportabile, i tempi sono dati concreti,   fatti   di minuti, di ore e di secondi. Per Susette, costretta a contarli, essi si allungano paurosamente. Ma lei, imperterrita, vuole continuare a mantenere in vita quel filo sottile che   la lega al suo amato e per questo deve assolutamente restare sola. Questa spasmodica ricerca della solitudine, che poi rimane l’unica condizione per sentirsi vicina al suo Hölderlin, caratterizzerà d’ora in poi   la sua vita. Ma sarà anche questa un’impresa faticosa. Per il rango sociale occupato da una famiglia molto ricca, impegnata in ricorrenti ricevimenti e occasioni mondane, gli incontri ufficiali costituiscono una prassi irrinunciabile. In questi casi la padrona di casa è la prima ad essere investita da doveri, che, dato il suo stato d’animo, finiscono per provocare disagio in lei e malumore in coloro che le stanno vicino. Fredda ed estranea a tutto quello che le succede intorno, cerca di conquistarsi come può momenti di solitudine. Regolarmente poi, una volta sola, non riesce a tener testa alla folla di immagini e di pensieri che si riversano nella sua mente e nel suo cuore. Allora è un convulso aggrapparsi ai ricordi, a quelli più teneri e laceranti; un tentativo, affettuoso e caotico al contempo, di tirare fuori dalla massa di esperienze comuni, quelle che più si addicono a ricomporre l’immagine dell’amato lontano, i cui lineamenti diventano sempre più vaghi. Le lettere diventano così   fiumi in piena che strappano e portano via tutto quello che ne ostacola lo scorrimento. In questo stato d’animo Susette assiste impotente alla   tempesta che le si è scatenata addosso e passa dallo struggimento più straziante alla disperazione più nera. Neppure i suoi bambini, quelle quattro creature a cui era profondamente legata e che fino a poco tempo prima costituivano un motivo di vita e di speranza,   possono adempiere più a questa funzione salvifica.

Nonostante la lontananza dalla capitale finanziaria, dalla ricca e opulenta Francoforte, continuano ad arrivare testimonianze di un amore, per cui non ci sono prove che tengano. Susette, da tempo ormai sempre più Diotima, aveva già avuto modo di confidare al suo Iperione come era nato quell’amore e che significato esso aveva assunto per lei: “Ti trovai così come Tu sei. La prima curiosità della vita mi sospinse verso il tuo essere meraviglioso. La tua delicata anima mi attirò in modo indicibile e, nella mia ingenua, infantile mancanza di paura, giocai intorno alla tua pericolosa fiamma. Le dolci gioie del nostro amore ti ammansirono, o cattivo, ma solamente per renderti più selvaggio. Esse placarono il mio animo, mi confortarono anche, mi facevano dimenticare che tu, in fondo, eri inconsolabile e che anch’io non ero lontana dal diventarlo da quando avevo spinto il mio sguardo nel tuo cuore che amavo”. Quell’amore sbocciato a Francoforte, che si era subito imposto proprio grazie a quella “ingenua, infantile mancanza di paura”, cui fa espressamente cenno Diotima; quell’amore che aveva conosciuto momenti esaltanti a Kassel e a Bad Driburg, è diventato adesso una sublimazione d’amore. Un amore costretto, per sopravvivere, a nutrirsi di se stesso, confortato da un’unica certezza, quella di rimanere eterno: “Per me è una prova del Tuo amore che Tu nonostante tutto vieni, amato mio, per prendere alcune parole da me, ma quanto mi fa male adesso saperTi così vicino e dover rinunciare a ricevere qualcosa dalle Tue mani…Sono perfettamente in salute e mi rallegro al pensiero del quieto inverno, trascorrerò allora   le mie serate solitarie a rileggere i tuoi amati scritti e le lettere, essi provocheranno in me molte amorevoli lacrime che rafforzano e che sgorgano da sole dallo scrigno dell’amore fedele, nobile e portano benedizione sulla scialba   vita di ogni giorno. Così voglio continuare il mio silenzioso percorso e diventare sempre migliore. Agisci pure Tu per Te e non permettere che le quotidiane preoccupazioni per l’esistenza futura paralizzino e annientino le Tue forze migliori, io Ti approvo di certo. – Tutto resta eternamente come prima… (inizio ottobre 1799)”.

Ed in effetti solo il ricordo degli attimi felici vissuti assieme può essere in grado di lenire il dolore di una vita sempre più grama. Riflessioni e rimpianti questi che sono comuni ai due amanti e avevano già avuto modo di trovare spazio nell’Iperione –“ Ah, tutto era così pieno di gioia e di speranza,” esclamò Diotima, “così portato da una crescita senza interruzioni e, tuttavia così spontanee, così celestialmente tranquillo, simile ad un fanciullo, intento al suo gioco, e che non pensa ad altro”. Quelle riflessioni sono adesso diventati oggetto di colloqui a distanza e   vengono regolarmente   trascritti. Si tratta di pensieri, di desideri, di sogni coltivati e attaccati ad un filo sottile, per venire poi offerti come una ideale collana di perle all’amato lontano: “…Adesso sto di nuovo bene, ma sono stata malata, mio caro, proprio il giorno in cui Tu sei venuto l’ultima volta ho avuto una specie di febbre da raffreddamento e fortissimi mal di testa da dovermene stare per alcuni giorni in quiete assoluta… Non posso dire quanto ho pensato a Te e mi sono sentita a Te vicino. Quando di sera tutto era quiete e solitudine (infatti non potevo sopportare nessuno attorno a me),   la mia viva fantasia dipingeva il nostro passato in maniera così bella, ed in particolare le ore beate del nostro primo amore così nuovo, quando Tu una volta hai detto: Oh! Se la felicità potesse soltanto durare per mezzo anno! Quando mi viene davanti tanto sentimento dolce, celestiale, mi coglie una nostalgia così piena da pensare   che se Tu fossi qui io guarirei immediatamente. Mi tormentavo al pensiero, se non sia possibile a ritornare di nuovo assieme a Te nel mondo concreto in un modo naturale e buono, quando poi mi addormentavo, sognavo di trovarTi in una qualche compagnia, nel corso di una passeggiata, Ti vedevo come Tu disinvolto come sempre salivi le nostre   scale ed io Ti aprivo la porta, noi eravamo assieme, senza paura alcuna a cuor leggero, e i miei occhi erano felici di riposare nei Tuoi, quando mi svegliavo il cuore era così dolcemente commosso ed io per alcune ore mi sentivo veramente rafforzata, dopo però non sapevo come stavo. Sentivo in modo vivo che senza di Te la mia vita sfiorisce e muore lentamente, e allo stesso tempo so di sicuro che proprio ogni passo che io possa fare per vederTi di nascosto e con timore, con tutte le conseguenze che ciò potrebbe avere, corrode così tanto la mia salute e la mia tranquillità. Devo quasi credere ai miracoli, dato che non riesco a vedere come dobbiamo tornare assieme, e questo è il mio più intimo desiderio di ogni giorno, ma assieme senza paura, preoccupazioni come nei primi tempi del nostro amore…Da alcuni giorni sto notevolmente meglio, dato che sono di nuovo sola. Ho rioccupato la mia vecchia stanza, qui posso più facilmente trovare un’ora tranquilla per scrivere…alla finestra ho sistemato tanti fiori, i soli che riescono ad allietarmi, dato che perfino le Tue care poesie e lettere, non le posso quasi toccare perché mi colpiscono troppo… Vorrei dirTi volentieri qualcosa sulla Tua futura situazione, se potessi solo penetrare meglio in ciò che Tu adesso pensi. Se la sorte Ti continua a chiamare in un modo onorevole, e deve essere, allora seguila pure, tuttavia Ti consiglio e Ti metto in guardia da una cosa. Non ritornare là, da dove con sentimenti dilaniati hai trovato salvezza nelle mie braccia. – Ti devo confessare mi ha un po’ traumatizzato quando scrivi che vorresti in un certo caso seguire il consiglio e la richiesta di Schiller. Non cercherà di portarTi vicino a lui? – Non Ti sedurrà questa chiamata lusinghiera? – Se una volta deve essere così, Oh! Allora ripensa all’amore! E ai suoi infiniti tormenti! – Quanto desidererei! essere solo una volta di nuovo accanto a Te! mio caro, amato cuore giovanile! – perdonami caro che io lo ripeti, solo quando Ti sento e ho visto la Tua immagine, colgo tutto l’affetto del mio cuore. Spesso mi stupisco di me stessa di quanto sia avanzata negli anni della ragionevolezza, e tuttavia mi appaio così giovane, allora penso anche che è preferibile diventare una vittima dell’amore! anziché vivere senza. Chissà quello che potrà avvenire, le vie del destino sono oscure – Solo fai che noi non si sbagli mai contro l’amore e che siamo sempre veri l’uno con l’altra! Parole vuote! dato che se fossimo diversi non ameremmo più. Fiducia nell’amore che la benevola natura   ci ha posto nel cuore per poi farlo maturare per il suo fine più alto, per noi esseri miopi –   ecco un altro enigma! –   ma idealizzato in qualcosa di grande che noi sentiamo e aneliamo, incapaci di dare nutrimento a qualsiasi sentimento indegno… (11. 10. 1799)     Un’ulteriore lettera che, pur nella ripetizione di motivi ormai noti, testimonia un sentimento che ormai può essere colto in tutta la sua pienezza solo nel sogno. La vita di tutti i giorni logora il fisico e la mente, nonostante l’assoluta certezza che quell’amore non può morire. Il tono sembra quasi rassegnato e stupisce l’intensità delle emozioni che ancora provocano le poesie e le lettere di Hölderlin, che ormai sono tra gli oggetti da cui Susette non riesce a staccarsi. L’accenno al periodo di Jena, da dove il poeta era tornato sconvolto, trovando nelle sue braccia conforto e salvezza, ci rimane oscuro, dato che presuppone conoscenze di cui noi purtroppo non disponiamo. Turba soprattutto la messa in guardia nei confronti di Schiller, che tradisce fatti di cui ella sembra perfettamente al corrente, ma a noi sconosciuti. Turbamento che diventa sconcerto se confrontato col tono dimesso, spesso esageratamente adulatorio con cui Hölderlin da parte sua continua a rivolgersi al suo maestro ideale. Per fortuna arriva a fine ottobre la pubblicazione del secondo volume del romanzo Iperione e il primo pensiero corre a   Susette. La “bozza” della lettera di inizio novembre inizia con una sorpresa graditissima: “Ecco il nostro Iperione, cara! Questo frutto dei nostri giorni beati Ti procurerà di sicuro un po’ di gioia. Perdonami se Diotima muore. Ti ricordi non ci siamo una volta potuti mettere d’accordo su questa questione. Io credevo che fosse, un base alla vicenda, necessario. Carissima! considera tutto quello che qua e là viene detto di lei e di noi, della vita della nostra vita, un ringraziamento, che spesso è tanto più vero quanto più esso viene espresso in modo inadeguato. Se mi fossi potuto a poco a poco formare come artista stando ai Tuoi piedi, in tranquillità e libertà, io credo, sarei stato più veloce, situazione questa a cui aspira con tutte le sofferenze il mio cuore nei sogni e in pieno giorno e spesso con muta disperazione. E’ degno di tutte le lacrime, da noi piante da anni, per non dovere avere la gioia che possiamo darci, ma grida vendetta se dobbiamo pensare, che noi con le nostre migliori forze forse dobbiamo andare a fondo, perché ci manchiamo. E vedi! ciò mi rende qualche volta così silenzioso, dato che non mi posso difendere da questo pensiero. La Tua malattia, la Tua lettera… Cosa è meglio, dimmelo, tacere quello che c’è nei nostri cuori e dircelo! – Ho sempre fatto la parte del vigliacco per proteggerTi, ho sempre agito come se potessi rassegnarmi a tutto, come se fossi diventato una palla di gioco degli uomini e delle circostanze e non avessi dentro un cuore saldo, capace di battere fedele e libero nel suo diritto per il meglio, carissima vita!   mi sono privato e negato la mia amatissima amata, perfino qualche volta i pensieri rivolti a Te, solo per superare più delicatamente possibile per Te   questo destino, – Tu anche, Tu hai sempre lottato, pacifica! per avere tranquillità, hai sopportato con forza eroica, e taciuto, ciò che non si poteva cambiare, hai nascosto e seppellito   dentro di Te l’eterna scelta del Tuo cuore, e per questo c’è spesso tempesta davanti a noi, e noi non sappiamo più chi siamo e cosa abbiamo, e appena ci riconosciamo; questa eterna lotta e contraddizione nell’intimo, che Ti deve lentamente uccidere, e se nessun può lenirla, allora non mi resta altra scelta che intristire pensando a Te e a me, o non guardare a niente altro se non a Te e cercare assieme a Te una via, che metta fine alla lotta… (inizio novembre 1799).

La lettera ha toni molto forti e sotto certi aspetti è rivelatrice di esperienze comuni importanti. Intanto, ammesso che ce ne fosse bisogno, si sottolinea ancora una volta il valore autobiografico del secondo volume di Iperione. Questo libro ha avuto la fortuna di nascere e di crescere in contemporanea con una passione amorosa, di cui si è nutrito fino a   coincidere e confondersi con   la   reale vicenda umana di Hölderlin e di Susette. Alla veloce carrellata sulle sofferenze patite assieme e che hanno finito col   rinsaldare il legame affettivo, segue l’amara   convinzione di dover andare a fondo perché dalla separazione non c’è via di scampo. Nell’ultima parte della lettera ci sono addirittura allusioni che fanno pensare ad una soluzione molto vicina a quella presa da Diotima nel romanzo. Questo intimo dissidio tra chi vuole affermare un amore e deve tuttavia sottostare a “leggi” molto più forti,   che   lo contrastano, non è poi molto diverso da quello che riecheggia nei toni usati da Diotima nel rimpiangere la lontananza del suo Iperione: “Iperione, o mio Iperione! Perché non percorriamo anche noi i tranquilli sentieri della vita? Inverno e primavera, estate e autunno sono nomi sacri, ma noi non li conosciamo. Non è forse una colpa essere tristi a primavera? Perché dunque lo siamo?”..

Proprio in quei giorni, per uno strano scherzo del destino, c’è la visita a casa Gontard del giovane banchiere svizzero Zeerleder, dalle cui mani Susette aveva ricevuto cinque anni prima il “galeotto” frammento di Iperione, apparso nella rivista Thalia e dal banchiere amorevolmente trascritto. Questa visita, che forse avrebbe potuto procurare qualche sentimento di gelosia in Hölderlin, al corrente di tutta la storia, offrirà spunti di riflessione alle lettere scritte ai primi di novembre (tra il 2 e il 7):

Lunedì

Ieri sera apprendo da S. la notizia altamente inattesa che Z. di Berna (quello che cinque anni fa ha copiato per me   il frammento di Iperione) è stato da lei…Egli non è stato per me niente di più che un fratello e amico, e non può diventare per me mai qualcosa di più. Ma Tu mi conosci e hai mille prove come il mio cuore sia rivolto solo a Te e sai pure che se si sbaglia contro l’amore si ferisce soprattutto se stessi… Se non Ti disturba, mi è in un certo senso caro avere attorno una persona   con cui posso parlare senza remore e con fiducia. Come volentieri gli palerò di Te e quanto ciò alleggerirà il mio cuore…”

Ma si tratta solo di un intermezzo. Le lettere riprendono poi i toni consueti, dove balenano ricordi soffusi di   tenerezza e di rimpianto:

Sabato

Solo poche parole, mio caro su ciò che da quando ho visto la Tua cara immagine, risuona dentro di me come una leggera gradevole melodia in veglia e in sogno. – In quella serata in cui le mie parole d’amore si sono travasate nella Tua anima ed mi sono potuto imprimere in modo così vivo il fuoco incantevole   che esse accesero nei tuoi occhi di angelo, come sono stata bene e il mio cuore leggero. Le mie labbra così a lungo chiuse al canto, sussurravano inconsciamente le loro vecchie canzoni ed è durato a lungo prima che io me ne rendessi conto sorridendo. – Oh! Voi felici! Felici! Uccelli, pensai! – E mi sentivo così indicibilmente bene che sentii dentro di me la voce della natura, e la ringraziai con cuore commosso.â—

Mercoledì

Il cielo è oggi così chiaro, domani Tu di sicuro vieni, se potessi avere Tue notizie, e di quelle buone! Quanto mi è oscuro il futuro, ma succeda quello che sia non Ti lascerò mai, e Tu mi troverai sempre!â—

Giovedì – ore 11

Oh! mio cuore! come Ti ringrazio! Tu sei qui! – già avevo paura che Tu potessi essere ammalato ma sapevo bene che il tempo cattivissimo non Ti avrebbe impedito oggi, di procurarmi la gioia di sentire qualcosa di Te! Come prego il cielo   per un minuto favorevole, ciò che ascolterò sarà buono. Il Tuo aspetto era sereno, hai potuto accorgerTi   della mia commozione e sentirla dal mio cuore palpitante, quanto mi rallegra questo pensiero… Pensa di sicuro che il nostro amatissimo amore sarà sempre noto solo a noi, e rimarrà un sacro segreto… Io non riesco più a scrivere perché i miei occhi sono troppo sensibili alla commozione. Forse un paio di parole ancora oggi pomeriggio.   –

Oh! non è stata di certo l’ultima volta che io Ti ho visto! No! Non posso e non voglio crederlo! Oh! lasciami sperare – fa che io bandisca questo pensiero… Quello che noi siamo costretti a soffrire è indescrivibile, ma è altrettanto indescrivibile perché soffriamo…

Le lettere hanno ormai imboccato la china del sordo rimpianto. Nonostante gli sforzi di mantenere in vita una speranza, che solo il cuore si ostina a difendere, i due ormai sentono di avere un destino segnato. Ad una Susette, che dalla finestra della sua stanzetta dove volontariamente si è reclusa, guarda gli uccelli svolazzare liberi e felici nel cielo e li invidia, fa riscontro un Hölderlin libero sì di vagare sulle verdeggianti colline di Homburg, ma con una spina nel cuore che gli renderà amare tutte le ore ed insopportabile la vita. A riservargli riconoscimenti e qualche attimo di gioia è il piccolo Principato di Homburg, dove   la sua presenza è motivo di orgoglio per tutta la corte. La giovane principessa Auguste, che in privato e in segreto collezionerà molte delle poesie apparse nelle varie riviste letterarie, è una delle sue ammiratrici più ferventi. Proprio a Lei il poeta dedicherà un suo lavoro che la principessa, lusingata e felice, conserverà tra i ricordi personali più cari. Ella, che conosceva a memoria l’Iperione, ringrazia subito con una lettera, che trasuda ammirazione e stima, ma nasconde anche qualcosa di più…: “I sentimenti di gratitudine nel ricevere il Suo regalo mi costringono a inviarLe queste righe, le accompagna anche il desiderio di non essere indegna della sua lusinghiera poesia: ma io non lo sono.- La Sua carriera è cominciata, cominciato in modo così bello sicuro, che Ella non ha più bisogno di incoraggiamento alcuno; la accompagnerà sempre solo la mia vera gioia alla Sua vittoria e ai Suoi progressi. Auguste”. La principessa, segretamente un po’ “innamorata”,   avrà occasione di ricompensare   il poeta   nel corso del suo secondo soggiorno ad Homburg (luglio 1804) regalandogli un pianoforte. Anni dopo (marzo 1817) la stessa Auguste, ad una precisa domanda della sorella più giovane Marianne, oltre ad ammettere l’amore per il romanzo Iperione – “Avevo sempre a mente e sulle labbra alcuni passi, e con essi andavo a letto la sera e mi svegliavo la mattina; e così presi l’abitudine, ad essere sola anche in mezzo a tante persone…” – non ha nessuna remora a parlare anche del suo autore: “Subito dopo egli ha abitato per alcuni anni qui. Quando volevo parlare di lui, ascoltavo dal suo amico (Sinclair)… Gli ho parlato direttamente in quegli anni tre o quattro volte, a dire il vero nulla – visto forse sei volte. Ma la forza dell’immaginazione aveva campo libero – e ciò che può compiere, l’ha fedelmente compiuto! – Che io non sia stata travolta, in questa situazione di estrema tensione, è solo una grazia di Dio”.


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