Libri, leggende, informazioni sulla città di LuccaBenvenutoWelcome
 
Rivista d'arte Parliamone
La scampanata, il romanzo di Bartolomeo Di Monaco trasformato in testo teatrale, qui per chi volesse rappresentarlo.

LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin: L’addio a Susette e la precipitosa fuga da Francoforte (4)

25 Marzo 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

Le ripercussioni della fuga di Hölderlin da casa Gontard non tardano a farsi sentire. A pagare il prezzo più alto è la dolce Susette, che, non reggendo allo stress e al dolore, si vede costretta a letto. Anche il piccolo Henry soffre per questa improvvisa partenza e trova l’occasione per rivolgersi con una innocente, affettuosa lettera all’amato precettore, invitandolo a tornare: “Caro Hölder! Non riesco quasi a sopportare che Tu sia andato via. Oggi sono stato dal signor Hegel che mi ha detto che Tu lo avresti avuto in mente da tempo… Il babbo ha chiesto a tavola dove Tu eri, gli ho risposto che Tu eri andato via e gli hai lasciato i saluti. Mamma sta bene e Ti manda tanti saluti, e Tu dovresti pensare veramente tanto a noi, ella ha fatto spostare il mio letto nella stanza col balcone e vuole ripetere con noi tutto quello che ci hai insegnato. Torna presto da me, mio Hölder; da cui dobbiamo altrimenti prendere lezioni. Ti invio ancora un po’ di tabacco ed il signor Hegel Ti acclude il 6. Volume degli Annali di Posselt. Addio, caro Hölder, sono il Tuo Henri”. Al piccolo Henri, ancora non in grado a capire il dramma che si era abbattuto sulla madre, sarà in seguito espressamente vietato sia di vedere che di scrivere al suo caro maestro.  

Da parte sua Hölderlin, anche se   convinto dell’ineludibilità di quella dolorosissima   via d’uscita, aveva forse sottovalutato il prezzo che una scelta del genere avrebbe comportato. La perdita si rivelerà presto immensa e lui, smarrito e solo nelle alture di Homburg, è costretto a vivere un dramma che troverà la sua sublimazione nella elegia “I lamenti di Menone per Diotima”. Ancora una volta toccherà al mondo greco fornire i connotati per descrivere una sofferenza che non ha fine. Menone, un giovane della Tessaglia cui Socrate aveva dedicato un dialogo, non riesce proprio a superare il dolore per la morte di Diotima ed è costretto   a vagare letteralmente per sentieri noti e ignoti. Impossibilitato a ritrovare la sua “altra”, cerca di ritrovare nell’ombra, nella frescura di colli e fonti un refrigerio a ciò che gli brucia dentro. La sua è una ricerca tanto spasmodica quanto vana. Per malattie come la sua non esiste guarigione; egli   alla ricerca della pace,   deve, come una belva mortalmente ferita, compiere il suo calvario di sofferenze senza trovare mai ristoro. Quel dardo, che simboleggia la scomparsa di Diotima, gli si è conficcato nella carne penetrato   e   gli rimarrà   impresso per tutta la vita.    

La sua Diotima, che continua a soffrire reclusa nella sua casa di Francoforte, diventata per lui solo una creatura mitizzata, appartiene ormai a regno della morte. Vittima dell’ineluttabile l’uomo deve rassegnarsi al suo destino. L’unica che non vuole, non riesce a rassegnarsi, è Diotima, che riesce ancora, in un mondo in cui non c’è posto per i sogni, a ritrovare momenti felici nel ricordo del passato. Di fronte a questa creatura amata, i cui tratti rifulgono persino nel buio della notte eterna, a fare capolino sono ancora una volta i ricordi di attimi indimenticabili, consumati in una natura quasi compiacente, con le stelle che stanno a guardare e i fiori di campo che sprigionano i loro teneri profumi. A far svanire questi ricordi, ormai solo possibili nel sogno, ci pensa l’inesorabile corsa del tempo, l’impietoso succedersi delle giornate, il puntuale alternarsi delle stagioni. Per gli amanti rimane un’unica concreta speranza, quella di aggrapparsi a quell’altra vita, che viene concessa solamente chi è stato capace di amare. Introdotta da questi ricordi felici, ecco adesso l’immagine dei cigni, giulivi nella loro beatitudine sia nei momenti di assoluto riposo o quando si lasciano cullare dalle onde. Immagine che torna in “Metà della vita”, una delle più note e apprezzate poesie di Hölderlin: “Amati cigni/ E voi ubriachi di baci/ Tuffati il capo/ Nell’acqua sobria e sacra”. Uno stato d’animo molto simile a quello che aveva contraddistinto il soggiorno a Bad Driburg, quando – ‘lieti come fanciulli’-   avevano potuto assaporare attimi intensi di gioia pura e innocente. In quelle circostanze non c’era gelo, non c’erano intemperie capaci di turbare uno stato d’animo ricolmo di felicità. Ma adesso, privato dell’amata, si ritrova in una casa vuota e non gli resta che errare, come le ombre. Sulle stagioni della primavera e dell’estate, che avevano visto fiorire e risplendere quell’amore totale e così pieno, s’è abbattuto all’improvviso è   il tempo del gelo. Il poeta ammutolisce, non sa cosa festeggiare, per chi cantare. L’afflato divino non c’è più,   subentra una penosa sensazione di vuoto e di spossatezza, che rende muti, proprio come quei fanciulli che, in circostanze favorevoli, si erano imposti per i loro giochi e la loro gaia beatitudine. L’organismo sembra vittima di uno stato di assoluta inedia; unica prova di una vitalità ormai spenta qualche muta lacrima, che, furtiva, riga lentamente il viso. Piano piano è l’insensibilità a farsi strada in uno stato d’animo che ha disimparato a commuoversi per la delicatezza di un fiore di campo e addirittura si rattrista al canto degli uccelli. Paura e gelo invadono il cuore, ormai incapace di reagire ai raggi di un sole che non riscalda più e somiglia tanto alla luna di una fredda notte. Dopo questa serie di riflessioni amare e disperate ecco rispuntare ancora una volta il ricordo vivo  

di Diotima, consolatrice e maestra. Ella riesce ancora ad intonare gli accenti di una volta, a parlargli, con immutato affetto, di vita e di pace. La vera Diotima inizia intanto la sua triste ‘via crucis’   nella vicina Francoforte. Ella, che non riesce ancora a rendersi conto perfettamente della portata di quel doloroso distacco, rimane aggrappata al suo Hölderlin, cercando disperatamente di trovare e di proporre soluzioni capaci di tenere in vita un sottile filo di speranza. Immersa in una quotidianità a lei estranea e per questo avvilente avverte il dolore sempre più lancinante di un addio, che con il passare dei giorni si fa   insopportabile. Susette   affida il suo tormento a lettere intense e commoventi, che rappresentano al contempo il suo messaggio d’amore. Noi, anche per non rompere il ritmo della narrazione, abbiamo creduto opportuno di offrire in appendice un’ampia scelta delle stesse, e limitarci in questo contesto a citare quei brani che aiutino a comprendere la lenta agonia di un amore senza vie d’uscita, destinato a consumarsi e a consumare lentamente. La prima lettera viene scritta una settimana dopo l’addio. I   toni sono pacati ma fermi. La giovane padrona di casa non ha assolutamente superato il trauma di quel distacco improvviso e sotto certi aspetti violento e vorrebbe descriverlo, sezionarlo, per renderlo meno doloroso: “Devo scriverTi, Caro! Il mio cuore non ce la fa più a sopportare il silenzio nei Tuoi confronti, lascia ancora una volta parlare il mio sentimento davanti a Te, poi voglio, se Tu lo ritieni meglio, volentieri, volentieri starmene zitta. Adesso, da quando Tu sei via tutto attorno e dentro di me è così noioso e vuoto, è come se la mia vita avesse perso ogni significato, solo nel dolore lo ritrovo ancora. Come amo adesso questo dolore, quando mi abbandona e tutto diventa in me così tetro, come lo ricerco con nostalgia, solo le mie lacrime sul nostro destino riescono ancora a rendermi felice. Esse scorrono anche copiose, quando di sera, già alle ore nove, mi metto a letto con i bambini per accorciare il giorno, quando tutto è silenzio e nessuno mi può vedere”. Stranamente la sensazione di vuoto che l’attanaglia è la stessa che   finirà col caratterizzare questo lungo periodo e verrà mirabilmente descritta anche nell’ultima lettera, quella dell’8 maggio 1800. L’accenno al dolore che rende vivi è accompagnato da un compiacimento per la sofferenza, una sofferenza   intimamente legata al ricordo di giorni, di ore, di attimi felici ma irrimediabilmente passati. Ovviamente nulla è adesso come prima e tutto questo rende ancora più cocente il rimpianto: “Ma quando arrivo a casa, non è più come prima, altrimenti mi sentirei così bene di venire vicino a te, adesso è come se io andassi in una grande gabbia per farmi rinchiudere…”. La precisa allusione che sia stata proprio lei a consigliare Hölderlin a non reagire alla provocazione del marito e ad allontanarsi, rende più credibile la scena dei due amanti colti in un momento di intimità spirituale: “Già spesso ho rimpianto che io in occasione dell’addio Ti abbia dato il consiglio di allontanarTi immediatamente, ancora non ho capito per quale sentimento Ti ho dovuto pregare in modo così urgente”. Strettamente legata a questa considerazione il rimpianto per una quotidianità perduta per sempre, che difficilmente potrà trovare elementi di conforto: “Se il nostro separarci non avesse assunto questo colore ostile, nessuno Ti avrebbe potuto impedire l’ingresso nella nostra casa, ma adesso, Oh! Dimmi caro quando sarà possibile rivedersi? Anche se da lontano? – Rinunciarvi del tutto, non posso! Resta sempre la mia più amata speranza starmene sempre seduta, sognare vorrei anche! Ma neppure la mia fantasia vuole spesso stare a mio servizio, Oh, andrà di sicuro meglio solo quando finalmente saprò che le Tue notizie non mi verranno a mancare e posso avere sempre davanti un punto di riferimento una giornata della speranza, dato che solo la speranza ci tiene in vita. E’ certo che io non cambierò mai. -”  

Inizia così un periodo molto difficile. Susette si sente sotto controllo e questo limita la sua libertà e soprattutto i suoi movimenti. Rinunciare completamente a vedere il suo amato non può, e pertanto deve   ricorrere   ad ogni più strano espediente per vederlo, anche da lontano. Ovviamente ancora più complicate sono le possibilità di   incontrarsi, anche se fuggevolmente. La tranquilla, dolce Susette, spinta dalla forza della disperazione, riscopre di avere potenzialità insospettabili.   Costretta in un vicolo cieco, prende in attenta considerazione ogni pur piccola potenzialità e mette a punto una strategia precisa. L’amore fa spesso diventare audaci anche le persone più miti: “ Da quando ieri Ti ho visto non ho altro desiderio che parlarTi, se Tu vuoi osare, non Ti lega alcuna promessa, allora viene oggi pomeriggio alle 3 e un quarto, entra senza farti vedere dalla porta posteriore che è sempre aperta monta leggero e veloce su per le scale come al solito, la porta della mia stanza sulle scale sarà per Te già aperta”.  

Hölderlin, che neppure   per un momento aveva pensato di rifugiarsi nella consueta Nürtingen, troppo lontana per pensare da lì di tenere in vita una qualche possibilità di contatto, trova rifugio a Homburg, dal suo caro amico Sinclair,   a pochi chilometri di distanza da Francoforte. Qui, oltre a   pensare come mantenere in vita quel ponte affettivo che ancora lo lega a Susette, deve cominciare anche a progettare alternative esistenziali. Ad Homburg per la prima volta trova un ambiente a lui congeniale. L’abitazione procuratagli da Sinclair si apre su vasti campi, dalla finestra vede giardini ed orti, una collina contornata da querce e, a portata di mano, un’altura da cui si poteva vedere Francoforte, distante solo tre ore di cammino. Del licenziamento da casa Gontard bisognava intanto mettere subito al corrente la madre (10 ottobre 1798). Ne viene fuori una lettera, che contiene elementi di indubbia verità accanto a “pietose” quanto inevitabili bugie. Nella stessa lettera, dopo aver fatto un inventario delle risorse di cui dispone, cosa assolutamente necessaria nei confronti di una madre mai indifferente alle questioni finanziarie,   arriva alla conclusione di potersi permettere con quanto ha risparmiato nei tre anni di Francoforte (500 fiorini) un buon anno di permanenza fuori casa. Per questo motivo ha scelto Homburg ed il suo amico Sinclair, della cui famiglia fornisce anche una prima impressione:   “La famiglia Sinclair è composta da persone straordinarie, che mi hanno già trattato in occasione delle mie visite con tanta bontà, e da quando sono qui mi hanno ricolmato di tanta partecipazione e incoraggiamento che io ho piuttosto motivo di tirarmi un po’ indietro per seguire la mia attività e conservare la mia libertà, anziché temere di vivere troppo solo. A corte il mio libro è stato accolto piuttosto bene e hanno espresso il desiderio di conoscermi… Essenziale è tuttavia il rapporto così ricco spiritualmente, comprensivo e cordiale con il mio Sinclair. Con una persona del genere ogni ora è per l’altro un guadagno per l’anima e per l’amicizia…”. Ovviamente non può fare a meno di accennare ai   motivi che l’hanno costretto a lasciare casa Gontard e qui è costretto ad alternare verità e menzogne: “Le confesso, avrei molto desiderato nonostante tutto rimanere nella mia precedente condizione ancora più a lungo, da un lato perché mi è stato veramente difficile dividermi dal mio bravo, ben educato allievo, dall’altro perché mi rendevo conto che ogni cambiamento della mia condizione, anche la più necessaria e più favorevole, avrebbe comportato per Lei motivi di inquietudine… Ma la scortese superbia, il disprezzo praticato giornalmente nei confronti della scienza e dell’istruzione, le affermazioni che i precettori fossero anche servitori, che non possono avanzare pretesa alcuna, perché per questo sono pagati… tutto ciò   mi faceva star sempre più male, nonostante abbia sempre cercato di passarvi sopra, e mi ha procurato spesso una muta rabbia, che non fa mai bene né all’anima né al corpo…Anche per rispettare la mia onorabilità non trovavo bello continuare a dare ai miei amici un’immagine di sofferenza. Così ho comunicato al signor Gontard che la mia futura destinazione esigeva di pormi per un certo periodo in una condizione di indipendenza. Ho evitato di dare ulteriori spiegazioni e ci siamo congedati in maniera cortese… Vorrei ancora volentieri parlarLe molto del mio buon Henry; ma mi devo costringere a rimuovere dalla mia testa quasi tutti i pensieri che lo riguardano, se non voglio commuovermi troppo… Sono contento che mi trovo a sole tre ore di distanza da lui: così posso di tanto in tanto sapere come sta…” (10.10.1798).  

Come sappiamo non è Henry la prima preoccupazione di Hölderlin, e la scelta di Homburg ed in particolare quella di stare vicino a Sinclair era l’unica praticabile, dato che l’amico, tra l’altro perfettamente al corrente della sua situazione disperata, era stato espressamente citato nella prima lettera di Susette: “ Tu puoi, se lo trovi giusto e Sinclair viene una volta qui, pregarlo, se è possibile e Tu non Ti poni nei suoi confronti in una luce sbagliata, di venirmi a visitare e mi puoi mandare tramite lui l’Iperione…”.  Sinclair quindi, conoscendo perfettamente lo stato d’animo di Hölderlin, cerca di fare il possibile per aiutarlo, non esitando ad offrirgli anche qualche motivo di divagazione.   Ed infatti, dovendosi recare a novembre al congresso di Rastatt dove era prevista una discussione sulla situazione politica in Germania dopo la pace di Campoformio, propone all’amico di seguirlo. Hölderlin capisce lo spirito di questo invito e ne resta commosso, come avrà modo di scrivere a Neuffer il 12 novembre. Questa lettera acquista un particolare significato perché contiene anche alcune confessioni sulla sua crisi produttiva, acuita dalla prostrazione spirituale di cui è vittima:   “Il mio amico Sinclair si dovrà recare per conto della sua Corte a Rastatt e mi ha fatto la proposta, a condizioni molte vantaggiose, di seguirlo. Io mi propongo di accettare, vista la generosità di Sinclair e senza dover accusare perdite nella mia piccola economia, e anche senza interrompere troppo i miei impegni, tra l’altro sarebbe stato strano non farlo. Partiremo oggi o domani. Forse faccio da Rastatt un salto nel Wirtemberg… Mi sarebbe infinitamente caro poter parlare con te di nuovo su tutto quello   che comunemente ci interessa. – Ciò che vive nella poesia è adesso quello che più di ogni altra cosa impegna i miei pensieri e i miei sentimenti. Sento profondamente quanto sia ancora lontano da questo traguardo; e tuttavia   l’intera mia anima combatte per raggiungerlo e spesso sono turbato fino a piangere come un bambino, quando mi accorgo che le mie descrizioni sono deficitarie dell’una e dell’altra cosa ed io tuttavia non riesco a districarmi e venir fuori dal labirinto poetico in cui mi trovo avviluppato… A dire il vero ci sarebbe un ospedale dove ogni poeta che ha sofferto lo stesso mio incidente può rifugiarsi con onore – la filosofia. Ma io non riesco a staccarmi dal mio primo amore, dalle speranze della mia giovinezza e preferisco piuttosto andare ingloriosamente a fondo anziché staccarmi dalla dolce patria delle Muse, da cui solo il caso mi ha staccato…”.      

Nulla tuttavia riesce a lenire il dolore di quel distacco forzato, che si ripercuote inevitabilmente sulla sua attività creativa; il colpo è stato tremendo e i due amanti non riescono a riprendersi. Susette, con le antenne tipiche delle anime sensibili, avverte la crisi, il disagio e la sofferenza di cui è preda il suo amato e, con accenti   accorati, cerca di offrire motivi di conforto e di speranza: “La mia lettera Ti ha turbato, Tu caro! e la Tua lettera mi ha rallegrato così tanto da non poterlo esprimere, mi ha fatto felice, c’era dentro tanto amore! Oh, come risponde il mio cuore a tutte le tonalità non appena l’ho letta, come il mio animo si è ricongiunto con il Tuo… Oh potessi venire da Te e darTi consolazione. Nei Tuoi confronti, anima mia! non ho alcun segreto, e   anche la mia anima è troppo piena, perché il   mio cuore possa morire, quando sono silenziosa e asciutta allora non dubito di me,   allora c’è qualcosa che arde nel profondo e come Te mi devo difendere dalla passione, sì   la pena consuma un poco, ma la dolce nostalgia salvatrice arriva sempre puntuale dal cielo e concede la sua benedizione al cuore, e   non dispererò mai della natura, anche quando dovessi sentire la morte nell’intimo direi ella mi risveglierà, ella mi ridarà tutti i miei sentimenti che io fedelmente ho conservato e che mi appartengono, che solo il peso del destino mi ha portato via, ma essa vincerà,   mi preparerà dalla morte una nuova vita più bella, dato che il germe dell’amore giace nel profondo ed è incancellabile nel mio essere, dico questo per esperienza dato che so come il mio cuore si sia risollevato sempre più vivo da ogni oppressione.” Inizia così un vero colloquio a distanza, l’unico che riesca a rappresentare un momento di conforto. Sono riflessioni spontanee, spesso infarcite da   domande, a cui la stessa Susette cerca di dare qualche volta anche le   risposte. Un dare e un darsi motivi di speranza, un voler parlare all’amato, nella convinzione di attingere dallo stesso pozzo di emozioni in cui sono immersi. La solitudine, l’unica condizione che permette di fissare sulla carta questa miriade di sensazione, è perennemente turbata da una sensazione di diffuso dolore. Susette è prigioniera di una spirale di sofferenza che la prostra. Passa le notti in preda a strani presentimenti, che avranno ripercussioni precise nelle considerazioni del giorno dopo: “La passione dell’amore più sublime non potrà mai trovare appagamento sulla terra! – cerca di sentire come sento io! Cercare questo sarebbe pazzia. — Morire assieme!— Silenzio, suona come fantasticheria eppure è così vero.—   è l’appagamento. soddisfazione. – E tuttavia abbiamo dei sacri doveri per questo mondo. Non ci resta altro che credere nel modo più beato l’uno nell’altro, e all’essere onnipotente dell’amore che invisibile ci guiderà sempre e ci unirà sempre di più.—… Noi non possiamo diventare infelici, dato che in noi vive questa anima. Ed io lo so, il dolore ci renderà solo migliori e ci legherà più intimamente. Per questo non essere neppure adesso in pena, per avermi reso triste, vedi è già tutto passato una volta che Tu sei di nuovo diventato tranquillo ed io mi sono rafforzata. Ti devo ancora dire che la mia fiducia in Te è senza limiti, così come sei, per come Ti comporti, per me va silenziosamente bene, non chiedo neppure perché… Oh mio amato! Cerca di essere di nuovo tranquillo, sereno e ridammi la mia serenità, allora di sicuro sarò felice.” (inverno 1798/99)  

In queste condizioni ci si aggrappa a tutto; un’ora tranquilla diventa il massimo della beatitudine. Ci si carica magari al solo pensiero di avere occasione per scambiarsi di persona le lettere che testimoniano la loro sofferta passione:“ Ti aspetto domani dopo le 10. Prega con me il genio del nostro amore in modo da avere un’ora tranquilla.â— Se non dovesse essere possibile, Tu conosci il segnale, allora dopo le 3. Con struggimento aspetto l’ora!   — Dormi tranquillo e fai che la mia immagine Ti circondi. Abbi coraggio, sono pronta a tutto e andrà di sicuro tutto bene. Domani riceverai da me anche una lettera più lunga e Tu di certo mi porterai qualcosa di caro, come sono già contenta” — (inverno 1798/99).  

Questi disperati appelli non fanno che rendere ancor più tetro lo stato d’animo di Hölderlin, la cui situazione ambientale è notevolmente più favorevole rispetto a quella in cui si macera Susette. Immerso nella quiete di Homburg e soprattutto sorretto dall’affetto fraterno di Sinclair cerca di dedicarsi totalmente alla poesia e di   ritrovare in essa motivi di conforto. Dopo l’iniziale smarrimento, che aveva causato una deprimente paralisi creativa, cerca di sublimare la sua sofferenza in componimenti poetici, che assumono il ruolo di depositari di quel dolente struggimento. Ma non è solo la poesia a dominare i pensieri di Hölderlin;   i mesi di Homburg sono anche quelli dedicati a trovare alternative e sbocchi   decenti, che gli garantiscano una soluzione dignitosa per il suo futuro   professionale. Sono tentavi fatti   in tutte le direzioni, spesso calpestando anche quei sentimenti di dignità personale che in lui erano piuttosto spiccati. Una lettera al fratello, scritta nella notte di S. Silvestro, gli offre l’occasione per dare e darsi alcuni suggerimenti per affrontare meglio la cattiveria del mondo: “il mondo ci distrugge completamente, se lasciamo che ogni offesa arrivi diritta al cuore ed i migliori devono assolutamente in qualche modo andare a fondo, se non riescono in tempo a rielaborare con la quieta ragione tutto quello che gli uomini procurano loro per necessità e debolezza d’animo e di cuore, invece che con la buona indole, ch,e anche se è offesa, non può fare a meno della sua generosità, e alle povere offese degli uomini risponde onorandoli e   tenendoli in grande considerazione. Credi ad uno come   me, che di certo non parla per presunzione, ma   per la profonda sensazione della propria insufficienza e di alcuni cupi ricordi, credimi, la quieta ragione è la sacra egida, che nella guerra del mondo fa da scudo al cuore contro le frecce avvelenate. Ed io credo, a mia consolazione, che questa quieta ragione, più di qualsiasi altra virtù dell’anima, possa essere raggiunta dalla comprensione del proprio valore e da un’esercitazione benevola,     perseverante… Proprio in questo momento la campana suona le dodici e inizia l’anno 1799. Che sia un anno felice per Te, carissimo, e per tutti i nostri parenti! E poi un grande anno nuovo felice per la Germania e il mondo! Con questo augurio voglio andare a dormire”. Il colloquio col fratello continua il giorno dopo con alcune riflessioni sulla poesia ed una confessione che coglie di sorpresa: “ Qualche volta mi succede di affidare la mia anima più vitale a parole molto piatte, che nessuno, tranne che io,   sa cosa in effetti vogliono significare. Adesso voglio vedere se riesco ad esprimere ancora un po’ di quello che ultimamente Ti avrei voluto dire sulla poesia. Ho detto che la poesia unisce gli uomini non come il gioco; essa li unisce in effetti solo se è genuina e agisce in modo genuino, con tutta la gamma di   dolore e gioia e aspirazione e speranze e timori, con tutte le sue opinioni ed errori, le sue virtù e idee, con le cose grandi e piccole che contiene, sempre più come un tutto intimo, vitale, molteplicemente articolato, perché proprio questo deve essere la poesia stessa e come l’origine anche l’effetto…”. Concetti non chiarissimi, che riflettono sotto certi aspetti anche le difficoltà concrete in cui si trova impantanato. Risale allo stesso mese di gennaio una lunga, articolata lettera indirizzata alla madre, scelta questa volta come insolita confidente. In essa c’è di tutto; a cominciare da un lucido rendiconto sulle difficoltà presenti, per continuare con l’impossibilità nel riconoscersi nella religione professata dai teologi ufficiali, per finire poi con una certa rassegnazione sulle attese perseguite da un’intera vita. Su tutto però aleggia un’unica certezza: la missione di poeta nutrita fin dalla giovinezza e a cui non si sente di rinunciare: “Affermazioni dure che mi sono capitate sotto gli occhi e che hanno scosso molto il mio animo, dato che erano rivolte contro le mie convinzioni più basilari, sono state in gran parte la causa se ho accusato rotture   nella mia vita pacifica. Non è assolutamente bello essere così fragile come sono io ed un animo solido, fedele è anche il mio desiderio quotidiano, e nulla mi umilia di più della coscienza delle mie debolezze in questo campo, e che nonostante   tutti i miei seri sforzi e la comprensione di ciò che è meglio e più felice rimango tuttavia sempre il suscettibile di sempre. Ho perso metà della mia giovinezza nella sofferenza e negli errori, che derivavano solo da questa fonte. Adesso sono di certo più paziente e non me la rifaccio con nessuno e sono, se non sbaglio, nei confronti degli altri meno lunatico del solito, ma mi possono togliere l’intima purezza e l’operosità tranquilla pur sempre delle   impressioni, che forse non disturberebbero neppure per un attimo una persona solidamente dotta.”   Dopo questa introduzione caratteriale viene toccato un tema che sta molto a cuore alla madre, profondamente religiosa, e cioè la sua posizione nei confronti del culto protestante: “Le credo bene, carissima madre! quanto la debba sollevare e tranquillizzare il pensiero su di me, se Ella sa che in me ci sono i migliori sentimenti di un’anima umana e su questi può fare affidamento in casi di dubbio e di preoccupazione… Mi riservo di farLe una piena professione di fede quando avrò più tempo, e vorrei, dovrei dovunque esternare in modo così aperto e puro l’opinione del mio cuore, come posso farlo con Lei. Ma gli esperti di scrittura e i farisei del nostro tempo, che fanno della sacra, cara Bibbia una chiacchierata   fredda che ammazza lo spirito e il cuore, questi non mi piace averli come testimoni della mia intima, viva fede. So bene come lo sono diventati e dato che Dio li perdona, per aver ucciso Cristo in modo più violento di quanto abbiano fatto gli Ebrei, dato che fanno della   sua parola delle consonanti e di lui stesso, di colui che vive, un’immagine di idolatria, dato che Dio li perdona, li perdono anche io. Solo io ed il mio cuore non vogliamo denudarci dove veniamo fraintesi, per non parlare davanti ai teologi di professione (cioè davanti a coloro che non sono liberi e cordiali, ma sono tali perché costretti dalla coscienza e dall’ufficio che svolgono)…”. Dopo essersi espresso in modo così violento contro i teologi, una categoria di studiosi da lui conosciuti molto bene perché ne ha condiviso gli anni di preparazione nei vari seminari e nello “Stift”, Hölderlin, non esclude di poter accettare un giorno anche “il posto più modesto”,   a condizione che questo gli lasci tempo per seguire la sua intima vocazione, che rimane la poesia: “Sono d’accordo con Lei, carissima madre! che per me sarebbe bene, se io in futuro facessi mio l’ufficio più modesto che ci possa essere per me, soprattutto anche perché la tendenza forse infelice verso la poesia, a cui fin da giovinetto ho aspirato con sincera premura e   con   impegno cosiddetto molto profondo, rimarrà sempre in me, fino a quando vivo. Non voglio giudicare se si tratta di presunzione o di vero istinto naturale. Ma nel frattempo so abbastanza, da essermi procurato profonda inquietudine e cattivo umore anche per il fatto   che mi sono occupato con prevalente attenzione e fatica di materie, che sembrano meno adeguate alla mia natura, per esempio la filosofia, e ciò volutamente, dato che ho paura del nome di un poeta vuoto…e adesso mi spiego perché mi sono allontanato molto di più di quanto fosse necessario dalla mia vera inclinazione, ed il mio cuore occupato in lavori non congeniali aspirava alla sua amata attività, come i pastori svizzeri in tempo di guerra aspirano alla loro valle e al loro focolare. Non la definisca fantasticheria! Infatti perché sono così tranquillo e buono, come un bambino, quando indisturbato in dolce ozio mi occupo di questa che è la più innocente di tutte le attività, che si onora, e a ragione, solo quando è fatta in modo esemplare, cosa che la mia forse ancora non è… E tuttavia ogni arte rivendica un’intera vita umana, e lo studente deve imparare tutto quello che può facendo riferimento ad essa, se vuole sviluppare la sua predisposizione verso di essa e non vuole alla fine soffocare. Lei vede, carissima madre! che le assegno il ruolo di mia confidente e non temo che Ella potrà prendere male queste oneste confessioni. Sono poche le persone con cui riesco a confidarmi. Perché non dovrei far uso del mio diritto di figlio e non dirLe per mia tranquillità ciò che mi sta a cuore? E non creda adesso che io abbia secondi fini. Mi piace scriverLe proprio in piena verità, tuttavia Ella mi deve accettare così come sono: Vorrei in effetti dirLe che io sarei disposto in futuro a cercarmi un posto molto semplice, dato che un altro non si lascerebbe conciliare con la poesia, la mia attività preferita… Se sono costretto quindi ad accettare un impiego, ammesso che non ci sia altra alternativa, allora credo che una parrocchia in campagna (molto lontana dalla città capoluogo e dai religiosi di grado elevato) sia òla cosa migliore per me…”. La lettera, dopo questa sofferta disanima, che chiarisce una volta per tutte il suo rapporto vitale con la poesia ed il suo timore di non esserne degno, si conclude con un ultima considerazione, che rappresenta un duro colpo per le speranze della madre di vederlo prima o poi titolare di una parrocchia: “Come vicario dipenderei dal mio parroco, e dato che non ho fatto alcun tirocinio in proposito, non sarebbe per me facile e sarei tra l’altro costretto a   vivere in gran parte del Suo aiuto, cosa che non desidero, dato che Ella ha già fatto tanto per me e il mio caro Karl può più di me averne bisogno. Io le scrivo questo, carissima madre, perché so quanto Ella desidera conoscere fino a che punto siamo in sintonia, ed Ella di sicuro non sarà contenta se dovesse trovare che la vita non mi diventa facile, dato che sa meglio di ogni altro, che con la gioventù ciò che si chiama felicità scompare dappertutto. Almeno per quanto mi riguarda non mi faccio volentieri grande aspettative sul mondo, se non che non mi diventi troppo difficile, rimanere fedele al mio cuore e ai miei sentimenti nelle circostanze che mi possono ancora nella vita toccare… (genn.1799)” .  

Questa lettera-confessione, fatta alla madre in un periodo di particolare sofferenza, dato che Hölderlin è preda di una profonda depressione causata dall’aver assistito impotente al fallimento, l’uno dopo l’altro, di tutti i tentativi fatti per acquistare una indipendenza economica con la pubblicazione di una rivista (Iduna), di imporsi definitivamente come autore di tragedie (La morte di Ermpedocle) e di ottenere una cattedra di letteratura greca all’Università di Jena, rappresenta anche un voluto ridimensionamento dei suoi obiettivi futuri. Essa tra l’altro, oltre a dare l’esatta misura di quanto poca fiducia abbia Hölderlin nella poesia che riesce a produrre e quindi in se stesso, dato che la poesia è parte integrante della sua vita, ha il sapore di una rassegnazione, quando si dichiara disposto a continuare a fare il precettore per risolvere il suo problema esistenziale.


Letto 4529 volte.


Nessun commento

No comments yet.

RSS feed for comments on this post.

Sorry, the comment form is closed at this time.

A chi dovesse inviarmi propri libri, non ne assicuro la lettura e la recensione, anche per mancanza di tempo. Così pure vi prego di non invitarmi a convegni o presentazioni di libri. Ho problemi di sordità. Chiedo scusa.
Bart