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LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin, l’attrazione di un’anima dolente (1)

9 Febbraio 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Dopo aver dedicato parte della giovinezza al mito di Kafka, le cui “Lettere a Felice” mi hanno aperto la strada di Göttingen, dove – grazie a quel grande maestro che è stato Albrecht Schöne – è germinato l’amore per Büchner, mi ritrovo a “pescare” in quel “mare magnum” di letteratura del “dolore” di cui è ricchissimo il preromanticismo tedesco. A Hölderlin, che di questo genere di letteratura può essere considerato un illustre rappresentante, sono arrivato tardi, ancora una volta per quella “ragion d’essere del caso”, che – almeno questa l’illusione – ha finito col pilotare tutte le scelte decisive della mia vita.

In una delle tante occasioni che hanno contraddistinto questo ultimo periodo della mia vita, ho avuto di intrattenere un gruppo di amici e conoscenti su un poeta particolarmente “infelice”.  In un crescendo di partecipazione e di curiosità letteraria,   ho potuto cogliere in quei visi e in quegli occhi un intimo compiacimento. Un silenzio quasi religioso ha accompagnato le tappe, che hanno aiutato a descrivere una vicenda umana e poetica, contraddistinta fin dall’inizio da una concatenazione di eventi infelici. Proprio in quell’occasione ho maturato la precisa sensazione che valeva la pena di mettermi di nuovo al lavoro e, sul modello dei tentativi fatti con Kafka, Büchner e Brecht, di fornire un’immagine di Hölderlin, che fosse informativa e soprattutto di godibile lettura.   In fondo questo abbiamo considerato da sempre obiettivo primario della nostra Associazione Culturale, che, oltre a curare gli scambi culturale con la Germania, vuole privilegiare la diffusione della cultura tedesca, portando a conoscenza di un pubblico sempre più vasto e composito alcuni di quei personaggi che contraddistinguono la   sua letteratura. In questo nuovo lavoro, così come ho sempre fatto con i precedenti, cercherò di far parlare il più possibile lo stesso Hölderlin, con la speranza di far rivivere – almeno in parte –   le emozioni, le angosce, le depressioni, gli entusiasmi tipici di un’anima sempre preda della “Ebbe und Flut” (bassa e alta marea). Questo di conseguenza non è,   non vuole e non può essere un “saggio” scientifico, che finirebbe tra l’altro con l’aggiungersi ad una bibliografia imponente, per essere poi inevitabilmente inghiottito, proprio per il suo taglio divulgativo, da un deprimente anonimato. Chi si aspettasse un contributo del genere è invitato ad interrompere la lettura prima di subire una cocente delusione. Il mio vuole essere un tentativo di approccio emotivo ad un personaggio complesso, su cui la critica letteraria e psichiatrica continua a disputare… Non disponendo di strumenti interpretativi e scientifici particolari, mi limiterò a far   prevalere intuito e cuore, che, per fortuna, si sottraggono allo scempio del tempo. Il mio sarà quindi, anche se l’espressione non è tra le più felici, un tentativo di approccio di anime, come quello, sublime, che riuscì possibile a   Bettina Brentano. La “curiosa” sorella del più noto Clemens,   pur non avendo mai conosciuto di persona quella tragica figura di poeta, fu in grado di  tracciarne un ritratto considerato a tutt’oggi tra quelli più riusciti e toccanti.

Johann Christian Friedrich Höderlin nasce il 20 marzo 1770 a Lauffen, una piccola cittadina del ducato del Wüttenberg, vicino a Stoccarda. I genitori, Heinrich Friedrich Hölderlin e Johanna Christiana Heyn, appartengono a famiglie di religione protestante. Entrambi cresciuti nello spirito più intransigente del “pietismo”, una corrente religiosa nata in seno al luteranesimo e caratterizzata dal culto mistico dell’interiorità, arrivano al matrimonio – com’era del resto consuetudine consolidata del tempo – più per rendere un “servizio” a Dio e alla comunità che per coronare una passione amorosa, che anzi per i pietisti doveva essere spenta e mortificata sul nascere. Per il loro primogenito, nato a distanza di tre anni dal matrimonio e che ha come madrina la nonna materna – Johanna Juditha Sutor – appartenente all’alta aristocrazia religiosa del tempo, hanno già deciso il futuro: egli   seguirà le orme del nonno paterno e diventerà pastore protestante. Ha inizio così la vicenda umana di Friedrich in una famiglia che, nonostante la differenza di età tra i due coniugi (12 anni) – fatto più che normale in una società e in un’epoca in cui i matrimoni venivano quasi sempre “combinati” e   spesso contratti per ragioni di pura convenienza – era costruita   su un affettuoso reciproco rispetto e che, potendo disporre di un cospicuo patrimonio di beni, garantiva un certo benessere. A sconvolgere queste previsioni, che si prospettavano abbastanza promettenti, doveva arrivare – improvvisa – la morte del padre, colpito da un ictus nel 1772, a soli 36 anni. La madre darà alla luce alcuni mesi dopo una bambina, la sorella Rike. Nello stesso anno muore anche il nonno paterno e due anni dopo Johanna Heyn si risposa con un amico del marito, con l’unica motivazione  di   dare un nuovo padre ai propri bambini. La madre, coscienziosa com’era, anche in considerazione dei pochi mezzi portati in dote dal secondo marito, Johann Christof Gok, fa inventariare i beni familiari e mette da parte la quota ereditata dai due figli di primo letto. Beni che saranno sempre da lei rigorosamente amministrati anche quando Friedrich avrebbe avuto l’età per farlo da solo… Seguono anni difficili, anche finanziariamente, per alcuni investimenti sbagliati, ma la madre si guarda bene dall’intaccare l’eredità già destinata ai primi due figli. Sono soprattutto anni in cui l’ancor giovane e bella madre, messa a dura prova da una serie ininterrotta di gravidanze, deve accusare la perdita di tre figli: nel 1775 Federica,   nata nel 1771, e subito dopo la piccola Dorotea, a soli 4 mesi; nel 1777 è la volta di un bimbo appena nato. Questa serie di lutti trova nella morte del nuovo marito (1779) il suo momento più tragico e segnerà per sempre sia la madre che il piccolo Hölderlin. Johanna, vedova 2 volte a soli 31 anni, non si risposerà più. Anni dopo Hölderlin avrà modo di ricordare, in una lettera alla madre (18.06.1799), questo periodo particolarmente doloroso, cui è da ricondurre la sua cupezza di fondo:

(…) Quando morì il mio secondo padre, il cui amore rimane per me indimenticabile, quando mi sono sentito orfano con un dolore incomprensibile, e vedevo la Sua pena quotidiana e le Sue lacrime, allora la mia anima si accordò per la prima volta su questa severità, che non mi ha mai abbandonato e a dire il vero col passare degli anni poteva solo crescere. (…)

La madre, profondamente colpita da questa ulteriore perdita, ha cercato la forza necessaria per andare avanti attingendo a quel “pietismo” con cui ella stessa era stata allevata; fedele a questa rigida educazione religiosa, cercherà di crescere i suoi 3 bambini (dal nuovo marito aveva avuto Karl) assumendo i ruoli sia di madre che di padre e assolvendoli in un modo rigoroso e severo. Questa sua fredda intransigenza, cui non è estraneo un mero calcolo tra disponibilità finanziarie e costi da affrontare, la porterà a privilegiare il primogenito Friedrich, che, grazie all’eredità paterna, era in possesso di un discreto capitale, i cui interessi gli permetteranno di studiare senza gravare sul magro bilancio familiare.

A 10 anni Hölderlin, che possiede un particolare talento per la musica – prenderà lezioni di piano e di flauto –, comincia la serie interminabile di esami che contraddistingueranno il suo curriculum scolastico. A 14 anni, dopo aver superato quelli di ammissione, entra nel seminario del convento di Denkendorf, non prima di aver sottoscritto un documento (tipico del tempo) in cui si impegnava a diventare   teologo e a rimborsare i costi dell’istruzione qualora non avesse centrato l’obiettivo prefissato. Ha così inizio un periodo di severo impegno, punteggiato da giornate contraddistinte da ritmi pesantissimi, a partire dalla   sveglia e dalla preghiera fissate alle ore 5 del mattino per finire con la cena e la preghiera delle ore 20 di sera. Questa severità pedagogica si inquadrava perfettamente in un ambiente dai tratti molto autoritari, rintracciabili nella famiglia e nella società. A completare il quadro c’era infatti anche il tiranno del Wüttemberg, quel Conte Carlo Eugenio (1737-1793), il cui assolutismo grottesco era tristemente noto. Risale a questo periodo la prima lettera di Hölderlin rimastaci ed indirizzata al suo vecchio insegnante, il diacono Nathanael Köstlin, definito “degnissimo, dottissimo, altamente da onorare in modo particolare Signor Tutore”, da cui il giovane si ripromette ancora quella mano che l’aveva così bene guidato negli anni di Nürtingen: “Il suo permanente affetto e amore nei miei riguardi, e ancora qualcosa che non poco ha contribuito a questo, la sua condotta cristiana, hanno generato in me un tale riverenza e amore verso di Lei, che io, per dirla francamente, non L’ho potuta considerare altro che mio padre. Di conseguenza non prenderà male questa preghiera. Una serie di osservazioni, in modo particolare da quando mi trovo qui, mi hanno fatto pensare, come si possa unire nel proprio comportamento cortesia e religione. Non ci riuscivo proprio; oscillavo sempre qua e là”. La lettera è anche la prima testimonianza delle difficoltà avvertite dal giovane nel mettere a confronto le attese su di lui riposte con la sua “debole” natura. Comincia proprio in questo ambiente, tra coetanei destinati ad una carriera religiosa, a delinearsi una precisa tendenza alla solitudine. Il ragazzo, che non ha mai conosciuto il padre, di cui continuava a soffrire  la mancanza, si aggrappa disperatamente al suo primo maestro, Nathanael Köstlin, facendogli recapitare una preghiera dai toni di una franca, sofferta confessione: “…ma non potevo soffrire nessuno intorno a me, volevo solo starmene sempre da solo e mi sembrava al contempo di disprezzare l’umanità… e adesso La prego devotamente di diventare la mia guida, mio padre, mio amico (ma questo Lei lo è da tempo!), mi permetta che io le dia notizia di ogni circostanza, che in qualche mondo si ripercuota sul mio cuore, di ogni allargamento delle mie conoscenze, tutto ciò esaudirà tutti i miei desideri, rivolti all’immediato” (novembre 1785).  Risalgono a questo periodo i primi tentativi poetici; si tratta di ringraziamenti in versi rivolti soprattutto a insegnanti e compagni di scuola, e di qualche riflessione dedicata alla notte, che tanto spazio dovrà trovare nei suoi componimenti più tardi. La poesia “La notte”, che porta la data di novembre 1785,   contiene già alcuni elementi caratteristici della lirica di Hölderlin, come la predilezione per la quiete dei campi immersi nella penombra e la nostalgia nei confronti della pacata, dolce luna, che dall’alto vede e ascolta tutti. Una luna rifugio ideale per chi cerca di evadere da un mondo vano e falso, in cui non riesce né a riconoscersi, né a ritrovarsi. Terminato il primo ciclo di studi Hölderlin passa nell’ottobre 1786 al seminario del convento di Maulbronn. Qui, nel triangolo tipicamente “romantico” tra amici, conoscenti e sorelle di amici, avviene la conoscenza e il primo amore con Louise Nast, la figlia più giovane dell’amministratore dello stesso convento. Risale anche a questo periodo la lettura delle opere più in voga nel tempo e l’impatto con i drammi giovanili di Schiller, col Werther di Goethe, con le liriche d Young   e le opere di Ossian. Comincia di conseguenza a prendere forma il proposito di emulare quei grandi poeti, covando la convinzione di avere esempi precisi da emulare e, davanti, una strada precisa da percorrere: quella della poesia. Ma a Maulbronn non sarà tanto la rigida disciplina del seminario, le cui ore di lezioni settimanali erano sensibilmente diminuite rispetto a Denkendorf, ma   il vitto, scarso e scadente, a mettere a dura prova la resistenza di Hölderlin, che a metà del 1787 confessa alla madre: “Carissima Mamma! Ho di nuovo così tanto da fare, adempimenti che mettono a dura prova la forza d’animo – voglio con l’occasione confessare che il caffè di Bilfinger ed il mio zucchero sono stati consumati e che io nel frattempo ha qualche volta avuto tanta nostalgia di una colazione – dato che ci alziamo prestissimo e continuo a soffrire di mal di testa –  e di recente mi sono costretto, spinto da uno stomaco paurosamente vuoto, a mandar giù una zuppa, che il Suo più affamato bracciante mangerebbe malvolentieri…”. Il 21 ottobre 1788, superati gli esami di quella che poteva essere considerata una maturità classica,   viene ammesso nel collegio di studi teologici (Stift) di Tübingen, sempre con una borsa di studio condizionata dal futuro obbligo di esercitare l’attività pastorale. Cominciava tuttavia a diventare sempre più sofferto il dissidio tra la vita che altri avevano scelto per lui e la missione, di tutt’altro tenore, che si sentiva dentro. Per il diciottenne Hölderlin l’aspirazione più ardente era   quella di vedere la sua fronte cinta dal “Lauro”, una corona che rappresentava la consacrazione poetica. Il pensiero di una vita da trascorrere nell’anonimato di una parrocchia di provincia, lo atterriva, convinto com’era che solo la gloria poteva rendere l’esistenza degna di essere vissuta  

Nello Stift (collegio) di Tübingen ha come primi compagni di studi   Magenau e Neuffer, a cui dedicherà un inno, “Inno all’amicizia”, che voleva essere anche un canto a quello che nel settecento era considerato uno dei valori fondamentali della cultura, europea e tedesca in particolare. L’amicizia con Neuffer, a cui lo legava anche la comune passione per la lingua e la letteratura greca, durerà per tutta la vita e resterà un punto di riferimento nella gioia e nel dolore.

Intanto continua la relazione con Louise, alimentata da affettuose lettere, in cui oltre alle espressioni tipiche di un primo amore giovanile – “le tue violette mi stanno davanti, Louise!. Le voglio conservare più a lungo che posso. Dato che Tu leggi Don Carlos, lo voglio leggere anch’io, verso sera quando ho finito di lavorare. Butto giù veramente in tutta fretta dei versi – devo mandarne un pacchetto al bravo Schubart…”–   vengono fuori anche precise indicazioni sul suo metodo di lavoro – “Durante le mie passeggiate metto in versi di tutto sul mio taccuino – e   cosa pensi?-, per Te! Per Te! E poi cancello tutto” – (fine aprile 1788). La corrispondenza tra i due giovani si sviluppa nell’alveo di un puro romanticismo. Louise compone ed invia poesie, passa intere ore a leggere e rileggere le lettere ricevute, considera un’eternità il tempo che ancora mancava alle vacanze di Pasqua, una delle rare occasione per rivedersi. Hölderlin è sulla stessa lunghezza d’onde: “Che lettera da parte Tua, cara anima! Avresti dovuto vedermi, quante lacrime di profondissima gioia ho pianto, su questo nuovo segno del Tuo così indicibilmente dolce, felice amore, come io in quell’attimo abbia profondamente sentito cosa ho in Te, come le mie giornate scorrano di nuovo così luminose, così tranquille” (gennaio 1789). La relazione continua su questi ritmi, nonostante qualche incomprensione dovuta al carattere piuttosto instabile del giovane studente di teologia: “Cara, buona Louise! Giammai ho avvertito il valore della tua nobile anima in modo   più forte, ho compreso la mia distanza da Te in modo più chiaro che dall’ultima Tua lettera. Oh potessi chiederTi   perdono stando ai tuoi piedi per l’attimo di smarrimento, che forse Ti ho procurato con il mio assurdo stato d’animo, potresti vedere come io attualmente mi senta indegno del Tuo amore così indicibilmente nobile… Louise! Louise! Cara, meravigliosa fanciulla! E tu mi rispondi con questa celestiale bontà? Continui ad amarmi in modo così intenso? Mi consoli in modo così delicato per la mia condizione, a dire il vero piuttosto triste…” (fine gennaio 1789). Nella primavera del 1789 tuttavia, come un fulmine a ciel sereno, arriva l’irrevocabile decisione di Hölderlin di troncare il fidanzamento. Una decisione oscura, come tante altre future e decisive per la vita di questo poeta inquieto e perennemente in crisi, forse riconducibile a quei “capricci e cattivi umori” (Grillen und Launen), di cui è costantemente vittima e su cui si confida con l’amico Neuffer in una lettera scritta durante le vacanze natalizie da Nürtingen (1789). Il tono della missiva continua ad essere affettuoso ma l’addio suona   impietoso: “Grazie! Mille grazie, cara Louise, per la Tua delicata lettera consolatoria! Mi ha ancora uva volta fatto felice. Credo di nuovo nella felicità umana. I fiori mi hanno procurato una indicibile gioia. Ti restituisco l’anello e le lettere. Conservali, Louise! perlomeno come ricordo di quei giorni felici quando vivevamo per noi e   nessun pensiero circa il futuro turbava il nostro amore e nessuna preoccupazione lo metteva in crisi. E sa Dio! Louise! Devo essere sincero;  è e rimane il mio fermo proposito di non chiedere la Tua mano, fino a quando non abbia raggiunto una condizione sociale degna della Tua. Inoltre Ti prego, per quanto possa, buona, cara Louise! di non lasciarti legare dalla Tua parola data, dalla scelta del Tuo cuore…”.     Una decisione amara e soprattutto dolorosa anche per la madre, intimamente felice per quella scelta del suo primogenito ed in cuor suo fiduciosa di vedere presto coronata quell’amicizia affettuosa con un matrimonio che avrebbe significato l’auspicata sistemazione sociale del suo Friedrich. Hölderlin, al corrente di tutto questo, cerca di trovare le parole giuste per lenire il dolore materno: “Mi fa tremendamente male, cara Mamma! di doverLa vedere così triste e abbattuta – e a dire il vero a causa mia e del mio comportamento -… Per quanto riguarda la mia attuale situazione, Le posso assicurare che trascorro le mie giornate in tutta tranquillità e contento della mia sorte, se la Sua tristezza non mi procurasse ore altrettanto inquiete…”.

Intanto dalla Francia arrivano le prime notizie sulla Rivoluzione ed i muri dello Stift non sono impenetrabili. Nonostante la frequenza dei controlli decisi dal Concistoro e la severità dei provvedimenti decisi per spegnere sul nascere pericolosi contagi, nel collegio spira un vento di   speranza, che diventa euforia alla notizia della proclamazione della dichiarazione dei diritti dell’uomo (26 agosto 1789). In autunno, assieme all’amico Neuffer, si reca a Stoccarda dove ha occasione di incontrare e frequentare Gotthold Friedrich Stäudlin, editore di un almanacco di poesie e convinto sostenitore della Rivoluzione francese. Alla fine di quell’anno c’è un ulteriore tentativo di lasciare lo Stift, richiesta rivolta alla madre per lettera e poi illustrata di persona. Johanna Christiana tuttavia non si lascia commuovere, rimane impassibile davanti alle motivazioni del figlio e gli   impone di restare in collegio. Friedrich, nonostante i fieri propositi, è costretto ancora una volta ad ammainare bandiera bianca,   anzi, rientrato nello Stift scrive una lettera di totale sottomissione. “L’ubbidientissimo figlio Fritz” (così si firmerà Hördelin, almeno fino al 1792!) continuerà a mostrarsi zelante nei periodici rendiconti che l’austera madre pretende ed avrà anche modo, cercando di mettere così una pietra definitiva sopra il fidanzamento con Louise Nast, di confermare l’ineluttabilità della decisione presa e di sostenere al contempo quanto siano   immeritati   i rimproveri dell’intransigente genitrice. Al contempo giunge anche la rassicurazione, particolarmente gradita, di essere sulla strada giusta per superare quel difficile momento: “ Ma ho di certo una buona coscienza e riesco a consolarmi con i miei libri, e questo è meraviglioso! Mi troverei già forse su sentieri sbagliati, se la mia sorte non fosse quella di sopportare più di altri…” (primavera 1790).

Il 17 settembre 1790 gli viene conferito il titolo di “magister”. In quello stesso periodo incontra Schelling, un giovane particolarmente precoce, ammesso allo Stift con cinque anni di anticipo per le sue particolari doti intellettuali. I due,  assieme al coetaneo Hegel, costituiranno un gruppo di ferventi ammiratori della rivoluzione francese (Schelling tradurrà in tedesco la “marsigliese”). Intanto il concistoro guarda con apprensione a queste seppur timide espressioni di simpatia e prende posizione, inasprendo lo statuto, per evitare che possa diventare “contagioso” il favore dimostrato per gli eventi francesi. Ad offrire conforto  e nuovo vigore al “depresso” Friedrich sarà Elise Lebret, figlia di un professore di teologia di Tübingen.

Durante le vacanze pasquali del 1791 con   i nuovi amici, Hiller e Memminger (Neuffer e Magenau avevano lasciato lo Stift nell’autunno del 1790, accettando di diventare vicari rispettivamente a Stoccarda e a Vahingen sull’Enz), si reca in Svizzera per fare una visita a quella che fin dall’inizio del Settecento era considerata la patria della libertà. Rimane entusiasta dal vento   che spirava in quel Paese e si sofferma in religioso raccoglimento presso il lago dei Quattro Cantoni, mitica località dove ebbe luogo il “Giuramento della Eterna Alleanza”.   Ritornato a Nürtingen, cerca di troncare sul nascere i reiterati inviti della madre di prender moglie e di accettare un posto di vicario. Intenzionato com’era di  dedicare la sua   vita alla poesia, pensa che una normale vita di vicario con moglie e magari una nidiata di bambini fosse inconciliabile con la missione di poeta, che da tempo accarezzava e a   cui pensava di dedicarsi. Nel collegio, dove i controlli e la disciplina diventano sempre più severi, l’aria si fa   irrespirabile, come viene confidato a Neuffer in una lettera del 28 novembre 1791: “Fratello! Da quando sono di nuovo   qui, è come se i miei cari si fossero portati con sé la mia forza migliore, sono indicibilmente cretino e indolente. Raramente ci sono ‘lucida intervalla’. E quando penso come voi adesso, Tu e il nostro Magenau, vi svegliate e vi rafforzate con gioia e amore, come io ero così pieno di orgoglio e di coraggio   nelle ore divine, che ho potuto festeggiare Tuo ospite, che potrei essere una persona completamente diversa da quella che sono, se la mia condizione non fosse proprio quella che mi si addice di meno, allora vorrei veramente essere lontano da questa situazione”.  Il decreto della Convenzione francese con cui si offre amicizia e aiuto a tutti i popoli che vogliono essere liberi (19 novembre 1792), lo spinge addirittura a scrivere alla madre sui vantaggi di una probabile guerra: “…Voglio   rivolerLe l’infantile preghiera, cara Mamma! Di non farsi eccessive preoccupazioni a causa della guerra. Perché dobbiamo fustigarci col futuro? Qualunque cosa succeda, non è poi così terribile, di quanto Ella può temere. E’ vero, è possibile che ci siano anche da noi dei cambiamenti. Ma vivaddio! Noi non siamo tra quelli, a cui si potrebbe portar via dei precisi diritti, che si potrebbe punire per violenze od oppressioni commesse. Dovunque la guerra sia avanzata almeno   in Germania, il buon cittadino ha perduto poco o niente. E se deve essere, allora è anche dolce e grandioso, sacrificare beni e sangue per la propria patria…” (fine novembre 1792). A raffreddare gli entusiasmi rivoluzionari ci pensa la condanna a morte di Luigi XVI, ghigliottinato il 21 gennaio 1793. Un’ondata di indignazione si leva in tutta l’Europa e molti intellettuali sono costretti a rivedere le loro posizioni. I regnanti,   personalmente minacciati, colgono l’occasione per un ulteriore,   pesante giro di vite per quanto riguardava la libertà dei singoli. Friedrich segue con interesse gli eventi, turbato dalla piega sanguinaria presa dalla Rivoluzione, gioisce letteralmente alla notizia dell’uccisione di Marat (13 luglio), da lui definito “il vergognoso Tiranno”. Un anno dopo, sempre al fratello Karl, confesserà un’emozione simile per la morte di Robespierre: “Che Robespierre   abbia dovuto rimetterci la testa, mi sembra giusto e forse di buon auspicio…” (Waltershausen 11 agosto 1794). La sua sarebbe diventata sempre più una posizione di un moderato, che   all’azione preferiva l’idea rivoluzionaria. La figura di Iperione del romanzo omonimo, a cui stava lavorando da tempo, riepiloga il suo stato d’animo e comincia ad assumere tratti sempre più autobiografici. Si tratta di un romanzo che cresce assieme a lui, rispecchiandone le ambizioni, i sogni, le attese. Un romanzo volutamente ambientato nella Grecia antica, ancora soggiogata dalla figura di Platone. In questo clima di fervore creativo avviene l’incontro con Isaac von Sinclair. Questo nobile rampollo, di cinque anni più giovane, pur essendo destinato alla carriera diplomatica nel piccolo principato di Homburg, non nasconde i suoi ideali rivoluzionari, che perseguirà con vigore e coerenza negli anni universitari di Jena. Nello Stift intanto hanno inizio gli esami finali. Hegel chiede addirittura di sostenerlo anticipatamente per poter accettare un posto da precettore presso una famiglia di Berna. Ottenuta la necessaria autorizzazione da parte delle autorità ecclesiastiche, può cosi evitare di assumere un posto di vicario in una parrocchia, che rappresentava il primo stadio per una carriera religiosa. Anche Hölderlin, che mostra sempre più evidenti segni di impazienza – “Conto gli attimi fino a quando saprò che posso andare per il mondo” – (così confiderà a Neuffer nell’autunno del 1793),   pensa al suo futuro. Nel mese di agosto, che sarà l’ultimo trascorso nel Collegio, deve decidersi: o assumere un posto di vicario presso una parrocchia, con la prospettiva concreta di sposare – come era consuetudine – la figlia del parroco, o cercare una possibilità – in questo caso a lui più congeniale – di un posto da precettore. Per quanto riguardava la sua missione poetica sembra avere le idee chiare, almeno da quanto confida in una lettera al fratello della tarda estate 1793: “Non rimango più attaccato in modo così affettuoso al singolo individuo. Il mio amore è il genere umano, non quello corrotto, servile, pigro, come troppo spesso lo riscontriamo anche nelle esperienze più insignificanti… Amo il genere umano dei prossimi secoli. Infatti questa è la mia più intima speranza, il credo che mi consola e mi rende attivo, che cioè i nostri nipoti saranno migliori di noi… Viviamo in un periodo dove tutto sembra preludere a giorni migliori. Questi germi illuministici, questi silenziosi desideri e aspirazioni dei singoli ad istruire il genere umano si diffonderanno e si rafforzeranno, fino a portare frutti meravigliosi…Questo è il sacro obiettivo dei miei desideri e della mia attività – che io possa nel nostro tempo risvegliare i germi, che diventino maturi in   futuro…”. Qualunque fosse stata la sua scelta, una volta conclusi gli studi nel Collegio, rimaneva tuttavia prioritaria l’impellente necessità di raggiungere in tempi brevi una certa indipendenza economica, in modo da non gravare più sul bilancio della madre.


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2 Comments

  1. Pingback by Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Johann Christian Friedrich … — 9 Febbraio 2010 @ 10:00

    […] Prosegue Articolo Originale: Bartolomeo Di Monaco » LETTERATURA: Johann Christian Friedrich … […]

  2. Commento by Carlo Capone — 9 Febbraio 2010 @ 19:11

    Un brano colto e godibile, che solo un gran conoscitore di cose letterarie poteva comporre.   Non avrei mai finito di leggere e devo ammettere sinceramente che, non avendo notato   che si tratta della prima puntata, ci sono rimasto un po’ male quando  me ne sono accorto.  
    Va da sè che sono in attesa della continuazione.

    Complimenti e saluti

    Carlo Capone  

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