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LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin: L’esperienza di Francoforte e l’incontro con Susette (3)

10 Marzo 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]  

Costretto nel suo eremo di Nürtingen, dove si era ritirato nella seconda metà del 1795 per   leccarsi le ferite provocate dai cocenti fallimenti professionali (come precettore) e accademici (Università di Jena), è vittima di una pericolosissima depressione che potrebbe inghiottirlo. A tirarlo fuori da uno stato d’animo tetro e da una condizione di latente indifferenza, ai confini con la totale apatia, arriva verso la fine dell’anno la possibilità di un altro posto come precettore in una delle famiglie più ricche della opulenta Francoforte sul Meno. A procurargliela sarà il medico e scrittore di Francoforte, Dr. Johann Gottfried Ebel, conosciuto quasi per caso durante il suo viaggio verso Nürtingen, ormai da tempo residenza della madre e suo unico rifugio nei momenti più critici. Questo personaggio, politicamente molto impegnato e sostenitore della missione rigeneratrice della rivoluzione francese, era legato sentimentalmente alla sorella di Jakob Friedrich Gontard, nell’ambito della cui famiglia si era creato quel posto di precettore, per il quale si sarebbe dovuto candidare Hölderlin. Le condizioni spirituali in cui si trovava l’aspirante a quella possibilità lavorativa non gli consentivano alcuna scelta. Alla proposta fattagli in modo molto vago da Ebel nel corso del loro incontro di metà giugno ad Heidelberg, egli si aggrappa adesso con la forza della disperazione; addirittura, fatto inconsueto data la sua timidezza, in data 9 novembre 1795 è lui stesso a scrivergli, mettendo in risalto la sua condizione di disoccupato, che avrebbe potuto essere presa a pretesto dal Concistoro per imporgli un posto di vicario presso un parroco protestante. Per quasi un mese si fa attendere la risposta, dalla quale ormai dipendeva il suo futuro. Per dare un’idea dell’impazienza con cui Hölderlin seguiva gli sviluppi di questa per lui ormai vitale questione, basta citare le righe, impregnate di    disperazione, con cui ai primi di dicembre si era rivolto a Neuffer: “…Non so come rimediare se entro domenica non ricevo la lettera da Francoforte”. Per fortuna la tanto agognata lettera arriva il 7 dicembre e immediatamente può anticipare a Ebel la speranza di partire per Francoforte la settimana prossima.  

Arriva così il fatale 1796, anno in cui Hölderlin è chiamato a prestare la sua attività di precettore presso la casa del banchiere Jakob Friedrich Gontard. La famiglia, che appartiene all’alta aristocrazia commerciale di Francoforte, era allietata da tre bambine, affidate alla cura di una governante svizzera, Marie Rätzer, e dal primogenito Henry, che aveva otto anni e della cui educazione si sarebbe dovuto occupare Hölderlin. Con questo ragazzino, vivace e compito, il futuro precettore ha un incontro in anteprima. Sistemato com’era provvisoriamente nella locanda “Stadt Mainz”, in attesa che venisse approntata la sua stanza nell’appartamento dei Gontard al “Weissen Hirsch”, ha il piacere di vedersi arrivare proprio il piccolo Henry, curioso di conoscere quello che sarebbe stato il suo “maestro”. Il primo giorno di lavoro è fissato per il 10 gennaio 1796 e Hölderlin approfitta di questo lasso di tempo per andare a trovare il suo fraterno amico Sinclair, che abitava nella vicina Homburg. In questa cittadina, che doveva offrirgli alcuni anni dopo un rifugio sicuro dopo la tempesta scatenatasi in casa Gontard, conosce individui “interessanti”, come l’amico di Sinclair Franz Wilhelm Jung ed il parroco Philipp Jakob Leutwein, svevo come lui. In questa cerchia di uomini dotti e soprattutto politicamente impegnati, Hölderlin troverà una calda e affettuosa accoglienza. L’impegno di Hofmeister non sembra riservare particolari difficoltà. Henry si affeziona subito al suo precettore e ne segue l’insegnamento con interesse e profitto. Hölderlin è come al solito entusiasta dal clima che lo circonda e lo comunica immediatamente al fratello l’11 gennaio: “… per quanto mi riguarda sono successe tante cose, di cui la più nuova è quella che ho veramente assunto l’impiego, che, secondo il mio giudizio ovviamente non ancora consolidato, è  irrevocabile; ho come amici le persone migliori e come allievi i loro bambini, come difficilmente se ne possono ritrovare, se si cerca spontaneità, natura pura, senza rozzezza”. Si profila un’esperienza che segnerà per sempre il poeta. La madre del piccolo Henry, una giovane signora di 26 anni, dall’animo sensibile e dai tratti gentili, emana un fascino particolare. Hölderlin non rimane indifferente a quel fascino, e presto viene addirittura ammaliato da quella bella e giovane madre. Immediatamente avverte “strane” sensazioni, che non osa confessare neppure a se stesso e ma che non può fare a meno di partecipare al fraterno amico Neuffer. Si tratta di una lettera scritta il 15 gennaio 1796 ed ispirata ad un eccesso di cautela. Le espressioni usate per delineare uno stato d’animo, che non ha ancora contorni definiti, non possono essere chiarissime, né facilmente comprensibili; esse vanno pertanto interpretate. Sembra che Hölderlin abbia una vaga sensazione che qualcosa gli stia succedendo, e, conoscendosi, percepisce il reale pericolo,   insito nella sua stessa indole,   di lasciarsi troppo presto “inquietare da novità”. Conscio della facilità con cui la sua natura è preda di depressioni e slanci, pensa che sarebbe venuto il momento di stare sulla difensiva prima di lasciarsi andare a facili entusiasmi, o peggio a illusorie aspettative nei rapporti interpersonali. Ha già sperimentato in proposito amare delusioni, pagato prezzi notevoli e vorrebbe rimanere più freddo possibile di fronte a certe sensazioni, anche per avere il tempo di sezionarle, di esaminarle a fondo: “…So bene che sarebbe veramente tempo di lasciarmi turbare meno da novità; ma ho dovuto ancora una volta constatare che, nonostante ogni cautela, l’ignoto per me diventa molto facilmente più di quanto esso per me possa veramente essere, che io in occasione di ogni nuova conoscenza do per scontato una qualche delusione, che io non imparo mai a   conoscere le persone, senza pagare alcune auree infantili punizioni…”. Così continua la lettera indirizzata all’amico Neuferr, nella quale, a scanso di equivoci, sottolinea la sua ottima impressione della casa e soprattutto delle persone che lo circondano:  “… vivo, come sembra, tra persone ottime anche se – sotto certi aspetti –   strane…”. Poi, quasi a raffreddare possibili o facili entusiasmi, una raccomandazione che sembra rivolta a se stesso e all’amico, a quelle due anime che per anni hanno condiviso gioie e dolori: “…Tu mi capisci bene, se Ti dico che il nostro cuore deve rimanere sempre povero. Mi devo anche di più abituare ad accontentarmi di poco e a   rivolgere con maggior vigore il mio cuore al tentativo di avvicinarmi alla eterna bellezza più con   aspirazioni ed azioni proprie, che aspettare dal destino qualcosa che le somigli”. Questa voluta ripetizione di “cuore”, organo cui da sempre è attribuita la funzione di gestire parte affettiva, fa pensare che si tratti di un turbamento particolare. Il riferimento alla ricerca della “eterna bellezza”, che deve essere perseguita con la poesia, invece che passivamente attesa come dono del destino, sembra alludere a qualcosa che gli stia piovendo dal cielo, in modo inatteso e non cercato, ma di cui ancora non si fida. L’impegno pedagogico col piccolo Henry, limitato alla mattina, si dimostra gradevole e gratificante al contempo. Nel tempo libero continua a coltivare i suoi interessi filosofici, senza tralasciare, d’intesa con l’editore Cotta, di mettere a punto il suo Iperione, ormai prossimo alla stampa. Una parte consistente di questa ritrovata serenità, cui si deve anche una   insolita laboriosità, è da attribuire alla quasi coetanea   (ha un solo anno di più) padrona di casa, Susette Gontard. Per quegli strani giochi del destino Susette aveva già sentito parlare di quel giovane poeta, capitato quasi per caso nella sua agiata, quanto monotona vita di signora “bene”. Anni prima infatti un rampollo di una illustre casata di banchieri di Berna, Ludwig Zeerleder, nel corso di una viaggio di studio e di lavoro, si era soffermato a lungo a Francoforte, proprio presso la famiglia del noto operatore finanziario Gontard e aveva avuto modo di conoscere la padrona di casa, ammirarla e invaghirsene perdutamente. Questi viaggi di studio, si ripeterono piuttosto regolarmente ed in occasione della quarta visita, alla fine del 1794, Zeerleder, un giovane banchiere cui non erano  estranei interessi letterari, pensando di fare un regalo gradito e soprattutto originale, consegnò alla signora dei suoi sogni il frammento del romanzo Iperione, proprio allora pubblicato nella rivista “Neue Thalia” e da lui amorevolmente trascritto. Anche se in proposito non si hanno né testimonianze, né prove, non è difficile immaginarsi la felice sorpresa, di cui la signora è vittima quando il 28 dicembre 1795   si vede davanti, in   carne e ossa,   l’autore di quel frammento che tanto l’aveva affascinata e coinvolta. Per Hölderlin, di sicuro a sua volta immediatamente colpito dalla “divina” bellezza di quella creatura che sembrava appartenere alle sfere celesti, la presa di coscienza avrà tempi più lunghi e forse più travagliati; alla fine anche lui si sarebbe dovuto   arrendere e constatare di trovarsi di fronte proprio quella creatura che egli, prima di conoscerla, aveva già descritto… Si trattava di quella delicata eroina del suo romanzo,   che aveva sconvolto l’animo di Iperione. La signora Gontard aveva i tratti, la bellezza, la sensibilità, la grazia della “sua”   Diotima, proprio quella Diotima che   fa dire a Iperione: “prima che l’uno sapesse dell’altra, noi ci appartenemmo”. L’incontro tra Susette e Hölderlin doveva assumere subito i crismi dell’incontro “voluto dal destino”. La padrona di casa, una signora colta e soprattutto ancora giovane e molto avvenente, grazie alla lettura del frammento di Iperione ha la precisa sensazione di conoscere da sempre Hölderlin, dato che nei romanzi epistolari, così in voga in quell’epoca ancora segnata dai “Dolori del giovane Werther”, c’erano indelebili tracce autobiografiche. L’aver letto il frammento dell’Iperione significava   avere già un’idea precisa del suo autore e soprattutto della sua sensibilità. Purtroppo non si hanno testimonianze dirette su come si siano succeduti i fatti, ma non può discostarsi troppo dal vero l’ipotesi che a prendere l’iniziativa sia stata proprio Susette, il cui ruolo le consentiva una maggiore disinvoltura.   Hölderlin, per la rigida educazione ricevuta, a casa prima e nei vari seminari dopo, non avrebbe mai potuto osare, tanto più che Susette, oltre ad essere sposata e madre, apparteneva ad una condizione sociale troppo elevata per un “Hofmeister”, spesso equiparato – proprio negli ambienti in cui prestava la sua opera – ad un servitore e trattato come tale. L’incontro tra l’altro avviene in un momento in cui le due anime, potenzialmente molto affini, sono, senza saperlo, assetate l’una dell’altro. Susette, esemplare ed appagata nel suo ruolo di madre di quattro creature, non aveva mai provato una vera passione amorosa. Il suo matrimonio – a soli 17 anni con il cugino Gontard, che di anni ne aveva 22 – presentava tutte le caratteristiche del matrimonio “combinato” tra persone dello stesso censo. Cosa fosse l’amore lo avrebbe appreso in seguito, dalla letteratura e dalle riviste per signorine “bene”, così in voga in quell’epoca. Quelle riviste, a cui lo stesso Hölderlin collaborerà, ospitavano una letteratura gradevole e romantica; si trattava di saggi, poesie, brevi romanzi destinati proprio a quel mondo di anime belle, che, tagliate fuori dalla vita sociale e politica, monopolio esclusivo degli uomini, trovavano in quelle periodiche pubblicazioni l’alimento più appropriato per dare consistenza ai loro sogni, anche se proprio quegli ideali forniti difficilmente avrebbero trovato riscontro nella piatta quotidianità della vita di ogni giorno. Vedersi a quel punto di fronte l’autore di Iperione, proprio quel personaggio romantico che aveva fatto sognare lei assieme a tante migliaia di altre giovani fanciulle, le ha di certo provocato un’emozione forte. Per quello strano gioco di coincidenze, per le quali qualcuno là in alto deve avere una particolare predilezione…, si sono tra l’altro incontrati due coetanei, con cui la natura era stata particolarmente generosa. Della leggiadria di Susette restano testimonianze unanimi, compreso un piccolo busto marmoreo che colpisce ancora per la delicatezza e la grazia dei tratti del viso; di Hörderlin, definito negli anni dello Stift un “apollo”, sappiamo che   con i suoi 25 anni avrebbe potuto impersonare quel “principe azzurro” che sta   in cima ai desideri e ai sogni di tutte le fanciulle. A questo bisogna aggiungere la cura con cui questa volta lo stesso Friedrich, sapendo di essere destinato ad entrare in una casa della più ricca borghesia di Francoforte, avrà modo di scegliere personalmente il suo corredo ed abbigliamento personale. L’autore di Iperione, giovane, bello e colto, sembra una creatura mandata dal cielo e   rappresenta per Susette il bagliore venuto a rischiarare   la notte della sua vita, oltremodo ricca sì di mezzi, ma altrettanto povera di emozioni. L’inevitabile frequentazione quotidiana tra persone che abitavano sotto lo stesso tetto non fa altro che confermare le prime impressioni e finisce inevitabilmente con l’avvicinare sempre di più le due anime. Così i due, oltre a conoscersi meglio, avranno anche modo di scoprire sorprendenti affinità culturali, compreso l’amore per la musica che per Susette, esperta pianista e cantante per diletto, rappresentava un vero motivo di evasione e di gioia. Che anche su questo piano si profilasse un’intesa viene indirettamente testimoniato dalla richiesta fatta l’11 febbraio da Hölderlin al fratello Karl: “…Abbi la bontà di mandarmi, adeguatamente protetto, il mio flauto. Dovrebbe essere ancora a Nürtingen”.  Si profila quindi un futuro che neppure la più fervida delle fantasia avrebbe potuto immaginare. Il poeta   lo avverte e per rendere il fratello partecipe di questa sua felice condizione ricorre ad un’espressione latina – “Deus nobis haec otia fecit” -, riferendosi a quell’ozio produttivo così caro ad Orazio. Con Neuffer adesso non aveva bisogno più di ricorrere a circonlocuzioni involute e cariche di mistero; già   a marzo sarà in condizione di comunicare in modo chiaro ed inequivocabile: “…Non potrebbe andarmi meglio. Vivo senza preoccupazione alcuna e così vivono solo gli Dei beati”. Questa descrizione di generica beatitudine sarà meglio puntualizzata alcuni mesi dopo (giugno 1796). Adesso Hölderlin non ha più bisogno di perifrasi, il suo animo trabocca di felicità incontenibile che chiede solo di essere partecipata all’amico fratello: “…Vorrei sapere come stai adesso. Vorrei che Tu stessi come sto io. Mi trovo in un mondo nuovo. Potrei ben affermare di sapere cosa sia bello e buono, ma da quando questo è sotto i miei occhi, vorrei ridere su tutto quello che so. Caro amico! C’è una creatura in questo mondo, vicino a cui il mio spirito potrebbe rimanere e rimarrà per millenni… Grazia e sovranità, tranquillità e vita, spirito, anima e figura sono un’unica unità beata in questa creatura. Puoi credermi sulla parola che raramente si può immaginare qualcosa di simile e ancor più difficilmente trovare in questo mondo. Tu sai bene come ero, quale era l’umore che abitualmente mi pervadeva, sai bene come vivevo senza credere in nulla, come ero diventato avaro con il mio cuore e di conseguenza così infelice; sarei potuto diventare come sono adesso, lieto come un’aquila, se non mi fosse apparsa questa Creatura e non mi avesse con la sua luce primaverile ringiovanito, rinvigorito la vita, che per me non aveva più valore?… Risulta spesso veramente impossibile pensare stando davanti a lei a qualcosa di mortale e proprio per questo si può dire così poco di lei. Forse mi riuscirà qualche volta descrivere una parte del suo essere in un momento felice e allora questo non Ti deve rimanere sconosciuto. Ma si deve trattare di un’ora festosa, assolutamente indisturbata, se devo scrivere di lei. – Che io adesso riesca a scrivere poesie meglio di sempre, te lo puoi immaginare… Oh sii felice, caro fratello! Senza gioia l’eterna bellezza non può allignare bene dentro di noi. Grandi dolori e grandi voglie formano l’uomo meglio di qualsiasi altra cosa… Adesso non posso scrivere. Devo aspettare di sentirmi meno felice e meno ragazzo…”. Ormai non c’era alcun dubbio, Hölderlin era pervaso da un’intima gioia che finiva col ripercuotersi anche sui suoi ritmi di lavoro, mai così produttivo. L’esperienza di Diotima stava per diventare totalizzante. Il poeta, dando voce al suo Iperione, ha la fortuna di attingere da un pozzo di emozioni che lo coinvolgono personalmente. Il suo animo non ha bisogno di inventare proprio nulla; si trova nella felice ed unica condizione di colui che deve solo trascrivere una storia che sta vivendo in prima persona. I suoi confidenti sono Neuffer e Bellarmino, ed è a quest’ultimo che confida   riflessioni sempre più intime: “… Non era ella mia? O sorelle del destino, non era ella mia? Invoco, quali testimoni, le limpide fonti e le piante innocenti che hanno ascoltato le nostre parole e la luce del cielo e l’etra! Non era ella mia? Unita a me in ogni nota della vita?… Non si spaventò ella stessa, sia pur lietamente, innanzi alla propria magnificenza, quando acquistò coscienza di sé nella mia gioia? Ah, dove è il cuore che, come il mio, le era vicino ovunque e che, come il mio, la colmava ed era colmo di lei, e che era l’unico ad abbracciarla così, come le ciglia l’occhio”. Come sempre alterna momenti di vera esaltazione ad altri in cui a prevalere sarà la riflessione, una riflessione che monopolizza tutto il suo essere, fino a renderlo, come avrà modo di confidare Bellarmino, taciturno: “…da un po’ di tempo mi guardavo bene dallo spendere molte parole su argomenti che interessano il cuore, la mia Diotima mi aveva reso monosillabo!” Preso nella spire di una passione che non lasciava scampo, il poeta non riesciva più a discernere la realtà dalla immaginazione e ne parla con il suo interlocutore privilegiato, Bellarmino, al quale si può rivolgere immediatamente, ogni qual volta ne avverte la necessità. Rispondendo ad una domanda che si era appositamente costruita, cerca di penetrare nelle pieghe più recondite del suo essere: “…Mi domandi quale fosse il mio stato d’animo allora. Quello di chi ha perduto tutto per guadagnare tutto. Sovente ritornavo dagli alberi di Diotima come ebbro di vittoria, sovente dovevo allontanarmene in gran fretta per non tradire nessuno dei miei pensieri, così tumultuavano in me l’orgoglio, la gioia, l’inebriante certezza di essere amato da lei”. Si fa sempre più strada   la convinzione di essere destinato a vivere un’esperienza unica. Ne prende coscienza quasi con timore ed ancora una volta fissa questo suo stato d’animo in una riflessione attribuita a Bellarmino: “…Uno strano miscuglio di felicità e di malinconia sorge in noi quando ci si fa manifesto che siamo usciti per sempre dalla comune esistenza”.  A coronare questa condizione di assoluta felicità, offrendo luoghi e tempi perché la stessa si potesse concretizzare, intervengono fattori esterni con un tempismo che lascia senza parole… L’armata imperiale non regge l’urto con le compatte ed euforiche truppe rivoluzionarie ed è in rotta. L’avanzata dei Francesi minaccia la città di Francoforte e semina il panico tra le tante famiglie bene di quella opulenta città. Il banchiere Gontard, contagiato dalla paura e dalle preoccupazioni che imperversavano nella capitale della finanza tedesca, decide da buon padre e amorevole marito di mandare la famiglia al sicuro, con destinazione Amburgo, città natia della moglie e dove viveva ancora il fratello di lei. Egli – seguendo il motto cui avrebbe dedicato tutta la sua vita “gli affari sono affari” – sarebbe rimasto imperterrito a Francoforte. Hölderlin   ne dà notizia lo stesso giorno al fratello: “…L’armata imperiale è adesso impegnata nella sua ritirata da Wetzlar e la zona di Francoforte dovrebbe diventare intanto una parte importante del teatro di guerra. Per questo motivo ancora oggi partirò con l’intera famiglia destinazione Amburgo, dove abitano parenti della mia casa. Il signor G. rimane qui da solo”. Così il 10 giugno il piccolo gruppo familiare, composto da Susette e i suoi quattro bambini, la suocera, la cognata, la governante ed il precettore, viene sistemato su due carrozze e parte alla volta di Kassel. In questa città, già allora riccamente dotata di opere d’arte e all’avanguardia per la munifica generosità riservata dai vari Granduchi a musei e gallerie, Susette, il cui ruolo era quello di capo gruppo, decide di fare una sosta più lunga del previsto. Un’occasione oltremodo gradita anche per visitare la pinacoteca, che rimane a tutt’oggi una delle più belle della Germania con la sua ricca collezione di quadri di Rembrandt, ed il famoso “Fridericianum” dove erano esposti antiche sculture che rappresentavano divinità del mondo greco. “La nostra cara Cassel” così definirà Susette spesso nelle lettere a Hölderlin quella ricca e importante città che di lì a poco Napoleone Bonaparte avrebbe assegnato al fratello più piccolo, Geronimo. Kassel rimarrà per sempre un ricordo dolce e   indelebile,   il che fa pensare che proprio in quella città la relazione tra i due abbia conosciuto i primi momenti di   intensa intimità. Da questa città Hölderlin avrà anche modo di indirizzare una lettera a Schiller, con cui vuole mantenere ancora un rapporto di amicizia e di lavoro – “… Sono adesso in fuga con la famiglia presso la quale dall’inverno scorso vivo molto felicemente a Francoforte. Si tratta veramente di persone rare tra le quali vivo e più preziose per quanto mi riguarda dato che le ho trovate a tempo giusto, quando alcune amare esperienze mi avevano reso veramente scettico nei confronti di vicende d’ogni tipo” (24 giugno) -. Ma a dare l’idea della magia di quel soggiorno sono alcune espressioni contenute nella lettera scritta per il fratello Karl (6 agosto): “…Da tre settimane e tre giorni vivo immensamente felice qui a Kassel”. Non ci avrebbe stupito se Hölderlin avesse aggiunto anche le ore e i minuti … Quando si ha la fortuna di vivere in modo così pieno e così intenso i giorni acquistano una dimensione diversa, se poi si condivide un’intimità intensa e completa, si riesce a distillare da ogni minuto un sorso di nettare dal gusto ineguagliabile, che poi equivale ad un attimo di irripetibile felicità.    

Il viaggio del piccolo gruppo, a cui si era nel frattempo unito lo scrittore Wilhelm Heinse, un amico di famiglia dei Gontard, autore del romanzo Ardinghello, si conclude a Bad Driburg, una ridente località termale della Westfalia. Qui, data l’assenza quasi totale di turisti,   il gruppo può godere di una insperata tranquillità. “…Nella nostra località termale abbiamo vissuto molto tranquilli, non abbiamo fatto alcuna amicizia e del resto non ne avevamo bisogno, infatti abitavamo sotto magnifici monti e boschi e facevamo di noi stessi il miglior circolo… La cosa che Ti posso dire e Ti rallegrerà di più è che probabilmente abitavamo a mezz’ora dalla valle dove Ermanno sconfisse le legioni di Varo” (13 ottobre 1796), con queste parole, da Francoforte dove erano tornati, Hölderlin   descriveva al fratello il suo soggiorno a Bad Driburg. Il destino non poteva riservare ai due amanti condizioni ambientali più favorevoli. Finalmente soli, si concretizza quella condizione di assoluta felicità, che Iperione cercherà di fissare in concetti: “…O vita dell’amore! Con quale dolce e ricca fioritura eri sbocciata in lei! Come assopita in lieve sonnecchiare dal canto di geni felici, posava sulla mia spalla il suo bel capo e l’occhio etereo di lei era rivolto verso di me in un lieto, ingenuo stupore come se ora, per la prima volta, contemplasse il mondo. Rimanemmo a lungo così, dimentichi di noi, in dolce contemplazione e nessuno di noi sapeva cosa gli stesse accadendo sino a che la piena gioia si accumulò in me e anche la parola che avevo perduta si sciolse fra lacrime ed esclamazioni di felicità e ridestò alla vita la mia amata, muta nel suo rapimento”. Sono momenti di assoluta intensità, che troveranno puntuale eco nel romanzo, in cui vengono di vola in volta travasati. Si tratta di un sogno che si avvera, di una felicità che si realizza, di sensazioni che invadono l’anima fino a sommergerla: “…O Diotima! Così stavo io, un tempo, davanti a una vaga, divina immagine che il mio amore si creava, davanti all’idolo dei miei sogni solitari; lo nutrivo segretamente; gli davo vita con la mia vita, lo ravvivavo con le speranze del mio cuore. Ma nulla mi dava se non quello che gli avevo dato; e quando impoverii, mi lasciò povero; e ora, ora stringo te nelle mie braccia, percepisco il respiro del tuo petto, sento il tuo occhio nel mio occhio, la tua bella presenza mi scorre entro tutti i miei sensi e posso reggere a tutto ciò, possiedo ciò che vi è di più sublime e non tremo più. Sì! Non sono veramente più quello che ero, Diotima! sono divenuto un tuo pari, e il divino gioca ora con il divino, così come giocano fra di loro i bambini”. L’immagine dei bambini, che giocano beati e felici nella loro incoscienza, ricorrerà spesso in Hölderlin. Egli avvertiva la precisa sensazione di vivere un’esperienza che aveva poco di umano. Gli Dei, o almeno alcuni di essi, e più precisamente quelli che guardano con occhio benevolo gli amanti, li avevano resi partecipi della loro condizione; una condizione che non poteva avere la pretesa dell’eternità, ma capace di trasmettere un soffio di essa. A suggellare questi attimi irripetibili ancora una riflessione messa in bocca a Bellarmino: “…Sì, l’uomo è un sole che tutto vede, tutto trasfigura quando ama, e, se non ama, allora non è che una oscura dimora dove arde, fumoso, un piccolo lume”. Il soggiorno a Bad Driburg può essere considerato la celebrazione dell’amore fisico e spirituale, un amore che ha la fortuna di godere della indispensabile serenità in un ambiente semplicemente idilliaco. Ancora una volta è Iperione a tradire stati d’animo condivisi pienamente dai due amanti. Egli, che ormai della sua amata Diotima conosce tutto, può permettersi perfino di parlare a nome suo: “…Sono diventata infedele al maggio, all’estate e all’autunno e non mi curo più, come un tempo, del giorno e della notte, non appartengo più al cielo e alla terra, appartengo a uno solo, a uno solo, ma i fiori del maggio, l’ardore dell’estate e la maturità dell’autunno e la terra e il cielo sono riuniti in quest’unico solo; così amo io”. Sarà sempre Iperione, a conclusione della sua avventura umana, a cercare di trasmettere a Bellarmino questa condizione di pura felicità che gli farà sentire il canto della vita: “…una nuova felicità si crea nel cuore, simile al canto dell’usignolo nel cuore della notte; soltanto nel profondo dolore risuona, per noi, divino il canto della vita. Perché ora, come i geni, vivevo con gli alberi fioriti e i limpidi torrenti che là sotto scorrevano; con il loro sussurro, simile a voce divina, trascinavano via dal mio petto il dolore. E così mi accadeva ovunque, o mio caro! quando riposavo sull’erba e una placida vita mi circondava di verde, quando salivo su per la tiepida collina dove la rosa di macchia cresce ai margini del sentiero sassoso…”.  

Del periodo trascorso a Bad Driburg non rimane alcuna lettera. Troppo intensi gli attimi di felicità da condividere, semplicemente totalizzante l’attenzione che i due amanti si dedicavano. Alcune poesie, anche scritte in seguito, portano evidenti i segni di questo incanto. Alcuni anni dopo, dal suo “esilio” di Homburg, dove si era rifugiato una volta rotti i ponti con la famiglia Gontard, per stare il più possibile vicino alla sua Susette, Hölderlin ritornerà su quei momenti felici in una lettera indirizzata all’amata e di cui ci è rimasta una bozza: “… Ti ricordi delle nostre ore indisturbate, quando ad essere assieme eravamo noi e solo noi? Quello era trionfo! Tutti e due così liberi e fieri e svegli e fiorenti e splendenti nell’anima e nel cuore e negli occhi e nel viso, e entrambi così vicini nella pace celestiale! Già allora ho sentito e detto: si potrebbe girare tutto il mondo e difficilmente si troverebbe di nuovo qualcosa di simile. E quotidianamente sento ciò in modo sempre più serio. Ieri sera è venuto nella mia stanza Muhrbeck. ‘I francesi sono stati di nuovo battuti in Italia’ mi disse. ‘Se noi stiamo bene, gli risposi, allora tutto il mondo sta bene’ ed egli mi saltò al collo e noi ci baciammo sulle labbra con animo profondamente commosso e i nostri occhi in lacrime si sono incontrati. Quindi andò via. Di attimi del genere ne ho ancora…. In questo o quell’aspetto molti sono bravissimi. Ma una natura come la Tua, dove tutto è unito in un legame intimo, indistruttibile, vivo, questa è la perla del tempo, e chi l’ha riconosciuta, e come la sua celeste innata felicità sia anche la sua profonda infelicità, costui è eternamente felice ed infelice” (fine giugno 1799)”.      

Di nuovo a Francoforte Hölderlin tenta di riallacciare i rapporti con le persone a lui più care. Una delle prime iniziative a cui si dedica è quello di trovare un posto di precettore per l’amico Hegel, ancora confinato a Berna. L’operazione gli riesce e sarà felice di comunicare che la famiglia Gogel e due ragazzini di 9 e dieci anni aspettano   il suo arrivo: “…Ieri l’altro il signor Gogel è venuto da noi in n modo completamente inaspettato e mi ha detto, se Tu fossi ancora libero e avessi voglia di questo incarico, egli sarebbe contento…Finalmente, caro, fammi dire anche quello che ho in cuore – un individuo, che anche se attraverso variazioni piuttosto colorate della sua posizione e del suo carattere Ti è tuttavia rimasto fedele con il cuore e la mente e lo spirito e Ti sarà Tuo amico in modo più profondo e affettuoso che mai e che dividerà con Te ogni circostanza della vita con volontà e gioia, e a cui   nella sua bella condizione nulla manca se non Tu, questo individuo non abita molto lontano da Te, se Tu vieni. Veramente, caro, io ho bisogno di Te, e credo, che anche Tu puoi avere bisogno di me”(24 ottobre 1796). La risposta non si fa attendere: “Carissimo Hölderlin!… da ogni rigo della Tua lettera parla la Tua immutata amicizia nei miei confronti; non posso dirTi quanta gioia mi abbia procurato, e ancor più la speranza di vederTi presto e di abbracciarTi… Per non parlare di quanta parte abbia avuto nella mia immediata decisione la nostalgia nei Tuoi confronti, quanto mi stia davanti agli occhi l’immagine del nostro rivederci, del gaio futuro, di essere assieme a Te…”.  

Una testimonianza concreta per uno che volesse avere un’idea sulla “amicizia” alla fine del diciottesimo secolo…


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Bart