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LETTERATURA: Johann Christian Friedrich Hölderlin: La felicità è effimera: si rompe l’incanto con Susette (5)

8 Aprile 2010

di Nino Campagna

[Nino Campagna, presidente dell’Acit di Pescia (Associazione Culturale Italo-Tedesca) (acitpescia@alice.it), che conosco da vari anni, è un infaticabile messaggero della cultura, in particolare di quella tedesca, di cui si può dire sappia tutto. Affascinato da quella letteratura va in giro a parlarne davanti a studenti e professori, incantando tutti con il suo eloquio da oratore tanto preparato quanto appassionato. Non si finirebbe mai di ascoltarlo. Della cultura tedesca conosce non solo la letteratura, ma la musica e in modo tutto speciale – al contrario di quanto accade in Italia – la fiaba, che nella Germania gode di grande considerazione, quasi a livello di vero e proprio culto. Per la sua attività ultra quarantennale è stato insignito della croce al merito culturale concessagli dal Presidente della Repubblica Federale di Germania Horst Köhler. Essendo la sua opera protesa alla diffusione della cultura tedesca, la rivista è lieta della sua collaborazione, che ci farà conoscere molti aspetti interessanti di quella Nazione, e per questo lo ringrazia.]

L’incanto di quella situazione di estrema felicità, che aveva toccato vertici inimmaginabili a Bad Driburg, si doveva prima o poi rompere, anche perché una volta rientrati a Francoforte i due amanti vengono risucchiati nella vita di sempre: Susette dai suoi doveri di madre e di dama di alta società, H. da quelli di precettore. In casa Gontard, nonostante la sempre più frequente assenza di Cobus – così era soprannominato il marito – completamente assorbito dagli affari, e la complicità di Marie Rätzer, la comprensiva dama di compagnia svizzera, che aveva già seguito con occhi benevoli la storia d’amore sviluppatasi tra Kassel e Bad Driburg, ormai nulla poteva essere come prima. Di sicuro quel brusco ritorno alla vita reale aveva finito col ripercuotersi anche sulla “sua” Diotima e Hölderlin,   nel secondo volume dell’Iperione, che in una lettera a Susette definirà “nostro”, parla espressamente di questo strano cambiamento: “Da quel momento Diotima apparve stranamente mutata. Avevo notato con gioia, che da quando durava il nostro amore la sua vita taciturna era come sbocciata in sguardi e tenere espressioni e che la sua calma geniale mi era, sovente, venuta incontro con splendida estasi. Ma un’anima nobile ci diventa estranea quando essa, dopo il suo primo sbocciare, dopo il mattino del suo primo tratto di vita, deve salire su verso l’altura del meriggio. Non si riconosceva quasi più la radiosa fanciulla, tanto sublime e dolente era ella diventata”.  Cominciano così a delinearsi le prime nubi in una relazione che aveva conosciuto momenti intensi ed irripetibili. A questa situazione personale di obiettiva difficoltà si aggiungono   notizie per nulla incoraggianti provenienti da Parigi. Il dottor Ebel, che continuava ad avere una relazione affettuosa con la sorella di Cobus e si era aggregato al gruppo nella prima parte del viaggio, dalla capitale francese, dove si era nel frattempo recato per partecipare alla vita politica della giovane repubblica, scrive di sentirsi ingannato in tutte le sue attese. Tra le vittime dello sconcerto che attanaglia i tanti intellettuali tedeschi che avevano creduto nella Rivoluzione francese c’è da annoverare lo Stäudlin, che non regge allo sconforto e si uccide gettandosi nel Reno. Porta la data del 10 gennaio 1797 la lettera indirizzata a Ebel, ancora a Parigi, dove si riscontrano chiare precisazioni sulla situazione politica e sul ruolo della Germania: “ E’ meraviglioso, caro Ebel! Essere così delusi e offesi, come Lei è. Non è cosa di ognuno, interessarsi di verità e giustizia al punto da vederle anche dove non ci sono, e se la ragione che osserva viene così a fondo ferita, allora ci si può veramente dire, che il cuore è troppo nobile per il suo secolo. E’ quasi impossibile guardare senza veli la sporca realtà, senza ammalarsi… Lo so fa tremendamente male prendere commiato da una posizione dove si vedevano fiorire nelle proprie speranze tutti i frutti e i fiori dell’umanità… Per quanto riguarda la comunità ho una consolazione, che cioè ogni fermento e scioglimento debba necessariamente portare o alla distruzione o ad una nuova organizzazione. Ma non esiste distruzione, e di conseguenza la gioventù del mondo deve ritornare dalla nostra decomposizione. Si può ben dire con certezza che il mondo non è stato mai così variopinto, come adesso. Esso è una mostruosa complessità di contraddizioni e contrasti. Vecchio e nuovo! Cultura e rozzezza! Cattiveria e passione! Egoismo in pelle di pecora, egoismo in pelle di lupo!…Si potrebbe continuare la litania dall’alba a mezzanotte e si avrebbe citato soltanto un millesimo del caos umano. Io credo ad una futura rivoluzione degli spiriti e dei modi di immaginare, che farà arrossire quanto finora accaduto. Quanto più silenziosamente uno Stato cresce, tanto più stupendo diventa, una volta diventato maturo. La Germana è silenziosa, modesta, si pensa molto, si lavora molto, e grandi movimenti sono nei cuori della gioventù, senza che questi trascendano in slogan, come succede da altre parti…”. A parlare sembra già un esperto, uomo politico capace di consolare l’animo di un vero rivoluzionario, che non si riconosce più nella rivoluzione da egli così entusiasticamente perseguita. In un momento di così desolante abbattimento la sua lucida analisi è capace di intravedere ed individuare proprio nel grado più abietto cui era giunta l’umanità i germi per una rinascita. Di lì a poco arriva a Francoforte Hegel, che aveva accettato la proposta fattagli dal caro, fraterno amico e compagno di studi. Si   ricompone almeno in parte quel gruppo così affiatato (Schelling è già lanciato nella sua carriera di professore a Jena) che aveva seguito dallo Stift di Tübingen con trepidazione e speranza gli eventi francesi. Alla madre, che lo continua a martellarlo con inviti e esortazioni ad accettare un posto di insegnante e soprattutto a prender moglie, risponde con una serie di interrogativi sulla sua capacità di trovare una collocazione in una società in cui non si riconosce: “Bisogna diventare più vecchi, più sobri dopo aver fatto determinati tentativi ed esperienze, per dirsi: qui voglio rimanere e starmene in pace! La prego non consideri tutto ciò un capriccio o una fantasia… Verrà un giorno in cui tutto cambierà. Un tranquillo marito è una cosa bella; solo non si deve dire ad uno di ritornare nel porto quando ha percorso solo la metà della sua navigazione. E poi io mi sente più bravo come educatore che come predicatore.. L’insegnamento è anche nei tempi attuali, almeno da come lo vedo io, più efficace   che l’ufficio di predicatore…”(30 gennaio).      

Con Neuffer, che era stato il suo più intimo confidente, si fa vivo solo parecchi mesi   dopo quella “felice” estate   che gli Dei gli avevano generosamente concesso. Nel febbraio del 1997 cerca di descrivere proprio a lui, che era l’unico depositario di un segreto gelosamente custodito,   quanto ha avuto la fortuna di vivere: “Carissimo! Ho circumnavigato un mondo di gioia, da quando non siamo più stati in contatto epistolare. Avrei voluto tanto parlarti di me, se mai avessi avuto occasione di starmene tranquillo e di guardare al passato. Un’ondata gigantesca mi portò via; tutto il mio essere era troppo immerso nella vita per poter riflettere su se stesso. Ed ancora è così! Ancora continuo ad essere felice, come nel primo momento. Si tratta di una eterna gaia sacra amicizia con un essere, che si è spersa letteralmente in questo povero secolo caotico privo di anima! Il mio senso di bellezza è adesso al riparo da disturbi. Si orienta eternamente su questa testa di madonna. Il mio intelletto va a scuola da lei ed il mio spirito inquieto si calma, trova giornalmente ristoro nella sua naturale pace… Penso bene, caro fratello! Che Tu sia curioso di sentirmi parlare in modo più dettagliato della mia felicità. Ma non posso! Ho troppo spesso pianto ed imprecato su questo nostro mondo, dove il meglio non può neppure essere affidato ad un foglio, che si invia ad un amico… Per tutta l’estate ho vissuto a Kassel ed in una cittadina termale della Westfalia, vicino a dove ebbe luogo la battaglia di Arminio…Ti volevo scrivere tante cose, carissimo Neuffer! Ma i poveri momenti che ho per questo sono troppo pochi per parteciparTi ciò che imperversa e vive in me! Costituisce anche sempre una morte per la nostra tranquilla beatitudine, ogni volta che essa deve essere tradotta in un linguaggio. Io mi abbandono volentieri nella lieta bella pace, come un bambino, senza fare i conti su ciò che possiedo e sono, dato che quello che ho non può essere completamente compreso da pensiero alcuno. Solo la sua immagine Ti vorrei mostrare e così non ci sarebbe più bisogno di parole! E’ bella come un angelo. Un viso delicato spirituale celestialmente affascinante! Oh! Potrei rimanere un intero millennio in ammirazione spirituale, dimenticandomi di me e di tutto, accanto a lei, così infinitamente ricca è questa anima senza pretese silenziosa in questa immagine! Maestà e delicatezza, gaiezza e serietà, e dolce gioco e profondo dolore e vita e anima tutto è in lei riunito in un Tutto divino. Buona notte, mio caro! ‘Chi gli Dei amano, a costui viene riservata grande gioia e grande dolore’. Navigare su un ruscello non è un’arte. Ma se il nostro cuore e il nostro destino ci fanno sprofondare in mare e ci lanciano verso l’alto, ciò forma il nocchiero. Tuo Hölderlin.”  

Volutamente ci siamo voluti dilungare nella citazione di questa lettera, così ricca di particolari e di riferimenti che riecheggiavano di sicuro il linguaggio con cui i due fraterni amici si erano per anni intrattenuti nello Stift, parlando di sogni e di progetti. Essa è al contempo la testimonianza più chiara sull’intensità del rapporto che Hölderlin ha vissuto e continua a vivere. L’accenno al ruolo di Susette, che, oltre ad   incarnare il suo ideale di bellezza, si pone come guida e maestra, è un’ulteriore testimonianza di un amore dalle stimmate particolari. La descrizione di quel viso di madonna e soprattutto di quell’anima quieta e silenziosa che riesce ad infondere beatitudine ed invita ad un’ammirazione spirituale fuori dal tempo e dallo spazio finiranno col colpire l’amico lontano, che, grazie alla profonda amicizia e i lunghi anni di continua frequentazione nel collegio teologico, ha anche la possibilità   di coglierne i significati, anche i più reconditi.  

Ad aprile c’è l’attesa visita del fratello Karl, accolto affettuosamente da Hölderlin e molto cortesemente da Susette. Karl, che come ammetterà più tardi sarà “testimone della condizione felice, in cui viveva allora Hölderlin”, ha modo di conoscere anche gli amici più stretti del fratello, soprattutto Sinclair. Sono stati giornate intense trascorse alla scoperta di Francoforte e dintorni, come riporta la lettera scritta nello stesso mese da Hölderlin alla sorella: “Ha dovuto fare un salto già il giorno dopo con me ad Homburg, da Sinclair, un eccellente giovane, che è mio amico nel senso più profondo della parola. Poi da Homburg ci siamo trasferiti sulle montagne dei dintorni, dalla cui sommità si poteva spaziare per molte miglia sul Reno regale ed il suo piccolo fratello, il Meno, e vedere le pianure verdi infinite, che si trovano tra i due fiumi, e Francoforte con i suggestivi paesi e boschetti, che le stano intorno, e la fiera Magonza…”. Nella stessa lettera c’è un affettuoso accenno al volume Iperione, appena pubblicato: “ Se trovi un libro dal titolo Iperione, fammi il piacere di leggerlo se hai occasione. Esso è anche una parte di me e Ti abbrevierà per questo di sicuro alcune ore…”.  

In effetti proprio a metà aprile esce,   pubblicato dall’editore Cotta,   era uscito il primo volume del romanzo Iperione, la cui composizione risale proprio agli anni di Francoforte. Il primo esemplare viene consegnato a Susette con la dedica: “A chi se non a Te”.   Ad inizio di maggio i Gontard, come era consuetudine   delle famiglie della ricca borghesia, si trasferiscono in una casa di campagna appena fuori le mura della città. Hölderlin non riesce tuttavia a scrollarsi di dosso quel senso di prostrazione che gli procura il quotidiano impatto con un ambiente che non può capirlo e lo considera solo uno dei servitori della ricca famiglia del banchiere. Questo stato d’animo finisce col ripercuotersi anche sulla sua produzione poetica, come risulta da una lettera a Schiller, inviata il 20 giugno 1797: “Ho coraggio e abbastanza discernimento per rendermi indipendente da altri critici e maestri d’arte, e di percorrere con la necessaria tranquillità il mio cammino, ma da Lei dipendo in modo assoluto; e proprio perché sento, quanto una Sua parola possa incidere su di me, cerco qualche volta di dimenticarLa, per non diventare troppo timoroso durante un lavoro. Infatti sono sicuro che proprio questo timore e imbarazzo rappresentino la morte dell’arte…Mi prendo la libertà di allegarLe il primo volume del mio Iperione… L’ho riscritto con libera convinzione e animo più felice di sana pianta e la prego di avere la bontà di leggerlo alla prima occasione e di farmi conoscere il Suo giudizio… A dire il vero, quando mi esprimo in questo modo, faccio davanti a Lei la figura di un bisognoso, ma non mi   vergogno, di avere bisogno dell’incoraggiamento   di uno spirito nobile…”. Che il periodo sia particolarmente critico per Hölderlin lo testimonia anche una lettera scritta a Neuffer il 10 luglio del 1997:  “Vorrei sederTi accanto e riscaldarmi veramente alla Tua fedeltà – allora dovrebbe procedere tutto dal cuore! – Oh amico! Io taccio e taccio, e così si accumula su di me un peso, che alla fine quasi mi soffoca, che mi deve annebbiare irrimediabilmente perlomeno i sensi. E proprio questa è la mia disgrazia, che i miei occhi non sono così chiari come prima. Ti voglio confessa e che credo di essere stato più avveduto di adesso, ho giudicato meglio di adesso me e gli altri in questi ventidue anni vissuti assieme, caro Neuffer! Oh! Ridammi la mia gioventù! Sono dilaniato da amore e odio!”. Al naturale affievolirsi dell’intensità del rapporto con Susette, che aveva raggiunti attimi di vero incantesimo nei mesi di Bad Driburg, si aggiungeva il disagio di essere quotidianamente a contatto con un ambiente in cui dominavano visioni di vita e ideali molto diversi dai suoi. Questo intimo dissidio non poteva essere attenuato neppure dalla affettuosa partecipazione, ormai sempre più palese, che la padrona di casa nutriva per il suo Hofmeister. Il suo è un disagio palese, a cui si aggiungono imperterriti i richiami della madre, sempre meno contenta della scelta fatta dal figlio. Nella lettera dell’agosto 1797, nonostante l’apparente correttezza, si colgono le prime decise prese di distanza: “ Ella mi chiede sui miei rapporti, le mie amicizie, le mie speranze. Con tutte le difficoltà , che si accumulano in ogni relazione del mio tipo, per adesso non cerco nulla di diverso; so anche bene, che ogni altra condizione, in cui mi potrei cacciare, così come Ella adesso mi giudica, non potrebbe avere la Sua completa approvazione, e questo a ragione! Dato che ogni impiego, che potrei e vorrei   cercare, pretende un uomo maturo ed io non lo sono. Le ultime novità che Le posso comunicare sulle mie conoscenze è che i mio rapporto con Schiller, che sembrava un po’ interrotto, grazie alle   piacevolissime sue espressioni è di nuovo più vivo che mai. Le mie speranze sono molto incerte e non   vorrei averne altre. Libertà e pace sono le uniche cose che cerco e di cui ho bisogno e che spero di trovare.” Con Schiller , che come al solito era stato prodigo di consigli e gli aveva suggerito qualche correzione alle ultime poesie inviategli, il tono rimane sempre quello di sudditanza psicologia: “La Sua lettera rimarrà per me indimenticabile, nobile uomo! Mi ha ridato nuova vita. Sento profondamente quanto giustamente Ella abbia giudicato i miei più genuini bisogni e seguo tanto più volontariamente il Suo consiglio, dato che avevo già preso la direzione sulla via che Ella mi indica…Ma crede che io tuttavia mi devo dire, che la Sua vicinanza non mi è consentita? Veramente, Ella mi motiva troppo, quando mi trovo vicino a Lei. Ricordo ancora perfettamente quanto la Sua presenza mi abbia infiammato al punto, che io per il giorno successivo non potevo pensare ad altro. Fino a quando stavo davanti a Lei, il cuore mi era quasi troppo piccolo e una volta andato via, non potevo assolutamente resistere. Davanti a Lei sono come una pianta, appena trapiantata e posta nel terreno. La si deve coprire a mezzogiorno. Lei può anche ridere di me, ma dico la verità” (metà agosto 1797). Ma la confessione più intima di questo periodo molto sofferto viene fatta nella lettera del 2 novembre 1797 al fratello Karl: “Ma chi riesce   a mantenersi in una buona posizione, quando deve farsi largo in una calca, nella quale viene spintonato qua e là? E chi può mantenere il proprio cuore in un bel confine, se il mondo lo colpisce con pugni? Quanto più siamo combattuti dal nulla, che ci sta in agguato come un abisso, oppure anche da mille qualcosa della società e dell’attività umana, che ci persegue, ci distrae, in modo informe, senza anima e amore, tanto più appassionata e forte e violenta deve diventare da parte nostra la resistenza.”. Hölderlin parla espressamente di resistenza in un ambiente a lui ostile. Una resistenza che, proprio perché frontale, finisce col diventare logorante, estenuante. Nella stessa lettera, riferita alla situazione del fratello, ma in fondo parlando della sua, c’è un’altra espressione molto significativa: “Tu non sai dove puoi andare con il Tuo amore, e devi andare per difendere la Tua ricchezza a chiedere l’elemosina. Non viene così la nostra più intima purezza inquinata dalla sorte e non siamo noi costretti ad andare in rovina completamente innocenti? Oh, chi saprebbe trovare una soluzione a tutto questo?”. Una crisi esistenziale, che trova la sua giustificazione nella precarietà di chi sa di non poter contare su fonti economiche certe e   si sente sul collo la minaccia di essere costretto a fare il pastore di anime, vocazione questa mai avuta e missione a cui si sente fondamentalmente negato. A questo si deve aggiungere l’insicurezza professionale di un poeta in cerca di affermazione, e sempre più fortemente dipendente dal suo venerato maestro, Schiller, a cui è costretto il   30 luglio 1978 ad ammettere: “ …Ella riesce a penetrare con lo sguardo nell’uomo così bene. Per questo sarebbe privo di fondamento e inutile, non essere genuino nei Suoi confronti. Ella sa perfettamente che ogni grande uomo toglie la pace agli altri, che grandi non lo sono e che solo tra uomini, che si somigliano, c’è equilibrio e disinvoltura. Per questo motivo Le devo confessare, che io a volte sono in intima lotta col Suo genio, per difendere la mia libertà da lui, e che il timore, di essere completamente dominato da lui, mi ha spesso impedito di avvicinarmi a Lei con naturalezza. Ma mai posso allontanarmi dalla sua sfera di influenza, non mi perdonerei un tale errore…”. Da questo stato di profonda prostrazione non   lo sollevano né gli incoraggiamenti e le critiche favorevoli dello stesso Schiller, né l’incontro con Goethe, un incontro piuttosto formale, a cui Hölderlin arriva appesantito da un paralizzante timore reverenziale. Colpisce tra l’altro il modo piuttosto sbrigativo con cui i due “dittatori del gusto”, dal cui giudizio dipendeva letteralmente la sorte di molti giovani poeti, si intrattengono su Hölderlin dopo aver esaminato alcune sue poesie (“All’Etere” e “Il Viandante”). L’espressione “Die Leutchen”,   (diminutivo di Leute, che significa gente e he potrebbe essere tradoto come “gentucola”) con cui Schiller anticipa la visita che Hölderlin e un altro giovane poeta di Friedberg (Schmidt) hanno intenzione di   fare al “divino” poeta durante il suo breve soggiorno a Francoforte (22 agosto), non era certo un biglietto da visita incoraggiante. L’impressione di Goethe, riepilogata in una lettera allo stesso Schiller,   è di routine e non tradisce nessuna particolare emozione: “ieri è venuto a trovarmi anche Hölderlin, ha un aspetto un po’ depresso   e malaticcio, ma è amabile e aperto con modestia e addirittura con un certo timore… Gli ho raccomandato in modo particolare di scrivere poesie brevi e di scegliere per ciascuna di esse un oggetto umanamente interessante”. Il grande vate si era degnato di dedicare un po’ di attenzione a quel giovane, che da lui si era recato col cuore in gola per il rispetto dovuto ad un personaggio assimilato nel collettivo immaginario ad una figura divina. Hölderlin, che per fortuna non ha mai conosciuto i toni piuttosto deludenti, con cui i due grandi poeti della letteratura tedesca avevano archiviato la sua accorata richiesta di riconoscimento formale, si illude ancora una volta di poter contare almeno sulla benevolenza dei due Grandi. Non bastano però questi approcci, che egli continua a considerare positivi, a fargli dimenticare la precarietà della sua condizione umana e poetica e soprattutto l’ambiente in cui è costretto a muoversi come Hofmeister e in cui non può riconoscersi. La sua situazione personale sembra senza via d’uscita. In una lettera scritta il 12 febbraio 1798 ed inviata al fratello il 14 marzo, aveva fornito un’agghiacciante testimonianza sulla sua depressione: “Caro Karl! Parlo come uno che ha subito naufragio. Uno così consiglia solo tanto volentieri, che si deve rimanere nel porto   fino a quando non giunga la migliore stagione per il viaggio. Forse ho osato avventurarmi troppo presto, ho pensato troppo presto a qualcosa di grande, e devo pertanto scontare fino a quando vivo; difficilmente mi riuscirà del tutto qualcosa, dato che non ho lasciato maturare la mia natura in pace e in una spensieratezza senza pretese… Sai qual è la radice di tutto il mio male? Vorrei   vivere dell’arte, da cui dipende il mio cuore e sono costretto a sbarcare il lunario tra le persone al punto da diventare spesso così francamente stanco di vivere. E perché questo? Perché l’arte nutre bene i suoi maestri, ma non gli allievi. Tuttavia solo a Te dico queste cose. E’ vero,     sono un eroe debole che non riesce a conquistarsi la libertà di cui ha bisogno… Va bene così! Già più di uno di quelli che sono nati poeti è andato a fondo. Quello in cui viviamo non è un clima per poeti: per questo neppure una su dieci di queste piante riesce a crescere bene. Tra tutti i mie piccoli lavori non ne ho fatto nessuno, durante il quale non sia stato disturbato da una qualche profonda sofferenza. Tu dici io non dovrei fare attenzione a ciò che mi fa soffrire, allora devo dirTi,   dovrei avere una sconsideratezza che mi facesse perdere tutto l’amore degli uomini tra cui vivo ..”.  Oltre alla depressione comincia a delinearsi anche una certa stanchezza per una lotta impari, che diventa sempre più lotta per la sopravvivenza. In una lettera alla madre del 7 aprile si fanno sempre più evidenti i segni di un timore che assume contorni sempre più concreti: “Per quanto riguarda la mia futura sistemazione, non deve avere paura, carissima madre! Non mi succederà mai più di dover ritornare a casa e diventare per Lei   un peso…”. Con la sorella i toni sono più delicati e si può cogliere addirittura un leggero rimpianto per quell’aurea mediocrità, tipica delle piccole città e così cara al poeta latino Orazio: “Tu sei veramente felice di poter godere la primavera in pace, nel   Tuo bell’ambiente domestico e sociale. La tua felicità è vera; Tu vivi in una dimensione in cui non ci sono troppi ricchi e nemmeno troppi nobili, per non palare dei pochi   aristocratici; e solo nella società in cui è di casa l’aurea classe mediocrità, si può trovare ancora felicità e pace e cuore nel senso puro, come mi sembra. Qui per esempio Tu vedi, ad eccezione di alcune persone vere, una serie di mostruose caricature…”. Ormai è perfettamente convinto per lui non ci potrà essere più posto in quella società di Francoforte, opulenta e falsa, che saprà mirabilmente descrivere in un’altra lettera alla sorella del 4 luglio: “Quanti più cavalli l’individuo può attaccare alla carrozza, quante più stanze sono quelle in cui si rinchiude, quanti più servitori gli stanno attorno, quanto più affonda nell’oro e nell’argento, tanto più si è scavato una fossa, dove giace morto anche se vive…L’unico a godere in questa triste commedia è colui che guarda e si lascia illudere…”. Porta la stessa data la lettera al fratello Karl, dettata da un inconscio desiderio di ricorrere ai   parenti più stretti, quando c’è la precisa sensazione che debba succedere qualcosa di grave. Allora è il momento di cercare e di dare consolazione: “ Spesso nel pieno della vigoria giovanile non si ha quasi tempo per le cose necessarie pensieri e pazienza, la vita qualche volta disturba e debilita così tanto, e nessun periodo è più negativo in ogni senso del passaggio da giovane a uomo. Gli altri uomini e la propria natura in nessun altro periodo, credo, diano tanto da fare, e questo periodo è effettivamente il periodo della fatica e della rabbia e dell’insonnia e della paura e dei temporali, il periodo più amaro della vita, come il periodo che viene dopo maggio è la stagione più concitata dell’anno. Ma gli uomini sono in fermento come tutte le altre cose che devono maturare e la filosofia deve solo provvedere che il fermento passi in modo indolore e discreto e breve, quanto più sia possibile. – Nuota attraverso, bravo nuotatore, e tieni la testa sempre alta! Fratello mio, anch’io ho sofferto molto, troppo e più di quanto abbia avuto modo di dire a Te e a qualsiasi altra persona, dato che non si può dire tutto, ed ancora, ancora soffro molto e a fondo, e tuttavia sono convinto che quanto di meglio c’è in me non è andato a fondo. I mio Alabanda dice nel secondo volume: ‘Ciò che vive è indistruttibile, rimane libero nella sua intima forma di schiavitù, rimane uno, e se tu lo distruggi radicalmente e se tu lo colpisci fino al midollo, rimane tuttavia illeso, e il suo essere ti fugge via tra le mani vincitore etc.’ E ciò vale più o meno per ogni individuo e soprattutto per quelli veri. Ed il mio Iperione dice:’ Ci resta dovunque ancora   una gioia. Il vero dolore entusiasma. Chi passa sopra la propria miseria, sta più in alto. Ed è meraviglioso che noi solo nel dolore sentiamo veramente la libertà dell’anima…”.  

In una società   fatua e priva di valori era il pettegolezzo ad assurgere al ruolo di vero e proprio divertimento. Ovviamente la relazione affettuosa, che legava la nobile e bella signora al povero ma colto precettore, non poteva passare inosservata e, come sempre in questi casi, diventava oggetto di ammiccamenti cattivi e sempre più diffusi. Anni dopo Bettina Brentano in una lettera a Karoline Günderode   riepiloga così la situazione di cui in molti erano al corrente: “A Francoforte non posso neppure nominarlo (H.), che subito si gridano le cose più terribili sul suo conto, semplicemente perché ha amato una signora per scrivere Iperione” (478 Bt). L’unico a non sapere o a far finta di non sapere era l’imperturbabile   banchiere Gontard, che, sempre più preso dai suoi molteplici affari, considerava addirittura indegno del suo rango nutrire sentimenti di gelosia nei confronti di un povero diavolo di precettore… Il 1798 quindi finisce con l’essere l’anno in cui matura la decisione di Hölderlin di mettere in qualche modo fine a quella serie continua di mortificazioni a cui era sottoposto nella casa dei Gontard. A settembre la situazione precipita e, secondo una testimonianza raccolta anni dopo, a scatenare l’incidente sarebbe stato uno scatto d’ira del marito, stanco di dover sopportare quella presenza sempre più invadente del precettore, al quale la moglie dedicava fin troppe attenzioni. Hölderlin, cogliendo negli occhi dell’amata un’implorazione a non reagire, rientrò immediatamente nella sua camera, fece le valigie e quella sera stessa sparì per sempre da casa Gontard. A dire il vero l’incidente, supposto o reale, è stato un semplice detonatore di un distacco ormai maturo e da tempo oggetto di lunghe discussioni tra i due amanti. Questo addio, che si dimostrerà presto dolorosissimo per entrambi, aveva finito con l’essere considerato come l’unica alternativa praticabile.


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Bart